Pena e pentimento, vendetta e perdono

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Nessuno potrà mai dire a qualcuno: “Toglimi la coscienza”. La coscienza può essere manipolata, ingannata, circuita, sedotta, ma non può essere in alcun modo eliminata. Neppure la morte, che è solo trasformazione della materia in altra materia, lo può.

La coscienza è l’autoconsapevolezza della materia. Il luogo in cui può esprimersi è appunto quello della materia, e può farlo in vari modi: coi sensi, i sentimenti, l’istinto, la ragione, la parola, il silenzio… Noi siamo destinati a sviluppare la nostra coscienza, per cui, anche nel caso in cui avessimo commesso delitti orrendi, i più spaventosi che si possano immaginare, l’unico modo per stare in pace con la propria coscienza, è pentirsene.

Non è vero che l’angoscia viene quando si prende coscienza della propria colpa, quando ci viene chiesto di ammetterla pubblicamente, quando ci si pente del delitto, del crimine, del reato compiuto. Al contrario, l’angoscia è tanto più forte quanto più sale nella collettività il livello di coscienza del senso di umanità che si deve rispettare. Tardare l’autocritica, il proprio pentimento, al cospetto di una società il cui livello di moralità è in costante aumento, significa soltanto illudersi di poterla fare franca, significa perdere tempo con lo sviluppo della propria coscienza, significa rischiare inutilmente la propria emarginazione.

Se il livello di moralità cresce, la società saprà perdonare i propri carnefici. Se i carnefici non si pentono o non trovano motivo per farlo, significa che il livello di moralità è ancora molto basso. E se è molto basso, non vi è poi tanta differenza tra vittime e carnefici. Sono le vittime, i loro parenti e i loro figli che, rinunciando alla vendetta, al rancore, all’odio personale, devono alzare il livello di moralità di una società, proprio per indurre i colpevoli a pentirsi.

Se un colpevole avverte che la società sarà in grado di perdonarlo, più facilmente egli sarà indotto a pentirsi, a dire la verità delle cose. Chi si pente può risparmiarsi la punizione prevista dalle leggi, che è sempre irrisoria a confronto di quella che il colpevole dà alla propria coscienza non pentendosi. Le punizioni andrebbero date soltanto a chi non si pente, ma contestualmente ai tentativi, reiterati, di indurlo a pentirsi, proprio per risparmiargli il carcere o altre pene.

Bisogna anzi fare attenzione a non esagerare con le pene, poiché quelle troppo dure o che si protraggono eccessivamente nel tempo, possono diventare un alibi per non pentirsi. Stando in isolamento carcerario, il detenuto non si sente più colpevole ma vittima di un sistema che vuole esercitare la sua vendetta su di lui. Dunque perché pentirsi quando il carceriere non manifesta alcuna umanità?

Il carcere dovrebbe avere una funzione transitoria, momentanea, da utilizzarsi per impedire al colpevole di ripetere nell’immediato i propri crimini. In realtà il detenuto va reintegrato nel contesto sociale, invitandolo a pentirsi pubblicamente, a testimoniare le ragioni del suo comportamento, a spiegare le motivazioni, gli impulsi, i ragionamenti che nel passato vennero fatti in occasione del reato o del delitto compiuto.

Non ci potrà mai essere alcun pentimento se non si permetterà al colpevole di chiarire il proprio comportamento. E in ogni caso, anche se il colpevole non volesse pentirsi, è necessario ugualmente offrirgli la possibilità di un reinserimento sociale. In fondo nessuno può sapere quando uno in coscienza è davvero pentito di quello che ha fatto. L’importante è metterlo in condizione di nuocere il meno possibile, cioè di privarlo di tutti i poteri oppressivi che aveva al momento di delinquere.

La cittadinanza dovrebbe essere disponibile alla reintegrazione del colpevole, ma va comunque tutelata e, in tal senso, essa deve fidarsi che il colpevole, una volta scarcerato, non ripeterà il proprio crimine. Ovviamente non può esistere al 100% una certezza del genere, ma d’altra parte anche il colpevole deve fidarsi che la società voglia davvero reintegrarlo.

A partire dal momento in cui un colpevole viene catturato e imprigionato, e gli si fa il vuoto attorno, per impedirgli di continuare a delinquere per mezzo di altri che stanno fuori del carcere, la società diventa più forte di lui e smette, almeno indicativamente, di avere paura. Ebbene, quello è il momento in cui la società deve fare il primo passo per avvicinare il detenuto con l’intenzione di reintegrarlo. E il modo migliore di farlo è organizzare dibattiti pubblici in cui egli possa avere la possibilità di chiarire la propria posizione, la possibilità di spiegare la causa della propria delinquenza, la sua volontà di pentirsi e la sua disponibilità a cambiare vita.

La collettività deve potersi fidare di uno che si espone pubblicamente e si assume delle responsabilità. Essa deve anche manifestare una certa disponibilità ad accettare l’idea che tra le cause della delinquenza di quel colpevole, vi possano essere dei concorsi di colpa da parte di qualcuno (inclusa la stessa vittima). Le colpe, in genere, non stanno mai solo da una parte, ma sono sempre frutto di circostanze complicate, i cui protagonisti sono molteplici.

Se un detenuto prende coscienza che, in mezzo alla società, qualcuno è disposto ad assumersi le proprie responsabilità in relazione alla di lui colpevolezza, il detenuto ne trarrà giovamento, sarà più disposto a pentirsi, a non ripetere il proprio reato o delitto o crimine.

Se poi il colpevole non avverte alcuna necessità di pentirsi, e la società non avverte alcuna necessità di reintegrarlo, preferendo punirlo col carcere, inevitabilmente i reati e i delitti saranno destinati ad aumentare, sino al punto in cui qualcuno chiederà di esercitare la pena di morte, che nel passato venne abolita proprio perché considerata inutile come deterrente, semplicemente perché di fronte ad essa il colpevole non ha più nulla da perdere (non a caso là dove essa esiste per un solo omicidio, l’assassino ne può fare indifferentemente molti di più). Un colpevole riterrà sempre lo Stato che usa la pena capitale un nemico istituzionale e cercherà di combatterlo in tutti i modi.

