Nessun limite alla libertà di satira?

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Nel sito di MicroMega ho letto due articoli, che m’hanno lasciato quanto meno perplesso: uno del direttore Paolo Flores D’Arcais, l’altro di Raffaele Carcano (segretario Uaar), entrambi dell’8 gennaio 2015, scritti sull’ondata d’indignazione generale contro quei jihadisti responsabili del massacro della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo e di altre persone ancora.

Scrive il primo: “La strage è stata fatta in nome di Dio, il dio monoteista, creatore e onnipotente, il Dio di Maometto… quello fondamentalista e terrorista, si è detto. L’altro islam è una vittima, si sottolinea. Senza dubbio. Ad un patto: che questo altro islam parli in modo forte, chiaro, senza contorsionismi semantici, e con adamantina coerenza di comportamenti”. E che cosa deve dire? “…che riconosca la legittimità e la normalità democratica di quanto Charlie praticava in modo esemplare per intransigenza: il diritto di criticare tanto i fanti che i santi, fino alla Madonna, al Profeta e a Dio stesso nelle sue multiformi confessioni concorrenziali. Anche, e verrebbe da dire soprattutto, quando tale critica è vissuta dal credente come un’offesa alla propria fede. Questo esige la libertà democratica, poiché tale diritto svanisce se dei suoi limiti diviene arbitro e padrone il fedele”. E poi ancora: “Il cristianesimo per fortuna è stato costretto a venire a patti con la democrazia laica, benché ancora non l’accetti pienamente. Il fondamentalismo alberga perciò nel suo seno in dosaggi infinitamente minori di quello islamico, questo è certo e nessuna comparazione è possibile; non dimentichiamo però che sono stati cristiani militanti quelli che hanno assassinato negli Usa medici e infermieri che rispettavano la volontà di abortire di alcune donne”.

E ancora: “La laicità più rigorosa, che esclude Dio, qualsiasi Dio dalla vita pubblica (scuole, tribunali, comizi elettorali, salotti televisivi, ecc.), è perciò l’unica salvaguardia contro l’incubazione di un brodo di cultura clericale che inevitabilmente può diventare pallottola fondamentalista”.

Carcano sostiene che quei redattori e vignettisti “lottavano per la libertà di espressione di tutti, per poter dire “no” a qualunque potere e a qualunque ideologia totalitaria, religiosa o non religiosa che sia. L’autocensura è sempre una rinuncia alla propria libertà e, nel contempo, un invito a tutti gli altri a fare altrettanto per mera convenienza personale”. Quello “è stato un atto di guerra compiuto in nome di Dio e della religione. Contro un giornale che era stato denunciato per vilipendio, esso sì, dall’insieme delle organizzazioni musulmane francesi”. E prosegue facendo la sua proposta: “Non può esserci civiltà democratica laddove la critica alla religione (e anche all’ateismo, ovviamente) non è libera. Le comunità religiose abbiano dunque il coraggio di rinunciare per prime a ogni protezione legale riservata al “sacro”, “al sentimento religioso”. Dio, se esiste, non ha certo bisogno di qualche legge per proteggersi. I leader religiosi invece sì, perché servono a immunizzarsi dalle critiche, a dotarsi di uno strumento utile alla conservazione del proprio potere. Ora devono scegliere da che parte stare: dalla parte della libertà di tutti o dalla parte del privilegio per sé.”.

Perché non riesco a condividere le motivazioni sottese a queste frasi che sono laiche come lo sono io da una vita? Il motivo penso che sia uno solo: non si può fare del laicismo un’altra religione, fanatica e intollerante. Non si può fare della libertà di critica il pretesto per offendere le convinzioni altrui, dileggiandole, schernendole, solo perché vengono ritenute superate dalla storia. Questo non è laicismo, ma imperialismo culturale, arroganza ideologica, fanatismo alla rovescia, peraltro di derivazione cattolica e protestantica.

Io penso che la libertà di espressione (e a maggior ragione quella di satira) debba avere come limite fondamentale il rispetto della persona, delle sue convinzioni etiche, religiose, politiche. Le idee si possono anche criticare ma non si può deridere nessuno né offendere e tanto meno criminalizzare o discriminare o prendere di mira gli elementi fondamentali di un qualunque credo, sia esso condiviso da milioni o da poche decine di persone.

Se si vuol fare della satira sulle persone si usi un linguaggio indiretto, metaforico, dei personaggi simbolici (come faceva Esopo), ma non si attacchi direttamente nessuno per quello che è, a prescindere da ciò che dice e da ciò che fa, meno che mai quelli che non hanno mezzi sufficienti per difendersi.

