Tipologie di schiavismo nella storia

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Il mondo greco-romano non sviluppò la tecnologia utile all’economia produttiva non perché non ne avesse le capacità, ma perché non ne avvertiva l’esigenza, proprio perché esisteva lo schiavismo. Là dove esiste schiavitù, non si sviluppa mai la tecnologia, pur essendo l’economia finalizzata al mercato (gli schiavi, infatti, venivano generalmente acquistati sui mercati e certamente non per favorire l’autoconsumo).

Non si sviluppò la tecnologia neppure quando i paesi europei, nel mondo moderno, impiantavano lo schiavismo nelle loro colonie americane. Nell’ambito dell’agricoltura gli schiavi producevano per il mercato, soprattutto per quello capitalistico europeo, eppure nelle piantagioni americane non vi fu mai una tecnologia avanzata.

Nel continente americano lo schiavismo comincia a essere posto in discussione soprattutto quando le colonie iniziano a liberarsi dall’egemonia delle loro madrepatrie europee. Ma per eliminarlo giuridicamente non sarà sufficiente la lotta di liberazione nazionale: occorreranno anche sommosse, guerre civili, rivoluzioni… Quasi tutti gli intellettuali americani non ritenevano che fosse un controsenso lottare per la liberazione nazionale e conservare i negri in stato di schiavitù; anzi, pensavano che se si fossero privati della schiavitù, si sarebbero fortemente indeboliti sul piano economico nei confronti della concorrenza europea (inglese in particolare).

Quindi è proprio lo schiavismo a disincentivare l’uso dei macchinari sofisticati. Avendo infatti a disposizione, per un tempo illimitato, una manodopera sufficiente a lavorare la terra, che è il mestiere più duro1, non si capiva l’importanza di sviluppare la tecnologia. Gli agrari pensavano che fosse un investimento inutile o comunque non facilmente ammortizzabile, anche perché l’impiego della tecnologia implicava una ristrutturazione dei processi lavorativi e quindi necessariamente una specifica formazione professionale. Peraltro, se uno schiavista aveva già acquistato un numero sufficiente di schiavi, in rapporto all’estensione delle proprie terre, si sarebbe trovato, in seguito all’introduzione di nuovi macchinari, ad avere della manodopera in esubero, che non avrebbe potuto rivendere. E se l’avesse liberata, questa avrebbe cercato lavoro nelle città, dove, non trovandolo, sarebbe finita a carico dell’assistenza pubblica, cui lo stesso schiavista avrebbe dovuto contribuire.

Anche le antiche autorità romane temevano una manodopera eccessiva disoccupata, poiché questa poteva facilmente diventare turbolenta, facinorosa, per cui si tendeva a disincentivare, anche con la forza, qualunque miglioramento tecnologico che comportasse un esubero di lavoratori. Abbiamo noi oggi una sovrappopolazione cronica, in ambito lavorativo, a causa dello sviluppo industriale di tipo capitalistico: possiamo quindi ben capire le loro preoccupazioni.

Nel mondo romano si passerà gradualmente dallo schiavismo al servaggio quando l’impero smetterà di ampliarsi e a livello militare comincerà a subire le prime gravi sconfitte. A quel tempo il servaggio veniva chiamato “colonato”.

Viceversa, nelle colonie europee d’epoca moderna il passaggio non è stato dallo schiavismo al feudalesimo, ma dallo schiavismo al capitalismo: questo perché nell’America del nord non si è mai imposto il feudalesimo. In tal senso si può affermare che, mentre nell’America del sud lo schiavismo è rimasto più a lungo, essendo gestito da due paesi feudali: Spagna e Portogallo, nel nord America invece, a contatto con l’area protestantica dell’Europa, lo schiavismo è durato di meno, anche se c’è voluta una guerra civile per abolirlo giuridicamente, permettendo all’industria di espandersi velocemente.

