Lenin visto dalla moglie

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(Lenin e la guerra imperialista)

Questo capitolo non è altro che una sintesi di alcune pagine della biografia di Lenin scritta dalla moglie Nadežda K. Krupskaja nel 1926, recentemente pubblicata dalla Red Star Press (Roma 2019), che ha mantenuto il titolo La mia vita con Lenin della prima edizione italiana pubblicata dalla Humus (Napoli 1944) e nel 1956 dagli Editori Riuniti.

Stranamente il libro s’interrompe al 1917, tralasciando gli anni, per certi versi molto più drammatici del periodo dell’emigrazione, che Lenin visse fino alla sua morte (1924). Avrebbe avuto tutto il tempo per completarlo, essendo morta nel 1939, ma è ben noto che i diari personali, al tempo dello stalinismo, erano il materiale più ricercato dalla polizia politica, per cui era inconcepibile tenerne uno, specie se non in linea con le versioni ufficiali del regime.

La Krupskaja aveva rotto con Stalin prima ancora che Lenin morisse. Nel dicembre 1922 Stalin la insultò pesantemente dicendole che non era capace di preservare la convalescenza di Lenin. Stalin infatti, sapendo che Lenin stava cercando di rimuoverlo dal suo incarico di segretario del partito, non gradiva che lei portasse a Lenin le informazioni dall’esterno, lo tenesse al corrente del dibattito e in qualche modo garantisse il fatto, insieme alle due fedeli segretarie, che Lenin continuasse a lavorare. Aveva iniziato a capire che Lenin stava sviluppando un’intesa con Trockij, per cui tentò di far passare nell’Ufficio Politico del partito delle restrizioni al lavoro di Lenin, presentando ciò ovviamente come una tutela del malato. Lenin si ribellò a queste misure e disse che se non lo facevano lavorare almeno per alcune ore al giorno lui avrebbe rifiutato le cure. Il compromesso raggiunto fu che Lenin non poteva scrivere articoli ma soltanto dettare delle brevi note durante la giornata.

Dopo la morte di Lenin la Krupskaja, insieme a Zinov’ev e a Grigori Sokolnikov, diede vita alla “Nuova opposizione” contro Stalin, che poi si unirà all’“Opposizione di sinistra” di Trockij, creando l’“Opposizione unificata”. Sconfitta quest’ultima nella XV Conferenza del partito (1926), che comportò l’espulsione di Trockij e Zinov’ev, Kamenev restò il portavoce unico dell’opposizione, prima di essere espulso anche lui nel 1928 dopo il XV Congresso. A quel punto la Krupskaja cominciò a considerare lo stalinismo come un dato di fatto imprescindibile. Poté continuare a lavorare solo a condizione di non contattare mai alcuna persona straniera, di lasciarsi controllare dagli agenti della NKVD e di attenersi scrupolosamente alle direttive del partito. Non a caso il libro ch’essa pubblicò nel 1925, L’educazione della gioventù nello spirito di Lenin, fu tolto dalla circolazione. Difficilmente Stalin avrebbe potuto sopportare un’opera che relativizza il ruolo della personalità nell’ambito del processo storico e che indica nella formazione d’un soggetto liberamente pensante il fine dell’educazione.

Condannava le persecuzioni contro i figli dei cosiddetti “traditori della patria” e nel 1935 si pronunciò anche contro la pena di morte per Kamenev. In quell’occasione Stalin le disse di adeguarsi alla linea, altrimenti il partito avrebbe conferito a un’altra il titolo di “vedova di Lenin”: questa cosa fu confermata da Chruščëv nelle sue memorie. Stalin infatti ventilò più volte l’idea di fare della Elena Stasova (una delle segretarie di Lenin) la sua nuova vedova: sarebbe bastato dichiarare che il divorzio e il nuovo matrimonio erano stati tenuti segreti per desiderio di Lenin, e che, vista l’attività sovversiva della Krupskaja contro il partito, il CC riteneva ormai necessario svelare la verità.

