Che cos’è la coscienza?

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Il sé e la coscienza

La vera conoscenza è la conoscenza di sé, cioè l’autocoscienza, che però, per non essere arbitraria, meramente soggettiva, dev’essere anche conoscenza del sé, cioè della relazione uomo-natura, intendendo per “essere umano” l’insieme delle relazioni sociali che lo caratterizzano.

Il sé non è il noumeno di Kant, ma non è neppure un fenomeno interpretabile con le leggi della matematica. Il sé include la materia al pari della coscienza, che è la forma superiore in cui la materia esprime e interpreta se stessa.

Il sé non può essere colto, nella sua pienezza, dall’individuo singolo, e anche il collettivo autoconsapevole gli si avvicina solo per approssimazione. Tanto più l’approssimazione sarà grande, tanto più avvertiremo i confini del nostro pianeta come troppo stretti.

Il concetto di infinito si estende dalla profondità e vastità della materia a quella della coscienza. Entrambe hanno le stesse leggi, ma la coscienza umana è l’autoconsapevolezza della materia.

Questo è il motivo per cui non è sufficiente conoscere le leggi della natura con l’intelletto. Il senso di umanità della coscienza include leggi che sfuggono all’analisi razionale. Le leggi della libertà sono leggi che anzitutto si sentono.

C’è un sentire nell’universo che è come una pulsazione. Tra il cuore e le stelle l’analogia è enorme. L’automovimento è la pulsazione dell’universo, una forma di energia autosussistente.

Il cuore che pulsa nell’universo è l’espressione della sua coscienza, l’autocoscienza del sé. “Bruciare di passione”, in un alternarsi continuo di forza e di debolezza, indica esattamente il tipo di pulsione che pervade l’universo, in cui ogni elemento è connesso all’altro, in una concatenazione reticolare praticamente infinita.

Esiste una gerarchia di forze attrattive e repulsive, di cui quella inerente alla coscienza è superiore a tutte. Il meccanismo della polarizzazione degli opposti, che si attraggono e si respingono, è garanzia non solo di unità ma anche di diversità nell’intero universo.

Bisogna ricondurre tutto all’uno (nel senso di “unità” non di “unico”), salvaguardando la molteplicità infinita, la cui origine non sta nell’uno ma nella realtà duale: l’unità minima dell’uno è il due, lo sdoppiamento. In principio non vi è l’uno ma la duplicità che tende all’unità, per poi ridiventare diversità, alterità, in un gioco infinito di tesi-antitesi-sintesi (già scoperto da Hegel). L’uno si sdoppia perché è duplice in sé.

Quel che non riesce a riprodursi è perché ha cessato di vivere. Se l’uno vuol conservare se stesso, ostacolando la riproduzione in generale, ovvero la negazione di sé a favore di una nuova sintesi, la conservazione porta inevitabilmente all’autodistruzione. Chi non accetta di lasciarsi coinvolgere nella dinamica della negazione di sé, vissuta secondo natura, esce in un certo senso dalla storia, perde la propria identità – e questo proprio nel momento in cui è più preoccupato a difenderla!

Per poter rinascere dobbiamo negarci. In astratto è giusta quell’espressione evangelica che dice: “Chi vuol salvare la propria vita, la perderà, ma chi la perderà per una causa comune [l’umanizzazione dei rapporti sociali] la ritroverà”. La storia è fatta per i coraggiosi, per chi non ha paura di ritrovarsi dopo aver sacrificato la propria vita.

L’unica cosa di cui bisogna assicurarsi è che la negazione di sé non sia una forma mascherata di suicidio. È sottilissimo il filo che separa le due cose, proprio perché sappiamo di poter utilizzare la negazione come forma illusoria di positività.

Bisogna demistificare l’uso ideologico del martirio, dell’autoimmolazione come forma di contestazione degli antagonismi sociali.

L’autoconsapevolezza della materia

Se la materia esiste da sempre e mai finirà, avendo le stesse caratteristiche che i credenti attribuiscono alla divinità, perché si parla di “coscienza” come di un suo prodotto naturale? Perché non dire che la coscienza è “altro” rispetto alla materia? Ovvero, perché solo nell’essere umano s’è formata l’autoconsapevolezza della materia? Per quale motivo la materia ha bisogno di darsi una consapevolezza di sé?

Anche per gli animali la materia è qualcosa di assolutamente oggettivo, del tutto esterna a loro, eppure non si pongono il problema di indagarla nella sua essenza, né, tanto meno, di modificarla radicalmente pensando di ottenere maggiori benefici.

Noi diciamo che il movimento è connaturato da sempre alla materia, ma per quale motivo questo automovimento ha prodotto un essere umano così libero da poter fare della materia uno strumento al suo completo servizio, al punto da renderla quasi irriconoscibile?

Dunque la materia è sì eterna, ma, nel suo movimento, tende ad essere cosciente di sé. Quindi non si tratta di materia cieca o inerte, dominata dal caso, ma è vivente. E quanto di essa possiamo costatare sul nostro pianeta non coincide esattamente con tutta la materia dell’universo, proprio perché buona parte della sua essenza sfugge alla nostra comprensione, e probabilmente questa lacuna è dovuta al fatto ch’essa ci ha generati.

In altre parole, sarebbe come se noi, usciti dal ventre materno, che è in fondo un simbolo della materia vivente, volessimo rientrarvi per capire esattamente come abbiamo vissuto il tempo della nostra gestazione. L’unica cosa che possiamo intuire è che la materia è vivente, in quanto in grado di produrre vita, all’interno della quale si sviluppa, in particolare, quella umana, capace di compiere un’importante azione retroattiva sulla stessa materia, anche al fine di cercare di comprenderla in tutte le sue caratteristiche, salvo quelle che inevitabilmente ci sfuggono, essendo per loro natura infinite e fonte della nostra stessa infinità.

Oltre un certo limite di conoscenza non possiamo andare, proprio perché il limite coincide col mistero, di cui noi stessi siamo fatti. La dimostrazione di ciò è data appunto dal fatto che le profondità della coscienza sono equivalenti a quelle della natura della materia.

Siamo quel che siamo

La natura esiste al di fuori dell’umana coscienza e indipendentemente da essa. Ma solo il fatto che noi lo si sappia, ci rende diversi dagli animali, che si limitano a considerarsi parte di un tutto. Cioè l’animale non si pone neppure il problema di una differenza tra interno ed esterno. Tutto è natura, ivi inclusi gli stessi animali.

Noi invece abbiamo la percezione di non essere esattamente “naturali” come loro. C’è qualcosa in noi che va al di là della natura e che ci rende diversi da qualunque ente naturale. Da dove ci viene questa sensazione o percezione o convinzione? Ce l’aveva forse anche l’uomo primitivo, che sicuramente era molto più a contatto di noi con la natura? O dipende dal fatto che viviamo in società basate sui conflitti sociali, per cui tutto ci appare diviso?

Se l’uomo primitivo si sentiva in armonia con la natura e vicino al mondo animale, perché ha voluto agire in maniera arbitraria? Da dove gli veniva la convinzione che avrebbe potuto farlo? Da dove gli veniva l’illusione di credere che il suo arbitrio non avrebbe avuto gravi conseguenze su di sé e sui propri rapporti con la natura?

C’è qualcosa di poco spiegabile nell’essere umano. Infatti, se fosse un prodotto della natura al 100%, non avrebbe mai potuto opporre alcuna vera forma di arbitrio: non è avrebbe avuto la facoltà, esattamente come gli animali. Ma se possiede questa facoltà, come si può sostenere che la materia esiste indipendentemente dalla coscienza che possiamo averne? Per quale motivo la natura avrebbe creato un essere in grado di dominarla, anzi, di soggiogarla?

