L’ateismo del Mussolini socialista

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Il 26 marzo 1904 Benito Mussolini tenne una conferenza a Losanna, in contraddittorio col pastore evangelista Alfredo Taglialatela (1872-1949), che venne poi pubblicata a Ginevra col titolo “L’uomo e la divinità”. In altre edizioni si aggiunsero al titolo le parole “Dio non esiste”. L’opuscolo cui si fa riferimento è dell’editrice La Fiaccola.

La domanda cui si vuole cercare di rispondere è la seguente: nell’ateismo del giovane Mussolini esistevano già i presupposti di un’involuzione dal socialismo, da lui professato, al fascismo, oppure questa involuzione va considerata del tutto indipendente dall’atteggiamento ch’egli aveva assunto in materia di fede religiosa?

La concezione della materia

La concezione che il giovane Mussolini aveva della materia non si può dire faccia parte del materialismo storico-dialettico, quanto piuttosto di un marcato positivismo. Leggiamo cosa scriveva: “le leggi eterne e immutabili della materia non conoscono né morale, né benevolenza; non rispondono ai lagni e alle preghiere dell’uomo, ma su di esso respingono spietatamente il suo fato. Queste leggi tutto governano (…) contro di esse l’uomo non può nulla. Può arrivare a conoscerle, a servirsene, ma non può arrestarne l’azione benefica o malvagia”.

Questo modo di considerare la materia ricorda il fatalismo greco. In realtà il materialismo più scientifico sostiene che il prodotto più evoluto della materia è la coscienza, nel senso che l’autoconsapevolezza dell’universo è data dalla coscienza umana. Le leggi quindi che dominano l’universo non hanno nulla che sia contrario a tale coscienza, anzi, sono fatte apposta per svilupparla al massimo.

Mussolini ha una percezione dell’universo come di un luogo in cui l’essere umano è abbandonato a se stesso, del tutto impotente di fronte ai fenomeni che vi possono accadere. Lo vede come uno scontro incessante di forze opposte che si ripercuote sulla stessa esistenza umana, per la quale ciò che conta non è tanto la coscienza morale ma la manifestazione delle energie vitali.

L’uomo quindi deve cercare di diventare qualcuno in una situazione altamente contraddittoria, in cui forze opposte si attraggono e si respingono, si dissolvono e si ricostruiscono. In una situazione del genere contano di più gli atti di forza che non gli esami di coscienza.

Nella sua concezione della materia c’è molto vitalismo fine a se stesso (quattro anni dopo scriverà, sul “Pensiero romagnolo”, il saggio La filosofia della forza, dedicato a Nietzsche). Mussolini è imbevuto di quello spirito pessimistico nei confronti degli altri e ottimistico nei confronti di se stessi, che caratterizzò la seconda metà del XIX secolo, quando l’espansione coloniale della borghesia sembrava aver creato in Europa una situazione di notevole progresso sociale, grazie anche agli sviluppi della scienza e della tecnica; una situazione che faceva pagare le conseguenze di questo progresso soprattutto ai ceti rurali, sempre più costretti a trasformarsi in operai industriali, e che tornava vantaggiosa ai proprietari di capitali, tra cui certamente non vi era Benito Mussolini.

Qualche aspetto positivo del suo materialismo lo si intravede laddove afferma che “l’universo non è che la manifestazione della materia, unica, eterna, indistruttibile, che non ha mai avuto principio, che non avrà mai fine”. In effetti s’egli avesse approfondito questa teoria, quella dell’eternità della materia e della sua perenne trasformazione (dissoluzione e reintegrazione), in cui nulla si crea e nulla si distrugge, indubbiamente sarebbe approdato al materialismo scientifico.

Appena abbozzate infatti restano le sue osservazioni relative al concetto di “coscienza” (l’anima dei credenti), che è un prodotto del cervello e che non può esistere separata da quest’ultimo, nel senso che coscienza e corpo “sono due aspetti diversi di un’unica natura umana”. Tuttavia avrebbe dovuto almeno precisare, onde togliere alle argomentazioni religiose il privilegio di poter disquisire sul cosiddetto “aldilà”, che sulla base della legge della perenne trasformazione della materia, l’intero essere umano, alla sua morte, subisce una trasformazione che non può soltanto riguardare il momento, visibile, della distruzione degli elementi biologici che lo compongono.

In ogni caso è sbagliato sostenere che la coscienza si formi al formarsi dell’idea. La coscienza esiste già prima, nella fase della sensazione e della percezione. La coscienza è anzitutto qualcosa di sensibile, su cui si forma una sorta di riflessione astratta, speculativa. L’aspetto primordiale della coscienza, quello più autentico e originario, è relativo alla sensibilità. Di conseguenza è quanto meno limitativo sostenere che la “potenzialità psichica è in ragione diretta del peso del cervello e del numero di circonvoluzioni cerebrali”.