Questo per dire che nel momento in cui si verificava la transizione dallo schiavismo al capitalismo l’Europa coloniale non era affatto in crisi e tanto meno lo erano gli Stati Uniti. Anzi, il passaggio da un sistema all’altro è avvenuto quando i due continenti erano in piena espansione. Indubbiamente tra i due sistemi di sfruttamento del lavoro (schiavismo e servaggio) vi erano molte meno differenze di quelle che si sono potute constatare nel passaggio dallo schiavismo al capitalismo.

Ora, che cos’è che ha indotto l’Europa ad accettare questa transizione? Il capitalismo industriale nelle colonie aveva bisogno, per espandersi, di molta manodopera; e questa non poteva certo continuare a essere di proprietà degli schiavisti, i quali, avendola comprata nei mercati, l’avrebbero ceduta o liberata soltanto quando non avrebbero più saputo come utilizzarla. Ecco perché, per sviluppare il capitalismo, occorreva una manodopera che da subito fosse giuridicamente libera.

È stato a questo punto che è intervenuto il cristianesimo, anche se qui non si comprende bene se esso abbia svolto una funzione di mero supporto alla borghesia imprenditoriale, oppure se si sia mosso in maniera relativamente autonoma, criticando l’istituto in sé dello schiavismo. Nei testi di Bartolomé de Las Casas (1484-1566), di molto anteriori allo sviluppo del capitalismo, appare evidente che se anche non si vuol credere nella “naturale bontà” degli indios (cosa che invece si farà nel Settecento, col mito del “buon selvaggio”), quanto meno si deve accettare l’idea che uno schiavo battezzato non può essere trattato come una persona sub-umana. Il frate domenicano era convinto che se si chiede allo schiavista di considerare il proprio schiavo un cristiano come lui, dovrà per forza sentirsi indotto ad attenuare talune durezze tipiche della schiavitù. I fatti però gli diedero torto, anche perché prevalse l’idea secondo cui “alcuni uomini sono servi per natura”.

Il cristianesimo infatti esisteva anche al tempo dei Romani, eppure nessun teologo aveva mai chiesto l’abolizione dello schiavismo, proprio perché si rimandava all’aldilà la liberazione degli schiavi. Viceversa, sotto il capitalismo gli industriali chiedono la liberazione immediata degli schiavi, poiché hanno necessità di schiavizzarli in altra maniera, più subdola, meno diretta. L’operaio salariato infatti non è altro che uno schiavo sociale giuridicamente libero.

Qui ci si chiede da dove abbia preso il capitalismo questa idea di riconoscere allo schiavo il diritto a considerarsi una persona formalmente libera, mentre di fatto continua a essere schiavo quasi come prima (per certi versi anche peggio, poiché deve contare soltanto sui propri mezzi per poter sopravvivere).

I piantatori americani erano di origine europea e cristiana, sia nel nord che nel sud dell’America. Quest’idea di separare la forma dalla sostanza non venne da loro, ma dagli industriali: perché? I piantatori schiavizzavano negri importati dall’Africa, ma, prima di questi, avevano schiavizzato gli amerindi trovati nelle loro terre native: sia gli uni che gli altri schiavi non erano cristiani, ma continuarono a restarlo anche dopo essere stati battezzati dei missionari. All’inizio, per poterli schiavizzare in tutta tranquillità, si diceva che non erano esseri umani o che dovevano essere civilizzati e cose del genere. In realtà i piantatori schiavizzavano anche i cristiani che non erano in grado di pagare i loro debiti, seppure, in questo caso, la schiavitù fosse a tempo determinato, quello appunto corrispondente al debito da restituire.

Il tema dell’uguaglianza giuridica non è mai emerso dai piantatori, ma sempre dagli industriali: perché? Essi l’hanno elaborato prendendo spunto dall’ideologia cristiana, ch’era la stessa in cui credevano i piantatori. In nome della stessa religione gli uni giustificavano la schiavitù, gli altri la libertà giuridica.