L’antecedenza cronologica sembra non stia affatto a significare una precedenza ontologica. Noi non siamo figli della natura al 100%: al massimo lo siamo al 50. Il resto non proviene dalla natura, ma da qualcosa di esterno ad essa, qualcosa che però ha bisogno della stessa natura per sussistere. Cioè all’origine di tutto deve esserci qualcosa di duale, che è un insieme di naturale e sovrannaturale o extranaturale. Noi siamo figli della natura e di un elemento umano, che coesiste da sempre con la natura, avendo le sue stesse caratteristiche di illimitatezza nel tempo e di infinità nello spazio.

Vi è, sin dall’inizio, una coesistenza tra essenza umana ed essenza naturale, che è pacifica (non autodistruttiva), dialettica (dotata di attrazione e repulsione), produttiva (nel senso della creatività artistica) e riproduttiva (nel senso della sessualità), sensibile e razionale nello stesso tempo, cioè connessa ad aspetti emotivi e intellettuali.

Tuttavia, la percezione che abbiamo d’essere di molto superiori alla natura, in forza della nostra scienza e tecnica, è del tutto sbagliata, in quanto ci fa diventare “innaturali” e persino “disumani”. Dunque, che senso ha che noi si abbia la percezione d’essere superiori alla natura e che però non si possa esercitare tale superiorità oltre certi limiti? Qual è il modo in cui noi possiamo sentirci superiori, pur restando naturali?

L’unico modo in cui possiamo farlo è quello di sviluppare la coscienza. Infatti se ci limitiamo a sviluppare la scienza, corriamo sempre il rischio di violare l’autonomia della natura, con le sue esigenze riproduttive. Per sviluppare la scienza in maniera “naturale”, dovremmo anzitutto sottometterla alle esigenze della libertà di coscienza. Se le esigenze di questa libertà non vengono violate, lo sono anche quelle della natura. È come se tra coscienza e natura vi fosse una stretta interconnessione. Sono come dei vasi comunicanti, in cui se si fa un’eccessiva pressione su uno, il liquido fuoriesce dall’altro.

Se le cose stanno così, dobbiamo aspettarci solo delle catastrofi epocali, poiché, da quando abbiamo iniziato la rivoluzione tecnico-scientifico, abbiamo causato alla natura guasti d’incalcolabile portata, cui, non siamo in grado, al momento, di porre alcun rimedio. Qualunque ritorno all’epoca preistorica viene percepito come una sconfitta su tutti i fronti. Se non è la natura stessa a farci capire che, andando avanti così, rischiamo di autodistruggersi, noi non lo capiremo mai, proprio perché abbiamo perso la consapevolezza di ciò che è naturale e di ciò che non lo è.

A nostra giustificazione noi non possiamo assolutamente dire che, siccome la coscienza è un prodotto tardivo della natura, non siamo in grado di conoscere esattamente tutte le leggi della natura, i suoi reconditi segreti; di qui appunto l’esigenza di sviluppare al massimo scienza e tecnica. Questo modo di ragionare è opportunistico, per la semplice ragione che non abbiamo bisogno di ulteriore tempo per capire quali effetti disastrosi provoca la nostra scienza sulla natura. Negli ultimi 500 anni ci siamo completamente disinteressati a questi effetti, solo perché abbiamo avuto la possibilità di farli subire all’80% dell’umanità, ovvero ad aree territoriali che non ci appartenevano e che abbiamo voluto colonizzare con la forza.

Oggi non soltanto dobbiamo recuperare un rapporto equilibrato tra coscienza e natura, ma dovremmo anche farlo entro uno spazio ristretto, quello in cui è possibile vivere responsabilmente tale rapporto. Tuttavia, l’unico ambito in cui si può davvero essere padroni del proprio destino, evitando di delegare ad altri la soluzione dei nostri problemi è la comunità di villaggio basata sull’autoconsumo. Di questa comunità oggi possiamo soltanto ipotizzare la necessità, in quanto la presenza, contestuale, degli Stati e dei mercati la rendono impossibile, ma verrà un giorno che dovremmo preoccuparci davvero di costruirla. E quando quel giorno verrà, tutte queste parole non serviranno a nulla, in quanto l’esperienza basterà a se stessa.

Lo spirito della materia è la coscienza

È assurdo negare l’esistenza dell’anima per timore di dover ammettere l’esistenza di un dio. I materialisti non possono lasciarsi condizionare dalla terminologia dei credenti. Infatti, se si accetta l’idea della materia increata, non si vede perché da questa materia debba essere escluso l’essere umano. Se siamo parte di una materia eterna, in perenne trasformazione, allora noi non siamo mai nati e mai moriremo. L’essenza umana è eterna e infinita non meno dell’essenza materiale. All’origine della materia non vi è alcun dio, ma la materia stessa, che si è autogenerata, e di essa l’essenza umana è parte organica.

Non esiste alcuno “spirito” o “divinità” antecedente alla materia, come non esiste una coscienza separata dal corpo. La fine del corpo è la fine della coscienza in quel corpo. Chiedersi quale forma possa assumere il nostro corpo dopo la sua fine, è una domanda senza senso, perché o la risposta si presume già di conoscerla, oppure non si è “materialmente” in grado di rispondervi.

Detto questo, la stessa parola “morte” acquista semplicemente il significato di “trasformazione”. Essendo destinati a vivere in eterno, la morte è semplicemente il passaggio da una condizione di vita a un’altra. Una materia eterna e infinita ha infinite forme di esistenza, come infinite sono le forme della coscienza umana. La coscienza non è altro che la forma più spirituale della materia. Le leggi della coscienza sono le stesse della materia, in forma immateriale.

Non si può usare il concetto di materia per negare quello di essenza umana universale, solo perché si teme di fare il gioco dei clericali col loro concetto di dio. L’unico dio dell’universo è l’uomo, diviso in maschio e femmina: non esistono entità esterne all’uomo se non appunto la materia, di cui però l’uomo è parte organica, strutturale.

Il che vuol dire che va rivisto anche il concetto di “evoluzione”. Il fatto che il genere umano abbia preso forma sulla Terra, non sta a significare che, come “essenza”, non fosse già presente nell’universo. Tutte le immaginifiche costruzioni di idee divine dipendono proprio dalla dimenticanza di questo presupposto. Quando nel Genesi si parla di “creazione umana”, la si deve intendere come “terrena”, ma il fatto che si aggiunga l’espressione “a immagine e somiglianza della divinità” lascia capire che tra umanità e divinità non vi sia alcuna differenza, tant’è che l’autore di quel racconto poetico s’immaginava un dio che camminava nell’Eden insieme ai nostri progenitori, cioè come una sorta di “capo tribù” dedito all’agricoltura (2,8ss; 3,8).

Anche Gesù Cristo, nel vangelo di Giovanni, si meraviglia che gli ebrei siano finiti col considerare dio un’entità esterna e obietta loro che gli stessi uomini sono divinità (10,34ss). Infatti non ci può essere vera identità umana finché la si considera in tutto e per tutto dipendente da una divinità (cosa che avevano già capito i filosofi greci della natura cinque secoli prima della nostra èra). Questo è il principio fondamentale di qualunque ateismo.

Se noi ci pensassimo come “eterni” e non come “creati”, non avremmo bisogno di credere in un’entità assoluta a noi esterna. Se esistesse un’entità del genere, la nostra libertà sarebbe eternamente condizionata. Non che essa non lo sia o che non debba esserlo, ma può esserlo solo dalle leggi che la costituiscono, che sono appunto quelle della materia, che da sempre coesiste con l’essenza umana.