Anzitutto perché, se così fosse, la donna risulterebbe avere minore capacità psichica o intellettiva dell’uomo, avendo un cervello meno pesante. Poi perché, se così fosse, si sarebbe costretti a far dipendere l’emotività dalla cultura, la sensibilità dall’intelligenza. Non a caso Mussolini sostiene che “il labirinto delle circonvoluzioni [sinapsi] è più complicato nelle razze colte che nelle razze ignoranti”.

L’ignoranza è un concetto incredibilmente relativo, su cui non si può pensare neanche minimamente di poter costruire delle differenze tra una civiltà e un’altra. Se noi dovessimo in questo momento vivere in una foresta, tutta la nostra cultura scientifica e tecnologica ci servirebbe molto poco. E non perché non saremmo in grado, in qualche modo, di sfruttare le risorse della natura, ma perché non avremmo l’habitus mentale per accettare una situazione del genere. E se anche un evento esterno, indipendente dalla nostra volontà, ci obbligasse ad accettarla, dovrebbe essere inevitabilmente così grande da indurci a considerare del tutto irrilevanti le cognizioni scientifiche di cui disponiamo. Noi siamo figli di una civiltà completamente artificiale: fuori del nostro ambiente, la scienza e la tecnica di cui disponiamo risulterebbero del tutto inutili.

La concezione dell’uomo nel suo rapporto con l’universo

Nella battaglia contro le pretese del dogma religioso, Mussolini adotta la tattica di squalificare l’importanza dell’essere umano e del pianeta in cui vive, mettendoli in rapporto all’infinità dell’universo, onde far capire che l’uomo non può essere stato creato a immagine di alcun dio. In tal senso considera il pitecantropo l’anello di congiunzione tra l’uomo e i primati.

Oggi questi ragionamenti sono a dir poco primitivi, non solo sul piano scientifico, ma anche su quello ontologico, in quanto bisogna dare per scontato, almeno sino a prova contraria, che l’essere umano, pur con tutte le contraddizioni che lo caratterizzano, costituisce l’intelligenza dell’universo, il suo logos, cioè lo strumento principale con cui l’universo prende coscienza di sé.

Una vera definizione ateistica non passa attraverso una riduzione dell’importanza dell’essere umano nell’universo ma, al contrario, attraverso una sua esaltazione, poiché solo così si può ridurre a un nulla il concetto di dio. L’unico dio dell’universo è l’uomo, che deve imparare a vivere secondo leggi di natura, che certamente non sono quelle dell’antagonismo sociale.

Più passano i secoli e più ci accorgiamo che l’origine dell’uomo si perde nella notte dei tempi. Già oggi attribuiamo 2,5 milioni di anni alla nascita dell’homo habilis: un tempo che per la nostra memoria quotidiana è incredibilmente lungo. Un giorno probabilmente arriveremo a capire che tra l’origine dell’universo e l’origine dell’essere umano non vi è molta differenza, proprio perché non esiste alcun dio, cioè nell’universo non esiste alcuna entità che non abbia caratteristiche umane. Dal punto di vista della nostra specie, è quanto non ci appartiene che deve dimostrare la propria esistenza. E fino ad oggi non sussistono prove concrete di qualcosa di non umano che sia superiore all’umano.

E quanto esiste al di fuori dell’universo non ci può interessare, poiché l’universo possiede coordinate di spazio e tempo assolutamente incommensurabili. È stata la religione a ridurre la grandezza dell’uomo a vantaggio di quella divina, illudendo l’umanità, fatta passare per “creatura di dio”, che un giorno, nell’oltretomba, si sarebbe riscattata, superando definitivamente gli orrori in cui vive. Ma questa religione non appartiene all’umanità; appartiene al lato peggiore dell’umanità, a quella parte che vuol vivere sulle spalle degli altri.

Le facoltà essenziali del cervello umano sono le stesse da sempre. Nel tempo sono semplicemente mutati l’intensità, il grado di utilizzo di questa o quella parte del cervello. La struttura fisica, anatomica del cervello non si è diversificata, nell’essere umano, in funzione del volume della scatola cranica. Se a un neonato mettiamo in mano una penna, farà solo scarabocchi, ma questo vuol forse dire che imparerà a scrivere soltanto quando nel suo cervello gli sarà cresciuto qualcosa di organico che non aveva sin dalla nascita? Le potenzialità che l’uomo primitivo aveva di diventare quello che è oggi (sapiens sapiens) erano già tutte nel suo cervello, esattamente come un qualunque tipo di musica è già inclusa nei tasti di un pianoforte.