Il motivo di questo controsenso sta tutto nella differenza tra agricoltura e industria. In epoca moderna l’obiettivo è lo stesso: fare profitti. Il piantatore che fa profitti può acquistare nuove proprietà confinanti, può investire i propri capitali in borsa o depositarli nelle banche per ottenere degli interessi, ecc. Lui è padrone di terre immense, su cui non permetterà l’accesso all’industria. E ha la possibilità di alloggiare e nutrire un grande numero di schiavi e di aguzzini che li sorvegliano mentre lavorano. Inoltre ha la possibilità di creare ampie famiglie patriarcali, assicurando il lavoro, la rendita, i profitti a tutti i suoi parenti.

Tutte queste cose l’industriale non le ha. L’industriale è un ex-commerciante, che si trova ad avere dei capitali da investire, e siccome non gli è facile acquistare terre in dimensioni tali da reggere la concorrenza dei grandi piantatori, non gli resta che affidarsi alla tecnologia. Questa, all’inizio, può essere quella dei telai usati dalle donne nelle loro proprie abitazioni. Ma ben presto saranno le donne a spostarsi nei telai centralizzati e tecnologicamente più avanzati che l’imprenditore avrà acquistato e collocato in città. Gli imprenditori fanno fortuna col tessile. Lana e cotone venivano comprate dai piantatori, che, in genere, erano anche allevatori.

Questi imprenditori non sarebbero mai stati in grado di gestire degli schiavi per 24 ore al giorno. Avevano bisogno di operai salariati giuridicamente liberi, i quali, finito il loro lavoro, se ne tornavano a casa e provvedevano col loro salario a soddisfare tutte le loro esigenze.

Il problema che, a questo punto, si pone è: come può l’imprenditore convincere lo schiavo a ribellarsi al suo padrone o il servo ad abbandonare per sempre il proprio feudo? L’unico modo è quello di fargli capire che quando diventerà libero starà molto meglio.

Ma da dove prenderà l’imprenditore il concetto di libertà in una società caratterizzata dal cristianesimo, che giustifica lo schiavismo o il servaggio? Storicamente prende questo concetto dalla confessione che aveva maggiormente contestato il cattolicesimo-romano, cioè dal protestantesimo, che è la confessione che premia la libertà del singolo individuo, quello che vuole farsi da sé. Ecco perché l’industrializzazione è strettamente legata, sul piano storico, alla nascita e allo sviluppo del protestantesimo.

Detto questo, restano ancora due questioni da esaminare. La prima è che i piantatori nordamericani erano già protestanti, e non venne da loro l’idea di libertà formale. Qui però sono le circostanze storiche che s’impongono. I piantatori nordamericani, quando combattevano contro gli inglesi, erano a favore della libertà come diritto naturale, anche se, di fatto, non la riconoscevano ai negri. E, una volta ottenuta l’indipendenza, furono costretti a riconoscerla anche ai negri soltanto quando gli industriali scatenarono la guerra di Secessione.

L’industria ebbe la meglio proprio perché era più democratica l’idea di riconoscere la libertà giuridica, come diritto naturale, anche agli schiavi. Con ciò è dimostrato che il protestantesimo trovava la sua migliore realizzazione soltanto in ambito industriale.

La seconda cosa che bisogna sottolineare è che il capitalismo (nella forma industriale del tessile) si sviluppò, prima che altrove, nell’Italia cattolica, quella dei Comuni e delle Signorie. Come si spiega questa incongruenza? I Comuni italiani garantirono a tutti la libertà giuridica 800 anni prima che lo facessero gli europei nelle colonie americane. Come poteva la borghesia, già nel Mille, aver capito ch’era possibile conciliare libertà formale e schiavitù salariata? Come poteva assumere un atteggiamento così moderno in epoca medievale, quando mancava ancora mezzo millennio prima che nascesse il protestantesimo?

Il merito di questa soluzione “borghese” stava, in un certo senso, proprio nel cattolicesimo-romano. Infatti il cattolicesimo voluto dal papato era diventato una religione altamente politicizzata, perdendo così l’integrità spirituale dei propri valori etici. Una religione di potere, che cerca i beni materiali e la possibilità d’influenzare i poteri non ecclesiastici, se vuole conservare i propri ideali originari, deve necessariamente separare la pratica dalla teoria, nonché l’etica religiosa dall’economia e dalla politica. Cioè deve far vedere che anche quando essa fa una cosa che appare contraria ai propri princìpi, è sempre per un fine di bene. Deve far credere nella legittimità di questa forma di opportunismo.