Se l’uomo è “creato” non è libero sino in fondo. Noi possiamo essere “creati” solo nell’ambito della Terra e in una condizione materiale specifica, ma non lo siamo certo come “essenza umana”. Lo dimostra il fatto che non esiste alcuna garanzia che i figli diventino esattamente come i padri. L’essenza umana va ben al di là della trasmissione genetica e persino di quella culturale. Ogni essere umano è assolutamente un unicum irriducibile e irripetibile. E ogni volta deve chiedersi come vivere la propria libertà e con quale coscienza.

Coscienza e materia

La materia e la coscienza sono l’archè di ogni cosa. La materia è fonte della natura, la coscienza è fonte dell’essere umano. Tra materia e coscienza vi è un rapporto di stretta interconnessione, d’interdipendenza. La coscienza è un prodotto della materia, ma anche la materia è un prodotto della coscienza. La materia è pensante e la coscienza è immateriale: non c’è coscienza al di fuori della materia e viceversa. La materia è una categoria della conoscenza e dell’esperienza umana, non meno della coscienza, in quanto entrambe indicano una realtà oggettiva che si riflette nelle sensazioni umane e nella struttura dell’universo.

La materia è primaria ed eterna, increata e indistruttibile, causa intrinseca di tutto quanto esiste. Anche la coscienza ha le stesse qualità. Materia e coscienza sono elementi interconnessi, strettamente interdipendenti, e anche assolutamente autosufficienti, in quanto escludono realtà esterne che possano dar loro un qualche significato di vita, un senso alla loro esistenza e al loro rapportarsi.

Il mondo materiale è unico, una unità di molteplici forme. Nulla può sorgere dal nulla e non può neppure scomparire nel nulla. Tutto ciò che esiste, esiste da sempre, e si trova in perenne trasformazione. Questo vale anche per la coscienza, che è un prodotto tipicamente umano, assente in qualsiasi altro ente dell’universo.

La libertà di coscienza è il valore supremo dell’universo. Anche la coscienza – come la materia – esiste da sempre: l’essenza umana non è un mero prodotto derivato dalla materia, ma un elemento originario, che da sempre coesiste con la materia. Se si esclude questa eterna coesistenza, si fa della materia un qualcosa di mistico, cioè si fa del materialismo metafisico, e si attribuisce alla casualità la formazione della coscienza. Il che è insensato, in quanto la coscienza rappresenta, senza dubbio, un elemento assolutamente eccezionale, non comparabile con alcun elemento materiale di tutto l’universo e, per questa ragione, va escluso a priori ch’essa possa essere il frutto di una successione progressiva di determinazioni quantitative. Se esiste un’evoluzione, nella coscienza, riguarda i suoi livelli di sviluppo, non la sua autogenesi.

Se non si vuole cadere nel misticismo, attribuendo alla materia qualità divine, occorre affermare la coesistenza della materia con l’essenza umana cosciente di sé. È proprio la presenza di questa coscienza che rende relativa, cioè non indispensabile, un’indagine approfondita dell’essenza della materia per comprendere il significato dell’universo. Qualora infatti si raggiungessero vastissime conoscenze scientifiche, esse sarebbero ancora poco rispetto a quelle che riguardano la profondità della coscienza.

La coscienza è il corrispondente immateriale più adeguato alla vastità e profondità dell’universo materiale. Coscienza e materia sono un tutt’uno, che può essere colto nella sua distinzione, nel senso cioè che non si può confondere un elemento con l’altro, ma non è possibile neppure separare o disgiungere gli elementi e nemmeno sovrapporli o giustapporli, nemmeno temporaneamente. In origine non vi è l’uno bensì il due: due poli che si attraggono per completezza e si respingono per la diversità.

È così vero questo principio che, da un punto di vista filosofico, un qualunque numero diviso per se stesso non dovrebbe dare uno ma zero, o comunque, se proprio non si vuole utilizzare lo zero, che in natura non esiste, essendo una mera convenzione formale, dovrebbe dare un numero irrazionale. Questo perché in natura non esiste neppure l’uno, se non in maniera relativa, cioè in rapporto ad altro, che potrebbe essere qualificato come “assente” o come “diversamente presente”. Se uno studente nel banco è solo, lo è in rapporto agli altri, che di solito sono in coppia.

Il proverbio popolare dice: “non c’è due senza tre”. Ma sarebbe più esatto dire: “non c’è uno senza due”. La solitudine del numero uno comporta qualcosa di alienante. Dovremo fare come Pitagora, che si rifiutava di classificare l’uno tra i numeri dispari e lo chiamava “parimpari”. Come minimo i numeri dovrebbero partire dal due: si dovrebbe dire che, come lo zero non esiste in maniera assoluta, così l’uno esiste solo in maniera relativa. Anche quando si devono contare un certo numero di elementi, si preferisce, per brevità, usare il due invece dell’uno. L’uno viene usato dai bambini piccoli, quando hanno appena imparato a contare.

Noi non abbiamo occhi adatti per riconoscere l’umano in tutte le sue forme, e ci spaventiamo quando va oltre il consueto per il quale siamo abituati. Temiamo la follia, poiché ci sembra di vedere ciò che non c’è; temiamo la morte, che per noi significa non avere forze sufficienti per affrontare l’inaspettato. Non ci piace lasciarsi andare al misticismo, perché per noi è una forma di irrazionalità, e continuiamo ad affrontare le cose con sano buon senso. Non riusciamo a immaginarci “figli dell’universo”: preferiamo restare coi piedi per terra, senza renderci conto che solo un luogo sconfinato nello spazio e senza un tempo determinato, calcolabile, può essere adeguato alla nostra coscienza, i cui abissi sono insondabili.

Se ci sentissimo “figli dell’universo”, vivremmo le cose con maggiore consapevolezza e libertà, con maggiore distacco e lucidità, e soprattutto avvertiremmo il nostro pianeta come un luogo sacro da rispettare, sul quale dovremmo camminare a piedi nudi, come quando Jahvè disse a Mosè: “Togliti i calzari perché questo luogo sacro”.

Sulla Terra siamo soltanto degli ospiti, tenuti a rispettare un certo regolamento non scritto; dopodiché, sulla base di come ci saremo comportati, otterremo una missione da compiere, di cui, in un certo senso, sappiamo già il contenuto: essere se stessi. Soltanto una cosa non sappiamo: il contesto in cui esserlo, cioè le forme dell’essere, che non potranno certo essere identiche a quelle terrestri, come queste non sono identiche a quelle che vivevamo nel ventre di nostra madre.

La vita è come una scuola, in cui si apprendono le cose lentamente e a livelli sempre più avanzati. Notevole la fatica iniziale, ma poi si viaggia spediti, pur in mezzo a saltuari contrattempi. Si impara sbagliando: l’importante è non perdere tempo e impegnarsi da subito. Raggiunge l’obiettivo chi è disposto a fare sacrifici, chi non pretende tutto e subito.

È stata una grande disgrazia dell’umanità aver deviato dalla retta via. I disastri compiuti in questi ultimi 6000 anni sono stati così gravi da indurci a guardare le cose con un certo pessimismo. L’umanità sembra aver perso definitivamente la possibilità di discernere il bene dal male. Ci stiamo incamminando, quasi senza soste, verso il precipizio.

La coscienza non dimentica

Anche se sapessimo di poter vivere in eterno, e che, proprio in virtù di tale possibilità, noi ci sentiremmo indotti a relativizzare le nostre colpe o a perdonarci più facilmente a vicenda, resta il fatto che la coscienza non dimentica mai nulla.