Stranamente nessuna delle due donne che nel 1934 erano membri effettivi del CC fu giustiziata: la K.I. Nikolaeva era persino una ex seguace di Zinov’ev. Certo la Krupskaja era un caso a parte. Fu comunque denunciata da Ežov (di sicuro su iniziativa di Stalin) nel 1938, durante una riunione della Commissione centrale di controllo. Ežov la accusò di essere complice di Trockij e di aver affrettato la morte di Lenin, aggiungendo che “solo il rispetto per la memoria di Lenin” gli impediva di “consegnarla a Vyšinskij e Ul’rih, come aveva fatto per altri traditori”. La Krupskaja svenne, e dovettero portarla in clinica. Morì alla fine di febbraio del 1939, a settant’anni, poco prima del XIII Congresso del partito. È sempre circolata la voce che fosse stata strangolata.1

Il primo incontro con Lenin l’aveva avuto nel 1894 e dall’anno dopo non si separarono più, anche perché era lei che curava buona parte della corrispondenza del marito, che si occupava dell’organizzazione degli eventi, dei contatti coi compagni di partito, della stesura dei verbali, della ricerca dei fondi, ecc. Lenin frequentava molto le biblioteche, scriveva articoli e libri, faceva interventi pubblici ovunque potesse.

Nella suddetta biografia non vengono criticati i compagni che collaboravano con Lenin dopo la rivoluzione d’Ottobre, quando invece sappiamo che la Krupskaja lo fece e anche a più riprese (il cosiddetto “Testamento politico” di Lenin, in cui si chiedeva la rimozione di Stalin dall’incarico di segretario generale del partito, non fu letto pubblicamente al XIII Congresso del 1924, nonostante le proteste della Krupskaja, anzi rimase nascosto fino al 1956)2. Su Stalin3 non vi è neppure un appunto negativo nel libro; al contrario, viene detto che fu proprio lui a contribuire a salvare la vita di Lenin, ricercato dal governo di Kerenskij. E questo quando proprio nel 1926 la Krupskaja, in un incontro con l’Opposizione di sinistra (guidata da Trockij), affermò che se suo marito fosse stato ancora vivo, sarebbe già finito in carcere.

Nonostante quindi si debba dare per scontato che la biografia poté essere pubblicata solo dopo aver ottenuto il placet della censura, restano comunque interessanti le pagine dedicate al periodo della guerra imperialistica vissuto da Lenin come esule politico. Ed è appunto queste pagine che qui sintetizziamo, precisandone il contenuto là dove necessario.

Cracovia (1912-14)

Quando scoppiò la I guerra mondiale il gruppo di Lenin e della Krupskaja si trovava, a partire dal 1912, a Cracovia, ove vivevano circa 4.000 emigrati russi. Era stata appena realizzata a Praga (18-30 gennaio 1912) l’importante VI Conferenza del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (d’ora in poi Posdr), che segnò, in una fase storica di accentuato riformismo, una certa egemonia della corrente bolscevica sul movimento rivoluzionario europeo. La Conferenza servì soprattutto per opporsi a tutte le forze che in Russia avevano rinunciato a una vera lotta rivoluzionaria: liquidatori, trotskisti, gruppo di Plechanov, bundisti, vperiodisti, machisti, otzovisti… durante gli anni 1908-1911, in quanto si riteneva che l’occasione perduta per una svolta politicamente radicale, quale quella del 1905, non si sarebbe ripresentata in tempi brevi.

In quell’occasione era stato eletto un comitato centrale (CC) composto da Lenin, Zinov’ev, Ordžonikidze, Švarcman4, Gološčëkin, Spandarjan, Malinovskij5. Stalin e Belostockij erano supplenti per eventuali arrestati (Stalin non poté parteciparvi perché confinato).