L’essere umano non può creare un essere umano diverso da sé; dunque se oggi siamo quel che siamo, è perché ieri, nella sostanza (non nelle forme, che sono infinite), eravamo quel che eravamo.

La teoria dell’inesistenza di dio

Le argomentazioni usate per dimostrare l’inesistenza di dio sono abbastanza puerili. Ovviamente non perché quelle che dimostrano il contrario siano migliori, ma semplicemente perché Mussolini scende sul terreno “inconsistente” dell’avversario, invece di affrontare la questione religiosa in chiave materialistica, cioè come sovrastruttura ideologica di un sistema sociale antagonistico.

Egli non s’è reso conto che qualunque prova dell’inesistenza di dio finisce col negare la libertà dell’uomo di non crederci. Quando infatti si afferma che se dio esistesse davvero, non ci sarebbe sulla terra un male così assurdo e insopportabile, inevitabilmente si finisce col negare all’uomo il compito di sanarlo. Ogniqualvolta si pensa di negare l’esistenza di dio prendendo a pretesto la sua impotenza o indifferenza nei confronti delle vicende umane, senza volerlo si toglie all’uomo la libertà di poter decidere il proprio destino. Ecco perché il materialismo scientifico sostiene che qualunque discorso sull’esistenza o inesistenza di dio non serve a nulla e che è molto più utile concentrarsi sulle motivazioni sociali che fanno maturare l’esigenza di credere in un dio.

Non serve neppure sostenere, per dimostrare l’inesistenza di dio, che ogni popolazione ha dato alla propria rappresentazione della divinità nomi e forme assolutamente diverse. Sappiamo bene che di fronte a questa obiezione i teologi cristiani rispondono che per avere una cognizione esatta della divinità bisogna accettare la “rivelazione” che di essa ha dato l’unica persona autorizzata a farlo, il suo unigenito figlio. In tal modo il discorso viene completamente spostato sull’identità di Cristo, e su questo bisogna dire che Mussolini non era in grado di svolgere alcun discorso esegetico dei testi evangelici. Non lo hanno mai interessato i risultati della Sinistra hegeliana.

La concezione della storia

Mussolini ha una concezione della storia che deriva completamente dal positivismo, secondo cui l’essere umano sarebbe progressivamente uscito da una “bruta animalità” per entrare in un “avvenire di luce”.

Pur accettando l’idea che per lunghissimo tempo gli uomini abbiano vissuto senza religione, non riesce ad accettare l’idea che gli uomini primitivi abbiano vissuto con meno conflitti sociali di quelli che vive l’uomo moderno. E così non s’accorge di esporre il fianco alle tesi cattoliche secondo cui senza religione l’uomo è simile alla bestia.

Mussolini affida completamente alla scienza e alla tecnica, rischiando di trasformarle in una nuova religione, il grandissimo impegno di emancipare l’uomo dall’oscurantismo religioso e non riesce a comprendere che lo stesso sviluppo della scienza può essere parte organica di uno sviluppo sociale basato sull’antagonismo di classi opposte.

Quello che gli manca è un’analisi storica della formazione delle civiltà. Non riesce a collegare in maniera organica la nascita delle religioni con la nascita delle civiltà antagonistiche. Inevitabilmente quindi gli sfugge il nesso di ateismo e comunismo primordiali.

Se il vero sviluppo dell’umanità è avvenuto solo in virtù del progresso tecnico-scientifico della civiltà europea, allora nei confronti delle popolazioni non europee, non industrializzate ecc. si dovrà per forza porre un atteggiamento di tipo “colonialistico”, favorevole all’esportazione del “progresso”.

Poniamoci ora questa domanda: che differenza c’è tra un approccio storico alla realtà e uno ideologico? In linea di principio la differenza non è abissale, in quanto anche uno storico, che lo voglia o no, che lo dica o no, simpatizza per una certa concezione filosofica o ideologica o politica della vita.

Tuttavia lo storico, più della persona ideologica, che crede per partito preso in una determinata serie di idee, si sforza di cercare in ogni cosa i pro e i contro, evitando, per quanto possibile, di interpretare il passato con le categorie del presente, o di interpretare le civiltà pre-industriali, pre-borghesi, pre-antagonistiche coi criteri di oggi.

In tal senso la filosofia di vita del giovane Mussolini appare piuttosto dannunziana, analoga a quella degli anarchici futuristi, con la differenza che egli, essendo di origine piccolo-borghese, ancorato a una situazione precaria quale poteva essere quella di un esiliato in Svizzera, renitente alla leva in Italia, ricercato per vari reati politici, aveva bisogno di credere nella lotta di classe come forma di riscatto sociale e personale.

