Uomo e natura

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Le condizioni generali del nostro pianeta, nel momento in cui ha fatto comparsa l’essere umano, dovevano essere molto particolari, poiché per moltissimo tempo nessun essere umano ha potuto viverci. Questo significa che la natura, nel suo complesso, ha leggi che possono anche non tener conto delle caratteristiche umane.

Tuttavia, se consideriamo l’essere umano come il prodotto più evoluto della natura, è difficile pensare che la natura possa avere delle leggi che contrastino in maniera irreparabile con la sopravvivenza dell’essere umano.

Se e quando la natura sembra comportarsi così (vedi le cosiddette “catastrofi ambientali”), ciò molto spesso dipende dagli effetti che le azioni degli uomini provocano sul pianeta, nel senso che la natura restituisce all’uomo il danno che è stato arrecato alle sue proprie leggi.

L’essere umano è l’unico ente di natura che può causare un danno irreversibile alla natura. I danni a volte sono così macroscopici che si stenta persino a credere che siano stati provocati dall’uomo e si preferisce pensare che esistano delle leggi di natura la cui comprensione in parte ci sfugge.

È comunque davvero singolare constatare come la natura, pur senza averne la necessità, pur senza essere costretta da alcunché, abbia saputo modificare le proprie condizioni generali per permettere all’uomo di esistere.

In assoluto non esiste nulla all’esterno dell’uomo più prezioso della natura e nulla al suo interno più importante della coscienza. Se natura e coscienza non riescono a coesistere, il più delle volte la responsabilità è della coscienza.

Sono scomparse intere specie animali (p.es. i dinosauri), esistite per milioni di anni, per far posto alla specie umana; e sono scomparse non perché l’uomo le abbia distrutte ma proprio per permettere all’uomo di esistere.

Da questo punto di vista la diversità dell’essere umano da qualunque essere animale è così evidente da far escludere una parentela comune. Al punto che anche quando l’uomo si comporta in maniera disumana, qualunque paragone col mondo animale è improbabile, in quanto gli animali, in condizioni naturali, non hanno mai comportamenti peggiori di quelli che possono avere gli uomini.

Peraltro gli animali sono fondamentalmente ignoranti, cioè sanno per istinto quel che serve loro per sopravvivere e non s’interessano ad apprendere più dello stretto necessario. Si comportano come quegli studenti di cui gli insegnanti dicono: “Fa il minimo indispensabile”. Con la differenza che gli animali non potrebbero fare di più. Cioè se vengono addestrati a fare qualcosa di diverso, perdono inevitabilmente la loro natura istintiva, dimenticano ciò che sanno dalla nascita, e se venissero rimessi in un contesto naturale non riuscirebbero a sopravvivere.

Gli animali sono fondamentalmente pigri, almeno secondo i nostri standard, proprio perché vivono schiacciati sul presente e intenzionati a soddisfare unicamente bisogni primari: non si pongono obiettivi che vadano al di là della mera contingenza. Hanno solo bisogno d’essere rassicurati: di qui il fatto che la natura li mette nelle condizioni di adottare delle strategie di attacco e di difesa.

*

L’uomo non può avere un antenato in comune con le scimmie più di quanto non l’abbia coi pesci o con qualunque altro mammifero. Le uniche affinità possibili sono soltanto quelle sul piano fisico, in quanto l’uomo è nato per ultimo e la natura ha dovuto tener conto di esperienze collaudate. In tal senso la “sintesi umana” è ben più grande della somma delle sue parti, nel senso che se attribuissimo tale superiorità ai prodotti che l’uomo riesce a creare, non potremmo mai uscire dalle determinazioni quantitative e non riusciremmo a spiegare la vera differenza qualitativa che lo separa dagli animali.

La natura ha subìto un’evoluzione che trova nell’uomo il suo compimento, poiché è chiarissimo come essa sia passata da un primato attribuito alla forza e all’istinto a un primato attribuito all’intelligenza e alla sensibilità. La natura ha trovato nell’essere umano il principio della propria razionalità e libertà. Essa ha prodotto una specie la cui libertà, per la prima volta, ha raggiunto i livelli massimi dell’autoconsapevolezza e, negativamente, ha potuto volgersi contro le stesse leggi di natura.

Tutto ciò fa pensare a una sorta di finalismo. È come se l’essere umano fosse il fine ultimo della natura. Cioè è come se la natura fosse stata posta non tanto per se stessa, pur avendo in sé ogni ragion d’essere, quanto per qualcosa che alla fine l’avrebbe superata.

A questo punto vien quasi naturale pensare che non solo la Terra sia in funzione dell’uomo, ma anche l’intero universo. Al punto che il fatto stesso che l’universo sia esistito miliardi di anni prima della nascita dell’uomo non sta a significare nulla che possa mettere in discussione il primato assoluto dell’uomo.

Non esiste un vero primato della natura sull’uomo, poiché, se esistesse, noi, esattamente come le specie animali, non lo conosceremmo. Ci sarebbe e basta. Gli animali vivono istintivamente la loro dipendenza dalla natura e non la mettono certo in discussione.

Viceversa l’uomo è l’unico “animale” che prova nei confronti della natura un naturale senso di superiorità, relativa, certo, in quanto la natura è comunque il luogo in cui si deve vivere, ma reale, profondamente sentita.

Quindi questo significa che tutta la natura è stata posta in funzione dell’uomo, pur non avendo essa, per vivere, necessità alcuna dell’uomo. E ogni tentativo di far sentire l’uomo una piccola particella della natura contrasta decisamente col senso acuto della sua diversità, che è basata essenzialmente sulla consapevolezza di sé.

La cosa strana è che in natura non esiste alcun altro essere che abbia come l’uomo un grado così elevato di autoconsapevolezza. Se tale caratteristica fosse propria della natura, la si sarebbe dovuta constatare anche in altre specie animali.

