Socialismo e libertà di coscienza

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Mons. Francesco Skoda era, verso la metà degli anni Ottanta, docente di ateismo comunista presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma. Il suo testo principale, oggi fuori commercio, L’ateismo comunista sovietico, La casa di Matriona (1983), già dal titolo lasciava trasparire la pretesa di esporre in maniera scientifica delle tesi che invece risultavano profondamente clericali.

Infatti la premessa metodologica per un qualunque dialogo col marxismo veniva posta dal docente nella “politicità della fede”: col che in pratica si escludeva in partenza la possibilità di un qualunque confronto democratico. Forse la parte più significativa era quella in cui l’autore si sforzava di riassumere le tesi di E. I. Lisavcev, che qui riportiamo brevemente.

  1. L’emancipazione proletaria è unicamente di carattere umanistico, cioè non ha nulla a che vedere con la religione;
  2. il proletariato si serve di una concezione scientifica del mondo, antitetica a quella religiosa;
  3. l’emancipazione proletaria dalla religione non è soltanto di tipo politico, ma anche di tipo umano, in quanto fondata su nuovi rapporti socioeconomici;
  4. solo la democrazia socialista è stata capace di realizzare la vera separazione fra Stato e chiesa;
  5. questa separazione, nei paesi borghesi, al massimo è stata affermata sul piano del diritto, ma essendo il diritto una copertura del dominio di classe, quella affermazione di principio non ha mai potuto concretarsi a livello pratico;
  6. di qui la falsità della libertà borghese di coscienza, che garantisce solo il diritto alla religione, ma non anche quello all’ateismo;
  7. la reale uguaglianza dei cittadini può essere garantita solo se si sottrae la chiesa alla tutela dello Stato; in tal modo viene garantita l’effettiva libertà di coscienza e la fede religiosa non è più oggetto né di privilegio né di discriminazione;
  8. che la chiesa abbia svolto nel passato un’attività politica in stretto rapporto con gli interessi autocratici degli Stati, è l’analisi storica a dimostrarlo;
  9. la rivoluzione bolscevica non voleva distruggere la religione o la chiesa, ma la chiesa di stato o lo Stato confessionale; non voleva proibire l’attività religiosa del clero e dei credenti in genere, ma quella politica associata alla fede;
  10. fu la chiesa a rifiutare nettamente, specie nel primo periodo, le possibilità offerte dal nuovo sistema (si pensi p.es. all’anatema lanciato dal patriarca Tichon contro i comunisti, ma anche al fatto, assai più grave, che durante la guerra civile del 1918-20, l’opposizione al potere sovietico fu condotta dal suddetto patriarca ortodosso, largamente appoggiata dal metropolita cattolico Ropp, dal protopresbitero greco-cattolico Fjodorov, dal vescovo dei seguaci del rito antico Simon e da altri autorevoli esponenti del mondo religioso. Nelle truppe dei controrivoluzionari confluirono non pochi sacerdoti ortodossi, mullah e cappellani della chiesa cattolico-romana);
  11. che cosa ha preteso di dimostrare la rivoluzione comunista? Che le istituzioni ecclesiastiche non sono eterne, ma condizionate dalle trasformazioni sociali delle diverse epoche.

Oggi, alla luce del crollo del socialismo reale, le tesi di Lisavcev andrebbero certo riviste, ma non sulla base delle critiche integralistiche del prelato accademico, quanto piuttosto in relazione ad alcune precisazioni fondamentali:

  1. tra religione e ateismo, pur essendovi opposizione sul piano ideologico, può esservi collaborazione su altri piani dell’agire sociale e civile;
  2. la concezione scientifica che supportava l’ateismo, collegando in maniera organica il socialismo allo Stato, s’è rivelata fallimentare, nel senso che la nuova concezione del socialismo democratico dovrà considerare la società civile superiore allo Stato;
  3. l’emancipazione umana del proletariato non può dipendere sic et simpliciter da quella politica: occorre un impegno sociale e civile che per molti versi è superiore a quello politico, in quanto riguarda la sfera della coscienza, della mentalità, dei valori etici e culturali;
  4. la separazione tra Stato e chiesa non può voler dire la separazione della società dalla chiesa, cioè lo Stato non può favorire con la politica o con atti amministrativi una separazione che i cittadini devono acquisire per convinzione, accettare per scelta.

Ma vediamo ora le tesi di mons. Skoda. La critica marxista della religione, a suo parere, si basa su tre pregiudizi:

  1. che la religione sia opera della sola fantasia ed equivalga a superstizione;
  2. che la scienza sia nemica della religione;
  3. che tutte le religioni costituiscano un ostacolo alla realizzazione di una società giusta, libera dallo sfruttamento.

In pratica quindi il marxismo contesterebbe la religione sia come superstizione (aspetto ideologico e culturale) che come clericalismo (aspetto giuridico e politico).

