Il mito dell’evoluzione del genere umano

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L’idea che l’uomo provenga dalle foreste africane e si sia progressivamente evoluto, uscendo da uno stato scimmiesco, per poi espandersi in tutte le direzioni della Terra, non è così pacifica come sembra. Non dimentichiamo infatti ch’essa venne formulata quando si era convinti che la nostra civiltà (europea, capitalistica) fosse la migliore del mondo, anzi della storia.

Nessuno oggi nega che l’evoluzione abbia le sue motivazioni, ma non ha senso usarla in maniera assolutistica, al fine di dimostrare un progresso inarrestabile, quello appunto che ci ha portato agli attuali livelli. Questo modo di guardare le cose, più che scientifico, è mitologico.

Il fatto d’aver trovato antichissimi reperti umani, che ci presentano tutta una serie di ominidi, non è sufficiente a dimostrare che la teoria evolutiva sia quella giusta. Spesso gli scienziati trovano le prove che vogliono trovare, quelle che confermano idee precostituite, così come i turisti, quando vanno all’estero, vedono soltanto quello che si aspettano di vedere.

Sulla base della teoria evoluzionista ci è diventata familiare l’idea secondo cui la specie umana sia partita da un preciso punto geografico (l’Africa), per poi diramare da esso secondo una linea progressiva (o appunto evolutiva) che si è successivamente diversificata. Infatti gli scienziati parlano di australopiteco, homo habilis, erectus, sapiens ecc., come se il percorso fosse stato abbastanza regolare (a parte la strana scomparsa dell’uomo di Neanderthal). Gli ominidi si sarebbero formati uscendo dalle foreste, entrando negli spazi aperti delle savane, dove avrebbero acquisito la posizione eretta del bipede.

L’evoluzionismo è stato usato per mettere a tacere i miti del creazionismo, ma in questa battaglia ideologica è stata proprio la scienza a rimetterci. È evidente infatti che non si può contestare il concetto di “evoluzione” (anche i creazionisti erano convinti d’essere migliori di quanti non erano cristiani o non avevano la pelle bianca, tant’è che non mostravano scrupoli di sorta nel cercare di schiavizzarli).

Tuttavia è non meno indubbio che esiste anche il concetto di “involuzione”, che è il suo rovescio. La vita umana non assomiglia affatto a una uniforme linea retta, ma semmai alle parabole degli andamenti borsistici, cioè a continue oscillazioni di alti e bassi che spesso portano a disastrosi crack. Basta vedere la storia di tutte le civiltà, le quali, dopo aver raggiunto il picco del loro sviluppo, iniziano un declino inesorabile, fin quasi a scomparire dalla faccia della Terra.

Noi abbiamo voluto sostituire dio con la scimmia nel momento in cui noi stessi ci sentivamo delle divinità, ma così facendo abbiamo fatto delle scimmie un pretesto per avvalorare i nostri nuovi miti. Non a caso quando parliamo di “evoluzione umana”, la facciamo terminare con l’uomo bianco civilizzato.

Che la nostra origine scimmiesca sia semplicemente un mito antireligioso e non una realtà scientifica, è dimostrato dal fatto che non consideriamo i neri africani superiori a noi. Eppure basta guardarli fisicamente per accorgersene. Chi può superare un nero nella corsa e non erano forse più forti gli schiavi neri di quelli delle due Americhe?

L’evoluzione per noi occidentali è un dogma così indiscutibile, che non ci permette di vedere una realtà molto evidente, e cioè che da un punto di vista fisico il bianco è recessivo rispetto al nero. Se fossimo davvero obiettivi, intellettualmente onesti, dovremmo dire che il nero africano, che per milioni di anni ha vissuto il comunismo primordiale, è stato di gran lunga superiore a qualunque altra tipologia umana formatasi successivamente. Ancora oggi i neri lo dimostrano col loro fisico statuario e, se vogliamo, con altre caratteristiche che noi da tempo abbiamo perduto e che purtroppo ora stanno perdendo anche loro (p.es. il senso del collettivo, il rispetto della natura e degli animali, il desiderio di riprodursi, la fiducia ingenua nelle cose…).

Moravia diceva che l’Africa rappresenta, rispetto all’Europa, la primitiva innocenza, l’innocenza che gli stessi africani, stando a contatto con noi, rischiano di perdere irrimediabilmente.