La coscienza dell’essere umano sembra essere fatta apposta per ricordare bene qualunque cosa le accada. E non è solo questione di abitudine a ricordare, come negli animali; di fatto noi conserviamo tutto nell’inconscio, anche quello che non ricordiamo nei dettagli, tant’è che ciò che pensavamo d’aver rimosso una volta per tutte, può riapparire improvvisamente, con prepotenza, vincendo ogni resistenza. Su questo è impossibile dar torto a Freud.

Dunque come potrà un essere eterno convivere con qualcosa di fastidioso, di perturbante, che in qualunque momento può affiorare alla sua coscienza? Quel che si è fatto di negativo continuerà ad opprimerci, anche nel caso in cui chi avrà patito offesa, per colpa nostra, ci avrà perdonato? Come faremo a perdonare noi stessi? È questo il compito più difficile. Qui neppure gli altri possono aiutarci, se non indirettamente. Non ci basteranno i nostri pentimenti, i perdoni altrui, le loro rassicurazioni, le nostre sofferenze… Possiamo permettere che l’angoscia si trasformi in disperazione? Che senso ha vivere in eterno quando si è morti dentro? Tutto il male che avremo fatto rimarrà inchiodato alla nostra coscienza e non ci sarà giustificazione che potrà attenuarne il peso.

Forse l’unica cosa che potrà ridurne il peso sarà la consapevolezza che, di fronte alla verità assoluta, quella che su questa Terra non possiamo conoscere, non ci sarà nessuno che potrà dichiararsi assolutamente innocente. Tutti, chi più chi meno, avremo la consapevolezza d’essere stati colpevoli di qualcosa, fosse anche solo un peccato d’omissione.

Altrimenti le alternative potranno essere solo due: o sfruttare l’infinità dell’universo per vivere il più lontano possibile dalle persone che abbiamo offeso, ovviamente nella consapevolezza di non dover più ripetere gli stessi errori; oppure infliggerci un’autopunizione che compensi, in qualche modo, il torto compiuto.

È vero che su questa Terra diciamo che chi sbaglia paga, ma nell’universo è la consapevolezza del torto la pena più terribile, proprio perché non la si potrà nascondere.

E tuttavia si deve poter vivere in pace con se stessi, per poter essere in pace con gli altri. E siccome non ci potrà essere un giudice che premi i buoni e punisca i cattivi, in quanto ci sarà soltanto una verità chiara e distinta, cui tutti potranno attingere liberamente, uno dovrà decidere da sé quale percorso scegliere. Dovrà farlo per la propria salvezza interiore, che è in fondo una condizione di pace spirituale, di rassicurazione morale.

Questa pace può essere raggiunta in due modi: o ricominciando tutto da capo, insieme ad altre persone, diverse da quelle che sono state offese, nella consapevolezza indelebile dello sbaglio compiuto; oppure cercando di dimostrare concretamente alle persone offese che si è veramente pentiti di ciò che si è fatto. Ogni colpevole dovrà trovare da sé il modo per dimostrarlo, e dovrà cercare di essere convincente, non tanto o non solo nei confronti della coscienza altrui, la quale, in ogni caso, è legittimata a richiedere soddisfazione, quanto piuttosto nei confronti della propria coscienza. Poi comunque dovrà essere evidente a tutti che i torti non stanno mai solo da una parte.

Su questa Terra, in cui la vita è breve e i rapporti con le persone sono spesso provvisori e condizionati da molti fattori negativi, non possiamo sapere fino a che punto di profondità si può spingere la nostra coscienza. Ma là dove l’ambiente esterno è illimitato nello spazio e infinito nel tempo, le cose saranno completamente diverse.

Noi dobbiamo uscire da questa dimensione terrena con la consapevolezza dei limiti delle nostre scelte. Pensare di avventurarci nell’universo senza la coscienza della gravità delle nostre colpe, è una pura insensatezza, una cosa del tutto inutile. L’universo è senza dubbio un’occasione per ricominciare, aperta a tutti, ma non può essere sprecata solo perché sulla Terra non si è stati capaci di fare autocritica e di individuare una verità sufficientemente obiettiva.

La natura cosciente

Il materialismo storico-dialettico sostiene che la materia è il dato primordiale, mentre la coscienza è il dato secondario. Lo dice in senso cronologico.

In realtà sarebbe stato meglio sostenere, in senso ontologico, che la materia è cosciente da sempre, anche se la coscienza ci appare storicamente in via di sviluppo. Questo perché non esiste un vero e proprio “sviluppo della coscienza”. Anzi, da circa seimila anni, con la nascita delle civiltà, abbiamo assistito a una involuzione della coscienza.

La coscienza rappresenta uno “sviluppo” solo quando cerca di recuperare la propria identità originaria, e questo avviene sempre con molta fatica, con grandi traumi, con passi in avanti e indietro, proprio perché non siamo più abituati a vivere “secondo natura”.

La coscienza più sviluppata è stata quella che, come esperienza collettiva, si viveva conformemente alle esigenze della natura, cioè è stata quella che avvertiva la natura al di fuori e, nel contempo, dentro di sé.

Oggi la natura viene percepita come un elemento soltanto al di fuori di noi, che noi possiamo e anzi dobbiamo “dominare”, se vogliamo sopravvivere. Al massimo la percepiamo come un elemento in cui rifugiarsi transitoriamente, per sopportare meglio l’alienazione delle città e del macchinismo; ma questa forma di evasione (così tipica quando non si lavora) è solo una forma d’illusione.

Nessun collettivo dovrebbe mai sovrapporre, facendole prevalere, le proprie esigenze produttive e riproduttive a quelle della natura. L’unico modo per essere conformi a natura è quello di chiedersi, ogni volta che si compie un’azione, se i suoi effetti potranno ostacolare o ritardare o addirittura impedire i processi autoriproduttivi della natura.

La riproduzione, in natura, e quindi anche nell’uomo, è più importante della produzione umana, proprio perché una qualunque produzione, senza riproduzione, non vale nulla, non viene trasmessa alla specie, cioè finisce con la morte del produttore.

Se i processi autoriproduttivi della natura vengono ostacolati o ritardati o impediti, i nostri processi produttivi non garantiranno nulla, scientificamente non varranno nulla, risulteranno anzi anti-ecologici, pericolosi non solo per l’ambiente, ma anche per noi stessi. L’unica cosa o azione che possa aspirare a durare in eterno è quella che permette alla natura di riprodursi agevolmente. E se la natura può farlo, potremo farlo anche noi, che dipendiamo totalmente da essa.

Avere consapevolezza di sé

L’autocoscienza può dirsi sufficientemente adeguata quando si è coscienti dei propri limiti. Il che però non è condizione sufficiente per superarli. E non lo è neppure il desiderio di farlo.

Oggi siamo arrivati alla conclusione che non solo serve a poco prendere coscienza dei problemi, per poterli risolvere, ma neppure serve a molto desiderare fortemente di risolverli. Ci vuole ben altro: competenza nell’uso degli strumenti, organizzazione collettiva della loro gestione, senso della disciplina, controllo periodico dei risultati, visione strategica (sistemica, olistica) della realtà… Insomma un insieme di cose in cui la pratica ha una certa preponderanza sulla teoria. La teoria va bene per far partire la macchina e per metterla a punto nel primo collaudo, ma, subito dopo, prima della periodica revisione, occorre che l’autista la usi il più possibile.