Quanto più si userà la forza per punire, tanto più la userà chi vorrà delinquere. Chi è più forte: la società o il singolo? la società o il gruppo? Se i gruppi vogliono distruggere la società, questa deve armarsi e difendersi, con o senza l’intervento dello Stato, il quale generalmente viene avvertito dalla società come un corpo estraneo, inutile, se non nocivo. Ma appena ottenuta la vittoria, la società deve organizzarsi in maniera tale che i delitti e i reati non si ripetano, e questo è un compito che deve svolgere il più forte, usando solo la forza della coscienza.

Non ha alcun senso lottare e vincere se poi non si pongono le condizioni per smettere di lottare.

Vendetta o perdono?

La scelta tra vendetta e perdono sta nel mezzo, cioè nella speranza che chi ha compiuto il torto non possa più ripeterlo. Ovviamente sarebbe meglio averne la certezza, ma se si pensa di poterla avere quando è in gioco la libertà di coscienza, ci illudiamo soltanto. L’unica cosa certa è che non si può essere schematici: non si può fare una scelta a prescindere da qualunque altra considerazione. Non si può essere vendicativi o perdonisti per partito preso: qui la differenza non è tra ateismo e religione, tra cinismo e buonismo, ma tra maturità e infantilismo.

Forse quello che dà più fastidio non è tanto il fatto d’aver subìto un’offesa, poiché ciò può anche inorgoglire: a volte infatti esiste una punta di autocompiacimento anche nel vittimismo, a condizione ovviamente che gli altri sappiano che abbiamo patito un’ingiustizia evidente. Gli altri cioè devono sapere che noi soffriamo, immeritatamente, in silenzio, senza reagire.

Una sofferenza del genere però, non può essere tenuta dentro: va resa pubblica, perché solo così se ne può attenuare l’intensità. Altrimenti il rischio è che possa esplodere e che chi ha subìto un torto si comporti peggio di chi l’ha procurato. Naturalmente per renderla pubblica, occorre una comunità di riferimento, che faccia da supporto, che attenui il dolore, che dia forza, anche nel denunciare il torto.

Ma quello che assolutamente dà più fastidio è che il colpevole continui ad agire indisturbato e che le istituzioni non stiano facendo il loro dovere per catturarlo, per punirlo, per impedirgli di reiterare la colpa. E ancora di più ci deprime vedere che la comunità attorno a noi non ci aiuta, non fa pressione sulle istituzioni perché giustizia venga fatta.

Ecco, in situazioni del genere può scattare il desiderio di una vendetta privata, l’esigenza di diventare dei “giustizieri della notte”. Si risponde in maniera individualistica a un reato compiuto per colpa dell’antagonismo sociale. E non se ne esce. Invece di approfittare dell’occasione per ripensare i criteri di vita, si reagisce riconfermandoli, e la violenza privata diventa una spirale senza fine, come nelle faide d’un tempo.

Bisogna togliere all’individuo il diritto di vendicarsi, ma questo è possibile solo se gli si assicura che si farà di tutto per trovare il colpevole e soprattutto che si discuterà insieme sulle motivazioni che possono aver portato a quel suo determinato comportamento. Affinché non si ripeta.

Certo, è importante che l’offesa venga pagata (chiunque deve sapere che ogni reato ha il suo prezzo), ma è ancora più importante la consapevolezza d’aver posto le basi perché esso non si ripeta. Uno può anche accontentarsi di non aver ottenuto una piena soddisfazione o riparazione personale, ma in alternativa bisogna offrirgli la convinzione d’aver ottenuto una soddisfazione più generale, riguardante l’intera collettività, foss’anche soltanto quella locale d’appartenenza.

Non solo va rieducato chi ha compiuto il torto, ma anche chi l’ha subìto, perché, se da un lato è vero che lo Stato deve dimostrare che non c’è alcun bisogno di ricorrere alla vendetta privata, in quanto le istituzioni funzionano e non sono colluse con la criminalità; è anche vero, dall’altro, che non serve dare al colpevole una punizione esemplare, come p. es. il carcere a vita o la pena di morte. Condanne di questo genere non fanno parte della giustizia ma solo della vendetta. Nessuno ha il diritto di togliere a un altro la possibilità di pentirsi. E nessuno ha il dovere di far credere che la responsabilità di un crimine ricada solo sul criminale.

Lo Stato non può chiedere al cittadino di non esercitare una vendetta privata affinché possano esercitarla pubblicamente le istituzioni, sotto la parvenza della legalità. È un segno di maturità saper trasformare le colpe in occasioni di ripensamento di comportamenti abituali. Bisogna mettere il colpevole nelle condizioni di capire che anche grazie a lui, indirettamente, la collettività ha avviato un processo di revisione di determinati stili di vita.

Chiedere perdono dei propri crimini

In un universo infinito nello spazio ci si può nascondere dove si vuole pur di non pentirsi del male che s’è fatto. Poiché l’universo è anche eterno nel tempo, ci si può nascondere per sempre. Nell’universo infatti si ha consapevolezza che il suicidio non può essere fisico ma solo spirituale. Ci si nasconderà per l’eternità in un luogo remoto per la vergogna di ciò che s’è fatto, ma anche per la pervicace volontà di non pentirsi.

Sulla Terra le cose sono un po’ diverse. Se uno ha compiuto crimini orrendi e, a un certo punto, s’accorge di non poter sfuggire alla giustizia, può arrivare a suicidarsi oppure a rassegnarsi ad avere il massimo della pena, che è la sentenza capitale o l’ergastolo. Cioè uno può pensare che, prima o poi, finirà di provare vergogna d’essere stato condannato per il reato compiuto.