Invece con tale caratteristica, che è tipicamente umana, in quanto attribuibile solo all’essere umano, la natura è riuscita ad andare ben al di là dei propri limiti.

Dunque non è facilmente spiegabile come sia potuto accadere che l’essere umano risulti nel contempo parte di un’evoluzione e indipendente da questa. È come se alla nascita dell’uomo abbiano concorso fattori indipendenti dalla natura terrestre.

Ora, se è vero – come vuole la religione – che tutto l’universo soffre le doglie del parto, allora questo significa che la Terra è un luogo di fecondazione e che l’essere umano svolge il ruolo di un feto e che il luogo in cui deve porsi come “neonato” probabilmente non è quello dell’universo, visibile ai nostri sensi.

Ecco perché sarebbe meglio parlare di “pluriversi”. Il fatto che per noi l’universo sia qualcosa di infinito non significa nulla di decisivo ai fini della nostra identità e del nostro destino: infatti con la nostra autocoscienza già ne vediamo il limite. Gli aspetti fisici della condizione in cui noi umani viviamo sono del tutto irrilevanti rispetto alla sensazione della nostra diversità.

Gli uomini anzi dovrebbero concentrare i loro sforzi più verso la salvaguardia della loro specie e del loro rapporto con la natura, che non verso la conoscenza delle leggi e delle caratteristiche dell’universo. Nessuna legge fisica o chimica o di altra natura è più complessa della coscienza umana.

L’unica cosa che veramente conta in tutto l’universo è che esistono degli esseri pensanti in grado, secondo varie modalità, di riprodursi all’infinito.

La riproduzione sembra essere così connaturata all’essenza dell’uomo che vien quasi da pensare che lo scopo supremo della natura sia proprio quello di permettere all’essere umano di riprodursi il più possibile. Nel passato la religione diceva che l’universo finirà quando gli uomini avranno raggiunto il numero delle stelle. Il che ingenuamente stava a significare che non si riteneva possibile un’assoluta infinità dell’universo.

L’essere umano è destinato essenzialmente a riprodursi e ogni forma riproduttiva non di tipo fisico (come p.es. quella intellettuale) risulta comunque essere una forma sublimata della riproduzione fisica, la quale, in ultima istanza, risulta essere decisiva ai fini della salvaguardia della specie.

È impossibile spiegare il motivo del primato di questa fisicità, che in parte lo condividiamo, come istinto, con gli animali, in parte no, in quanto accettiamo anche consapevolmente la riproduzione, sapendo di poterla evitare.

Una piccola dimostrazione di questo primato ci è data dal fatto che di tantissime popolazioni esistite nel passato non sappiamo quasi nulla, se non che si sono riprodotte fisicamente, permettendo a noi di esistere.

Se la riproduzione fisica non fosse alla base dell’esistenza umana, non ci sarebbe equivalenza tra i sessi, ma disparità. Tuttavia anche una riproduzione fisica non naturale può procurare delle disparità, come p.es. nei paesi poveri, dove si tende a privilegiare il maschio, o, al contrario, nei paesi ricchi, dove con la fecondazione artificiale si tende a considerare poco significativa la presenza maschile.

In generale dovremmo affermare che se la “produzione” fosse più importante della “riproduzione”, la differenza di genere potrebbe anche essere irrilevante: invece risulta essere decisiva. L’uomo e la donna sono fatti essenzialmente per riprodursi e qualunque tentativo di mettere in discussione questa realtà di fatto produce inevitabili disastri.

In particolare ciò che va salvaguardato è il fatto che nell’essere umano il processo riproduttivo non è meramente istintivo, come negli animali, ma supportato dalle leggi dell’attrazione psico-fisica e spirituale. La migliore e più sicura riproduzione è quella basata sull’amore reciproco. Optare per una riproduzione senza i presupposti dell’amore significa svilire la coscienza umana (cfr p.es. i matrimoni d’interesse), in quanto anche nell’animale, allo stato naturale, vi sono aspetti che riguardano l’attrazione.

Questo significa che la riproduzione dovrebbe avvenire nel rispetto di alcune fondamentali compatibilità: sicurezza personale, soddisfazione dei bisogni primari, parità dei sessi, possibilità di sviluppo del nascituro…

*

L’universo comunque non può non essere infinito. Avendo noi una coscienza la cui profondità è insondabile, è difficile pensare che al di fuori di noi possa esistere qualcosa di limitato. Non avremmo un luogo in cui vivere in maniera adeguata.

Semmai sono limitati i confini ontologici entro cui è possibile essere se stessi, per quanto nessuno possa conoscerne le forme e i modi. Cioè noi non possiamo sapere in anticipo tutti i modi in cui è possibile sperimentare la libertà, la verità di sé. Possiamo soltanto sapere che in ogni modalità devono per forza esistere dei confini al di là dei quali inizia a imporsi la schiavitù, la falsità.

L’universo quindi non deve apparirci infinito nel senso che se rifiutiamo una modalità d’esistenza, ci è sempre possibile sceglierne un’altra, appunto all’infinito. Libertà non è arbitrio, ma è solo facoltà di scelta e soprattutto è esperienza, personale e collettiva, del bene, della verità.

Noi dobbiamo abituarci all’idea che il rispetto della libertà altrui non è un limite alla propria, ma una condizione fondamentale della nostra verità. Una libertà personale che pensasse soltanto a essere libera, sarebbe falsa. Rispetto delle regole non vuol dire che le regole meritano solo rispetto, ma che per cambiarle occorre rispettare la libertà altrui.

La natura e il suo fardello insopportabile

Chi pretende d’avere un rapporto di dominio nei confronti della natura, va emarginato, anzi rieducato, obbligandolo a rimediare ai propri errori. La punizione migliore è sempre quella del contrappasso, finalizzata non a una condanna eterna, come nell’Inferno dantesco, ma a una riabilitazione.