Con la Conferenza di Praga si decise di pubblicare un nuovo giornale, la “Pravda”, interamente bolscevico, il cui primo numero uscì il 22 aprile (5 maggio) 1912. Doveva essere un quotidiano interamente finanziato dagli operai (i 9/10 degli abbonati erano operai) attraverso specifiche sottoscrizioni di gruppo: 620 nel 1912, 2181 nel 1913, 2873 nei primi cinque mesi del 1914. Si era altresì deciso di escludere dal partito quanti rinunciavano all’ipotesi rivoluzionaria e di cambiare il nome del partito in Partito operaio socialdemocratico russo (bolscevico). Quanto al programma, si stabilirono tre obiettivi fondamentali: la repubblica democratica, la giornata lavorativa di otto ore e la confisca delle terre dei latifondisti. I menscevichi non avevano riconosciuto la legittimità della Conferenza, e continuarono a presentarsi come i veri prosecutori dell’esperienza del Posdr.

Il gruppo bolscevico si era trasferito da Parigi (1911-12) a Cracovia, in quanto riteneva imminente una generale insurrezione in Russia, simile a quella del 1905. La città polacca era considerata più comoda, dato che la polizia non aiutava affatto quella russa contro gli esuli bolscevichi (quella francese invece era sempre preoccupata a pedinarli e a controllare la provenienza e la destinazione della loro posta). Tuttavia per sicurezza le lettere non venivano spedite col timbro della città in cui il gruppo viveva, ma erano inviate oltre frontiera, per cui non risultava neppure l’origine della nazione polacca. Inoltre la frontiera russa, essendo vicinissima, agevolava di molto i collegamenti, anche grazie all’uso di lasciapassare o di passaporti falsificati per attraversarla.

Lenin inviava articoli alla “Pravda” quasi ogni giorno, ma si lamentava che la redazione eliminasse le parti più polemiche nei confronti dei liquidatori e degli opportunisti in generale.

Due frequentatori del gruppo, Ines Armand e G. Safarov, entrarono in Russia con passaporti falsi per preparare a Pietroburgo la campagna elettorale e le liste elettorali socialdemocratiche per la IV Duma6, sulla base dei tre suddetti punti programmatici. Furono arrestati nel settembre 1912 grazie alle informazioni di Malinovskij, ma la polizia non seppe che due giorni prima era giunto nella capitale, dopo l’ennesima fuga dal confino, Stalin, che assunse su di sé anche il lavoro di partito in previsione delle elezioni (Stalin fu comunque arrestato il 22 febbraio 1913 a Pietroburgo).7

Nonostante il loro arresto, neanche un candidato di destra fu eletto a Pietroburgo. I bolscevichi ebbero sei seggi, i menscevichi sette, ma mentre i primi rappresentavano milioni di operai, i secondi invece meno di 250.000. In teoria questi deputati di sinistra avrebbero dovuto collaborare tra loro; però nella pratica i menscevichi mettevano spesso i bolscevichi in minoranza per un voto.

Agli inizi del novembre 1912 il Bureau Socialista Internazionale (d’ora in avanti BSI) convocò un Congresso straordinario dell’Internazionale socialista a Basilea per approvare un manifesto contro la guerra, i cui venti si sentivano nell’aria. Il delegato bolscevico fu Kamenev. Proprio in quel periodo Lenin iniziò a polemizzare con Kautsky sull’idea che quest’ultimo aveva di non organizzare rivolte armate o scioperi di massa nel caso in cui fosse scoppiata la guerra.

Lenin era molto interessato anche alla questione nazionale. Era convinto che se fosse scoppiata la guerra, le piccole nazionalità oppresse avrebbero dovuto rivendicare una loro piena indipendenza politica, e si meravigliava che nell’ambito della II Internazionale si sottovalutasse il diritto delle nazioni di disporre liberamente di se stesse. Su questo aveva già polemizzato con Rosa Luxemburg e Leo Jogiches nel 1911, i quali, secondo lui, sostenevano tesi completamente sbagliate sul concetto di nazionalità.

Una qualunque guerra europea doveva, secondo Lenin, trasformarsi in una insurrezione socialista, la quale avrebbe dovuto riconoscere alle colonie il diritto all’autodeterminazione, a prescindere dal fatto ch’esse diventassero socialiste o preferissero la strada del capitalismo.8 La Luxemburg era nettamente contraria alla separazione della Polonia dalla Russia, in quanto riteneva che se in Russia fosse avvenuta una rivoluzione socialista e si fosse lasciata indipendente la Polonia, in questa avrebbe trionfato il capitalismo.