Ma nell’universo questa stessa persona cosa dovrà pensare? A dir il vero uno può anche pensare d’aver compiuto i propri crimini secondo una certa plausibile motivazione o razionale giustificazione, per cui non ritiene di doversi pentire o comunque di non doverlo fare più di tanto. Quanti sostengono d’aver agito come criminali senza essere stati pienamente coscienti o perché condizionati da un drammatico passato o perché dovevano obbedire a un ordine superiore o perché accecati da un’ideologia o perché convinti che, in quel modo, avrebbero evitato un male peggiore? All’interno di considerazioni così particolari è difficile pentirsi al 100%, o almeno è molto difficile farlo da soli.

Ci vuole qualcuno che ci faccia capire fino a che punto potevamo essere considerati responsabili al momento di compiere un determinato crimine. Uno ha il diritto d’essere aiutato a pentirsi in qualunque momento, anche se gli si deve sempre garantire la libertà di non volerlo fare. Sono situazioni complesse, anche perché l’aiuto non può certo essere dato sulla base di motivazioni superficiali o schematiche. Bisogna saper tener testa alle argomentazioni sofisticate dei grandi criminali, che in genere sono uomini politici o militari o anche uomini di chiesa o intellettuali in grado di esercitare poteri significativi, come p. es. gli scienziati, i consiglieri, i funzionari…

Una differenza sostanziale, comunque, c’è: nell’universo la prigione o, se vogliamo, la pena è tutta interiore. Questo perché, essendo infinito nello spazio, l’universo permette a chiunque di non essere condizionato negativamente dall’atteggiamento altrui. Su questa Terra, invece, gli uomini hanno sempre paura dei criminali: temono che i loro delitti possano ripetersi, anche se, essendo soprattutto le persone di potere dei grandi criminali, i comuni cittadini cercano di difendersi come meglio possono.

Paradossalmente là dove le condizioni di spazio e di tempo sono illimitate, l’importanza delle questioni di coscienza cresce in maniera esponenziale. Se non c’è alcun limite esterno all’agire, tutto dovrà giocarsi sulle potenzialità interne che uno dovrà per forza scoprire d’avere. E sarà su queste potenzialità che si dovrà prendere una decisione: o giocarsele tutte, mettendosi a disposizione di un proprio cambiamento significativo, o non giocarsele affatto, rendendo la propria coscienza impermeabile alle influenze altrui.

Di sicuro il tempo per pensare non mancherà e neppure quello per ripensarci. Nessuno può essere obbligato né a pentirsi né a non pentirsi: questa regola dovremmo adottarla anche sulla Terra. Se esiste un inferno, è solo per chi lo vuole: non può esserci nessuna porta con scritto sopra: “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. Quindi niente torture, ma anche niente condanne definitive.

Naturalmente questo discorso vale anche per chi ha subìto il crimine, il quale, con non meno intensità emotiva del criminale, deve essere disposto a perdonare. E, per poterlo fare, deve essere convinto di almeno due cose: la prima è che il criminale può aver avuto delle motivazioni plausibili per compiere un determinato reato; la seconda è che nessuno è mai totalmente innocente, neppure quelli che possono dimostrare di non aver fatto nulla.

Si pensi solo al fatto che esiste colpevolezza anche quando, vedendo compiere un crimine contro qualcuno, si pensa che ciò non ci riguardi. La storia è stracolma di questi peccati di omissione. Non si è abbastanza vigili e solerti per colpa del nostro opportunismo qualunquismo egoismo cinismo…: possiamo chiamarlo come ci pare.

Bisogna infine stare attenti che nell’universo non è come su questo pianeta, dove i criminali, abituati a ragionare in termini giuridici, fanno calcoli sulla possibile convenienza che hanno a pentirsi. Nell’universo l’unica vera legge umana sarà quella della libertà di coscienza: sarà impossibile dimostrare d’essere pentiti senza versare fiumi di lacrime. Non avrà alcun senso dimostrare d’essere pentiti rivelando i nomi dei propri complici o restituendo il maltolto: la verità sui grandi crimini dell’umanità sarà alla portata di tutti. L’unica “indagine” da fare sarà quella nei confronti di se stessi.

Non solo, ma anche dopo aver versato fiumi di lacrime, non si potrà pretendere che le nostre vittime ci perdonino. La riconciliazione tra vittima e carnefice potrà avvenire solo nella più assoluta libertà reciproca. Per questo motivo dovremmo sin da adesso abituarci a compiere significativi gesti di riparazione là dove si sono compiuti orrendi crimini. Dobbiamo abituarci a chiedere scusa con insistenza, nella speranza che la vittima, quando vorrà, si convincerà della nostra buona fede.

Rimediare ai propri errori

Quando si accondiscende alle richieste altrui, pur temendo che le promesse non verranno mantenute, lo si fa non solo per dare fiducia oltre lo stretto necessario, ma anche perché si pensa che gli uomini possano imparare dai loro stessi errori.

Infatti bisogna sempre offrire la possibilità di andare avanti, nonostante gli errori compiuti. Ognuno ha diritto di rifarsi una vita, anche se i propri errori fossero i più grandi del mondo, i peggiori della storia. Starà semmai a lui pentirsi di ciò che ha fatto, riconciliarsi con le sue vittime, chiedere d’essere perdonato: tutto ciò non può fare che bene alla coscienza.

Ma anche se questo non avvenisse, perché la vergogna è troppo grande o perché troppo grande è stata l’offesa e la vittima non riesce a perdonarla, bisogna comunque dare a tutti una ulteriore possibilità di realizzazione umana, che non può certo fermarsi alla seconda. L’importante è che gli errori non vengano ripetuti, almeno appunto gli errori già compiuti, ma non perché vengono ripetuti, possiamo sentirci autorizzati a infierire su chi li compie. Nessuno può pensare d’essere così perfetto da non compiere mai alcun errore. Spesso anzi s’impara più dagli errori che non dalle cose giuste, nel senso che vi sono persone che hanno bisogno di compiere degli errori per trovare la verità. Di sicuro infatti non si può tentare un secondo percorso di vita, senza avere una chiara consapevolezza degli errori compiuti.