Spesso i migliori custodi della verità sono proprio quelli che si sono pentiti d’essere stati per molto tempo i cultori della falsità. Le persone moralmente più sane sono quelle uscite dalla criminalità organizzata, dalla tossicodipendenza, dal carcere, dalla violenza gratuita, dall’odio religioso, etnico o razziale… E così forse può essere nei confronti della natura: bisogna rivedere, molto criticamente, i nostri criteri di dominanza, di soggiogamento.

È ora di finirla di far credere (soprattutto ai giovani) che, prima della nascita della borghesia, la natura era avvertita in maniera ostile, con paura e angoscia. Se la natura era avvertita così, ciò dipendeva dai rapporti di sfruttamento che imponevano i proprietari terrieri ai loro servi della gleba. Dipendeva cioè dal fatto che si aveva poca terra con cui sfamare la propria famiglia o poco tempo da dedicarle, in quanto si era soggetti a delle corvées di tipo padronale.

Anche solo avendo una vanga e una zappa, l’atteggiamento istintivo che un agricoltore può nutrire nei confronti della terra è quello della gratitudine. Sono i rapporti sociali antagonistici, quelli che lo mandano in rovina se si indebita o che lo fanno invecchiare presto se è costretto a passare tutto il suo tempo sui campi, che lo portano a considerare la natura una matrigna.

Di per sé il contadino non è un fatalista nei confronti della natura, poiché ne conosce i segreti che gli sono stati rivelati dalle generazioni passate. Il fatto di non volerla violentare con l’uso di macchinari pesanti, di concimi chimici, di colture ritenute più redditizie di altre, non doveva e non deve ancora oggi essere considerato come un limite della sua personalità, come un difetto della sua cultura.

La necessità di modificare i ritmi della natura e persino le sue leggi, va considerata come un’aberrazione, non come una forma di progresso. Un approccio meramente strumentale e utilitaristico nei confronti della natura ha come conseguenza sempre la stessa cosa: la desertificazione.

Il peggior nemico della natura è sempre stato l’uomo, e sappiamo anche a partire da quale momento: da quando è diventato il principale nemico di se stesso. L’uomo che odia il proprio simile inevitabilmente finisce con l’odiare anche la natura.

Dobbiamo smetterla di considerare “scientifico” solo l’atteggiamento che ha inaugurato la borghesia nei confronti della natura. Anche quello contadino era scientifico, anzi lo era molto di più, perché frutto di una cultura ancestrale, quella appunto che considerava l’uomo un ente di natura. La conoscenza che i contadini avevano dei segreti della natura (per esempio quella delle proprietà terapeutiche delle erbe) è stata rubata dalla borghesia, poi è stata usata per esigenze di mero profitto, e infine è stata stravolta, poiché di tutte quelle conoscenze ancestrali si sono ritenute soltanto quelle che potevano essere meglio sfruttate.

La natura non è un bene che va sfruttato. La natura può essere solo utilizzata e ciò può avvenire solo rispettando le sue esigenze riproduttive. Qualunque reato compiuto nei confronti della natura andrebbe considerato particolarmente grave, proprio perché va a incidere sui destini di intere collettività. Le violenze contro la natura dovrebbero essere paragonate ai casi di genocidio o alle conseguenze che provocano le armi di sterminio di massa.

La borghesia dileggiava i contadini quando nei confronti della natura avevano un atteggiamento religioso, quando cercavano di propiziarsela usando dei riti magici. Oggi cosa dobbiamo sperare che faccia la natura per liberarsi di questo fardello insopportabile?

La natura e il suo becchino

Il fatto che l’essere umano sia l’unico ente di natura in grado di dominare la stessa natura è poco spiegabile. Sarebbe come se gli uomini creassero delle macchine che, ad un certo punto, per qualche motivo, si rifiutassero di eseguire i loro ordini. Giusto nei film di fantascienza. Se ciò nella realtà fosse possibile, sarebbe stato meglio rimanere alla zappa e alla vanga: non ci piace davvero perdere tempo e tanto meno avere spiacevoli sorprese dalle nostre fatiche, anche se, quando capitano, facciamo di tutto per farle pagare agli altri. O forse avremmo smesso di creare macchine, perché queste stesse, giunte a un grado pericolosissimo di sofisticazione, ci avrebbero fatti fuori, com’è successo a Chernobyl, a Fukushima e in altri posti ancora.

Certo una macchina si può guastare, ma pensiamo che possa sempre essere riparata (anche se oggi cominciamo a nutrire dei dubbi col nucleare di mezzo), e quando viene definitivamente dismessa, è perché è stata sostituita da un’altra, ancora più funzionale e sicura. Almeno così crediamo. In un primo momento infatti siamo convinti che i pro siano di molto superiori ai contro. Da tempo sappiamo che ogni macchina ha effetti positivi e negativi, ma di quelli veramente negativi ci accorgiamo sempre troppo tardi. Questo perché viviamo nel mondo dei sogni, nell’illusione di poter dominare la natura in ogni suo aspetto, senza controindicazioni rilevanti.

Chi ha la mia età si ricorda benissimo quando si scriveva con la cannetta e l’inchiostro o con la stilografica. Ci si sporcava, si aveva bisogno della carta assorbente o bisognava aspettare che le parole si asciugassero, magari aiutate dal nostro alito, ma il vantaggio era che il tutto costava molto poco, non solo per le boccette d’inchiostro ma soprattutto perché le penne erano ricaricabili. Poi venne la comodità della biro di plastica, che però non è ricaricabile, non è biodegradabile, non è riciclabile e per la natura fu un inferno.

Dunque la natura avrebbe creato un soggetto che le può sfuggire di mano in qualunque momento, e che anzi le può fare dei danni addirittura irreparabili (come p.es. le desertificazioni o le contaminazioni radioattive, ma anche talune forme d’inquinamento fisico-chimico).

Diciamo che questo potere devastante l’uomo l’ha manifestato soprattutto negli ultimi due secoli, cioè da quando la rivoluzione industriale, grazie al capitalismo (ma il socialismo reale non ha fatto certo di meglio), s’è imposta, in maniera diretta o indiretta, su quasi tutto il pianeta.