Noi possiamo avere consapevolezza di noi stessi solo al negativo, mentre affrontiamo e risolviamo i nostri problemi, ed è proprio questa consapevolezza il motore che ci spinge continuamente a migliorarci. Chi non vuole farlo, pensando che i propri limiti siano insuperabili, si condanna alla frustrazione e persino all’alienazione mentale.

Infatti se è possibile trovare giustificazioni ai nostri limiti, non è possibile sentirsi appagati dopo averle trovate. I limiti son fatti per essere superati, non legittimati. Il buddismo o lo stoicismo, con le loro teorie sul “non desiderare”, sono solo auto-illusioni.

Bisogna anzi fare attenzione a chi giustifica i limiti, poiché a volte questo modo serve per conservare dei privilegi acquisiti e per impedire ad altri di lottare contro questi privilegi.

Certo è che la vera consapevolezza delle cose (e di sé) può essere raggiunta solo da un uomo e da una donna maturi, ancora in forze per poter operare dei cambiamenti significativi, per poter rivendicare una certa coerenza. I giovani e gli anziani sembrano essere esclusi da questo processo: i primi perché vogliono tutto e subito e i secondi perché sono rassegnati a non poter avere più di quello che hanno e che non vogliono perdere.

Il valore della coscienza

Il cristianesimo ha notevolmente sviluppato il concetto di “persona”, introducendo, per così dire, il valore della responsabilità personale, l’idea di libera scelta, il primato della coscienza…

Prima del cristianesimo era considerato “persona” solo l’individuo che disponeva di un certo potere o che ricopriva un qualche ruolo ufficialmente riconosciuto. Non si era “persona in sé”, a prescindere da tutto, ma soltanto in rapporto a qualcosa di estrinseco. Il valore di una persona era dato da qualcosa di “esterno”, che l’individuo doveva “possedere” per essere considerato qualcuno. Nel mondo romano occorreva almeno lo status di cittadino libero: cosa che distingueva il romano dallo straniero, il libero dallo schiavo. Poi naturalmente vi erano i ruoli politici, sociali, culturali, religiosi. Fra i cittadini liberi, l’uomo era più “persona” della donna, e il vecchio più del giovane.

Il cristianesimo invece, dando importanza al concetto di “persona in sé”, ha avuto il coraggio di affermare che l’essere umano, in coscienza, può essere “libero” anche se fisicamente o giuridicamente è “schiavo”. Questo concetto fu rivoluzionario, poiché poteva impedire al potere costituito di servirsi del concetto di “ruolo” in maniera arbitraria: non si è per ciò che si fa, né per un privilegio acquisito.

È vero che il cristianesimo sosteneva che alle autorità bisognava obbedire non solo per “dovere” (come sempre era stato), ma anche per “motivi di coscienza” (col che si può pensare che il cristianesimo abbia legittimato eticamente il servilismo dei cittadini nei confronti delle autorità costituite); ma è anche vero che, una volta introdotto il concetto di “coscienza”, il cristianesimo veniva inevitabilmente a porsi in maniera concorrenziale col potere costituito, in quanto, se da un lato, il cristiano poteva predicare la subordinazione, dall’altro poteva anche predicare il contrario, a seconda delle circostanze contingenti, ovvero degli interessi in gioco.

In tal senso si può tranquillamente affermare che il cristianesimo, nonostante abbia circoscritto il concetto di “coscienza” nell’angusto ambito della religione, ha comunque fatto di questa uno strumento politico da poter usare anche in maniera eversiva (cosa che nell’ambito del paganesimo assai raramente avveniva: le religioni pagane che si opponevano al sistema, normalmente predicavano l’evasione dalla realtà).

La storia del cristianesimo ha dimostrato che ogniqualvolta le autorità cristiane chiedevano al credente di servirsi della propria coscienza per opporsi all’autoritarismo (vero o presunto) delle autorità laico-statali, lo scopo era anzitutto quello di aumentare i poteri politici della chiesa, cioè quello di servirsi dell’obiezione di coscienza per trasferire il totalitarismo da un potere istituzionale a un altro. Questo almeno è quanto è accaduto nell’ambito del cattolicesimo-romano.

Eccezioni se ne possono trovare nei primissimi secoli della nostra èra o in molti fenomeni ereticali, allorché i credenti si servivano della loro coscienza per opporsi anche al totalitarismo della chiesa.

Fintanto che il primato della coscienza sul ruolo è rimasto organico all’esperienza ecclesiale comunitaria, i vantaggi sul piano socio-culturale sono stati notevoli per la chiesa; e proprio in forza di questi vantaggi il cristianesimo ha potuto vincere la propria battaglia sul paganesimo.

I guai sono venuti quando il cristianesimo, nella forma storica del cattolicesimo-romano, ha rinunciato politicamente alla prassi comunitaria, trasformando il ruolo del pontefice in una monarchia teocratica assoluta. La conseguenza è stata la trasformazione del valore della persona in un concetto meramente astratto, oggetto di mera speculazione filosofica o teologica. 

Nel momento stesso in cui la contraddizione fra politica autoritaria e collettivismo più o meno democratico è giunta al culmine della tollerabilità, è nato il protestantesimo, che ha legittimato l’individualismo anche sul piano sociale. Ed è stato così che si è poi sviluppato il capitalismo.

Il capitalismo poteva nascere solo in un ambito ch’era “cattolico” più sul piano teorico che pratico, più sul piano politico che sociale. Dal Mille al 1500 infatti il credente diventò sempre più borghese e sempre meno cattolico, e la chiesa romana diventò sempre più politica e sempre meno religiosa. A quel punto le alternative erano diventate due: o il cattolicesimo si trasformava in protestantesimo, permettendo al capitalismo d’imporsi con relativa facilità; oppure il capitalismo in fieri veniva politicamente costretto a ridimensionarsi, onde permettere al feudalesimo di sopravvivere. Nell’Europa del sud la chiesa cattolica scelse, attraverso la Controriforma, questa seconda strada. Nell’Europa del nord si preferì la prima, salvo le eccezioni dovute a contingenze storiche (p.es. la Polonia, la Lituania, ecc.).

Una volta posto il protestantesimo, perché non è stato promosso lo schiavismo invece del capitalismo? Perché in Europa non lo si poteva fare. Lo schiavismo avrebbe potuto essere promosso solo là dove non fosse esistita alcuna “coscienza cristiana” (sul valore della persona).

Il capitalismo non è che la maschera cristiana dello schiavismo, cioè è il modo cristiano individualistico (e quindi protestante) di vivere lo schiavismo in un ambito dominato ideologicamente dal cristianesimo. Infatti, il capitalismo, a differenza dello schiavismo, garantisce formalmente la libertà a tutti i cittadini e lavoratori.

Questa maschera non è stata necessaria nei paesi extra-europei, dove, anche se sul piano pratico l’esigenza comunitaria si manifestava con un certo vigore, non si era ancora arrivati, in mancanza della profondità del cristianesimo, a elaborare un’ideologia del valore assoluto della persona. L’individuo veniva semplicemente considerato come una parte del tutto e mai, in nessun caso, come un elemento che, in virtù della propria consapevolezza di sé, poteva porsi al di sopra dei limiti comunitari e naturali.

Il cristianesimo ha vinto sulle culture non cristiane perché ha imposto il dominio politico e ideologico della persona astratta sul collettivo concreto, che ancora non aveva sufficiente consapevolezza della propria forza: il dominio di una persona che di umano non ha più nulla, se non la consapevolezza di poter usare la libertà per compiere le azioni più negative.