In tal senso le persone più difficili da convincere sono i politici, i quali, anche se nella loro vita privata non hanno mai compiuto alcun reato, possono aver avuto delle idee la cui applicazione ha provocato immani disastri, infinite tragedie. E, immancabilmente, essi tendono a giustificarsi dicendo che quelle idee erano in tanti ad averle e tanti presero decisioni comuni.

Riconciliarsi col proprio passato

Se, in via ipotetica, ammettessimo che la coscienza umana non è il frutto di un processo evolutivo, avvenuto per successive determinazioni quantitative, ma una caratteristica assolutamente originaria, la cui qualità intrinseca non dipende da particolari modificazioni della materia, saremmo poi, in un certo senso, costretti ad ammettere che, con la fine dell’esistenza corporea dell’essere umano, non può aver termine anche l’esistenza e quindi lo sviluppo della coscienza.

Cioè se esiste una correlazione tra materia e coscienza, o è negativa, nel senso che alla fine dell’una corrisponde la fine dell’altra, o è positiva, nel senso che non vi è un’origine per nessuna delle due ed entrambe sono destinate a durare nel tempo, influenzandosi a vicenda.

In altre parole: se l’essenza umana coesiste, in origine, con la materia, essa è destinata per sempre a tale coesistenza. Se invece ammettiamo che la coscienza è un prodotto evoluto della materia, dovremmo poi spiegarci perché questo prodotto non è destinato a sopravvivere alla morte del nostro corpo.

Infatti che senso avrebbe, da parte della natura, aver creato un prodotto così complesso e, fino a prova contraria, unico in tutto l’universo, per poi lasciare che si annulli al momento della morte del corpo? Sarebbe un incomprensibile spreco di risorse e di energie.

Delle due l’una: o la coscienza non è un prodotto assolutamente unico nell’universo ed è, in un certo senso, facilmente riproducibile anche in assenza di esseri umani, oppure noi siamo destinati a esistere anche dopo la morte del nostro fisico. Cioè il corpo è solo un involucro che la coscienza si è data per esistere sulla Terra, ma, essendo destinati a esistere nell’universo, essa sarà libera di darsi un nuovo involucro, molto probabilmente con migliori caratteristiche qualitative, p. es. in grado di adeguare più facilmente il desiderio alla realtà; o forse soltanto con migliori caratteristiche quantitative, come p. es. la possibilità di viaggiare alla velocità della luce.

In un certo senso dovremmo dire che l’essere umano non è mai nato, proprio perché non morirà mai. Parole come nascere o morire dovremmo reinterpretarle, poiché quando vengono racchiuse in un orizzonte meramente terreno, acquisiscono un significato molto restrittivo. Il nostro pianeta è soltanto il luogo in cui la coscienza universale ha preso una forma corporea determinata, cui però non si sente legata in maniera assoluta.

La coscienza umana terrena è solo il riflesso di una coscienza umana universale: il corpo ch’essa ha assunto ha caratteristiche idonee per il pianeta in cui è stata chiamata a svilupparsi, ma non necessariamente si deve pensare che tali caratteristiche saranno le stesse in un’esistenza extra-terrena. Noi dovremmo considerarci più figli dell’universo che non di un semplice pianeta. Il fatto stesso che non ci ricordiamo assolutamente nulla del periodo della nostra gestazione e che, non per questo, ci sentiamo menomati di qualcosa, dovrebbe indurci a credere che il nostro essere va a pescare il proprio significato in un’essenza che lo precede nel tempo.

L’universo è la possibilità di ricapitolare tutte le cose, a un livello di consapevolezza che sarà enormemente superiore a quello che possiamo avere su questa Terra, ove siamo strettamente condizionati da uno spazio e da un tempo finiti, limitati. Dovremmo, in tal senso, fare uno sforzo di fantasia e immaginarci all’interno di una dimensione spazio-temporale dove tutto è infinito, illimitato, e dove la stessa coscienza può raggiungere livelli di profondità impensabili su questa Terra.

Cioè tutto quanto su questa Terra abbiamo compiuto, pensando d’essere assolutamente nel giusto, dovrà essere sottoposto al vaglio di una coscienza universale. Nell’universo tempo e spazio coincidono in qualunque momento e luogo, per cui non ci sarà modo di sottrarsi a un giudizio di merito, confidando nel fatto che il passato non può più essere compreso come se fosse un presente.

Finché tutte le scelte compiute su questa Terra non avranno trovato il loro punto di chiarimento, sarà impossibile andare avanti, pensando di poter fare qualcosa in comune. Il genere umano di tutti tempi dovrà riconciliarsi con se stesso. Non possiamo rischiare di ripetere nell’universo gli stessi madornali errori che abbiamo compiuto su questa Terra e che ci sono costati immani sofferenze.

È anche vero però che nessuno può essere obbligato a credere in cose in cui è implicata la libertà di coscienza. Questo quindi vuol dire che il processo di umanizzazione dovrà poter andare avanti anche se una parte dell’umanità non ne vorrà sapere. Cioè se è vero che l’adeguamento del desiderio alla realtà non potrà essere il frutto di un’azione meramente soggettiva, che non tenga conto della libertà altrui, è anche vero che non ci potranno essere impedimenti allo sviluppo della coscienza altrui da parte di chi non vuole riconciliarsi col proprio passato.

Chi vuole migliorare se stesso, deve poterlo fare in libertà, rispettando la libertà altrui, e non potrà certo essere impedito dal farlo dalla non-libertà altrui. Nell’universo non esistono princìpi giuridici del tipo “chi ha sbagliato paga”, come, d’altra parte, non esiste alcuna verità autoevidente, che s’impone da sé (quale p.es. potrebbe essere quella di una divinità). L’essere umano avrà soltanto la consapevolezza di poter migliorare se stesso (da sé e con l’aiuto degli altri), e il primo modo di farlo sarà quello di riconciliarsi col proprio passato, poiché questo, in una dimensione infinita di spazio tempo, gli è sempre presente.