Ora, come si spiega che la natura sia stata così ingenua da creare il proprio becchino? Qui delle due l’una: o la natura possiede meccanismi di autodifesa che noi non conosciamo, oppure l’essere umano ha un’origine che non è semplicemente “naturale” o “terrena”.

Indubbiamente noi siamo nati su questa Terra dopo che la natura s’era formata, la quale quindi, per esistere, non aveva alcun bisogno di noi. Eppure da quando noi esistiamo, la Terra ha subìto sconvolgimenti epocali, molti dei quali del tutto irreversibili. Lo spazio vitale in cui poter vivere in tranquillità si sta riducendo drasticamente.

Cosa voglia dire questo, in prospettiva, resta un mistero. Certamente noi non possiamo andare avanti con questi ritmi di devastazione ambientale. Abbiamo creduto per troppo tempo che non vi fosse alcun limite al saccheggio o all’uso indiscriminato delle risorse naturali.

Il problema è che l’essere umano non può vivere senza natura. Nel passato non esisteva neppure il rischio di una scomparsa del genere umano per motivi ambientali, anche se indubbiamente i deserti che abbiamo creato con le nostre deforestazioni, da un pezzo ci fanno capire quanto siamo scriteriati.

Oggi questo rischio è sempre più prossimo. Quanto più distruggiamo la natura, tanto più ammaliamo noi stessi, minacciamo la nostra esistenza, mortifichiamo le nostre identità. E al momento non si può certo dire che siamo pronti per trasferirci su altri pianeti.

Se l’economia non si sottomette all’ecologia, per noi è finita. Se i nostri criteri produttivi non si sottomettono a quelli riproduttivi della natura, finiremo con l’autodistruggerci. Non possiamo porre la natura nelle condizioni di sperare che il genere umano scompaia dalla faccia della Terra. Dobbiamo elaborare quanto meno delle leggi in cui venga dichiarato che un crimine contro la natura è un crimine contro l’umanità, per il quale si deve scontare la pena finché non si è risarcito il danno.

Natura innaturale

Se vivessimo in una civiltà naturale e non del tutto artificiale come la nostra, segnata, espressamente, dall’antagonismo sociale, forse potremmo anche dire che le produzioni umane sono tutte naturali, essendo l’uomo “un ente di natura”.

Oggi però siamo costretti a sostenere il contrario, e cioè che nelle civiltà antagonistiche non vi è nulla di naturale, in “alcuna” produzione umana. Infatti siamo talmente abituati all'”artificiale” che non riusciamo neppure a capire che cosa sia il “naturale”.

È assurdo pensare che la natura non abbia il diritto di sentirsi del tutto indipendente dall’uomo solo perché l’uomo ne rappresenta l’autoconsapevolezza. La natura ha leggi che non abbiamo creato noi, anche se noi riusciamo a comprenderle sempre meglio e persino a riprodurle. L’uomo vi si dovrebbe attenere assai scrupolosamente, proprio perché una qualunque loro violazione si ritorcerebbe anche contro di sé.

Non sono “simbolizzazioni di relazioni”, le leggi della natura, bensì fenomeni reali e oggettivi, per cui, stante un certo contesto di spazio e tempo, la mela continuerà a caderci sulla testa per omnia saecula saeculorum.

Che l’uomo non sia solo un ente di natura ma un qualcosa di più, non significa affatto ch’egli sia autorizzato a non mettere in pratica le leggi della natura. Proprio perché siamo qualcosa di più, dovrebbe esserci più facile rispettarle. Purtroppo invece siamo l’unico ente di natura che non vuole farlo. Le abbiamo rispettate per milioni di anni, ma da quando sono nate le civiltà antagonistiche (a partire da quella schiavistica) abbiamo smesso di comportarci in maniera naturale e quindi umana, e i danni che ciò ci procura, essendo aumentata progressivamente l’efficienza dei nostri mezzi produttivi, sono sempre più alti, tanto che appaiono in molti casi irreversibili (p.es. le desertificazioni provocate dai disboscamenti o i disastri nucleari o chimici).

Quando parliamo di natura dobbiamo intendere quella del nostro pianeta, in cui al momento dobbiamo necessariamente vivere, in quanto una nostra esistenza in un altro contesto dell’universo, al momento, è impensabile. Se ragioniamo in astratto sul concetto di natura, arriveremo alla fine a considerare del tutto naturale trapiantare un embrione umano nel ventre d’un maiale o d’una scimmia, visto che hanno il Dna quasi simile al nostro, nella convinzione che il nascituro avrebbe sicuramente caratteristiche del tutto umane.

E in ogni caso, il fatto che esista un universo infinitamente più grande del nostro pianeta non ci autorizza a usare il nostro pianeta come un mero oggetto da sfruttare e da buttare quando non ci servirà più. Anche perché se non saremo in grado di rispettare le leggi della natura su questo pianeta, di sicuro non sapremo farlo, in futuro, su nessun altro pianeta, per cui, stante l’attuale situazione e dando per scontata un’impossibile inversione di rotta, forse sarebbe meglio che la nostra specie scomparisse definitivamente dalla faccia della Terra e di tutto l’universo. Già adesso abbiamo trasformato in una vergognosa spazzatura lo spazio che circonda il nostro pianeta (coi satelliti dismessi). Ci stiamo comportando peggio di una mina vagante.

Qual è il limite delle azioni umane? Quello di sapersi porre dei limiti invalicabili, oltre i quali non vi è più nulla né di umano né di naturale. Dovevamo per forza scindere l’atomo? E per produrre cosa? Un’energia dagli effetti incontrollabili e dalle conseguenze irreparabili? Ne avevamo assolutamente bisogno per vivere meglio? Gli scienziati possono forse trincerarsi dietro l’apparente neutralità delle loro ricerche, senza doversi mai chiedere in che modo esse potranno essere applicate?

