Indice dei libri proibiti

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L’ex Sant’Uffizio, sulla scia del Concilio Vaticano II, abolì l’Indice dei libri proibiti nel 1966. Ebbe finalmente termine la più grande operazione di censura nella storia dell’umanità: circa 8.000 titoli (2.200 nel XVI sec. e 5.200 dal 1600 al 1966, senza includere i precedenti, senza i testi autocensurati, senza poter conteggiare il controllo preventivo sulla stampa, ecc.).

L’Indice rimaneva moralmente impegnativo per la coscienza dei cristiani, in quanto molti libri potevano mettere in pericolo la fede, ma non aveva più forza di legge ecclesiastica con le annesse censure, cioè la scomunica. D’ora in avanti sarebbe stato compito di tutti i fedeli, e soprattutto del clero, esaminare e, se possibile, anche prevenire la pubblicazione di libri nocivi e, qualora si dia il caso, di riprenderne gli autori e di ammonirli.

Così in sostanza diceva il testo ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede. Ancora oggi tutti i manuali per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali devono avere l’imprimatur di un’autorità ecclesiastica.

È dagli albori del cristianesimo, fin dal primo Concilio di Nicea del 325, che alcune opere vengono vietate (p.es. tutte quelle ariane, quelle di papa Anastasio I o del filosofo e teologo greco Origene di Alessandria).

Nel 405 papa Innocenzo I scrisse una lista di libri apocrifi. Nel 431 vengono bruciati gli scritti di Nestorio. Nel 443 i testi manichei.

Nel 787, al II Concilio di Nicea, fu stabilito che tutti i libri eretici dovessero essere consegnati al vescovo in persona.

Roghi di opere di personaggi illustri come Pietro Abelardo, Arnaldo da Brescia e Francesco Stabili, furono organizzati nella prima parte del Medioevo. Ma presto si passerà dal bruciare i libri al bruciare le persone. Dal 1077 al 1737 sono state giustiziate oltre 700 persone per eresia dai Tribunali ecclesiastici cattolici.

La prima bolla papale esplicita fu di Innocenzo VIII nel 1487 con la sua censura preventiva che necessitava l’approvazione dei vescovi prima che il libro andasse in stampa.

Nel 1542 fu istituita la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione che doveva, appunto, vigilare sulle nuove pubblicazioni, impedendo la diffusione di libri eretici. Il nemico n. 1 era la riforma protestante. L’idea fu sviluppata durante il Concilio di Trento (1545-63).

Il primo a stilare un elenco, nel 1548, fu mons. Giovanni Della Casa, l’autore del celebre Galateo overo de’ costumi, che fu arcivescovo di Benevento e nunzio apostolico a Venezia, ma non cardinale, poiché in gioventù aveva pubblicato scritti licenziosi.

Nel 1557 Paolo IV incaricò i cardinali inquisitori di redigere un elenco ufficiale di libri proibiti. Cosa che fu fatta due anni dopo. Fu così che nacque il primo vero Indice dei libri proibiti, conosciuto come “Indice Paolino”. Anche solo il possesso di uno dei libri inclusi nell’Indice era spesso adoperato dagli ispettori ecclesiastici come prova contro un imputato di eresia.

Col passare del tempo l’Indice venne aggiornato più di 40 volte comprendendo nomi autorevoli della letteratura, della scienza, della storia, della filosofia e della religione.

Tra gli stranieri furono sottoposti a censura Francesco Bacone, Balzac, Berkeley, Bergson, Calvino, Cartesio, Defoe, de la Fontaine, Diderot, Dumas (padre e figlio), Enrico VIII, Flaubert, Hobbes, Hugo, Hume, Huss, Kant, Keplero, Lutero, Locke, Montesquieu, Occam, Pascal, Proudhon, Rabelais, Rousseau, Spinoza, Stendhal, Voltaire, Zola.

Tra gli italiani: Alfieri, Alighieri (De Monarchia), Aretino, Ariosto (Orlando Furioso), Beccaria, Boccaccio (Decamerone), Bruno, Buonaiuti, Croce, D’Annunzio, Fogazzaro, Foscolo, Galilei, Gentile, Guicciardini, Leopardi, Machiavelli (tutte le opere), Malaparte, Rosmini, Savonarola, Settembrini, Tommaseo, Valla, Vanini, Verri. Torquato Tasso si auto-censurò per evitare gli effetti del provvedimento.

Tra gli ultimi a entrare nella lista: Simone de Beauvoir, Aldo Capitini, Alberto Moravia, André Gide e Jean-Paul Sartre. Nel 1961 venne messo l’ultimo libro all’Indice: La vita di Gesù, di Jean Steinmann, biblista francese.

La censura non risparmiò nemmeno un papa del ‘400, Pio II, per i suoi scritti giovanili filoconciliari.

All’Indice finirono sia i libri degli eretici (incluso il Talmud), sia le edizioni di alcuni Padri della Chiesa e delle Scritture (45 edizioni della Bibbia, oltre a tutte le Bibbie nelle lingue volgari), la teologia in volgare, le pubblicazioni oscene, i trattati di magia e di astrologia.

Finì sotto esame dell’ex Sant’Uffizio, nel 1853, perfino La capanna dello zio Tom, un romanzo antirazzista scritto dalla statunitense metodista Harriet Beecher Stowe: uno dei più venduti del XIX sec., al punto che molti critici ritengono che possa aver alimentato la causa abolizionista del 1850. Fu poi comunque risparmiato dalla censura.

Stranamente però non vi è inclusa neppure un’opera di Marx, Lenin e Stalin, anche se nel 1949 la Congregazione del Sant’Uffizio scomunicò i comunisti e i loro testi ideologici. È possibile invece spiegare perché non siano inclusi né Hitler né Mussolini, partner dei rispettivi Concordati.

Dopo il 1966 vi sono state alcune famose censure: p.es. nel 1970 la Congregazione per la Dottrina della Fede processò il filosofo Emanuele Severino, costringendolo a lasciare la cattedra all’Università Cattolica di Milano; nel 1979 la Congregazione revocò l’insegnamento della teologia cattolica ad Hans Küng, che solo nel 2009 fu riabilitato col perdono pontificio. Nel 1989 il Vaticano condannò il video musicale Like a prayer della cantautrice Madonna, accusandola di sacrilegio ed eresia.

Nel 1998 gli archivi storici del Sant’Uffizio e dell’Indice sono stati aperti, dando la possibilità agli studiosi di ricostruire l’intero passato della Congregazione.

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Di Mikos Tarsis

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