*

Tutto quanto abbiamo vissuto non possiamo dimenticarlo, è dentro di noi e ogni tanto ci riaffiora alla mente, in maniera casuale o comunque a noi poco chiara. Sappiamo soltanto che per essere davvero tranquilli e sereni dobbiamo riconciliarci col nostro passato.

Solo che non possiamo farlo limitandoci a trovare delle giustificazioni plausibili, ma dobbiamo arrivare in un certo senso a perdonare chi ci ha offeso o a scusarci per averlo fatto noi.

Abbiamo bisogno di mettere a posto la nostra coscienza, di sentirci in pace con tutti. La pace interiore è proprio questo bisogno di non sentirsi in colpa con nessuno.

Se questa cosa non riusciamo a farla nel corso della nostra esistenza terrena, dobbiamo essere messi in grado di farla in un’altra esistenza, come se dovessimo reincarnarci, ma senza quel moralismo induista, per cui, prima di far qualcosa di positivo, devi pagare il fio delle tue colpe.

Se siamo costretti a essere eterni, non ci si può costringere a stare male con noi stessi, a soffrire in eterno o anche solo per un certo periodo di tempo per dei torti arrecati a qualcuno, come vuole il cristianesimo. Ci si deve dare non una ma mille possibilità di pentirci, poiché nessuno è perfetto, in nessuna forma di vita. A volte persino perdonare, per dei torti subiti, può diventare difficoltoso, soprattutto quando si ha una grande considerazione di se stessi, quando ci si ritiene integerrimi.

La legge di natura però vuole questo, che il perdono fa star bene non solo il pentito ma anche l’offeso. Se non si è capaci di perdono, ci si inaridisce. In ogni caso, è necessario trovare delle giustificazioni ai torti arrecati, che non lo si faccia da soli, ma insieme alla parte offesa.

Colpa, giudizio e coscienza

Se dicessimo che sono esclusivamente le circostanze che determinano le azioni degli uomini, diremmo una sciocchezza non meno grande del contrario, e cioè che ogni uomo è libero di decidere il proprio destino.

La libertà non esiste se non entro certi limiti, e tuttavia all’interno di questi limiti nessuno ha il dovere di sentirsi un condannato. Rimane sempre sufficiente spazio per mettersi alla prova, per saggiare il proprio livello di responsabilità.

Quando si giudicano le azioni degli uomini bisognerebbe fare sempre delle ricerche preliminari sul contesto in cui sono maturate determinate scelte, ovvero bisognerebbe verificare fino a che punto una scelta può essere definita tale, fino a che punto una determinata azione è stata il frutto di una scelta consapevole, oppure di una scelta più o meno forzata.

È difficilissimo poter stabilire, nell’esame di certe azioni, quanto sia stato frutto di circostanze casuali o indipendenti dalla volontà, e quanto invece di scelte consapevoli. Sono giudizi talmente difficili che si arriva a un punto in cui ci si sente indotti a sospendere ogni giudizio: è il punto in cui ci si scontra con un limite invalicabile, quello della coscienza.

Come si fa a giudicare gli uomini quando li vediamo far pesare le maggiori responsabilità delle loro azioni più sulle circostanze che non sulla loro coscienza, o quando, al contrario, si colpevolizzano al punto da non capire che anche determinate circostanze possono aver influenzato certe loro scelte? Un affronto meramente giuridico della colpa porta soltanto a un vicolo cieco. La legge rende la giustizia schematica, superficiale, se non addirittura miope. È paradossale, ma la realtà dice così.

Giudicare una persona sulla base di definizioni generiche, astratte, è quanto di più assurdo si possa fare, poiché se c’è un elemento il cui contenuto sfugge a qualunque definizione e a qualunque analisi, questo è proprio la coscienza.

Se guardassimo le cose dal punto di vista della coscienza, noi dovremmo ammettere che molte azioni commesse da persone ritenute “colpevoli” (secondo i parametri giuridici dominanti), avrebbero potuto essere compiute, in circostanze analoghe, dalle stesse persone che emanano sentenze di condanna, se solo queste persone fossero state meno “fortunate” o meno disposte a fare compromessi con la propria “coscienza”.

Chi nasce ricco ha meno motivi di compiere crimini, ovvero ha molte più possibilità di delinquere secondo modalità del tutto legali. Il rapporto tra Stato e mafia è tutto qui: due facce di una stessa medaglia.

Gli uomini non sono in grado di giudicare gli uomini: possono soltanto mettere sul piatto della bilancia tutte le possibili motivazioni che possono aver generato determinate azioni, e, fatto questo, debbono cercare di porre le basi perché quelle azioni non abbiano a ripetersi, se sono state negative. Queste basi non possono ovviamente essere coercitive, poiché ogni coercizione è una violazione della coscienza. È solo l’esempio che può indurre al bene.

Rendere giustizia

Una domanda pare essere senza risposta. Chi renderà giustizia a quel numero infinito di persone che su questa Terra hanno pagato con la morte la loro resistenza all’arbitrio degli sfruttatori o al terrore dei fanatici?

Supponiamo che tra un millennio si riesca a ripristinare la libertà e la giustizia che si vivevano nell’epoca preistorica: questo potrà forse servire alle vittime della storia? O l’utilità sarà soltanto simbolica? Individualmente prese, le vittime non ne beneficeranno affatto, essendo già morte e non avendo modo su questa Terra di tornare in vita. Semmai ne trarrà vantaggio il genere umano, che finalmente avrà capito, dopo tanto penare, la verità delle cose.

Al massimo si può sperare che accada un evento cosmico capace di rendere del tutto relativo lo scorrere del tempo. Ci vorrebbe però un evento che permettesse non soltanto di tornare indietro, ma anche di vedere le cose come se fossero già accadute. Infatti non avrebbe senso tornare indietro per poi ripetere gli stessi errori. Gli esseri umani devono essere posti nelle condizioni d’imparare dai loro sbagli a non ripeterli. Quindi non solo non può esistere nell’universo il concetto di morte, ma non può neppure esistere il concetto di tempo, se vogliamo che ogni singolo individuo trovi soddisfazione per le ingiustizie subite.