In realtà per il marxismo non esiste neppure la “religione in sé”, indipendente dall’uomo, strutturale o connaturata alla coscienza umana. Sono gli uomini che fanno le religioni e ogni religione, in tal senso, non è che una “sovrastruttura ideologica” di una società alienata, divisa in classi contrapposte.

Il socialismo scientifico non ha mai creduto nella possibilità di una religione qualitativamente “migliore” di un’altra, ovvero nella capacità che la religione ha di “purificarsi” e quindi di permanere nel tempo. Il socialismo non combatte la religione solo quando questa sconfina nella superstizione o nel clericalismo, ma la combatte anche qua talis, poiché ogni religione è “in sé” una forma di superstizione che tende ad assumere posizioni clericali. Qui sta la grande differenza del socialismo dal radicalismo giacobino e in genere dall’ateismo borghese.

Il marxismo non interviene a difesa del cittadino solo quando la religione compie un abuso gnoseologico ai danni della collettività (superstizione) o quando rivendica un potere politico ai danni dello Stato (clericalismo), ma interviene anche quando nella coscienza del soggetto si formano delle opinioni o concezioni religiose: di qui l’istruzione e la formazione della gioventù, l’educazione permanente degli adulti, il confronto sul terreno culturale, scientifico, ideologico tra opposte concezioni di vita. La separazione del politico dal religioso non è che un aspetto della più generale emancipazione umana del cittadino, la quale prevede il rigoroso rispetto della libertà di coscienza.

Infatti qualunque opera di persuasione e di convincimento a favore dell’ateismo scientifico va fatta nel rispetto – tutelato dalla Costituzione – della libertà di coscienza. Una legge autenticamente democratica deve vietare l’istigazione all’odio, all’ostilità sociale in rapporto alle credenze religiose. Non si può e non si deve in alcun modo combattere con armi politiche, amministrative, giudiziarie o poliziesche la religione come opzione personale che il cittadino sceglie di vivere non in modo concorrenziale alla laicità, ma in modo parallelo.

E tuttavia un socialismo autenticamente democratico non può restare indifferente neppure di fronte a una tale scelta personale, proprio in quanto esso aspira a formare delle personalità emancipate non solo politicamente e socialmente ma anche umanamente. Non è sufficiente combattere la pretesa di fare della religione un pretesto per non obbedire alle leggi democratiche dello Stato, bisogna anche persuadere civilmente l’uomo ad abbandonare ogni idea o concezione religiosa (“civilmente” nel senso di un uso razionale delle argomentazioni).

Ovviamente questo non è un compito di cui può farsi carico lo Stato, che ha semplicemente il dovere di garantire la libertà di coscienza (della religione e dell’ateismo); è un compito che spetta alle organizzazioni culturali (dei partiti e non) che si riconoscono nel socialismo democratico.

Ma la vera spina nel fianco di mons. Skoda e di tutto il cattolicesimo romano è la separazione di Stato e chiesa. Infatti, sul materialismo filosofico del socialismo i cattolici, al limite, sono anche disposti a transigere, convinti come sono che, conservando essi indirettamente il potere politico, si può sempre riuscire a integrare l’ateismo nel sistema o comunque a renderlo inoffensivo. Quel che per loro è molto difficile da tollerare è il materialismo affermato da un punto di vista politico.

Ciò che il prelato non sopporta è l’idea che in uno Stato socialista si costringano i cittadini a edificare una società che ha, tra gli altri scopi, quello di eliminare la religione. In realtà l’obbligo per tutti i cittadini di costruire il socialismo implica soltanto l’obbligo di essere laici in quanto cittadini, ovvero in quanto soggetti che fanno politica, non implica affatto l’obbligo di essere atei in quanto uomini. La libertà di coscienza (che include quella di religione) è un diritto vero e proprio e non – come dice il prelato – una manovra propagandistica basata su ragioni pratiche e tattiche, cioè una sorta di concessione che si fa a una sopravvivenza del passato.

Semmai è sotto il capitalismo che, pur essendoci un regime di compromesso o concordatario a livello istituzionale, in cui si obbligano i cittadini ad accettare la rilevanza politica della fede, il modello di società porta progressivamente a una forma molto ambigua di laicità, in cui da un lato si vuol far credere, illusoriamente, che l’emancipazione culturale implichi anche quella sociale, mentre dall’altro si ostacola l’emancipazione sociale servendosi anche in maniera regressiva della stessa religione.

Il vero laicismo in politica e il vero ateismo nella cultura sono possibili solo sotto il socialismo democratico, poiché solo qui si tutela in maniera adeguata la libertà di coscienza. L’ateismo va scelto sul piano umano e quindi non può essere una condizione imposta dallo Stato alla libertà di coscienza. L’emancipazione politica e ideologica dal clericalismo e dalla superstizione non pregiudica a priori la possibilità di scegliere privatamente un valore religioso alternativo, considerato più autentico; anzi, in un certo senso (formale o estrinseco o indiretto), quella emancipazione pone per così dire le condizioni di una scelta religiosa più consapevole, anche se queste condizioni possono ovviamente essere usate non in direzione di un diverso valore religioso, ma in direzione di un ateismo accettato in coscienza. È proprio nel regime di separazione che un credente può “purificare” meglio la propria fede, depurandola dai condizionamenti del clericalismo.