Noi occidentali non saremmo mai disposti ad ammettere che dal nero africano al bianco europeo vi è stata in realtà una grave involuzione, che ha messo in pericolo la sopravvivenza dello stesso genere umano. L’idea di “umano” che oggi va per la maggiore è quella dell’affarista, intellettualmente dotato, tecnologicamente avanzato, particolarmente individualista, con un basso livello di moralità, al punto che è disposto a compiere qualunque cosa pur di acquisire potere o di non perderlo. Noi questo tipo di soggetto ogni giorno lo definiamo “evoluto”.

Ma c’è un’altra ragione per cui la teoria evoluzionista non può dimostrare la propria scientificità. Noi facciamo partire l’uomo dal nero e lo facciamo arrivare al bianco, ma chi ci dice che i primi uomini non siano stati in realtà olivastri? Verrebbe infatti naturale pensare che per passare dal nero al bianco ci voglia un tempo infinitamente superiore a quello che ci vorrebbe per passare dall’olivastro al bianco. E noi non abbiamo, sulla Terra, decine di milioni di anni di vita.

Perché dunque non dare per scontato che i primi uomini abbiano avuto un colore della pelle né troppo scuro né troppo chiaro, che è appunto quello tipico delle popolazioni mediorientali, le quali, ad un certo punto, si sono diramate in varie direzioni, mutando il loro aspetto a seconda dell’ambiente incontrato (troppo caldo, troppo freddo, troppo ventoso ecc.). Non ci sarebbe stata un’unica linea evolutiva.

Peraltro il Medio Oriente, cioè quella zona del Mediterraneo orientale che va dalla Siria al Sinai, si presenta come crocevia di tre continenti, che a partire da quell’area facilmente avrebbero potuto essere popolati quasi in simultanea. Non ci sarebbero stati ostacoli di sorta.

L’uomo primitivo doveva avere una percezione del pianeta molto più “globale” della nostra. Poteva muoversi liberamente in qualunque direzione. Cosa che oggi solo pochissime persone possono fare. La Terra è diventata una prigione, in cui gli esseri umani si sono rinchiusi da soli e non hanno più la chiave per poterne uscire.

Creazionismo ed evoluzionismo

Come non esiste alcun “creazionismo divino” così non esiste alcun vero “evoluzionismo umano”. Non ci può essere alcun “passaggio naturale” dal mondo animale a quello umano, poiché se le somiglianze sono relative, le differenze sono invece abissali.

Nessun animale possiede la libertà di coscienza, e non l’avrà mai. Invece l’essere umano la possiede sin dalla nascita, anche quando non la usa perché è un neonato e la sua libertà di scelta è minima, e nessuno gliel’ha data, in quanto non ha senso ricevere una cosa che già si possiede. Non solo, ma quanto più usa quella libertà tanto più è se stesso, cioè non diventa qualcosa di diverso da quel che è già. La libertà di coscienza ci fa essere noi stessi, non possiamo diventare “migliori” di quel che siamo, perché da ciò che si è si può soltanto peggiorare: se siamo noi stessi, siamo quel che siamo, diventiamo quel che dobbiamo essere. Un’evoluzione esiste soltanto per essere quel che si è. Di nessun animale si potrebbe mai dire una cosa del genere.

Sotto questo aspetto “ontologico”, l’origine dell’uomo non ha equivalenti di alcun tipo. Vien quasi da pensare che l’essere umano non abbia mai avuto alcuna origine, cioè che sia sempre esistito e destinato a esistere sempre, poiché la sua libertà di coscienza è indistruttibile, è una componente strutturale all’esserci, all’essere umano, anzi alla sua essenza, che prescinde, in un certo senso, dalla fisicità dei nostri corpi, in cui essa comunque agisce, in quanto non c’è coscienza al di fuori della materia.

Noi dovremmo soltanto accettare l’idea che la materia, che in questo momento viviamo (il nostro corpo specifico), è solo un aspetto della materia infinita dell’universo. Coscienza e Materia sono entrambe infinite, eterne, insondabili.

Quando si parla di “evoluzione”, bisognerebbe chiarire ch’essa non ha alcun rapporto con la libertà di coscienza, che è eterna e immutabile. Quel che mutano son solo le forme in cui tale libertà si manifesta, che sono incredibilmente varie.