Il tempo storico che si vive su questa Terra è solo una delle forme possibili dell’eternità cosmica, a partire dalla quale passato, presente e futuro coincidono. Se non esistono né la morte né il tempo, l’individuo singolo che ha patito ingiustizie può sperare di ottenere soddisfazione in maniera concreta, adeguata.

Uno può accettare di lasciarsi immolare, pensando che in futuro qualcuno capirà l’importanza del suo gesto e saprà reagire diversamente ai soprusi, magari con più decisione o con mezzi più efficaci. Ma si tratta sempre di una magra consolazione, di una vaga speranza. Non vi è alcuna certezza che l’esigenza di giustizia verrà soddisfatta.

Invece qui il punto è un altro. Bisogna trovare il modo di uscire dalle vaghe speranze, dalle consolazioni puramente simboliche. La riparazione per il torto subìto deve essere fattiva, palpabile. Deve riguardare l’individuo singolo, a prescindere dal fatto ch’egli si sentisse parte, quand’era in vita, di un popolo o di una qualche comunità o di una qualche causa ideale.

A ogni singola persona va garantita una forma precisa di risarcimento, che anzitutto è di tipo morale. Cioè gli va riconosciuta l’ingiustizia di una sofferenza subita, e ciò indipendentemente dai possibili concorsi di colpa (uno infatti, con le proprie azioni, può esser causa dei propri mali); senza poi considerare che la verità o il torto generalmente non stanno mai solo da una parte, per cui spesso si è costretti a redistribuirli in maniera equa.

L’importante è che si venga messi in grado di poter chiarire, in maniera adeguata, la verità dei fatti. A tale scopo non è escluso che tra due o più contendenti debbano esserci altre persone, che giudicano le cose dall’esterno, in una maniera che può apparire più obiettiva, in quanto non vi è un coinvolgimento personale con la natura dei fatti.

Noi umani dovremmo esercitarci di più nel ripercorrere il passato, simulando, in forma teatrale o processuale, una sorta di ricostruzione simbolica delle vicende che hanno generato evidenti situazioni di sofferenza esagerata o inedita, comunque ingiusta. Qui infatti non si sta parlando delle inevitabili fatiche che riguardano la vita di ogni persona né di quelle battaglie contro talune condizioni ambientali, o cose del genere, ma si parla proprio di palesi ingiustizie subite, le quali possono aver determinato anche una morte prematura, dovuta a malattia o a una violenza.

Non è umanamente accettabile che lo scorrere del tempo impedisca all’individuo singolo di ottenere una soddisfazione morale per un torto subìto. Chiunque ha compiuto azioni illecite, deve sapere che la vittima gliene chiederà conto, proprio perché il tempo, nell’universo, non esiste così come lo concepiamo su questo pianeta. Già la fisica astronomica del Novecento ci ha fatto capire che esiste questa possibilità.

Certo, anche il colpevole deve avere il diritto di difendersi, di far valere le proprie ragioni, ma il confronto dev’essere alla pari. Non ci possono essere condizionamenti esterni che possano impedire di stabilire, in maniera soddisfacente per tutti, la verità. L’universo reclama che l’esigenza della verità venga adeguatamente soddisfatta, rispettando la libertà di tutti

Tradito e traditore

Se la persona tradita non riesce a perdonare il traditore pentito è perché l’orgoglio personale è superiore all’amore. Non si tollera il tradimento perché si pretende d’essere amati; la stessa pretesa è spesso la conseguenza di un’autoimposizione, quella di dover amare qualcuno. Quanti matrimoni sono basati su questo schema?

Si pretende d’essere amati perché ci s’impone d’amare qualcuno. Là dove manca la spontaneità e soprattutto la libera reciprocità, non ci può essere perdono, ma solo punizione (o autopunizione). Questo succede quando l’amore viene vissuto entro i confini della logica giuridica. L’amore dovrebbe essere un’altra cosa. Anche perché il tradimento fa più male al traditore che al tradito. La coscienza del tradito viene infatti turbata solo dall’esterno, ma la coscienza del traditore è sconvolta dall’interno.

Il concetto d’innocenza

È difficile dire che cos’è l’innocenza. Se guardiamo i bambini dovremmo dire che è mancanza di consapevolezza del male. Ma questo non significa che il male non venga compiuto.

I bambini agiscono d’istinto, in maniera analoga agli animali, e solo se c’è qualcuno che insegna loro la differenza tra bene e male, riescono ad acquisirla. Capiscono la presenza del male dal fatto che a causa di talune loro azioni, prevalentemente connesse all’uso delle cose, altri, come conseguenza, soffrono. In tal modo associano bene a piacere e male a dolore. Ma non riescono ad associare piacere individuale a male quando tale piacere è fonte di dolore altrui. Tant’è che quando un bambino fa male a un proprio coetaneo, e questi si mette a piangere, l’altro si guarda attorno, per vedere se c’è qualche adulto testimone, in grado di risolvere la situazione.

L’etica dei bambini ha senso quando il dolore altrui è momentaneo o quando al dolore si possono trovare facilmente delle alternative. Infatti, nel momento stesso in cui l’adulto interviene per insegnare come comportarsi, allora l’etica dominante non è più quella infantile. D’altra parte è impossibile che esista un’etica infantile senza la presenza di un’etica adulta.

È comunque molto difficile dare una definizione positiva di innocenza, poiché si è sempre compartecipi, a vario titolo, lo si sappia o no, di processi i cui meccanismi regolatori spesso ci sfuggono o non riusciamo a controllare come vorremmo. In un modo o nell’altro noi siamo sempre “coinvolti”, proprio perché siamo esseri sociali.

