Le alternative economiche al capitalismo

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La rivoluzione tecnico-scientifica iniziata negli anni Settanta

A tutt’oggi l’economia mondiale dei paesi capitalistici avanzati si regge sulle basi poste nel corso della crisi che, partita con lo choc petrolifero del 1973, s’è andata periodicamente e drammaticamente rinnovando, rendendo per così dire poco efficaci gli sforzi di rinnovamento del capitale fisso, tant’è che i processi di dislocazione delle imprese verso le aree dove il costo del lavoro è molto basso vanno accentuandosi.

Di regola infatti si fa partire la nuova tappa della rivoluzione tecnico-scientifica dalla seconda metà degli anni Settanta, che ha comportato l’introduzione di tecniche informatiche e di forme automatiche di produzione (ma anche di nuovi materiali da costruzione), grazie alle quali si pensava di poter assicurare crescenti livelli di sviluppo, fingendo di non sapere che le “crisi di sistema” non sono una patologia ma una dimensione fisiologica del capitalismo. Lo vediamo anche oggi con la crisi finanziaria dei derivati, dei subprime immobiliari, dei cosiddetti “titoli tossici”, dei fallimenti bancari, ecc.

L’esigenza di automatizzare la produzione per poter risparmiare sui costi del lavoro e delle materie prime, non è nata dagli operai ma dagli imprenditori, i quali cominciarono a servirsi dell’informatica per ottenere un livello quantitativo e qualitativo migliore di produttività delle imprese, che facesse soprattutto aumentare i profitti. Scienza e tecnica nel capitalismo servono anzitutto a questo.

D’altra parte il rinnovo del capitale fisso (macchinari, tecnologie…) diventa una necessità ogniqualvolta il costo delle materie prime o della manodopera o i fatturati realizzati arrivano a livelli tali da determinare la caduta del saggio medio di profitto. Ultimamente è causa molto forte di preoccupazione per i nostri imprenditori non tanto la concorrenza di quei loro colleghi internazionali che per primi hanno introdotto delle innovazioni di rilievo, quanto piuttosto quella di chi (come p.es. i cinesi), pur non avendole ancora introdotte, può comunque avvalersi di un basso costo del lavoro.

Nei paesi avanzati infatti si è soliti dire che per vincere la concorrenza della Cina bisogna puntare sull’alta qualità delle merci, ma una qualità troppo alta delle merci rischia d’essere appannaggio solo di classi sociali che possono permettersi prezzi altrettanto elevati. Questo fa sì che merci analoghe di qualità minore diventino comunque appetibili in un mercato dove il potere d’acquisto del denaro va progressivamente scemando. Peraltro la Cina è diventata un grande concorrente dei monopoli occidentali, perché, a differenza della Russia, non ha puntato sull’export di fonti energetiche (di cui essa stessa è acquirente), ma su merci di largo consumo, ampiamente diversificate.

La crisi mondiale del biennio 1974-75 sembrava inoltre aver dato il via ai cosiddetti “cicli stagflazionistici” (aumento dei prezzi accompagnato da una crescita della disoccupazione e da un ristagno della produzione), mostrando chiaramente che l’espansione economica basata sull’uso estensivo delle risorse naturali (in primis quelle energetiche) andava profondamente rivista. Dopo 25 anni di sviluppo estensivo del capitalismo monopolistico di stato (in cui si pensava che le risorse naturali fossero illimitate) s’era improvvisamente capito ch’era meglio risparmiare puntando sull’informatica.

Le crisi a partire dagli anni Ottanta

Tuttavia a partire dalla crisi successiva, quella degli anni 1980-82, le crisi cicliche del capitale si erano unite a quelle strutturali di sovrapproduzione, in quanto l’automazione (la robotica), che continuerà a svilupparsi in maniera ininterrotta sino ai nostri giorni, aumentando la produttività del lavoro e quindi l’abbondanza delle merci da vendere sul mercato, pur facendo nascere nuove mansioni, tendeva a espellere dal mercato le attività meno remunerative, sicché non si riuscivano a trovare gli acquirenti indispensabili per lo smercio dei prodotti e, paradossalmente, proprio l’uso dell’informatica accentuava l’obsolescenza del capitale fisso e quindi l’ulteriore caduta del saggio di profitto.