Che Mussolini non avesse nulla dello storico è dimostrato soprattutto là dove detesta per partito preso l’epoca tribale delle civiltà primitive, le società contadine, le comunità religiose: improvvisamente tutte queste cose diventano “primitive”, selvagge, irrazionali. Persino lo sviluppo delle età storiche è preso dal positivismo, cioè da quell’ingenuo approccio alla scienza e all’idea di progresso che considerava “non umano” tutto quanto non era scientifico.

Mussolini arriva a dire delle cose che per un qualunque socialista sarebbero dovute apparire del tutto infondate e che invece quella volta venivano tollerate proprio perché lo stesso socialismo italiano, in generale, era imbevuto di idee positivistiche. Per esempio: la morale dell’uomo primitivo è più egoistica di quella moderna, oppure la morale borghese, solo perché la borghesia ebbe la meglio su nobiltà e clero, è di tipo altruistico; infine esiste una linea di progresso inarrestabile dal semplice al complesso, dal minore al superiore, dall’egoistico all’altruistico ecc. in cui gli aspetti della negatività sono essenzialmente dati dalla religione.

Mussolini aveva molte difficoltà a scorgere l’umano nel religioso, giudicava negativamente persino i processi di laicizzazione interni alla medesima religione: li giudicava inutili, fuorvianti, pericolosi per il proletariato (in tal senso squalifica nettamente l’operato del Murri).

In più punti della sua relazione arriva a paragonare le persone di fede con gli psicopatici, non facendo alcuna distinzione tra la persona e le sue idee, senza cioè riuscire a comprendere che possono esistere persone migliori delle idee che professano e idee migliori delle persone che le professano.

Il suo approccio alla realtà umana è rozzo e semplicistico, imbevuto di concetti ipostatizzati, non molto diversi dai pregiudizi religiosi che voleva combattere. Tratta la religione come un fenomeno allucinatorio, parossistico, senza rendersi conto che se talune espressioni ai limiti della follia assumono connotati di tipo religioso, è solo perché la religione fa parte della cultura dominante. Non è la religione in sé che crea la pazzia.

Il fatto di sentirsi deboli e dipendenti da forze superiori non può di per sé essere considerato patologico. La follia non è un’esperienza che riguarda solo i credenti. Peraltro non va neppure considerato negativamente il fatto di sublimare le proprie pulsioni o frustrazioni in un’attività artistica, intellettuale, sociale ecc.

L’analisi etno-antropologica della religione

Nella sua analisi etno-antropologica (ridotta peraltro al minimo) della nascita del fenomeno religioso, Mussolini non distingue le cause psicologiche da quelle sociali. Gli sfugge cioè il fatto che la religione diventa uno strumento di potere soltanto quando la comunità è divisa in classi contrapposte.

Egli si serve di strumenti psico-cognitivi, quali la paura, i sogni, l’ignoranza, soltanto per sostenere che dalla preistoria alla storia vi è stato un continuo progresso verso l’autocoscienza ateistica, che è insieme consapevolezza della propria capacità di dominio. La natura qui viene vista negativamente, come un elemento che più che altro incute paura.

Incredibilmente superficiali sono le motivazioni con cui si vuole supporre che la religione nasca là dove i “dolori fisici” vengono attribuiti dall’uomo primitivo a una potenza malefica, così come i piaceri fisici a una potenza benefica.

Mussolini ha qui in mente un selvaggio ignorante che vive isolato e che considera la natura non come la sua fonte di vita, ma come la sua principale disgrazia. Inoltre è del tutto contraddittoria l’idea che la religione possa nascere insieme dal dolore (e quindi dalla paura di soffrire) e dal “piacere fisico”. Non è questo il modo di spiegare il dualismo di bene e male.

Non meno superficiale è anche l’idea che i sacrifici religiosi si siano col tempo addolciti solo perché è aumentata la cultura. Il fatto che nel passato talune religioni usassero i sacrifici di animali e persino di persone non sta affatto a indicare che le corrispettive civiltà fossero particolarmente violente. Le maggiori devastazioni dell’ambiente, umano e naturale, le abbiamo vissute in epoca moderna, in presenza di livelli culturali molto elevati.

Mussolini vede la religione come un fenomeno a sé, con una propria storia, e non riesce a intrecciarlo con gli avvenimenti storici veri e propri. Fa un’analisi che più che altro ha il sapore di una presa in giro, in cui pensa di aver buon gioco accentuando esageratamente i difetti della religione, specie quando viene messa a confronto con la scienza. Paragonare il bandito calabrese che, prima di compiere un reato, offre un cero alla Vergine, col primitivo che sgozzava un montone o un fanciullo sulla pietra del dolmen druidico, ha solo l’effetto di un’estremizzazione paradossale.