Si può soltanto parlare di gradi diversi di colpevolezza, e anche di gradi diversi di consapevolezza della colpa. Come noto, infatti, la colpa è soggettiva e oggettiva (che non è la stessa cosa di volontaria e involontaria: oggettivamente, in quanto appartenente all’Europa occidentale, io partecipo allo sfruttamento del Terzo mondo, e vi parteciperei anche se aderissi, soggettivamente, al commercio equo e solidale, proprio perché esistono dei processi industriali e commerciali di dipendenza che non vengono modificati dalla mia volontà personale).

Il processo meno oneroso, alla lunga, è quello di ammettere una parte di colpa: se tutti sono capaci di autocritica è più facile risolvere i problemi. Dichiararsi sempre innocenti e scaricare su altri la parte delle proprie colpe, porta a incancrenire i problemi, poiché nessuno è in grado di sopportare un peso eccessivo di colpa. Distribuire i pesi della colpa: ecco il senso della democrazia.

Resta comunque singolare che mentre nel mondo infantile la stragrande maggioranza dei casi di conflitto dipende dall’uso delle cose, nel mondo degli adulti, oltre al problema dell’uso, c’è anche quello della proprietà.

Nei bambini uso e possesso sono equivalenti, nel senso che uno presuppone l’altro; nel mondo degli adulti invece il possesso diventa proprietà, sicché uso e proprietà sono reciprocamente indipendenti.

Il concetto di proprietà privata ha sconvolto i rapporti umani e sociali. Da quando sono nate le civiltà possesso non è equivalente a proprietà; il possesso permette l’uso del mezzo di lavoro, ma chi detiene la proprietà del mezzo, può togliere possesso e uso. Chi non ha proprietà usa le cose come se gli fossero date in prestito, senza garanzia di possederle fino alla morte.

La proprietà è dunque la conseguenza principale di un rapporto di forza, che da un lato assomiglia all’arbitrio di un bambino, ma che di fatto viene compiuto da un adulto.

Chiunque difenda la proprietà lo fa per difendere un interesse privato. Non ci può essere innocenza in questo.

L’unica proprietà difendibile è quella pubblica, ma una proprietà pubblica è una non-proprietà, è un patrimonio comune, a disposizione di tutti, come dovrebbe essere per le risorse della Terra, il cui proprietario è il nostro stesso pianeta, di cui noi siamo ospiti a tempo determinato.

Solo in presenza di una proprietà comune esiste la libertà del possesso e dell’uso. Il concetto di proprietà privata rende di per sé sbagliato l’uso delle cose. Il fine, nell’uso delle cose, diventa non l’interesse comune, ma quello privato o individuale.

Una proprietà è comune quando appartiene a una collettività locale, in grado di controllare che nessuno trasformi una parte di essa in proprietà privata.

In presenza della proprietà privata, qualunque istituzione (Stato, esercito, scuola ecc.) fa interessi privati, anche quando dice o appare il contrario. Infatti, quanto più forti e diffuse e diversificate sono le forme della proprietà privata, tanto più si cerca di mistificarle con istituzioni che di pubblico hanno solo la parvenza, la forma esteriore.

In realtà tali istituzioni servono soltanto, nel migliore dei casi, a difendere la piccola proprietà privata contro la grande. Ma in genere la grande tende sempre a ridurre gli spazi di manovra della piccola, proprio servendosi delle stesse istituzioni. Dipende, dei due piatti della bilancia: Stato e Mercato, quale si vuol far pesare di più. L’Europa occidentale, a partire dal Mille, e gli Stati Uniti, a partire dal XVII secolo, hanno fatto pesare di più il mercato, ma oggi la Cina sta facendo pesare di più lo Stato, pur restano nell’ambito del mercato.

Sonno, sogno e risveglio

Se il sonno è una raffigurazione simbolica della morte, il risveglio lo è della rinascita. In mezzo vi è il sogno, che esprime l’esigenza di una riconciliazione tra morte e rinascita. Nel sogno si rivivono desideri repressi, frustrazioni, paure, angosce, sensi di colpa, ritorni al passato, incontri con persone morte, pianti, pentimenti…: nel sogno c’è tutta la vita, a cui bisogna dare un significato complessivo, che racchiuda tutto e permetta di risvegliarsi con soddisfazione. Anche adesso, appena ci si sveglia, si ha voglia d’iniziare una nuova giornata, sempre che la vita abbia per noi un senso e che non sia vissuta come uno stress insopportabile.

Quindi dopo la morte dobbiamo aspettarci un seguito, qualcosa da fare. Ma in che senso? Ripercorrere il passato, per poter andare avanti, fino a che punto è giusto? Il passato può essere ricompreso, memorizzato adeguatamente, ma non ha senso riviverlo: si deve proseguire il cammino nelle nuove condizioni di vita che ci verranno date e che sicuramente avranno forme diverse da quelle attuali.

Non è inutile o superfluo il tempo vissuto sulla Terra, poiché sarà proprio dalla fine del nostro tempo che dovremo ripartire. Non ha senso ripetere le cose: sarebbe come burlarsi della nostra intelligenza.  Se abbiamo sbagliato, verremo messi in grado di capirne il motivo e, a tale scopo, ci basterà l’intelligenza o la sensibilità.

Faremo ammenda delle nostre colpe e ripartiremo, questa volta col piede giusto. Il problema, semmai, sarà per chi ha compiuto crimini orrendi, per i quali ha bisogno d’essere perdonato da chi li ha subiti. Le vittime devono mettere i carnefici in grado di perdonare se stessi. E finché non lo fanno, sarà difficile poter andare avanti: lo sarà sia per i carnefici che per le stesse vittime. Quest’ultime, infatti, devono sapere che il perdono concesso ai carnefici farà star bene anche loro. Il perdono serve a chi lo riceve e a chi lo dà. I sentimenti di odio e di vendetta o di risentimento non fanno fare neppure un passo in direzione dell’umanizzazione della personalità.