Naturalmente c’è un rovescio della medaglia che il cristianesimo europeo non poteva prevedere: l’uso arbitrario del concetto di “persona” è possibile appunto perché questo concetto esiste nel cristianesimo. La sua esistenza può indurre gli esseri umani a considerare negativamente ogni forma di abuso e di arbitrio. Le culture non cristiane, schiavizzate dal cattolicesimo-romano e dal protestantesimo, possono trovare nel cristianesimo originario la forza per emanciparsi, anche se la storia ha dimostrato, nel frattempo, che tale emancipazione può avvenire solo se i valori del cristianesimo vengono definitivamente laicizzati.

Il contenitore e il suo contenuto

La coscienza umana, nella sua assoluta profondità, è insondabile, persino a noi stessi.

La conoscenza che abbiamo delle sue caratteristiche è invece relativa, nel senso che può aumentare o diminuire a seconda delle circostanze, sociali e personali.

Possiamo scoprire in noi degli stati d’animo, dei sentimenti, delle facoltà di scelta grazie non tanto a delle nostre riflessioni personali, quanto piuttosto a delle relazioni sociali.

Son proprio le relazioni sociali che ci aiutano a capire meglio noi stessi: sia che gli altri siano individui positivi, che ci fanno vivere meglio la vita e quindi comprendere meglio le nostre risorse; sia che gli altri siano individui negativi, che ci traggono in inganno e ci fanno compiere azioni che non avremmo dovuto fare e che non avremmo mai pensato di fare. In questo secondo caso dobbiamo essere abbastanza intelligenti da capire in che modo un’esperienza da negativa può diventare positiva.

Le riflessioni personali, introspettive, sono tanto più ricche quanto più profonde sono le relazioni sociali. La controprova di questo è data dal fatto che le persone isolate tendono a ripetere sempre le stesse cose, a fissarsi su determinate idee o abitudini, fino a diventare maniache, ossessive.

Noi non siamo fatti per stare soli, tant’è che quando andiamo a cercare un po’ di pace nella solitudine, ci annoiamo molto presto e abbiamo persino bisogno d’inventarci delle cose da fare, coltivare degli interessi particolari o anche solo degli hobby, con cui far passare il tempo.

Ovviamente una qualunque relazione personale è sottoposta ai condizionamenti oggettivi di una determinata società o, se si preferisce, è delimitata dalle condizioni storiche di una certa epoca.

È indubbio, p. es., che la grande capacità tecnologica dei mezzi di comunicazione di massa ha oggi ridotto di molto l’esigenza di avere ampie relazioni sociali. Gli individui, sempre più soli, s’interfacciano col mondo esterno attraverso la mediazione di canali televisivi (che fino a sessant’anni fa erano solo radiofonici e cinematografici).

Oggi addirittura si pensa di ovviare a questa anomalia comportamentale, tipica di tutte le società tecnologicamente avanzate, accedendo alle cosiddette “reti telematiche”, di cui i “social network” rappresentano la quintessenza più significativa. La magia dell’interazione utente, da viversi in tempo reale con persone in capo al mondo, fa illudere enormemente sulla capacità di stabilire effettive relazioni sociali: si finisce col confondere il reale col virtuale.

In ogni caso per una coscienza sociale insondabile come la nostra ci vuole uno spazio adeguato, una comunità di persone che potenzialmente sia infinita. Certo, possiamo accontentarci di vivere in una piccola comunità, che, anche quando piccolissima (come per esempio quella del rapporto di coppia), è sempre meglio della solitudine. Però vogliamo essere sicuri che alla comunità non venga mai negata la possibilità di conoscere nuove persone. Ci piacciono le novità, ci stimolano a riflettere, ampliano i nostri orizzonti cognitivi, le nostre competenze e abilità.

Ora, è evidente che quanto più andiamo in profondità, tanto più la nostra coscienza avverte che lo spazio attorno a sé è insufficiente, come lo avverte il feto, che ad un certo momento si posiziona per uscire.

Ma per una coscienza insondabile, della cui profondità infinita abbiamo sempre più consapevolezza, quale può essere il luogo più adatto per sentirsi adeguata? Cioè per avvertire che le sue possibilità di scelta sono illimitate? Non esiste altro luogo che l’universo, le cui dimensioni geo-fisiche sono per noi del tutto incommensurabili.

L’unico modo in cui un contenuto possa esprimersi in maniera conforme alla propria profondità, o possa comunque sentirsi potenzialmente idoneo a vivere secondo le proprie possibilità, è quello di esistere in un contenitore illimitato per estensione.

La coscienza, in altre parole, ha bisogno di sapere che lo spazio in cui chiede di vivere non ha limiti che essa stessa non si ponga. Le infinite possibilità di relazioni, per costruirsi un’identità, possono essere ridotte a un nulla solo se la coscienza desidera vivere nella solitudine. Nessuno potrà essere impedito dal vivere come un eremita, ma bisognerà comunque metterlo nelle condizioni di non volerlo fare soltanto come forma di protesta, cioè come opposizione individuale a delle relazioni fasulle. Se l’inferno esiste, deve esistere solo per chi lo vuole.

Se questo è possibile, chiunque si rende facilmente conto:

  1. che tra il nostro pianeta e l’universo le differenze non sono di sostanza, ma solo di forma;
  2. che la dimensione umana è l’unica ad essere adeguata all’universo, avendo analoghe caratteristiche;
  3. che la legge fondamentale dell’universo, in grado di sintetizzare tutte le altre, è la libertà di coscienza.

Tempo e coscienza

Perché tutte le cose non durano? Perché ogni cosa è costretta a negarsi, trasformandosi in altro? Noi sappiamo che il senso della vita sta nell’arrivare a capire che se avessimo potuto creare dal nulla l’essere umano, l’avremmo fatto esattamente com’è, cioè con la facoltà di scelta.

Dunque perché questo ente di natura, dotato di libertà di coscienza, non dovrebbe essere destinato a rimanere in eterno così com’è? Perché desideriamo sempre una qualunque cosa in più (p.es. poter volare), quando sappiamo bene che questo comporterà modifiche rilevanti al nostro essere?

Con Leonardo da Vinci abbiamo iniziato a studiare il volo degli uccelli, perché non ci accontentavamo di essere umani: volevamo volare come loro. E finalmente ci siamo riusciti, costruendo dei volatili meccanici. Non ci siamo accontentati di essere enti di natura, abbiamo voluto essere sovrannaturali, e con questi volatili meccanici ci siamo trasformati. Abbiamo sganciato bombe su decine di città: Guernica, Dresda, Mosca, Leningrado, Stalingrado, Hiroshima, Nagasaki… Eravamo talmente in alto, con strumenti di morte talmente potenti, che non sapevamo neppure chi, individualmente, andavamo a colpire. E dopo gli aerei son venuti i missili, i satelliti, le astronavi, le stazioni orbitanti…, che ancora non sappiamo quanti danni potranno arrecarci.

Sulla Terra dovevamo essere soltanto “umani”, così come lo eravamo stati per milioni di anni. Invece abbiamo voluto essere “sovrumani”, col rischio continuo di ottenere risultati “subumani”. Non ci siamo accontentati del desiderio di volare, guardando gli uccelli con stupore, nostalgia e un po’ d’invidia; abbiamo voluto realizzare quel desiderio anche a costo di distruggere l’ambiente e noi stessi.

Ciò che non abbiamo capito è che per poterci sentire sempre diversi, non c’è bisogno di andare oltre i limiti che la natura ci ha imposto su questa Terra. Noi dobbiamo imparare a rispettare questi limiti, perché quando vivremo in altri luoghi dell’universo, nuovi limiti ci attenderanno.

Il futuro sta nella scienza o nella coscienza?