Non credere nelle leggi oggettive della natura significa permettere all’uomo di compiere qualunque cosa, nell’ingenua convinzione ch’egli non arriverà mai a distruggere se stesso. Quando un’azione umana sbagliata viene compensata da un’altra azione che ne limita gli effetti negativi, ciò accade proprio perché esistono delle leggi di natura che ci spingono a correggerci, a cercare di recuperare gli equilibri perduti, poiché, se dipendesse esclusivamente da noi, probabilmente a quest’ora ci saremmo già autodistrutti (le rovine delle passate civiltà antagonistiche sono lì a dimostrarlo).

Le leggi della natura possono essere vissute in due modi: istintivamente e consapevolmente. Gli animali lo fanno, o meglio, vorrebbero farlo istintivamente, ma ne sono impediti dagli uomini, che con la loro “consapevolezza” rendono impossibile anche ciò che dovrebbe essere considerato semplicemente “naturale”.

Si noti questo fatto scontato: la base dell’evoluzione degli animali non è l’antagonismo all’interno di una medesima specie, ma tra specie diverse. Ebbene il ghepardo sta scomparendo, ma nessun leone ha mai cacciato il ghepardo. Chiediamoci dunque: sul destino di questo animale quanto ha influito il nostro comportamento?

Anche la base dell’evoluzione umana non è mai stata l’antagonismo, almeno fino a quando non si sono formate le cosiddette “civiltà”, cioè circa seimila anni fa, che è un nulla rispetto al periodo del comunismo primitivo. La base positiva dell’evoluzione umana è stata semmai la “contraddizione”, cioè la necessità di adeguare il proprio stile di vita a esigenze ambientali che mutano di continuo. Ma quando questa necessità gli uomini se la vedono imporre da altri uomini, allora si sono già introdotti elementi di grave conflitto. La natura comincia a diventare “matrigna” per l’uomo quando già vige il principio homo homini lupus.

Laddove vige questo principio, tutte le civiltà vanno considerate “artificiali”, cioè non conformi a natura, e lo si capisce da fenomeni assurdi come l’urbanizzazione massiva (che spersonalizza), l’automazione del lavoro (che toglie la creatività), la burocratizzazione amministrativa (che fagocita e deresponsabilizza), la militarizzazione dell’ordine pubblico (che mina la libertà personale), l’ideologizzazione degli Stati (che viola la libertà di coscienza), la separazione del lavoratore dai mezzi di lavoro (che schiavizza e aliena), ecc.

Il genere umano ha potuto continuare con questo trend innaturale proprio perché davanti a sé ha avuto la fortuna d’avere un pianeta immenso. Ma adesso i nodi stanno venendo al pettine. E cercare di difendersi da questo destino in maniera superficiale non servirà a nulla. Oggi per es. nei paesi occidentali si parla di “riciclare” per non “inquinare”. Ma qualunque riutilizzo di materiali artificiali (chimico-fisici) non andrà mai esente dall’inquinamento. Possiamo anche comprare una pila ricaricabile, ma quando essa non lo sarà più, poiché ogni cosa ha un inizio e una fine, noi avremo comunque lasciato all’ambiente un oggetto altamente inquinabile.

Per essere sicuri al 100% di non produrre inquinamento, noi dovremmo utilizzare ciò che la natura stessa ci mette a disposizione: pietra, legno, fibre vegetali, piante, fiori, frutta, radici, bacche, tuberi, alghe, pesci e animali d’ogni genere.

Forse pochi sanno come si pianta un albicocco. Bisogna innestarlo in un’altra pianta, detta “mirabolano”, affinché cresca in fretta e stia basso di statura per favorire la raccolta. Quanto tempo dura un albicocco del genere rispetto a uno normale? Tre-quattro volte di meno e produce anche molto meno. Ma le esigenze del mercato vogliono questo. Poi quando il mercato preferisce le albicocche della Spagna o del Maghreb perché costano meno, l’agricoltore è costretto a piantare kiwi, poi quando tutti gli agricoltori piantano kiwi, il prezzo si abbassa spaventosamente, e allora si buttano giù tutti i frutteti e si produce erba spagna, che dà pochissimo reddito, ma non richiede quasi nessuna lavorazione. Questo per dire che in occidente non solo non esiste più la natura e l’autoconsumo, ma neppure l’agricoltura capitalistica è davvero vantaggiosa.

Indubbiamente il nostro impatto sulla natura è inevitabile, ma il segreto per non violarla sta appunto nel rispettarne le leggi, la prima delle quali è l’autoconservazione, ovvero la possibilità di riprodursi agevolmente, che non può certamente valere solo per gli umani. Noi dovremmo essere i “custodi” della natura: invece ne siamo i “carnefici”. Ma chi si farà più male quando le calotte polari si scioglieranno in seguito all’effetto serra: noi o la natura? La natura ha davvero bisogno di noi o può farne tranquillamente a meno? Quanti anni ha il nostro pianeta e quanti ne abbiamo noi umani?

Ormai, a causa nostra, l’unico problema sembra essere diventato questo: la natura riuscirà un giorno a trovare in sé sufficiente forza per sbarazzarsi di un fardello insopportabile come il genere umano, prima che questo le impedisca definitivamente di reagire alla violenza che le viene arrecata? Oppure dobbiamo pensare che quando l’uomo impedirà alla natura di compiere qualunque reazione ai disastri ch’egli avrà procurato, quello sarà il segnale che al genere umano resterà ancora poco tempo per continuare a esistere? Possiamo pensare a un’esistenza senza la natura (come p.es. quella degli astronauti)?

La natura non è una madre che ci permette di usare i balocchi finché ci pare. Quando smettiamo di usarli, ci chiede dove li abbiamo messi.

Uomo e natura possono coesistere?