Non essendo abituato a fare un’analisi storica della realtà, Mussolini qui non riesce a comprendere la penalizzazione del sud d’Italia nei confronti del nord al momento dell’unificazione, non comprende il fenomeno del brigantaggio, odia a morte il mondo contadino e, in un certo senso, è già razzista senza volerlo.

Tuttavia, citando l’evoluzionista G. De Mortillet, egli sostiene che le pratiche religiose sono un fenomeno relativamente recente nell’ambito della storia dell’umanità. Una tesi, questa, sufficientemente dimostrata nel corso di tutto il XX secolo, per cui resta una buona argomentazione per negare che il senso religioso sia strutturale alla natura umana.

La concezione della scienza

La filosofia politica di Mussolini, nei suoi aspetti essenziali, era molto più positivistica che socialista, e del positivismo in generale, molto più legata a quello italiano che francese (anche se proprio in Svizzera s’impegnerà a studiare i testi del sindacalista rivoluzionario Georges Sorel). Mussolini conosceva bene alcune opere di Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari e Roberto Ardigò. Qualunque discorso che non osannasse il valore della scienza lo considerava, eo ipso, oscurantistico.

Quando nella seconda parte della sua relazione vuol dimostrare l’immoralità della religione, il primo filosofo che cita è Comte, il quale, secondo lui, aveva dimostrato, per la prima volta, l’inconsistenza di una morale umana assoluta, eterna, indipendente dalle circostanze di spazio-tempo. Tutto è “relativo”.

Ora, questo modo di vedere le cose è incredibilmente ingenuo, poiché se davvero gli esseri umani avessero tante morali quante sono le loro tradizioni, tra loro non vi potrebbe essere alcuna vera comunicazione. Se tutto è relativo, perché diffondere a livello mondiale i principi della scienza? Non sono forse anch’essi relativi? Se davvero tutto è relativo, perché considerare – come fa Mussolini – le religioni orientali migliori di quella ebraica e cristiana? Perché fare delle graduatorie o delle classifiche? Che senso ha distruggere le assolutezze dogmatiche del cristianesimo in nome del relativismo e poi fare della scienza un nuovo assoluto? Non sarebbe stato meglio mettere al centro della propria attenzione l’uomo coi suoi bisogni?

Quando si affermano frasi di questo genere, si è incredibilmente superficiali: “Parlare di rinuncia, di rassegnazione, oggi, in cui la gioia e l’espansione di tutte le energie umane costituiscono le scopo di ogni sforzo individuale e collettivo, è veramente inutile”. Che cos’è questo se non vitalismo o superomismo fine a se stesso? Mussolini era convinto di poter risolvere le contraddizioni sociali grazie allo sviluppo della scienza e della tecnica, che erano la nuova religione laica nella seconda metà dell’Ottocento, che aveva favorito la seconda rivoluzione industriale. Mussolini era socialista soltanto perché era un piccolo-borghese frustrato, ma le sue idee di fondo erano positivistiche, anche se, negli anni di questa conferenza, combatteva la connotazione positivistica predominante nel socialismo italiano, in quanto questa sul piano politico era riformista, mentre lui voleva essere rivoluzionario.

L’ambiguità di questa posizione teorico-politica si rivelerà quando dieci anni dopo questa conferenza deciderà di aderire all’interventismo. Se il suo socialismo fosse potuto andare al potere nello stesso periodo in cui trionfò in Russia, il risultato sarebbe stato identico a quello dello stalinismo, che volle imporre un’industrializzazione a tappe forzate a tutto il mondo rurale, che non ne aveva assolutamente bisogno.

Che la scienza fosse per lui la nuova religione dell’umanità è chiarissimo nella citazione di Ardigò che riporta: “l’ideale dell’azione morale è la forza che domini e s’imponga alle tendenze egoistiche”, il che voleva dire che quando una cosa viene ritenuta vera, va imposta. E non è forse sempre stata questa la dinamica delle religioni istituzionali?

Si dirà che oggi guardiamo le cose con più disincanto, essendo consapevoli anche dei limiti della scienza e del cosiddetto “progresso”. Ma non è questo il punto. È che quando si parla di “relativismo”, bisognerebbe sempre mettere al centro dell’attenzione l’uomo con le sue esigenze, nel suo rapporto con la natura. Natura e Uomo non sono due concetti relativi; essi anzi hanno delle leggi oggettive da rispettare, pena la loro reciproca distruzione. Per quanto riguarda la natura è la legge della riproduzione e per quanto riguarda l’uomo è la libertà di coscienza.