Sul nostro pianeta il genere umano dovrebbe sviluppare anzitutto la coscienza, e solo in secondo luogo la scienza. L’unica scienza che dovrebbe sviluppare è quella contestuale allo spazio-tempo che gli è appunto dato da vivere su questo pianeta: uno spazio-tempo determinato dalle condizioni di sussistenza della natura, basate su precise esigenze riproduttive.

Un qualunque sviluppo scientifico che non tenesse conto di queste esigenze sarebbe inutile o nocivo, anzitutto per la natura, poi anche per l’uomo. Infatti una scienza senza coscienza può far solo del male: nel migliore dei casi non serve a nulla. Noi non ci accorgiamo subito dei guasti che procuriamo alla natura, né del male che facciamo a noi stessi, semplicemente perché nel primo caso la natura ci appare sconfinata e nel secondo perché appunto scarichiamo su di essa tutti i nostri problemi.

Questa falsa percezione delle cose appartiene però solo ai paesi che vogliono “dominare” l’intero pianeta, i quali pensano che lo sfruttamento delle risorse naturali sia illimitato in profondità e in estensione e non si preoccupano affatto di quali conseguenze ciò possa avere sulla natura stessa, sui paesi sottomessi e persino su loro stessi: questo perché chi vive sfruttando le risorse altrui, umane e materiali, pensa unicamente al proprio tornaconto.

I prodotti della scienza dipendono esclusivamente dalla ragione, ma se questa ragione è influenzata da interessi economici o politici o, peggio ancora, militari, non ci sarà neanche un suo risultato, grande o piccolo che sia, che servirà davvero a far progredire l’umanità. Ed è fuor di dubbio che la scienza affermatasi a partire dall’epoca moderna è altamente nociva, sotto tutti gli aspetti, sia per gli uomini che per la natura. Non perché sia scienza in sé, ma proprio perché non lo è, in quanto risponde a necessità o motivazioni che non sono naturali e quindi neppure scientifiche.

Infatti, in epoca moderna prevalgono nettamente le necessità di una determinata classe sociale, che si chiama “borghesia”, affermatasi in contrapposizione a un’altra classe sociale esistita nel Medioevo: l’aristocrazia. Là dove esistono società divise in classi contrapposte, un qualunque sviluppo scientifico fa gli interessi della classe dominante, che se ne serve per restare al potere.

Ogniqualvolta si gioisce per un risultato straordinario della scienza, si cade vittima di un’illusione, paragonabile a quelle che si alimentavano quando dominava la religione. Allora erano illusioni basate sulla fede, oggi sono basate sulla ragione. La scienza è la religione dell’uomo moderno: i miracoli si fanno con la matematica, la fisica, la tecnologia ecc. E che questi miracoli producano risultati opposti a quelli voluti o immaginati dipende appunto dal fatto che le motivazioni sottese al progresso scientifico sono viziate in partenza da interessi contrari alle esigenze umane e naturali.

In una situazione del genere andare avanti può soltanto voler dire “tornare indietro”. Noi, per poter davvero “progredire”, dobbiamo tornare a quel periodo della storia in cui gli esseri umani non avevano bisogno di alcuna illusione per vivere. E questo periodo può essere soltanto quello in cui non esistevano conflitti di ceti o di classi sociali, in cui non esisteva proprietà privata dei mezzi produttivi, in cui l’individuo si sentiva parte integrante di un collettivo, in cui la vita sociale era compatibile con quella naturale. Questo periodo gli storici lo chiamano, con molta supponenza, in quanto lo ritengono definitivamente superato, col nome di preistoria.

Siamo così prevenuti nei confronti di questo periodo che abbiamo sempre fatto di tutto per dimostrare che da esso bisognava necessariamente uscire, proprio perché per noi non esiste “progresso” e neppure, se vogliamo, la “storia” se anzitutto non si esce dalla preistoria.

Ecco, forse è giunto il momento di squarciare il nuovo velo che abbiamo messo nel nuovo tempio dedicato alla scienza, e dire: “Da quando siamo usciti dalla preistoria è iniziato il regresso dell’umanità”. L’unico modo per invertire la rotta è rinunciare a tutto quanto di scientifico e di tecnologico risulti dannoso per la natura, e puntare diritto verso lo sviluppo della coscienza umana.

È possibile un’etica scientifica?

Se è possibile una “scienza” in campo logico, non si capisce perché non sia possibile anche in campo etico. Se in campo etico non è possibile, poiché qui vi è il libero arbitrio, allora una logica che non lo preveda, non vale nulla. O è possibile una scienza del libero arbitrio, o non è possibile alcuna scienza, ovvero sono possibili tante scienze molto limitate nei loro contenuti, nei loro obiettivi e nelle loro pretese.

Noi piuttosto dovremmo porci una domanda cruciale per decidere la scientificità dell’etica: qual è la condizione che ci permette di dire in modo aprioristico quando una certa scelta etica non è conforme a natura? Noi non possiamo fare scienza solo dopo aver aspettato le conseguenze di determinate forme del libero arbitrio. Certe scelte scriteriate potrebbero impedircelo fisicamente o anche solo moralmente.

Quali sono quelle condizioni di vivibilità della libertà che ci tolgono dall’ansia di doverci chiedere ogni giorno se ciò che facciamo è giusto o sbagliato? Noi non possiamo prendere le cose così come vengono, nella convinzione che siano immodificabili. Cioè l’ansia non viene eliminata, rinunciando a chiedersi cosa sia giusto o sbagliato, o dando per scontato che nelle nostre società è più facile sopravvivere adeguandosi alla corruzione dominante che non cercando di combatterla.

L’essere umano, che voglia restare “umano”, non è fatto per vivere così negativamente. L’accettazione naturale della corruzione è innaturale. Le condizioni positive per togliersi l’ansia di dosso sono due:

– vivere un’esperienza comunitaria integrale, in cui ogni bisogno sia affrontato in maniera collettiva e dove la libertà di coscienza venga salvaguardata come bene primario;

– fare di questa esperienza un modello per l’intera società che ne è priva.

Dunque avremmo a che fare con un lavoro interno di democrazia sociale e un lavoro esterno di democrazia politica. La politica non è altro che la proposta di un’alternativa sociale nei confronti di una realtà ritenuta umanamente inadeguata. La politica avrà fine quando avrà fine l’inadeguatezza, che è frutto di contraddizioni antagonistiche, quelle irrisolvibili in assenza di “rivoluzioni”.

Riconoscersi, se stessi e reciprocamente

– Oggi vorrei farti un discorso metafisico.

– Sei in vena di astrazioni senza senso?

– No, voglio partire da qualcosa di molto concreto: il corpo umano. Seguimi in questo discorso e dimmi se sbaglio.

– Non farmi discorsi troppo difficili, perché alle tue domande non si trovano mai risposte convincenti.

– Vorrei partire da questa fotografia. Sono io da neonato. Se non me l’avesse detto mia madre, non ne avrei alcuna prova. Cioè non me lo sarei ricordato.

– E allora? Nessuno ha bisogno di vedersi com’era da neonato per sapere chi è da adulto.

– Devi ammettere che questa cosa è molto strana. Se il tempo ha un senso, non possiamo perdere la memoria di quando eravamo innocenti come bambini. Magari è stato proprio quello il periodo migliore della nostra vita. Rousseau, come sai, la pensava così.

– E che c’entra? Puoi sempre recuperarlo, se vuoi. È solo questione di volontà.

– Il problema è proprio questo: come riuscire ad essere se stessi in un mondo che te lo impedisce.

– Vorresti forse vivere in un mondo senza problemi? Senza ostacoli da superare?