Il fatto che siano esistiti degli animali prima ancora della comparsa dell’uomo sulla Terra, non sta affatto a significare che nell’universo non fosse già presente un’essenza umana. Se la libertà di coscienza è un elemento costitutivo dell’uomo, che non può ricevere da alcun animale, allora bisogna escludere l’evoluzione. Non siamo diventati “umani” attraverso un’evoluzione progressiva: lo siamo sempre stati. Ciò che mutano – e lo fanno a prescindere dal concetto di “evoluzione”, poiché non è detto che il presente sia migliore del passato – sono le modalità formali che la coscienza si dà per vivere.

Noi non siamo “figli della Terra” più di quanto la Terra non sia nostra figlia. L’universo è sempre esistito e il cosiddetto “big bang” non è affatto il suo inizio, ma solo l’inizio di una sua piccola parte, che ha permesso una nostra particolare forma di vita, relativa alle condizioni di spazio e tempo che ci sono date sul nostro pianeta.

Noi siamo nati su questo pianeta ma la nostra essenza, che è assolutamente unica nell’universo, esisteva già, ed è stata proprio questa essenza a generarci. Noi siamo figli e padri nello stesso momento. Non siamo destinati a un’esistenza eterna sulla Terra, ma neppure a non avere alcuna esistenza. La Terra è solo la condizione per una forma di vita, certamente non l’unica condizione, e si potrebbe anche dire che l’universo può prevedere diverse forme di vita. L’unica cosa che noi chiediamo all’universo è che ogni forma di vita sia compatibile con la nostra libertà di coscienza.

La dimensione più prossima alla nostra essenza è l’universo, che è eterno e infinito. Nessuno ci ha creati, nessuno ci può distruggere. Nessuna evoluzione può renderci diversi da quel che siamo. La libertà di coscienza è una sola e in virtù di essa il tempo che ci separa dagli uomini di milioni di anni fa è uguale a zero, mentre il tempo che ci separa dal nostro cane o gatto è infinito.

Gli esseri umani sono illimitati nella profondità della loro coscienza, infiniti nel loro numero e unici nell’universo. Non esiste alcun essere vivente equivalente o superiore all’essere umano. Tutto ci è inferiore. Tutti gli animali sono un nostro sottoprodotto, esattamente come tutti i minerali e i vegetali. L’unico vero “prodotto” dell’essere umano è l’essere umano stesso.

Darwin ha elaborato la teoria evoluzionistica studiando gli animali e poi, con una forzatura di tipo pseudo-ateistico, ha applicato la medesima teoria all’essere umano, senza rendersi conto che a-teismo non può voler dire ridurre l’uomo a un animale, ma alzarlo al rango divino. Non c’è mai stato alcun creazionismo, semplicemente perché non c’è nessun dio che non sia l’uomo, che è distinto in maschio e femmina, due entità che si attraggono per completarsi e riprodursi, e si respingono per conservare la loro specificità. Per la stessa ragione ontologica non esiste alcun evoluzionismo che ci renda umani da una condizione di partenza animale.

La libertà di coscienza è la sintesi suprema della legge degli opposti che si attraggono e si respingono senza sosta. Dunque la morte non esiste, se non come forma di transizione da uno stato di vita a un altro. E se in questa vita io sono stato affezionato a un animale, ho diritto a esserlo per sempre, quindi anche gli animali sono eterni. Quel che l’uomo vuole, se l’aiuta a essere se stesso, l’avrà.

*

L’evoluzionismo non è una scienza, ma dire che, per questa ragione, va recuperato il creazionismo, è assurdo. Non si può passare da un’ipotesi a una fede.

Usare il creazionismo contro l’evoluzionismo è insensato come fare il contrario, poiché i tempi cui ci si riferisce sono talmente ampi da risultare inutilizzabili per dimostrare concretamente qualcosa. Le teorie creazionistiche sono destinate a estinguersi da sole, a motivo del crescente interesse per le questioni terrene.

Tuttavia usare l’evoluzionismo per propagandare idee ateistiche non porta da nessuna parte, poiché l’ateismo deve restare una questione di coscienza, non di scienza. L’ateismo è “scientifico” solo per chi in coscienza già vi crede.

Evoluzione e involuzione

Noi non possiamo attribuire il livello di progresso di una popolazione al grado di sviluppo tecnologico, di divisione del lavoro o ad altri fattori meramente materiali o economici, senza prendere in considerazione l’insieme delle condizioni sociali, culturali e politiche dell’intera popolazione. Non sono un indice sicuro di progresso i fattori cosiddetti “dominanti”, come p.es. il livello delle forze produttive, che si misura sulla capacità di riprodursi economicamente. È l’insieme della vita sociale che va preso in considerazione e non un suo singolo aspetto.