A ben pensarci, se davvero l’uomo è al centro dell’universo, allora bisogna dire che questo microcosmo contiene tutto il macrocosmo. Ma se è così, noi non dovremmo lasciarci condizionare da elementi che distraggono la nostra formazione e lo sviluppo della nostra personalità, cioè dovremmo concentrarci sugli aspetti più significativi riguardanti la libertà di coscienza e i valori umani.

Se noi davvero siamo un condensato dell’universo, una sua mirabile sintesi, dovremmo focalizzare la nostra attenzione sull’interiorità o, quanto meno, dovremmo eliminare tutti quegli aspetti esteriori che c’impediscono dall’approfondire i nostri aspetti più spirituali. La politica dovrebbe servire per sviluppare l’etica, non per eluderla.

La stessa scienza, quando deforma in maniera irreparabile l’ambiente in cui dovremmo vivere, non serve a nulla per lo sviluppo dell’interiorità. L’uomo è un ente di natura, che ha bisogno di una natura incontaminata per vivere. Cioè possiamo servirci della natura, ma solo a condizione di permetterle di riprodursi agevolmente. Se la natura fosse al nostro completo servizio, sarebbe dovuta apparire non prima ma dopo di noi.

Noi abbiamo bisogno, per sviluppare l’umanità che è in noi, di un ambiente in cui gli elementi che noi costruiamo si possano definire “naturali”. Possiamo vivere senza natura, in ambienti del tutto artificiali? Siamo sicuri che in questi ambienti la libertà di coscienza e i valori umani si sviluppino al meglio? Fino ad oggi i fatti hanno dimostrato il contrario. Anzi, i guasti procurati da questo nostro atteggiamento di superiorità e, in fondo, di arroganza, sono diventati col tempo irreversibili, irrisolvibili.

Nelle nostre azioni arbitrarie esiste un punto di non ritorno, che produce soltanto desertificazioni. Non possiamo lasciarci schiavizzare da concezioni del tutto sbagliate che i nostri avi hanno avuto riguardo ai rapporti tra uomo e natura. Dobbiamo avere il coraggio di spezzare la catena che ci lega a un passato che ha fatto il suo tempo.

Uomo e animale nel rapporto con la natura

È assurdo pensare che l’uomo si sia “evoluto” dall’animale sotto il diretto influsso del lavoro. Anche gli animali “lavorano”, e non solo quando cacciano o si procurano il cibo, ma anche quando si fanno le abitazioni o quando convivono con altri animali in un rapporto di mutuo vantaggio, o quando si sentono impegnati collettivamente (ognuno con la propria mansione) a realizzare un progetto comune, oppure quando migrano da un continente all’altro, o addirittura quando fanno da supporto a esigenze umane.

Si potrebbero fare migliaia di esempi con cui dimostrare che tutti gli animali, in un modo o nell’altro, “lavorano”, e tutti usando oggetti della natura, che possono anche essere trasformati radicalmente rispetto al loro scopo originario (si pensi p.es. al castoro, quando fa le sue dighe o all’ape quando produce il miele).

E non si può neppure dire che la differenza tra animale e uomo sta nel fatto che l’uomo compie consapevolmente ciò che l’animale fa per istinto. Gli animali, esattamente come l’uomo, hanno il problema di adattarsi all’ambiente che trovano. Tutti devono ingegnarsi a trovare le soluzioni per sopravvivere: la tigre siberiana non ha certamente gli stessi problemi di adattamento della tigre di Sumatra, anche se entrambe rischiano, per colpa dell’uomo, l’estinzione. Tutti hanno armi di difesa e di attacco e tutti hanno l’intelligenza sufficiente per usarle, ammesso che l’uomo non sconvolga l’habitat in cui si vive.

Chi ritiene inoltre che l’uomo si differenzia dall’animale proprio perché, perfezionando sempre più i propri strumenti lavorativi, ha potuto liberarsi da una stretta dipendenza dalla natura, non si rende conto che è questa stessa dipendenza che rende “umano” l’uomo. Pretendere di “emanciparsi” dai vincoli naturali, in forza della propria intelligenza, non rende l’uomo migliore degli animali, ma peggiore.

La differenza tra il tipo di lavoro umano e quello animale, non è qualitativa ma quantitativa. Nel senso cioè che l’uomo ha la possibilità di compiere modificazioni radicali, anche irreversibili, che rendono impossibile l’esistenza in determinati ambienti. Spesso anzi nei deserti che l’uomo ha creato (dovuti a disboscamenti, contaminazioni nucleari o inquinamenti chimici o petroliferi), gli unici a poter sopravvivere, in quegli ambienti limite, sono soltanto pochi animali.

Il lavoro non è la condizione prima e fondamentale della vita umana che ci distingue dal mondo animale, poiché su questo pianeta tutti lavorano; anzi, semmai sono taluni esseri umani che vogliono vivere senza lavorare. E se questo lavoro dobbiamo concepirlo come un’attività finalizzata a “dominare” la natura, allora dobbiamo dire che gli animali sono più “naturali” dell’essere umano e che quindi “lavorano” meglio. Dobbiamo smetterla di concepire la natura come una risorsa di cui possiamo fare ciò che vogliamo.

L’obiettivo degli uomini non è quello di far progredire la produzione utilizzando al massimo le risorse naturali presenti nell’ambiente; anche perché, se davvero questo fosse il loro obiettivo, si sentirebbero inevitabilmente costretti a sostituire, vedendole esaurirsi in poco tempo le proprie risorse con quelle altrui. Il nostro compito è quello di trovare un rapporto equilibrato con la natura, e questo non è possibile se le nostre esigenze produttive vengono considerate superiori a quelle riproduttive della stessa natura.

Non ha alcun senso sostenere che compito dell’uomo è “dominare la natura”, e poi meravigliarsi se alcune popolazioni che, ad un certo punto, s’accorgono d’essere a corto di risorse naturali, pretendono di “dominare” altre popolazioni. I conflitti sociali hanno una loro motivazione anche nel conflitto esistente tra uomo e natura.

