Il socialismo cinese è davvero reale?

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È possibile che un’impresa la cui proprietà è statale possa non definirsi capitalistica quando orienta la sua produzione non per l’autoconsumo ma per il mercato? In Cina sembra che lo Stato svolga la funzione di una foglia di fico, un paravento dietro il quale ci si può comportare sul piano economico come se si vivesse in un qualunque Paese occidentale che non ha mai conosciuto il socialismo come sistema di vita.

Con questo naturalmente non vogliamo dire che il vero socialismo era quello statale di marca sovietica (un qualunque “socialismo statale” è una contraddizione in termini). Vogliamo semplicemente dire che quello cinese non può essere definito in alcun modo un sistema socialista. Uno Stato che detiene la proprietà dei mezzi di produzione o anche soltanto la terra su cui opera un’azienda privata, è semplicemente uno Stato autoritario. Non è questa l’alternativa al capitalismo privato tipico dei Paesi occidentali. Semmai è un modo di rendere questo capitalismo più efficiente o meno anarchico.

La Cina sta semplicemente sfruttando le tradizioni collettivistiche non solo del suo Paese ma dell’intera Asia, che nel passato avevano dovuto lottare contro i tentativi del colonialismo occidentale d’imporre l’individualismo cristiano-borghese.

Oggi si è arrivati al punto che la Cina, pur non essendo colonizzata da alcun Paese occidentale, ha deciso di assimilarne la mentalità affaristica, all’interno però di una cornice totalitaria, in cui lo Stato pretende in ultima istanza di decidere cosa è bene e cosa è male per gli interessi del Paese.

In Cina le imprese non pienamente capitalistiche, in base alla struttura dei diritti di proprietà, comprendono le imprese statali e le cooperative, ma anche le imprese indirettamente controllate dallo Stato e le stesse unità produttive agricole a base familiare. Il nucleo strategicamente dominante dell’economia cinese rimane sotto il controllo dello Stato. Sono queste imprese che producono la parte maggioritaria del prodotto nazionale cinese.

Un’impresa “socialista” orientata al mercato è un ossimoro. Un’impresa socialista deve soddisfare bisogni non realizzare profitti. E i bisogni vanno decisi da comunità locali o al massimo regionali, in maniera tale che l’impresa li possa conoscere in anticipo e pianificare la propria produzione.

Non c’entra nulla se l’imprenditore è un privato o un collettivo o una cooperativa: l’importante è che soddisfi bisogni decisi da comunità locali, le quali devono poter controllare che lo faccia secondo parametri equi e compatibili con le esigenze riproduttive della natura.

Anche nel capitalismo esistono produttori collettivi, come lo Stato, le società per azioni, le cooperative ecc. Ma ciò che caratterizza la natura sociale di un’economia non è affatto il carattere giuridico della proprietà né la forma della proprietà (pubblica o privata) o il tipo di gestione (centralizzata o decentralizzata, autoritaria o democratica). Ciò che conta è il rapporto sociale di produzione, che in nessun Paese del mondo potrà mai essere garantito dallo Stato. Anzi, ogni Stato che per legge obbliga a rispettare i princìpi della democrazia sociale, eo ipso li viola.

Questo per dire che le posizioni filocinesi di buona parte della sinistra radicale sono illusorie. La retorica del Paese che ha tolto dalla povertà decine di milioni di persone e che è l’unico davvero in grado di ostacolare lo strapotere degli USA, non può nascondere il fatto che qui il socialismo non c’entra niente. Come non c’entrava niente ai tempi del maoismo, che altro non era se non uno stalinismo in campo agrario, con ampi riferimenti impliciti al confucianesimo.

Insomma sto dalla parte di Sebastiano Isaia. Qui i suoi testi liberamente scaricabili https://sebastianoisaia.wordpress.com/scritti-scaricabili-2/

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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