Sino a partire dal Mille tale sdoppiamento venne recepito dalla massa dei credenti (i movimenti pauperistici ereticali) come una forma d’ipocrisia insostenibile. Ora, è evidente che se questa ipocrisia non viene superata dall’inevitabile contestazione sociale, i credenti saranno sempre più portati a considerare negativamente i valori religiosi tradizionali. Lo sdoppiamento arriverà a essere giudicato come facente parte della natura del potere ecclesiastico, che si rifletteva su quello civile, ideologicamente ancora cristiano.

Ecco che allora è possibile che si formino degli atteggiamenti equivalenti, per imitazione. In genere tra le masse contadine vige la rassegnazione, il conformismo, ma è possibile che tra le classi mercantili maturi un atteggiamento più spregiudicato, tale per cui nuovi valori religiosi, affermati in sede teorica contro il papato, vengono completamente smentiti sul piano pratico. È così che si forma il capitalismo: una classe borghese, religiosamente cristiana (protestante), diventa priva di scrupoli quando in gioco è il profitto. La borghesia si sdoppia come il papato, proprio perché vuole arricchirsi come le classi possidenti, pur senza possedere le loro terre. I primi affari li compie a livello commerciale (soprattutto in virtù dei traffici a lunga distanza, che assicuravano la compravendita di prodotti rari e costosi), poi a livello finanziario (p. es. col credito concesso ai sovrani o coi depositi bancari), infine a livello industriale (con l’investimento in attività produttive strettamente connesse allo sviluppo tecnico-scientifico).

Questa borghesia, una volta assicuratosi il potere economico, esige anche quello politico, per ottenere il quale generalmente sponsorizza ideali di origine cristiana in forma laicizzata (liberté, egalité, fraternité), quegli stessi ideali che la chiesa romana, politicizzandoli, aveva tradito.

Tuttavia questa borghesia, che, per fare ciò, si trasforma da cattolica a protestante e da protestante a laica, non ha nulla, in realtà, del cristianesimo primitivo. Professa ideali cristiani in maniera ancora più formale della chiesa romana, in quanto ciò che davvero conta, per questa classe sociale, è l’affermazione economica dell’individuo (singolo o associato). Grazie ai poteri concessi dalla tecnologia, questa borghesia oggi è in grado di dominare l’intero pianeta. La politica è del tutto subordinata agli interessi economici.

Un atteggiamento del genere è presente oggi anche in quelle civiltà asiatiche di origine indo-buddiste, confuciane e shintoiste. E si è diffuso anche nelle culture ebraico-islamiche. L’intero pianeta sembra aver imboccato la strada che conduce al trionfo del capitalismo mondiale, con questa sola differenza, che mentre nel capitalismo euro-americano gli interessi dell’individuo borghese prevalgono nettamente su quelli statali, nel senso che la politica appare nettamente subordinata agli interessi dell’economia, anche nel caso in cui si formino degli Stati autoritari; nei paesi asiatici invece esiste un certo controllo dello Stato sull’economia (p.es. sulla terra): cosa che noi europei abbiamo potuto constatare nel corso dell’impero bizantino, il quale, non a caso, pur essendo ricchissimo e dedito ad ampi commerci, non riuscì mai ad arrivare alla forma euro-occidentale del capitalismo privato. Questo perché laddove esiste uno Stato che pretende d’incarnare dei valori di alto livello, cioè laddove s’impone una sorta di “Stato etico”, è molto difficile che si sviluppi il capitalismo privato, e anche se si sviluppa, chi lo pratica sa a priori che lo Stato è un padre-padrone che potrebbe in qualunque momento revocargli ogni diritto.