Il socialismo non potrà mai essere un’alternativa al capitalismo se anzitutto non rimette in discussione questo primato ingiustificato dell’uomo sulla natura. Non è sufficiente sostituire una classe dominante con un’altra, non basta rimpiazzare la proprietà privata dei mezzi produttivi con quella pubblica.

Certo, se è vero che non ha alcun senso addebitare a fenomeni naturali le cause del malessere sociale, è però anche vero che se gli antagonismi non vengono risolti in maniera “naturale”, gli uomini saranno continuamente indotti a vedere la natura come una “matrigna”, e questa si difenderà come può dalla loro arroganza.

Ciò che differenzia l’uomo dall’animale è qualcosa che non si vede: è la libertà di coscienza. Noi dobbiamo essere “naturali” non perché la natura ce lo impone, ma perché sappiamo che questo è l’unico modo per essere umani.

Produzione e riproduzione

Chi non si fa determinare dai ritmi e dalle leggi della natura è perché dal punto di vista sociale vuole imporre un modus vivendi di tipo individualistico, contro le leggi vigenti di un determinato collettivo.

Tale modus vivendi può anche essere quello di un gruppo minoritario contro uno maggioritario. Lo scontro può avvenire sulla base del fatto che il gruppo minoritario tende a puntare la sua attenzione su aspetti di tipo artificiale, come p.es. lo sviluppo della scienza e della tecnica, in modo da acquisire una supremazia a livello produttivo o una apparente minore dipendenza dalle leggi di natura.

Si tratta di un’indipendenza solo apparente sia perché, ad un certo punto, il gruppo minoritario, per sostenere i suoi livelli artificiali di vita, ha bisogno di saccheggiare le risorse altrui, sia perché la natura tende a riprendersi ciò che le appartiene e che le permette di riprodursi. Una qualunque violazione alla sua capacità riproduttiva si ripercuote sulla capacità riproduttiva degli esseri umani: di qui p.es. la proliferazione dei deserti.

Il nostro modello di sviluppo non funziona non solo o non tanto perché di tipo capitalistico, quanto perché esso non è in alcun modo conforme alle leggi della natura. Non basta affermare la proprietà sociale dei mezzi produttivi, bisogna anche riformulare in toto il concetto di sviluppo, quindi anzitutto i concetti di produzione e di mezzi produttivi.

Un mezzo è “produttivo” quando non ostacola il processo “riproduttivo” della natura. Qualunque comodità o agevolazione che l’uomo può andare a ricercare con la propria intelligenza creativa, deve risultare compatibile non solo col modus vivendi dei propri simili, ma anche con quello tradizionale della natura.

Cinque o sei sensi?

Quanto ci possono ingannare i sensi? In sé non c’ingannano affatto. La natura non “inganna” mai l’uomo. Se io vedo un cucchiaio spezzato in un bicchier d’acqua, sono perplesso o stupìto, non ingannato. Gli uomini possono essere ingannati solo da altri esseri umani. Al massimo la natura c’invita a conoscerla meglio, proprio perché la sua complessità è infinita. Anzi, poiché noi stessi ci sentiamo infinitamente complessi, ci piace immaginarci d’avere a che fare con un ambiente adatto a noi.

I misteri della natura non ci fanno paura: anzi ci affascinano, ci intrigano. Dobbiamo solo stare attenti, quando li indaghiamo, a non approfittare delle nostre conoscenze per fare della natura una domestica al nostro servizio. Dobbiamo permettere alla natura di rimanere integra, di riprodursi in tutta sicurezza, di agire autonomamente rispetto alla nostra volontà di trasformare le cose, altrimenti, insieme ai suoi misteri, perderemo anche i nostri e diventeremo vuoti e aridi.

Poiché siamo esseri intelligenti, salvo quando ci comportiamo in maniera egocentrica, dovremmo arrivare ad ammettere che esistono dei misteri per noi insondabili, i quali non costituiscono affatto un limite alle caratteristiche della nostra umanizzazione, ma anzi una risorsa.

Misteri insondabili per noi sono l’origine dell’universo, il significato di tutte le leggi che lo governano, il destino del nostro pianeta all’interno dell’universo, e cose del genere. Se avessimo la percezione di non poter mai essere ingannati dalla natura, non dovremmo farci prendere dal panico quando di fronte a noi avviene un fenomeno come la morte.

Certo, la morte di chi amiamo ci sconvolge, ma confidiamo che la natura, in un modo o nell’altro, lenirà il nostro dolore. Chi ci considera cinici perché della morte non facciamo una tragedia, non capisce che la natura è non meno importante dell’essere umano. La natura ha delle ragioni che la nostra ragione non è in grado di comprendere perfettamente, ma non per questo dobbiamo sentirci amareggiati o delusi. Noi abbiamo fiducia che la natura, presto o tardi, ci svelerà tutti i suoi principali segreti, proprio perché considera l’essere umano il suo bene più prezioso.

Chi antepone alle ragioni della natura le proprie ragioni, non si rende conto che dovrebbe addebitare soltanto a se stesso le ragioni della propria infelicità. Se la vita c’impedisce di realizzare i nostri desideri, non è certo colpa della natura, ma soltanto di chi fa cose innaturali e di chi glielo permette. Chi non riesce a comprendere questo, si legga Il fanciullino del Pascoli.

Ma c’è di più. Se fossimo condizionati meno dai problemi che ci creiamo e più dalle caratteristiche della natura, ci accorgeremmo che i cinque sensi servono solo per percepire i fenomeni materiali o fisici della natura. In realtà la percezione dei “misteri della natura” è cosa che appartiene al cosiddetto “sesto senso”, che è una sorta d’inspiegabile intuito, qualcosa di umanamente poco definibile. Riusciamo forse a dare una definizione esatta della libertà di coscienza? No, eppure essa è il bene più prezioso che abbiamo e certamente non avvertiamo di possederla grazie ai cinque sensi.