Di questa condizione di precarietà spirituale o d’impotenza morale dovremmo già essere edotti su questa Terra. Tutti dovrebbero temerla, soprattutto i carnefici (assassini, violentatori, criminali…), i quali invece pensano di non dover rendere conto personalmente delle loro azioni alle singole vittime. Cioè, al massimo, quando vengono smascherati o catturati, pensano di cavarsela di fronte alla giustizia. E la giustizia contribuisce a tale illusione, assegnando loro sentenze capitali o ergastoli o inducendoli al suicidio.

Tutti invece dovremmo essere consapevoli del fatto che la morte non esiste: esiste solo trasformazione, per cui bisogna rendere conto di sé proprio alle vittime, singolarmente prese. È bene sapere da subito che siamo destinati a vivere, in quanto l’essenza umana è eterna. E se non ci si riconcilia con queste vittime, ci si preclude la possibilità di migliorare se stessi. Si resta paralizzati nelle proprie colpe.

Il perdono, per quanta fatica possa costare, è solo una condizione minima, non è l’obiettivo finale. È certamente la condizione che ci permette di andare avanti, ma, una volta che la si è posta, il più resta ancora da fare. L’essere umano è fatto per realizzarsi facendo: non può stare fermo.

Bisogna dunque fare in modo che vittima e carnefice abbiano la possibilità di compiere qualcosa insieme, per il bene di entrambi e della collettività di appartenenza. Bisogna essere capaci di ammettere i propri errori, per riuscire a progettare il proprio futuro. Spesso anche la vittima deve farlo, poiché non deve illudersi che il fatto d’aver subito una gravissima offesa la esima dal compiere un esame di coscienza: si può essere colpevoli di cose di cui non si ha neppure consapevolezza.

Chi non ha flessibilità è spacciato. Senza elasticità mentale, ci si emargina da soli. Rischiamo di diventare un’intelligenza sprecata, una risorsa inutilizzata. L’orgoglio smisurato di chi non è capace di riconoscere i propri errori, lo rende umanamente molto povero, psicologicamente fragile e anche intellettualmente schematico, fossilizzato nelle proprie idee, nelle proprie assurde posizioni di principio. Chi non comprende che nel cambiamento continuo sta il senso della vita, si condanna all’immobilismo, alla ristrettezza mentale.

Piuttosto bisognerà fare in modo che il perdono non sia di maniera, cioè puramente formale, e che avvenga nella convinzione d’aver compiuto un’azione effettivamente sbagliata. Ci vuole chiarezza per chiedere perdono e per essere perdonati. Si deve essere sicuri d’aver sbagliato. Ci vuole un senso della verità sufficientemente oggettivo, che vada cioè al di là delle convinzioni personali del carnefice e della sua vittima.

Ecco, in questo senso è giusto ricapitolare il passato, reinterpretarlo alla luce di una verità oggettiva. La quale certamente non può essere data come cosa esterna al soggetto, ipostatizzata: una verità oggettiva può scaturire solo da un confronto tra le persone. Non c’è nessun dio nell’universo, nessuno può sostituirsi a noi nella ricerca della verità.

Il giudizio universale

Il problema più grande che un giorno dovremo affrontare sarà quello del perdono e ovviamente quello del giudizio.

L’uomo compie azioni mostruose convinto d’essere nel giusto. Chi le subisce ingiustamente può anche essere capace di perdono. Ma chi le compie è in grado di perdonare se stesso? Una cosa infatti è compiere delle mostruosità nella convinzione d’essere nel giusto; un’altra – completamente diversa – è rendersi conto d’aver compiuto effettivamente delle mostruosità.

Se uno si rende conto di tutto il male che ha fatto, non riesce a perdonare se stesso neppure se viene perdonato da tutte le sue vittime. Uno si rinchiude in se stesso, diventa matto o si uccide. Non riesce a resistere alla vergogna. Per superare uno sconvolgimento del genere, ci vorrebbe un evento molto particolare. Ci vorrebbe qualcosa in grado di dare un minimo di consolazione, cui potersi aggrappare. Ci vorrebbe qualcosa di pubblico, una sorta di processo storico (non giuridico), in cui ognuno espone le proprie ragioni e compie una sorta di autocritica. Ci vorrebbe un processo in cui nessuno viene accusato da avvocati o condannato dai giudici o da giurie. Tutti dovrebbero essere ascoltati, vittime e persecutori, senza pregiudiziali di sorta. Non ci dovrebbe essere un giudice che emette la sentenza, proprio perché la verità è già conosciuta da tutti.

Si dovrebbero semplicemente esprimere le proprie ragioni, quelle in forza delle quali si era adottato un determinato comportamento. Ognuno con le proprie ragioni dovrebbe chiedere perdono del male che ha fatto e soprattutto chiedere perdono a se stesso, per aver frainteso la verità delle cose, per aver dedotto delle conclusioni sbagliate, per aver ecceduto nel compiere determinate azioni, per aver male interpretato la coerenza della pratica nei confronti di una certa teoria… Ognuno dovrebbe fare l’esame di se stesso e mostrare d’essere equilibrato, obiettivo, nei confronti di una verità che a tutti è già nota.

Tutti dovrebbero rendersi conto che nei confronti di questa verità nessuno può considerarsi completamente innocente o completamente ignorante. Se un carnefice, resosi conto della propria colpa, sentisse, da parte delle sue vittime, che anche in loro esiste un briciolo di colpa, forse sarebbe più disposto a perdonare se stesso.

È giusto quindi parlare di “giudizio universale”, ma per riconciliarsi nei confronti di una verità oggettiva, inconfutabile, che ogni essere umano ha diritto di conoscere e di far valere. Sarà curioso vedere come i criteri con cui stabilire la verità oggettiva dei fatti non saranno esattamente coincidenti con quelli che usiamo oggi: gli ultimi saranno i primi; i bambini giudicheranno gli adulti; i vinti giudicheranno i vincitori; la preistoria giudicherà la storia; persino la natura giudicherà le civiltà. Tutti dovranno avere la possibilità di tornare ad essere se stessi, conformemente alle leggi dell’universo.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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