Il ritardo del consumo individuale rispetto alla crescita della produzione è cronico sotto il capitalismo. Operai e impiegati non vedono affatto nei computer o nei robot un aiuto per le mansioni più faticose, ripetitive, nocive alla salute, ma piuttosto un temibile concorrente, una causa di ulteriore stress, una sicura fonte di immiserimento, proprio perché gli imprenditori e persino lo Stato tendono a licenziare gli elementi non indispensabili o ad assumere meno personale o a far lavorare molto di più quello già esistente e più capace. L’assurdo è che le ristrutturazioni avvengono con le tasse degli stessi lavoratori, una parte dei quali in seguito verrà licenziata. Infatti “Stato sociale” vuol dire anche “centro di finanziamento per le imprese” (almeno per quelle di un certo tipo o per quelle di rilevanza nazionale).

Nell’ambito dell’industria automatizzata la disoccupazione riguarda gli operai meno qualificati o con minori capacità di apprendimento o possibilità di riqualificarsi (p.es. perché “anziani”), non in grado di trasformare in tempi brevi la loro competenza in un qualcosa di più “intellettuale” che “manuale”. Successivamente ad essere licenziati si trovano anche gli operai più qualificati e persino i tecnici, i manager, i cosiddetti “colletti bianchi”, proprio perché se gli investimenti nel capitale fisso non sono stati sufficienti a garantire determinati profitti, il licenziamento o la chiusura dell’impresa o la sua delocalizzazione verso aree con minori costi del lavoro, diventano inevitabili. Oggi il fenomeno della disoccupazione non è ancora esploso in tutta la sua gravità, ma solo perché esiste lo Stato sociale, di cui i governi tendono a smantellare gli aspetti giudicati troppo onerosi, o comunque a ridurli nel loro peso specifico (scuola, sanità, previdenza e assistenza).

Gli inizi della trasformazione autoritaria e anti-sociale di questa istituzione, nata nel secondo dopoguerra, si possono far risalire ai primi anni Ottanta, con l’entrata in scena della deregulation, che negli Usa venne inaugurata dal presidente Reagan e nel Regno Unito dalla Tatcher.

Le prime grandi crisi economiche degli anni Ottanta e Novanta (la crescita incontrollata del prezzo del greggio e di talune materie prime alimentari, i titoli gonfiati dei sistemi di finanziamento ad alto rischio dei mercati emergenti ecc., sino alla più recente implosione del mercato immobiliare americano) hanno fatto capire che quanto più i processi produttivi vengo automatizzati e finanziarizzati, tanto più bisogna aspettarsi gravi crisi borsistiche. Questo perché la società nutre grandi aspettative dalle ristrutturazioni industriali che si avvalgono dell’automazione, e investe molto in borsa, ma la finanza viaggia secondo proprie regole, che non sempre hanno riscontri nella vita economica: la speculazione ha tempi molto più ristretti di realizzo e non può aspettare che sui mercati vi sia sufficiente liquidità con cui acquistare prontamente le merci ottenute grazie agli investimenti strutturali. E poi la speculazione finanziaria, a differenza dell’economia reale, può anche avvalersi dell’instabilità politica e persino delle tensioni bellicistiche regionali.

Le industrie cercano di recuperare il costo degli investimenti in varie maniere, ma i risultati sperati non sono più quelli di una volta, quando tutto doveva essere ricostruito a causa della guerra mondiale.

Nel migliore dei casi si pensa di poter andare avanti con vendite rateali dei beni di consumo durevoli, ma sempre più spesso si preferisce un impiego più finanziario che produttivo dei capitali (grande è il timore di fare investimenti a lungo termine, proprio perché la speculazione finanziaria, per quanto maggiormente rischiosa, permette notevoli introiti nel breve periodo e soprattutto la possibilità di scaricare sul risparmiatore gli eventuali dissesti in borsa).

Altre alternative sono quelle a carico dei paesi emergenti, strozzati dai debiti internazionali: le merci che costoro esportano spesso rischiano, in virtù di trucchi operati nei paesi avanzati, di scendere al minimo. È sufficiente p.es. dire che il fumo è vietato, che il cioccolato può essere surrogato, che lo zucchero fa male, che invece del rame si preferiscono le fibre ottiche, che invece del petrolio si preferisce il gas ecc., per mandare all’aria interi paesi che fino agli inizi del secondo dopoguerra erano “colonie” a tutti gli effetti.

La terza alternativa (per gli imprenditori) è delocalizzare l’impresa ove il costo del lavoro è minimo e la sindacalizzazione quasi assente. Si preferisce dislocare piuttosto che aprire le porte ai flussi migratori dei lavoratori terzomondiali, proprio perché per gli imprenditori il lavoro, in occidente, è ancora tenuto troppo sotto controllo da parte dei sindacati.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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