Si potrebbe anche sostenere che all’interno del socialismo democratico, attraverso lo strumento della separazione tra Stato e chiesa, viene tutelato il carattere “pubblico” della fede in modo pienamente giuridico, mentre in occidente, ove in luogo della separazione esiste il regime concordatario, la medesima garanzia è offerta in primo luogo da un’imposizione di tipo politico. Nelle società borghesi la chiesa pone e difende la propria presenza pubblica appoggiandosi allo Stato, cioè usando la forza di quest’ultimo come condizione della propria istituzionalità. Il diritto cioè è al servizio della politica, che è il luogo dei rapporti di forza.

Ecco perché l’ateismo in occidente, ove è impossibile distinguere rigorosamente gli aspetti civili da quelli ecclesiastici, non è un diritto vero e proprio, ma una semplice scelta personale priva di tutela giuridica. Il fatto che la libertà di coscienza, sotto il capitalismo, abbia un senso solo nella misura in cui prevede la libertà di religione e non anche quella “dalla” religione, comporta inevitabilmente sul piano pratico che ogni settore della vita civile, in modo diretto o indiretto, risulti permeato di elementi religiosi, per quanto laicizzati essi siano.

Mentre sotto il socialismo democratico un credente integralista, a causa della scarsa maturità della sua coscienza, può avvertire una certa “doppiezza” tra la sua fede e i suoi doveri laici di cittadino, viceversa sotto il capitalismo la doppiezza è oggettiva: ad essa l’ateo è costretto proprio per motivi politici.

Il fatto è che per mons. Skoda e per il cattolicesimo in generale è inaccettabile ridurre la religione alla dimensione soggettiva della coscienza: il valore di una fede si misura sull’incidenza ch’essa ha nella sfera pubblica. E qui davvero siamo agli antipodi tra socialismo e cattolicesimo-romano.

Per il socialismo eliminare la dimensione politica della fede non significa necessariamente eliminare la fede, ma soltanto il temporalismo e l’oscurantismo della chiesa, che nel passato hanno procurato gravissimi guasti alla democrazia. Se in virtù di questa eliminazione politica la fede diventa vuota, insignificante, impossibile da viversi, la responsabilità non può ovviamente ricadere sul socialismo, ma piuttosto su quella stessa chiesa, che non ha saputo fino ad oggi trasformare la propria concezione religiosa della vita in un’espressione di vera emancipazione sociale e culturale.

Certo nel passato vi sono state manifestazioni socio-religiose protese verso l’affermazione di una società autenticamente democratica, ma queste manifestazioni o sono state riassorbite dalla logica reazionaria della chiesa al potere, o sono apparse in forma democratica e persino rivoluzionaria non in quanto “religiose” ma in quanto autenticamente “umane”. Tali manifestazioni hanno trovato un prosieguo più coerente non all’interno della chiesa o in virtù della religione, ma nell’ambito della società civile, in virtù di idee laiche prossime alla democrazia e al socialismo.

Indubbiamente vi sono stati abusi anticlericali anche da parte del socialismo, ma oggi resta acquisito il principio umanistico secondo cui la scomparsa della religione sarà effettiva solo se e quando avverrà in maniera spontanea, come naturale conseguenza di un sviluppo socioeconomico sempre più democratico.

I cattolici integristi come Skoda antepongono alla possibilità di collaborare fattivamente su obiettivi comuni coi laici, la necessità di far anzitutto valere la propria esigenza d’imporsi politicamente. Piuttosto che ammettere delle ragioni a favore dell’ateismo, preferiscono equipararlo al nichilismo. Piuttosto che vedere l’ateismo associato all’esigenza di una migliore democrazia sociale, preferiscono vederlo come una forma di ingiustificato arbitrio.

Le posizioni teistiche vengono tutelate dall’integrismo religioso soltanto per motivi politici. Posta questa conditio sine qua non, resta difficile dialogare con chi se ne serve per negare all’ateismo una qualunque fondatezza morale, cioè con chi nega alla morale laica una propria autonomia, con chi ritiene impossibile una qualunque etica umanistica a prescindere dalla religione. Gli integralisti negano l’evidenza storica dei fallimenti del cristianesimo politico e, nonostante questi fallimenti, non riescono neppure a immaginarsi un cristianesimo senza potere politico.

Con questo non si vuol affatto sostenere che l’ateismo sia per sé migliore della religione. Il criterio della verità resta sempre quello della pratica.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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