Per vivere in pace con se stessi e con l’intero universo, dovremmo darci un motto molto semplice: l’uomo è tanto più umano quanto più è naturale: qualunque violenza fatta alla natura è una violenza fatta a noi stessi.

Uomo e natura: la soluzione finale

Perché la natura, nel nostro pianeta, conserva tratti così spaventosi come le eruzioni vulcaniche, che fanno somigliare la Terra a una stella raffreddatasi soltanto in superficie e che la rendono molto diversa p.es. dalla placida Luna? Vien quasi da pensare che il nostro destino non sia quello di vivere un’esistenza meramente terrestre, proprio perché abbiamo a che fare con un pianeta soggetto a mutazioni sconvolgenti, del tutto imprevedibili e assolutamente irreversibili. Nessun altro pianeta, a quanto sappiamo, può essere, anche solo lontanamente, paragonato al nostro, soprattutto in rapporto alla varietà delle condizioni di abitabilità.

In attesa di metterci, come Noè, nell’ordine di idee che, presto o tardi, saremo costretti a traslocare in altri lidi, dovremmo intanto, e quanto meno, disabituarci all’idea di poter avere delle sicurezze che prescindono dalle fondamentali caratteristiche della natura sul nostro pianeta, di cui la principale è appunto l’instabilità, cioè il fatto che la materia possiede un’energia che l’essere umano non è in grado di controllare come vorrebbe, e probabilmente non vi riuscirà mai.

Nella sua profonda complessità, la natura ha una potenzialità che, in ultima istanza, ci sfugge. Tuttavia questo per noi è una garanzia, non un limite. Se noi non fossimo così insicuri a causa dell’antagonismo sociale, non vedremmo l’instabilità della natura come un pericolo, ma come l’espressione di una diversità irriducibile, che non possiamo controllare a nostro piacimento. Noi avvertiamo la natura come un nemico perché siamo nemici di noi stessi.

Tutto quanto la natura fa di “pericoloso” (o che a noi sembra tale), o è stato provocato da noi stessi, agendo in maniera irresponsabile sui suoi processi riproduttivi, oppure si tratta soltanto di semplici manifestazioni naturali della materia, che noi consideriamo innaturali solo perché da seimila anni abbiamo scelto di avere con la natura un rapporto egemonico, conflittuale.

Noi non sappiamo più esattamente cosa sia la natura, proprio perché abbiamo interposto nel rapporto con essa degli elementi del tutto artificiosi, che vanno a incidere, irreversibilmente, sui processi generativi e riproduttivi della stessa natura.

Finché questa interferenza restava circoscritta a determinate aree geografiche e popolazioni, i danni non superavano l’ambito locale e regionale; ma oggi i danni sono planetari, sempre più gravi e apparentemente irrisolvibili, in quanto ogni tentativo di soluzione che parta dall’antagonismo sociale è destinato a non produrre alcun rimedio significativo. Questo per dire che il genere umano è diventato il pericolo numero uno per la sopravvivenza del pianeta.

Per risolvere questo problema, di proporzioni gigantesche, non c’è altro modo che superare il principio che i latini chiamavano bellum omnium contra omnes, determinato dalla proprietà privata dei mezzi produttivi, tutelata dallo Stato.

Le istituzioni non sono assolutamente in grado non solo di risolvere questo problema, ma neppure di porselo come obiettivo. Se la società non recupera la sua indipendenza nei confronti dello Stato, dimostrando che può fare a meno di qualunque organo istituzionale, e se all’interno della società civile non si pongono le condizioni per cui il benessere individuale abbia un senso solo all’interno del benessere collettivo, l’esistenza del genere umano su questo pianeta non ha alcuna ragion d’essere.

Non saranno certamente le popolazioni abituate a vivere in maniera conflittuale ad avere il diritto di popolare l’universo. Quello che abbiamo creato negli ultimi seimila anni non va considerato come una parentesi nell’evoluzione del genere umano, ma come una sorta di “soluzione finale”, un punto di non ritorno.

L’uomo teleologico

Il fine ultimo dell’essere umano è quello che vivere un’esistenza equilibrata, secondo natura. Gli eccessi vanno sempre evitati, in quanto indice d’immaturità.

Forse qualcuno può pensare che l’esistenza della morte può di per sé giustificare la realtà degli eccessi. Tuttavia, il fatto stesso che non si concepisca la morte come una componente fondamentale dell’equilibrio, è già di per sé indice di una deviazione dalla normalità.

Ritenersi assolutamente più importanti della natura, al punto di voler negare l’evidenza dei fatti, e cioè che il processo della vita include quello della morte, è una caratteristica dominante della cultura occidentale. L’uomo occidentale tende a sopravvalutare la propria importanza e a sottovalutare quella della natura.

Il problema è che la ricerca dell’equilibrio difficilmente può essere fatta in una società in cui l’eccesso è stato innalzato a sistema. In tale società ci s’illude di raggiungere l’equilibrio con l’atteggiamento della rassegnazione. Essere equilibrati non significa altro che accettare supinamente la forza degli eccessi. In questo le donne sono maestre, proprio perché devono continuamente sopportare l’egocentrismo maschile.

La rassegnazione era la posizione dei filosofi stoici del mondo classico, i quali, mentre nella vita privata non avevano vizi e conducevano un’esistenza esemplare, sul piano pubblico invece si guardavano bene dal contestare lo schiavismo e la dittatura imperiale. I filosofi erano “equilibrati” semplicemente perché non mettevano in discussione gli antagonismi sociali del loro tempo.

Questo per dire che gli eccessi possono essere superati solo da chi li subisce. Quando gli uomini dimostrano di possedere l’intelligenza e la forza di volontà per superare gli eccessi, ecco che allora si passa da una forma di civiltà a un’altra.

Queste cose, nella storia, avvengono piuttosto raramente. Molto più spesso infatti si verificano i fallimenti dei tentativi per superare le contraddizioni antagonistiche.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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