Non ci si può trincerare dietro la satira (che nell’immaginario popolare appare sì “pungente” ma tutto sommato inoffensiva), pensando di poter dire qualunque cosa. Ovidio si pentì mille volte d’averlo fatto, ma Ottaviano lo lasciò morire in esilio. Chi non è capace di autolimitarsi, è destinato a pagarne le conseguenze, in un modo o nell’altro. Lenin diceva che la libertà d’espressione trova un limite nella libertà d’associazione: la libertà assoluta non esiste.

Nessuno di noi in genere ha problemi ad accettare la satira di Forattini, di ElleKappa, di Sergio Staino, di Vauro, di Striscia la notizia, ecc. Ma c’è satira e satira. Quella di Charlie Hebdo è volgare, triviale, oscena, pornografica e, per questo motivo, poco intelligente, rozzamente provocatoria, offensiva per miliardi di persone che in buona fede credono in ciò che loro denigrano. È troppo facile fare le vittime quando ci si espone in questa maniera alla reazione altrui.

Questi vignettisti, che si vantano d’essere figli di Voltaire e di non avere nel proprio paese il reato di blasfemia, non capiscono che il giorno in cui fossimo tutti costretti a diventare islamici, diffonderemmo l’ateismo anche indossando panni islamici, e ci sentiremmo figli di Avicenna e di Averroè e di tanti altri intellettuali islamici che diffondevano idee ateistiche all’interno della loro religione, e non per questo ci sentiremmo indotti a uscire dai binari della correttezza, non rinunceremmo al rispetto delle opinioni altrui.

In Italia la satira di Charlie Hebdo avrebbe subito mille denunce. Da noi Forattini, per molto meno, subì una ventina di querele da Craxi, Occhetto, D’Alema ecc. e lui se ne è sempre vantato, perché così poteva far la parte del perseguitato. Ma le querele non le pagava lui. E in ogni caso chiunque dovrebbe sapere che la gente si convince meglio dei propri errori quanto meno viene presa in giro. L’ironia socratica aveva come presupposto l’umiltà di sapere di non sapere.

La laicità deve dimostrare sul piano umano e democratico d’essere migliore di qualunque religione: non può pretendere di dirsi migliore di per sé, in maniera ipostatizzata, perché questo è appunto un atteggiamento di tipo religioso.

Se la stessa tipologia di satira fosse stata realizzata in Francia da una redazione islamica, contro il cattolicesimo, quanto tempo sarebbe durata? Se si vuole usare la satira in chiave politica, non ci si può poi meravigliare che la risposta, da parte di chi viene attaccato su un aspetto per lui così sensibile o vitale, possa essere data con qualunque mezzo. E non sarà certo con una satira offensiva e volgare che si potrà far capire a questi avversari che vi possono essere mezzi meno estremi per far valere le proprie ragioni.

Ciò che non si riesce a capire è che la religione non è, di per sé, spazzatura, né il laicismo, di per sé, è un prato fiorito. La religione sarà superstizione e alienazione, sarà clericalismo o fanatismo, ma in genere, se la si vive in maniera umana, così come i vari fondatori l’hanno voluta, essa non merita d’essere ridicolizzata o sbeffeggiata. E questo vale anche per il laicismo, in nome del quale si sono compiuti crimini non meno orrendi di quelli compiuti in nome della religione.

In tal senso dovremmo essere contrari all’abolizione del reato di vilipendio. Se vogliamo che i credenti rispettino il regime di separazione tra chiesa e stato, dobbiamo anche assicurare loro che non approfitteremo di questa separazione per discriminarli, opprimerli o anche soltanto ridicolizzarli.

I laici devono capire che non diventano meno laici se rispettano tutte le religioni. Il diritto di blasfemia è contrario a ogni buon senso. Rischiamo peraltro d’inimicarci, solo perché consideriamo il nostro laicismo come una forma di modernità, milioni di persone che, in buona fede, credono in Buddha, Allah, Jeova o Jahvè. È opportunismo? Lo facciamo perché temiamo il numero dei credenti? No, perché comunque siamo disposti a dialogare su qualunque argomento. Certo, farlo in maniera scientifica con chi ci parla di cose che per noi non esistono, può essere molto difficile. Ma, di regola, noi parliamo coi credenti di tante altre cose, di natura non religiosa, su cui dobbiamo prendere delle decisioni comuni. È però evidente che se il clima dei rapporti è guastato dalle contrapposizioni di tipo ideologico, non riusciremo a prendere decisioni comuni neanche sulle cose più semplici. Ci sarà sempre il sospetto che dietro ogni decisione vi sia un secondo fine.

Quando si discute di problemi sociali, ambientali, culturali…, non c’è bisogno di fare gli anticlericali per distinguersi dai credenti. Non possiamo rischiare di veder aumentare i credenti solo perché ci siamo presi la libertà di fare della satira contro le loro convinzioni, quelle per le quali, peraltro, sarebbero disposti anche a farsi ammazzare. Andando avanti di questo passo rischiamo di creare nuove guerre di religione, che ovviamente noi occidentali useremo come pretesto per qualche altra ambizione imperialistica.