Queste sono due fondamentali leggi universali che non si dovrebbero mai violare. Sono strettamente interconnesse, nel senso che la violazione dell’una comporta sempre quella dell’altra. Una riguarda gli aspetti materiali dell’esistenza, l’altra quelli spirituali. Sviluppare la scienza per fare della natura una semplice risorsa da sfruttare, senza tutelarne l’esigenza riproduttiva, è un crimine. Esattamente come voler imporre la verità a chi non ci crede o voler imporre la ragione a chi vive di fede.

I rapporti tra filosofia e scienza

In maniera intelligente il giovane Mussolini aveva capito che nei filosofi potevano esserci forme non esplicite di ateismo, a causa di taluni condizionamenti storici, e che non per questo quelle forme non contribuivano ugualmente alla demolizione progressiva del cristianesimo.

Egli cioè evitò di sostenere che siccome, per esempio, l’ateismo di Bruno, Leibniz, Spinoza, Robespierre, Mazzini, Bernard non era “chiaro e distinto”, allora tutto il loro pensiero contribuiva pochissimo a sviluppare la laicità, il razionalismo, l’umanesimo ecc. In questo il giovane Mussolini aveva evitato di assumere posizioni massimalistiche.

Egli individuava in Bacone, Galileo, Cartesio i fondatori della scienza e di quella sperimentale in particolare, la quale scienza pone come metodo d’indagine l’analisi del “come” avvengono i fenomeni, relegando il “perché” della loro origine ultima al campo delle ipotesi.

Mussolini non si chiede se questo stesso metodo non rischi di trasformarsi in una nuova religione, anzi, tende a escluderlo, in quanto considera motore fondamentale della ricerca il dubbio e la continua esigenza di superare le conoscenze acquisite.

D’altra parte, poiché solo di recente s’è cominciato a problematizzare il valore di una ricerca scientifica che considera la natura un mero strumento nelle mani dell’uomo, si può ritenere che questa sua concezione della scienza non aveva in sé alcun elemento per impedire l’involuzione del suo socialismo massimalistico verso il fascismo. D’altra parte nessun esponente del socialismo scientifico s’è mai chiesto se uno sviluppo basato sul modello baconiano-galileiano avrebbe potuto arrecare danni irreparabili all’integrità della natura. È da poco che abbiamo potuto costatare quanto rischino di diventare “fascisti” quei regimi socialisti che fanno della scienza un idolo da adorare.

Mussolini è semplicemente convinto che le verità scientifiche non potranno mai diventare dei dogmi da imporre con la forza. Nel momento in cui ciò avvenisse, la scienza, che è ricerca infinita per definizione, non esisterebbe più. E qui senza dubbio faceva bene a sostenere che il dogma è contro la ricerca, il dubbio, la critica.

L’analisi del linguaggio

Molto limitativa è in Mussolini l’analisi della questione linguistica. Infatti, se è vero che lo sviluppo del linguaggio ha assicurato la preponderanza della specie umana sulle specie animali, è anche vero che col termine “linguaggio” bisognerebbe intendere qualcosa che non coincide esattamente con la parola.

Il “linguaggio umano” è infinitamente più complesso della lingua che parliamo. E non tanto perché possiamo esprimerci anche con gesti o simboli o strumenti meccanici per farci capire, quanto perché il linguaggio va al di là di tutto, è indefinibile. Tant’è che noi ne percepiamo la presenza anche nell’assoluto silenzio, nelle pause tra una cosa detta e l’altra, nelle paure che ci impediscono di parlare, ecc. Il non-detto, il silenzio, l’assenza di una comunicazione esplicita, diretta, formale o informale, ci indica comunque la presenza di qualcosa.

Spesso infatti diciamo che l’eccessivo silenzio ci imbarazza, le pause ci annoiano, ma lo diciamo soltanto perché non siamo sufficientemente padroni di noi stessi e viviamo, per così dire, alle dipendenze di qualcosa che è fuori di noi. Ci poniamo nella realtà come se fossimo sempre in attesa di ricevere qualcosa. Non siamo abituati a cercare risposte dentro di noi.

Il vero linguaggio è ascoltare se stessi, è porsi nudi di fronte alla realtà. Non a caso l’uomo primitivo viveva con naturalezza la propria nudità, che oggi invece esibiamo come sfida, un voler comunicare a tutti i costi con una realtà che avvertiamo sorda ai nostri richiami. Alla realtà che ci appare incomprensibile reagiamo cercando di stupirla con effetti speciali, nell’illusione di poterla modificare. L’unica vera naturalezza è riscontrabile soltanto nei bambini molto piccoli.