– Vorrei potermi riconoscere a prescindere dalle difficoltà che devo affrontare. Vorrei che il tempo non incidesse così tanto sulla percezione che ho di me.

– Ma il tempo non c’entra nulla. Nella vita è normale cambiare. Non puoi prescindere dai condizionamenti dovuti allo scorrere del tempo.

– Io preferirei partire dal presupposto che il tempo non esiste. Cioè il tempo che viviamo sulla terra è solo una porzione dell’eternità dell’universo.

– E allora? Anche se fosse così, cosa cambierebbe? Se qualcosa c’impedisce d’essere noi stessi, ce lo impedirà anche quando vivremo nell’universo, lontani da questo pianeta.

– Ecco, stiamo arrivando al punto. Supponi che nell’universo non ci sia differenza tra passato, presente e futuro. Ci sia cioè solo il presente. Io vorrei vivere tutto il mio passato nel presente e non vorrei poter riservare a un futuro imprecisato la realizzazione dei miei desideri.

– Vorresti vivere come gli animali, per i quali esiste solo il presente?

– Sì ma con la coscienza di una memoria appagante e di un desiderio soddisfatto, o che comunque ha la possibilità concreta di esserlo. Vorrei poter essere me stesso a prescindere dalla volontà altrui.

– Questo sarà impossibile. L’uomo è un animale sociale. Non può prescindere dalla volontà altrui.

– Sì, ma vorrei che la volontà altrui non impedisse al mio desiderio di sentirsi soddisfatto.

– Devi sempre trovare una mediazione.

– È giusto, ma qual è il criterio per stabilire quando una mediazione soddisfa entrambe le parti?

– Ci vorrebbe una terza persona, ma so che a te questa soluzione non piace.

– Infatti. I problemi dobbiamo risolverli tra noi. Se c’è una terza persona ricadiamo nel misticismo. La mediazione deve soddisfare entrambe le parti, che riescono a trovarla da sole.

– Perché questo avvenga, entrambe le parti dovrebbero essere poste su un piede di parità. E questo non è facile.

– Ecco, la domanda che vorrei porti è proprio questa: che cos’è che ci permette di riconoscerci adeguatamente nella nostra essenza umana?

– Di sicuro non è l’aspetto fisico. Come esseri umani abbiamo un range talmente ampio sul piano fisico che il riconoscimento, a distanza di molti anni, diventa quasi impossibile.

– Infatti siamo troppo determinati dal tempo. Le stesse contraddizioni che viviamo modificano incredibilmente il nostro carattere, la nostra personalità. Su questa terra non siamo mai noi stessi.

– Va bene, supponiamo che il tempo non esista. In fondo, se l’universo non è mai nato, non si capisce perché debba avere una fine. I filosofi greci, su questo, la pensavano tutti allo stesso modo. Ma le contraddizioni che viviamo su questa terra devono poter avere una fine, altrimenti come faremo a riconoscerci? a trovare una mediazione?

– Le mediazioni infatti non possono trovarsi quando le contraddizioni sono inconciliabili. Tutta la filosofia post-hegeliana lo dice. È evidente che nell’universo ci si dovrà chiarire definitivamente su questo punto essenziale.

– A dir il vero lo stiamo facendo già adesso. Semmai posso accettare l’idea che se non riusciamo a chiarirci definitivamente questa cosa su questa terra, dovremo farlo nell’universo, altrimenti qualunque mediazione sarà impossibile.

– Non vorrei però che fosse solo una questione di “sapere assoluto”, alla maniera hegeliana. Vorrei che chiunque potesse trovare soddisfazione ai propri desideri, a prescindere dalla consapevolezza razionale che può averne.

– In effetti dovrebbe esserci qualcosa di più primordiale dell’intelletto. La ragione delle cose dovrebbe riguardare anche i sensi e i sentimenti, in modo tale che tutti possano percepirla alla stessa maniera, almeno nella sua parte essenziale.

– Ci stiamo avvicinando alla soluzione del problema. Nell’universo deve esistere qualcosa che va al di là delle modificazioni formali del tempo e che sia accessibile a chiunque, senza particolare sforzo.

– A parte ovviamente gli impedimenti che uno pone a se stesso, come per esempio i pregiudizi, le fissazioni maniacali.

– Certo, nessuno può togliere a un altro con la forza i pregiudizi in cui crede. Sarebbe una contraddizione in termini imporre la verità.

– Dunque, che cos’è che ci permetterà di vivere in pace? di credere liberamente alla verità delle cose? di non sentirci alienati? di poter tranquillamente lavorare insieme nel risolvere i problemi che incontreremo?

– L’ultima domanda che hai posto meriterebbe una discussione a parte, che faremo un’altra volta. L’uomo infatti si sente davvero realizzato soltanto quando può risolvere dei problemi.

– Io metterei come punizione per coloro che han distrutto il nostro pianeta, quello di rifarlo da qualche parte dell’universo, cominciando da zero, così si renderebbero ben conto di quanta fatica ci vuole a rendere le cose equilibrate tra loro.

– Sì, ma torniamo alla domanda di partenza. Nell’universo non può esserci una legge scritta che ci dica quale sia la verità. E non ci può neppure essere un dio che ci dica: “Io sono la via, la verità e la vita”. Chiunque dovrà poter dire di sé: “Io sono colui che sono”.

– Bene, e allora come faremo a riconoscerci e a collaborare insieme, per realizzare un progetto comune?

– Supponi che io ti abbia avuto come amico d’infanzia 70 anni fa, dopodiché ti ho perso di vista. Poi, improvvisamente, ci rivediamo e stentiamo a riconoscerci. Siamo completamente diversi. Eppure, dopo un po’, lentamente, parlandoci, torniamo a riconoscerci.

– In effetti, dev’esserci qualcosa che va al di là delle apparenze, delle forme, qualcosa di sostanziale. Questa cosa la vediamo sulla terra, caratterizzata dal tempo e dalle contraddizioni che abbruttiscono. In un universo senza tempo e con la possibilità di un’effettiva mediazione sarà ancora più evidente.

– Mi sbaglierò, ma, secondo me, l’unica legge esistente nell’universo, che domina tutte le altre leggi e che non può essere codificata da alcuna legge scritta, è quella della coscienza.

– Cioè l’unica vera libertà è quella della coscienza?

– Secondo me sì, e l’unica verità possibile è la coscienza della verità, che è insieme esperienza della libertà.

– Mi fai venire in mente il quarto vangelo, là dove viene detto che la verità rende liberi.

– Quella, presa in sé, è una definizione astratta. Infatti, per renderla vera, bisogna anche rovesciarla: la libertà rende veri.

– Cioè in sostanza vuoi dire che verità e libertà, se non si sostengono a vicenda, sono entrambe false?

– Sì, o quanto meno molto parziali e riduttive. Ecco perché penso che l’essere umano vada preso nella sua interezza. Dobbiamo avere una visione olistica delle cose, in cui nulla venga escluso e tutti i problemi possano essere affrontati con la consapevolezza di poterli risolvere.

– Perché questa cosa non riusciamo a viverla sulla Terra?

– Perché siamo abituati a reagire soltanto quando non abbiamo più niente da perdere. Ma in queste condizioni si possono fare errori colossali.

– Infatti dovremmo misurare la nostra responsabilità ogni giorno. Dovremmo allenarci costantemente alla coscienza della verità e alla esperienza della libertà.

– Dobbiamo tornare ad essere noi stessi quotidianamente e non soltanto nei momenti rivoluzionari.

– Sì, ma se non ci si riesce, le rivoluzioni diventano inevitabili e con esse, purtroppo, tutti gli orrori e le tragedie.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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