Non dobbiamo dimenticare che i guasti principali arrecati al nostro pianeta provengono esclusivamente dalle cosiddette “civiltà”, cioè da organizzazioni “avanzate” dell’economia, delle istituzioni, dell’apparato bellico… Bisogna quindi ripensare totalmente il significato della linea evolutiva che va dalle società tribali alle civiltà. Questo perché, a ben guardare, non c’è stata una vera e propria “evoluzione”, ma piuttosto un’involuzione da uno stadio di vita collettivistico a una serie di formazioni sociali individualistiche. Una qualunque transizione al socialismo ha senso solo se porterà il genere umano a vivere in maniera analoga alle società tribali (preschiavistiche), ovviamente con una diversa consapevolezza rispetto a quella che gli uomini avevano oltre seimila anni fa (il periodo all’incirca in cui le civiltà sono iniziate).

Se fossimo un minimo onesti con noi stessi, troveremmo alquanto difficile sostenere che gli uomini di oggi hanno una coscienza della loro umanità di molto superiore a quella che potevano avere gli uomini di mille, diecimila o un milione di anni fa. Non sono le circostanze esteriori, materiali o fenomeniche, che rendono più o meno grande tale consapevolezza, altrimenti si sarebbe costretti ad affermare che popolazioni prive di scienza e di tecnica evolute dovrebbero essere considerate dal punto di vista della consapevolezza umana, assolutamente primitive. Ma se anche solo guardassimo al modo in cui hanno vissuto il loro rapporto con la natura, dovremmo dire esattamente il contrario.

Come d’altra parte è assurdo sostenere che, solo per il fatto di non aver lasciato nulla di scritto, determinate popolazioni possono essere considerate umanamente sottosviluppate. Noi oggi siamo talmente condizionati dalla scienza e dalla tecnica che non siamo più capaci di stabilire dei parametri qualitativi con cui indicizzare e monitorare l’umanità dell’uomo, a prescindere dai mezzi tecnoscientifici che impiega.

Per noi l’essere umano è anzitutto l’homo technologicus, oltre il quale esiste solo l’homo animalis, assolutamente primitivo, ferino, come – a partire dal mondo greco-romano – si presumeva fossero le popolazioni cosiddette “barbariche”, disprezzate anche nel modo di parlare. Facciamo molta fatica ad accettare l’idea, per molti versi incredibilmente banale, di un sano relativismo storico.

In realtà sarebbe sufficiente rinunciare a tutto ciò che contraddice le esigenze riproduttive della natura, per capire che la nostra attuale civiltà è lontanissima dal potersi definire “umana”. Infatti è soltanto la natura che può farci capire l’essenzialità della vita. E se c’è una cosa che non possiamo permetterci, anche se all’apparenza sembra non essere così, è proprio quella di essere contro-natura, cioè di usare scienza e tecnica etsi daretur non esse naturam.

Qui non è più questione di destra o sinistra, di capitalismo o socialismo; la stessa tutela ambientale rischia di diventare un mero surrogato, se non si pone il problema di come uscire da un concetto di civiltà” in base al quale noi oggi intendiamo cose del tutto innaturali e quindi inumane.

Quando gli storici prendono in esame i seguenti venti punti, non hanno dubbi da quale parte stare, o comunque un docente sa già a quale risposta porteranno gli interrogativi che dovrà porre allo studente, nel mentre insieme useranno il libro di testo. Ma dare per scontata una risposta a questi temi significa fare un torto alla ricerca storica.