Questo ovviamente non vuol dire che l’uomo non debba interpellare la realtà; anzi, se per questo, è addirittura impossibile che non lo faccia. L’essere umano è una continua domanda sulla realtà. Il punto è che noi stessi facciamo parte di questa realtà, per cui fare domande alla realtà esterna è come farle alla propria coscienza. Noi dovremmo cercare le risposte alle nostre domande non solo nella realtà ma anche in noi stessi.

Chi cerca le risposte soltanto al di fuori di sé, difficilmente saprà distinguere quelle più utili o efficaci da quelle meno. La rielaborazione personale del vissuto è l’aspetto fondamentale della creatività umana, che è poi quello che determina qualunque forma di progresso. Se ci pensiamo, qualunque invenzione umana è la riscoperta di elementi preesistenti, di cui si sono individuate significative connessioni, cui in precedenza s’era data poca importanza o che erano addirittura sfuggite alla nostra attenzione. Si pensi solo al fatto che la sfericità della Terra era già stata intuita e per alcuni versi persino dimostrata nel mondo greco classico, da Eratostene.

Quando Marx diceva che l’uomo si pone solo quelle domande per le quali è in grado di dare delle risposte, lo diceva in quanto politicamente sconfitto. In realtà è inevitabile che l’uomo si ponga domande d’ogni genere: semmai il problema sta nel cercare i mezzi più adeguati per trovare delle risposte efficaci. Quand’egli smise di fare politica, dedicandosi all’analisi dell’economia, era convinto di aver posto alla realtà del suo tempo delle domande sbagliate, troppo anticipate rispetto alla coscienza dei tempi. In realtà le sue domande erano giuste; sbagliati erano i mezzi con cui cercava di trovare delle risposte. Lenin infatti si pose le stesse domande e seppe trovare le risposte adeguate, pur avvalendosi degli errori compiuti.

Socialismo, morale e religione

A parere del giovane Mussolini la religione tenderà sempre più a scomparire, ma non si riesce a capire dalla sua analisi, visto che ciò avverrà anche grazie al socialismo, sulla base di quali presupposti sociali.

Mussolini ha una concezione del socialismo molto approssimativa: se lo immagina come una forma di vita sociale utile a esprimere una vaga esigenza di giustizia. Non c’è qui alcuna cognizione scientifica del socialismo, anche perché è dal positivismo ch’egli prende gli aspetti che considera essenziali: per esempio la fiducia indiscussa nella scienza, nella tecnica, nel progresso in generale e nella industrializzazione in particolare, ma anche l’idea che l’economia sia la base di tutto e che il resto sia soltanto un suo mero rispecchiamento, una passiva sovrastruttura.

Non s’accorge che un qualunque determinismo economicistico (che purtroppo anche certo marxismo ha fatto proprio) nega una vera libertà di coscienza, che è poi quella in virtù della quale si arriva a prendere consapevolezza, ad un certo punto, che una struttura non corrisponde più alle esigenze della natura umana, e quindi a chiedersi quale sia il modo per superare lo stallo.

Se la coscienza fosse un puro e semplice riflesso della realtà, quando mai questa potrebbe essere cambiata? La realtà forse si cambia da sola obbligando la coscienza ad adeguarsi ai propri mutamenti? Certo, la realtà ha la propria autonomia, un movimento spontaneo, indipendente dalla coscienza, ma questa non può non chiedersi se l’automovimento della realtà sia conforme a natura oppure no. Se le forze della società si muovono in una direzione sbagliata, la coscienza deve forse limitarsi a prenderne atto? Se così fosse, finiremmo col giustificare qualunque processo storico, ovvero il fatto che la forza può anche avere il diritto di essere superiore alla ragione. Tra struttura e sovrastruttura vi deve essere un rapporto alla pari, un condizionamento reciproco, altrimenti ogni spiegazione dei processi storici viene affidata al puro determinismo, ovvero alla cieca casualità, poiché in ultima istanza necessità e caso, in assenza di libertà di coscienza, coincidono.

Non potendo rendere ragione delle cose, si arriva a dire ch’esse sono capitate per caso o per una cieca necessità, perché così il destino ha voluto, e così via. Il che poi in sostanza significa che il peggio ha trionfato sul meglio, il forte sul debole, l’astuto sull’ingenuo. È infatti notorio che se le cose vengono lasciate a se stesse (in un sistema di vita che di “naturale” non ha più nulla), le soluzioni che si cercano sono le più arbitrarie, le più comode, le più facili, le più egoistiche.

Ci vuole sempre una direzione consapevole dei processi storici, proprio per impedire che l’istinto, in queste società così artificiose, finisca col promuovere una giustizia infantile, tipica dei soggetti che vedono le cose in maniera molto semplificata, come gli animali, i bambini, i folli, i deviati, i fanatici.