Abbiamo criticato moltissimo, in occidente, l’ateismo-scientifico propagandato nell’ex-socialismo reale: e ora vogliamo ripetere lo stesso errore? Peraltro nell’Europa dell’est era vietato istigare all’odio e alla violenza per motivi religiosi, era vietato offendere i sentimenti o la sensibilità dei credenti in materia di fede: si poteva soltanto fare della critica scientifica. E ora noi che facciamo: siamo più realisti del re? Siamo tornati all’epoca della scristianizzazione di marca giacobina? Possibile che la storia non insegni mai nulla?

Prendere in giro personaggi condannati dalla storia per la loro disumanità, come Hitler, Stalin ecc., non può destare riprovazione, per quanto non sia questo il modo migliore per comprendere un fenomeno come il nazismo e lo stalinismo (solo il fatto, p. es., che si dichiarassero “socialisti” dovrebbe indurci a riflettere seriamente). Se anche qualcosa offendesse i neonazisti o i neostalinisti, non troverà nessuno disposto a difendere questi fanatici della dittatura.

Qui invece stiamo parlando di una religione, l’islam, in cui attualmente crede il 24% della popolazione mondiale (in Europa, compresa la Russia, il 6%). Se vogliamo considerare gli islamici come un tempo facevamo con gli ebrei, dovremmo prima di tutto dare un’occhiata ai numeri: paesi come Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna hanno in casa loro oltre 13 milioni di islamici. Rispettare questa gente conviene anzitutto a noi stessi, tanto, in ogni caso, noi non verremo meno alle nostre idee ateistiche.

Va poi detto che gli islamici fanno valere così tanto le ragioni della loro fede, perché questo per loro è il modo più semplice e diretto per opporsi alla cultura occidentale, che da mezzo millennio occupa il mondo intero. Noi dobbiamo stare attenti a fare la satira contro questa gente, perché è la stessa gente sottoposta ai nostri rapporti economici iniqui. Sfruttiamo le loro risorse naturali (in primis il petrolio), imponiamo loro determinate produzioni e le regole del mercato, li induciamo a espatriare, li obblighiamo alla nostra democrazia parlamentare, alla nostra lingua nelle istituzioni, alla nostra cultura nelle loro scuole.

L’unica arma che, fino a ieri, avevano era la religione. Oggi stanno usando armi vere e proprie, che noi stessi peraltro gli abbiamo venduto. E cominciano a far paura, perché sono tanti, molto determinati e con tassi di natalità davvero notevoli per i nostri standard. Che bisogno abbiamo di provocarli? Ci stiamo forse preparando a una nuova guerra perché non riusciamo a risolvere i nostri problemi interni? È possibile ipotizzare, come fanno alcuni analisti, che dietro questi terroristi vi siano potenze occidentali alle prese con problemi interni sempre più acuti, praticamente irrisolvibili coi mezzi tradizionali? Stiamo in effetti assistendo a una escalation della conflittualità molto evidente e pericolosa, in cui la regia americana sembra giocare un ruolo chiave.

Nelle nostre società capitalistiche chi è che si può permettere la satira? Soltanto chi ha mezzi sufficienti, sia per pubblicarla che per difendersi da eventuali denunce. Chi ha mezzi sufficienti, spesso ritiene sia un suo diritto esprimere qualunque forma di satira, anche la più volgare. Cioè tende a perdere il senso della misura, proprio perché sa d’essere protetto.

La satira dovrebbe essere fatta contro il potere; invece è soltanto un potere contro un altro potere e, nel peggiore dei casi, viene indirizzata contro chi non ha mezzi per difendersi.

Alla fine a cosa serve? A illuderci che basti fare satira per sentirci liberi? A relativizzare la gravità dei problemi? I satiri ci fanno ridere, ma se i problemi fossero davvero tragici, il nostro sarebbe un riso molto amaro, del tutto fuori luogo.

Ora, quando la satira diventa una forma di gratuita provocazione, la si deve ancora accettare? Le istituzioni possono permettersi il lusso che la satira minacci la sicurezza o l’ordine pubblico? Uno Stato democratico può accettare che la satira divenga una sorta di istigazione all’odio, alla violenza, alla discriminazione? In nome dell’assoluta libertà d’espressione siamo davvero disposti a pagare qualunque prezzo? È davvero questa la libertà che dobbiamo desiderare? Possibile che l’occidente, con tutta la cultura che si ritrova, non sia capace di rinunciare a una parte della propria libertà di parola, se questa libertà può risultare offensiva per determinate categorie di persone? Non è forse la capacità di rispettare le differenze che ci rende migliori degli altri?

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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