– La scrittura di pochi singoli ha sostituito la trasmissione orale di un popolo (interessi particolari hanno prevalso su interessi generali);

– la vita urbana ha subordinato a sé quella rurale;

– il valore di scambio ha prevalso su quello d’uso;

– il mercato ha rimpiazzato l’autoconsumo (oggi poi il mercato finanziario e borsistico tende a prevalere su quello economico e produttivo);

– la specializzazione del lavoro ha sostituito la capacità di saper fare ogni cosa utile a sopravvivere;

– il lavoro intellettuale è decisamente prevalso su quello manuale;

– con la scienza e la tecnica si vuole “dominare” la natura e la parte più debole, meno acculturata dell’umanità;

– all’uguaglianza dei sessi è seguita la dominanza del genere maschile;

– la proprietà privata domina su quella sociale;

– la stanzialità ha sostituito il nomadismo;

– l’esigenza del superfluo ha prevalso sui bisogni fondamentali;

– l’idea di progresso indefinito o prevalente è stata usata demagogicamente in relazione alla materialità della vita, illudendo le masse che il benessere economico sarebbe stato generalizzato;

– s’è fatto coincidere, in maniera automatica, il livello di produttività di un paese col benessere sociale della popolazione; indici quantitativi hanno prevalso su quelli qualitativi; l’economico ha prevalso non solo sull’ecologico ma anche sul sociale;

– l’io prevale sul collettivo;

– la democrazia delegata ha sostituito quella diretta;

– le amministrazioni statali hanno paralizzato l’autogestione o l’autogoverno delle popolazioni, e in generale lo Stato domina la società civile; si è voluto far credere che una maggiore statalizzazione significasse automaticamente una maggiore socializzazione;

– le nazioni hanno sostituito le comunità di villaggio; si sono posti dei confini per restare separati, dopodiché si sono aboliti i confini, cioè si è invasa la proprietà altrui, per meglio dominare gli Stati più deboli;

– ci si arroga il diritto di imporre alle nazioni più deboli i propri criteri di vita: non c’è confronto alla pari, rispetto della diversità, ma imposizione di un modello;

– tutti i valori affermati (siano essi laici o religiosi) servono solo per assicurare questo stato di cose, cioè anche se i valori sembrano umani e conformi a natura, nella pratica producono il contrario;

– le armi che servivano per cacciare ora possono distruggere l’intero pianeta.

Sintesi o archetipo?

L’essere umano non è una sintesi di tutte le specie animali ma un archetipo: non come “essere” ma come “essenza”. Questo perché non c’è nessun animale che faccia cose che l’uomo non possa fare. Virtualmente siamo in grado di fare qualunque cosa, anche infinitamente più grande di qualunque altro essere vivente a nostra conoscenza.

È singolare come questa cosa le comunità monastiche cristiane, che pur vivevano in maniera alienata, avendo rinunciato a qualunque impegno politico, l’avessero già capita duemila anni fa. Eppure avevano scelto di vivere un’esistenza molto semplice, a contatto con la natura.

Vi è un punto del quarto vangelo in cui i redattori fanno dire al Cristo, nei cui confronti si pensava fosse una divinità, cioè del tutto superiore all’essere umano, che i suoi discepoli avrebbero fatto opere “anche più grandi” delle sue (14,12). E si scriveva questo dopo averlo presentato a più riprese come guaritore di malattie incurabili, resuscitatore di morti e di se stesso, padrone assoluto degli elementi naturali.

È quindi evidente, pur in mezzo a queste assurde esagerazioni, che la predicazione del Cristo aveva indotto i suoi discepoli a pensare che all’uomo nulla è impossibile e che la differenza tra una cosa e l’altra sta soltanto nel fine che le si attribuisce.

È anzi molto probabile che tale concezione fosse dipesa dal fatto che nella sua predicazione non vi fosse nulla di religioso, poiché se vi è una cosa che indica “debolezza” o “dipendenza” da circostanze superiori alla propria volontà, questa è proprio la religione. Vi erano quindi nella sua predicazione, che pur non poteva avvalersi di alcuna rivoluzione tecnico-scientifica, i presupposti perché tale rivoluzione potesse avvenire.

Deve pertanto esistere nell’universo un’essenza umana primordiale, che precede qualunque cosa esistente sul nostro pianeta. Tale essenza deve aver subìto un’evoluzione, poiché l’essere umano è apparso per ultimo sulla Terra. Ed è apparso come prodotto maturo, definitivo, in quanto rappresenta l’autoconsapevolezza della natura, che nessun animale possiede.

L’uomo non è nato con la scienza infusa, ma con la capacità potenziale di acquisire qualunque tipo di conoscenza, a qualunque livello. La stessa etica umana è soggetta ad approfondirsi, pur tra corsi e ricorsi storici.