Se una morale fosse assolutamente relativa alla società che la esprime, o non ci sarebbe progresso o questo sarebbe solo negativo. La morale, in realtà, deve contenere degli aspetti universali, che la rendono capace di dire quando una società ha dei limiti che vanno in qualche modo superati, perché divenuti un freno allo sviluppo dell’umanizzazione.

Non ha alcun senso sostenere il relativismo della morale per contestare le pretese assolutistiche della religione. Se si assolutizza il relativismo, si finisce col fare gli interessi di chi nella società vuole imporsi usando la forza. Ecco perché occorre sostenere che esistono dei principi morali universali, indipendenti da quelli religiosi, fondati sull’umanesimo e non sulla teologia.

Ha invece senso sostenere – come fa lo stesso Mussolini – che se è vero che in astratto la religione andrebbe considerata come un affare della mera coscienza, in concreto invece, di fronte a una religione politicizzata come quella cattolico-romana, è indispensabile una propaganda a favore dell’ateismo scientifico, una battaglia culturale a favore della non-credenza e una battaglia politica contro le ingerenze della chiesa nella vita dello Stato. Paradossalmente però sarà proprio lui a fare un passo indietro rispetto al liberismo di Cavour e di Croce, proponendo la formula conciliativa dei Patti Lateranensi, che determineranno la nascita dello Stato concordatario, rimasto immutato, nelle sue linee di fondo, ancora oggi.

Conclusione

Il giovane Mussolini aveva una concezione della natura e della realtà sociale improntata a idee fortemente ateistiche e positivistiche. Siccome proveniva da ambienti marginali (il padre era fabbro, la madre maestra elementare), dove aveva respirato sin dall’infanzia un’atmosfera anarco-socialista, cercava di conciliare le idee della borghesia illuminata e progressista con quelle relative all’emancipazione degli oppressi.

A suo parere lo sviluppo delle cognizioni scientifiche e della rivoluzione politica dovevano procedere in parallelo. Certo, sarebbe esagerato sostenere che la soluzione delle contraddizioni sociali del suo tempo avrebbe potuto essere, secondo lui, il frutto di un progressivo sviluppo della scienza e della tecnica: in questo non era positivista. Nondimeno il suo socialismo, essendo basato su presupposti prevalentemente illuministici, inevitabilmente diventava massimalistico: era un socialismo della “fretta”, del “tutto e subito”, del “tutto o niente”.

Mussolini non avrebbe mai potuto accettare una semplice opposizione parlamentare al sistema borghese, ma non gli riuscì neppure di credere possibile un’evoluzione rivoluzionaria del socialismo, proprio perché non aveva un rapporto organico con le masse, ma strumentale. La sua improvvisa adesione all’interventismo, nel corso della prima guerra mondiale, si spiega col fatto che un intellettuale come lui aveva bisogno di “situazioni estreme”, in cui i contrasti fossero al limite e gli permettessero quindi di emergere in maniera facile e veloce come leader carismatico.

Egli in sostanza era affetto da quella malattia infantile che Lenin chiamava col termine di “estremismo”. Una malattia che, quando da fascista prese il potere, lo indusse a tradire molti suoi presupposti laico-ateistici, a favore di vergognosi compromessi con la chiesa romana.

La seconda adesione all’interventismo, nel corso della seconda guerra mondiale, si spiega col fatto che il fascismo, essendo una forma di estremismo, ha periodicamente bisogno di situazioni esasperate, proprio per potersi illudere di restare coerente coi propri ideali originari, di cui il principale era quello dell’affermazione individualistica dell'”Uno”, un duce intellettualmente dotato che si serve di masse ritenute deboli e ignoranti.

L’ultimissima Repubblica di Salò fu poi il tentativo disperato di recuperare quelle vaghe idee di socialismo che in gioventù erano state tradite. Un’operazione nostalgica con cui un potere, enormemente screditato, cercò invano di rifarsi una verginità.

Fonti

  • Alessi Rino, Il giovane Mussolini, 2003, Il Ponte Vecchio
  • Veronesi Enrico, Il giovane Mussolini. 1900-1919. I finanziamenti del governo francese, l’oro inglese e russo, gli amori milanesi, 2008, Book Time
  • Cortesi Paolo, Quando Mussolini non era fascista. Dal socialismo rivoluzionario alla svolta autoritaria: storia della formazione politica di un dittatore, 2008, Newton Compton
  • Petacco Arrigo, L’uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, 2006, Mondadori
  • De Felice Renzo, Mussolini il rivoluzionario, 2005, Einaudi
  • Fabre Giorgio, Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la formazione di un antisemita, 2005, Garzanti Libri
  • Baima Bollone Pierluigi, La psicologia di Mussolini, 2007, Mondadori
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Di Mikos Tarsis

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