Questo spiega anche il motivo per cui la presenza di due Stati etici (quello nazista e quello fascista) abbia ritardato lo sviluppo del capitalismo privato (quello della piccola e media borghesia), anche se ha indubbiamente favorito il capitalismo di tipo monopolistico, incluso quello statale. Germania e Italia sono state le ultime due nazioni europee occidentali a diventare capitalistiche, ed esse lo sono diventate in virtù di una spinta decisiva impressa da uno Stato autoritario, il quale, fino all’avvento delle due dittature, era stato indotto a cercare ampi compromessi con gli agrari e la chiesa. Là dove non si sviluppa il capitalismo privato, occorre un forte intervento da parte dello Stato.

Questa cosa si è verificata anche in tutta la penisola iberica, ma qui, non essendo mai stata fatta una riforma protestante e non essendoci mai stato uno sviluppo borghese dei Comuni e delle Signorie (se non sotto l’islam, che però non era in grado di far sviluppare il capitalismo), la dittatura è stata più che altro utilizzata per importare di forza il capitalismo maturato nei paesi stranieri, con l’ovvio risultato d’impoverire l’economia interna. Tale impostazione di società capitalistica è una caratteristica anche di quasi tutti i paesi di religione islamica, specie di quelli ricchi di risorse petrolifere. Un capitalismo d’importazione è rinvenibile anche in tutti i paesi che nel passato sono stati dominati da uno Stato confessionale di tipo ortodosso (dalla Grecia alla Russia).

Passare dal capitalismo al socialismo in maniera naturale non è possibile. Chi dispone di capitali non lo permetterà mai. Ecco perché si fanno le rivoluzioni. Se gli schiavi del mondo romano avessero saputo fare una rivoluzione politica, probabilmente non si sarebbe mai passati dallo schiavismo al feudalesimo. E se i servi della gleba fossero stati capaci di un’analoga rivoluzione, non si sarebbe mai passati dal feudalesimo al capitalismo.

Tuttavia la forma peggiore di schiavismo, quella durata meno di tutte, non è stata né quell’antica, né quella feudale e neppure quella odierna del capitalismo, che pur si basa su una forte astrazione: il feticismo delle merci, che trasforma quest’ultime in una sorta di divinità materialistica.

La forma peggiore di schiavismo è quella ideologica, di cui si sono serviti ampiamente sia lo stalinismo che il maoismo (quest’ultimo si è posto come variante rurale dello stalinismo). Se una rivoluzione politica, condotta per realizzare un obiettivo più che giusto, si unisce, a rivoluzione compiuta, alla professione di una schematica ideologia, lo schiavismo s’interiorizza enormemente, diventa un fenomeno mentale, e il governo al potere può chiedere, in nome di questa ideologia, di compiere qualunque crimine. Gli stessi condannati rischiano di sentirsi dei colpevoli anche quando non lo sono.

Ma su questa forma di schiavismo, di molto superiore a quella nazista e fascista, dove l’aggressione di un nemico esterno era insopprimibile, non abbiamo ancora elementi sufficienti per analizzarla. Basti pensare che Stalin e Mao, due tra i maggiori dittatori della storia, sono morti di vecchiaia. Questo a testimonianza che il culto per l’ideologia ch’essi professavano veniva ritenuto superiore al culto della loro personalità. Nessun organo di governo o di partito chiese mai le loro dimissioni. E la critica a loro carico poté essere fatta solo dopo la loro morte, cercando altresì di salvaguardare le loro ideologie. Per smontare lo stalinismo e il maoismo si sono dovute porre sotto accusa le rispettive ideologie.

Tuttavia, da allora non sono nate nuove ideologie, ma, sia in Russia che in Cina si è preferito rinunciare a qualunque ideologia, facendo un passo indietro, verso il culto del consumismo. Sicché il problema fondamentale n. 1 è rimasto irrisolto: quale ideologia si può professare senza negare i princìpi dell’umanesimo laico e del socialismo democratico?

Nota

1 A dire il vero il mestiere più duro era quello del minatore, che non a caso veniva svolto dagli schiavi ribelli, come una forma di punizione, tanto si sapeva che sarebbero morti molto presto.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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