Non siamo quindi un prodotto derivato delle scimmie (come sostengono gli evoluzionisti, i quali anzi dovrebbero chiedersi se questa loro concezione dell’uomo non dipenda da un giudizio negativo che si dà al suo modo di gestire la libertà). Semmai è vero il contrario: le scimmie, come tutte le altre specie animali, sono il prodotto di un’essenza umana ancestrale, universale, la cui natura è sostanzialmente identica alla nostra. Questa essenza si è per così dire “divertita” a creare tutte le specie animali, vegetali e minerali che desiderava, fino al punto in cui ha ritenuto opportuno riprodursi come tale, esattamente come fanno gli esseri umani.

Non ci potrà mai essere una riproduzione superiore all’essere umano. Chi pensa possano esistere specie animali o entità extraterrestri in grado di distruggerci, s’inganna, poiché noi siamo immortali. Siamo destinati a esistere, ci piaccia o no. Come “essenza”, infatti, non siamo mai nati.

L’unico essere che può distruggere l’uomo è esso stesso, ma sarebbe una distruzione che in qualunque momento potrebbe essere reversibile. L’autodistruzione riguarda solo la coscienza, ed è quindi una forma di disperazione, quella di chi vuole assolutamente essere se stesso nella propria negatività.

Al massimo dovremmo preoccuparci di non creare una società che di umano ha poco o nulla. Possiamo fare qualunque cosa, nei limiti dell’etica umana e delle esigenze riproduttive della natura. Ma questi sono limiti che indicano la nostra libertà, cioè il confine entro cui essa rimane se stessa.

Preistoria e natura

Gli uomini primitivi hanno vissuto per secoli in un rapporto equilibrato con la natura, senza conflitti antagonistici all’interno delle loro comunità. Noi non dobbiamo considerare il progresso storico-sociale e tecno-scientifico come strettamente legato al rifiuto del loro tipo di vita. Noi dobbiamo credere nella compatibilità di progresso e socialismo. Se il socialismo è un ritorno all’equilibrio dei rapporti umani e dei rapporti con la natura, lo è senza dubbio in relazione al progresso scientifico e tecnologico, anche se dovendo scegliere fra un socialismo più democratico con un minor progresso tecnologico e un socialismo meno democratico con un maggior progresso, è da preferirsi il primo.

Chi fa risalire al progresso in quanto tale la causa dell’autodistruzione della civiltà capitalistica, non dà agli uomini alcuna speranza: semplicemente perché il ritorno sic et simpliciter alla preistoria è impossibile. Se esso avverrà, dovrà avvenire con la consapevolezza di un percorso storico compiuto, altrimenti la storia non sarà che una parentesi da dimenticare.

Occorre dunque, più che rimpiangere il passato, cercare di capire in quale maniera “civile” e “democratica” si può utilizzare il progresso. Certo è che se si parte dall’idea che tale maniera è irrealizzabile, in quanto le forze antagonistiche sono troppo superiori, si sarà facilmente portati a considerare la preistoria migliore della storia.

Ma la preistoria non è stato un processo uniforme, in cui gli uomini sono sempre rimasti uguali a se stessi. Anzi, proprio la nascita della storia sta ad indicare il bisogno umano di uscire dalla preistoria, cioè dalla limitatezza degli strumenti di produzione, di lavoro, dalla precarietà materiale dell’esistenza. La storia è anche un indice del progressivo distanziamento degli uomini dal mondo degli animali, la cui unica preoccupazione è quella di sopravvivere.

Chi pensa tuttavia che le leggi del progresso siano così forti, così indiscutibili, da rendere irrilevante, rispetto ai benefici ottenuti, il peso delle ferite inflitte a certi popoli della storia, dimentica che sono proprio quelle ferite che possono aiutare la ragione a rendere più umana, in futuro, l’idea di progresso.

E in ogni caso quando si può costatare che determinati modi di produzione sono rimasti sostanzialmente inalterati nell’arco non di secoli ma di millenni, bisognerebbe convenire che ciò potrebbe anche rappresentare un progresso formidabile del genere umano e non un segno della sua arretratezza. Infatti non si cambiano le cose che funzionano.

Se con pochi mezzi a disposizione l’uomo primitivo è riuscito a garantirsi la sopravvivenza, senza dover sfruttare il lavoro altrui, ciò significa ch’egli aveva raggiunto una grande autonomia, una grande maturità personale. Il continuo bisogno di modificare i mezzi e i metodi produttivi è segno di grande instabilità e precarietà. Il capitalismo, in tal senso, rappresenta il massimo dell’irresponsabilità collettiva.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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