Lenin non accettava neppure l’idea, espressa dal cosiddetto “blocco d’agosto”, organizzato da Trockij dopo la Conferenza di Praga del 1912, di riconoscere alle nazionalità oppresse una semplice autonomia culturale, senza l’indipendenza politica. Semmai, diceva, si doveva favorire lo scambio culturale tra tutte le nazioni dopo il riconoscimento del diritto all’indipendenza politica. Dividere inoltre le scuole secondo l’idea di nazionalità gli sembrava assurdo.

Fu proprio a Cracovia che Lenin tornò ad approfondire la questione contadina e la politica agraria del governo russo, dopo le grandi polemiche coi populisti all’inizio della sua carriera politica. Era convinto che l’introduzione della tecnologia borghese in una società che prevedesse il passaggio delle terre dei latifondisti ai contadini, avrebbe fatto progredire enormemente lo sviluppo economico della Russia.

Sempre a Cracovia Lenin, nell’autunno del 1912, conobbe Bucharin, che viveva a Vienna, come Trockij. Anche Stalin rimase a Vienna due mesi, ove conobbe Bucharin e A. A. Trojanowski.9 Con Stalin Lenin discuteva di questione nazionale e della “Pravda”, che venne proibita dal governo nell’agosto 1913, avendo timore della diffusione degli scioperi nel paese.

L’aumento della repressione indusse i bolscevichi a iniziare la preparazione di un nuovo congresso del partito, dopo essere passati sei anni da quello di Londra. Prima però Lenin si recò a Bruxelles per assistere al IV Congresso dei socialdemocratici lettoni (gennaio 1914). Voleva fare un intervento sulla questione nazionale. A Parigi invece, tra i bolscevichi, attaccò Kautsky, che considerava morto il Posdr. Tornato da Parigi, volle che a dirigere la “Pravda” e il lavoro del gruppo parlamentare fosse Kamenev.

I bolscevichi acquistavano sempre più consensi (p.es. i sindacati più forti stavano dalla loro parte in Russia: nella sola Pietroburgo ben 14 su 18), tanto che il BSI decise di convocare a Bruxelles una Conferenza dei rappresentanti di 11 organizzazioni del Posdr di tutte le tendenze, al fine di discutere sulla questione dell’unità del partito. Liquidatori, trotskisti, bundisti, menscevichi partitisti (di Plechanov), otzovisti, ultimatisti, “costruttori di Dio”, vperiodisti (di Bogdanov, Lunačarskij, Bubnov, Gor’kij, Ljadov, Aleksinskij), ecc. ne approfittarono per criticare i bolscevichi in tutte le maniere.10 Quest’ultimi erano presenti con Ines Armand e altri due delegati. Kautsky propose una risoluzione che negava l’esistenza di divergenze significative tra i bolscevichi e tutti gli altri, ma gli unici a non votarla furono proprio i bolscevichi e i lettoni.

Ci si convinse comunque a pretendere, da parte dei deputati, anche un lavoro illegale o extraparlamentare. Fu in quel frangente che ci si accorse che Malinovsky era un agente infiltrato del governo, come tante altre spie nelle organizzazioni operaie.

La guerra scoppiò nell’agosto 1914, proprio mentre in Russia s’imponevano scioperi di grande portata e s’innalzavano le prime barricate a Pietroburgo e la polizia sparava sui manifestanti. L’immediata sequenza, a catena, delle dichiarazioni di guerra sorprese i bolscevichi, che dovettero subito lasciare la Polonia, anche perché tutti quelli ch’erano russi rischiavano d’essere arrestati. I polacchi odiavano a morte i russi e con Lenin sarebbe bastata un’accusa di spionaggio a favore dell’esercito zarista, cosa che in presenza della guerra era sufficiente per essere deferiti a un tribunale militare. Non a caso fu tenuto in stato di fermo per 12 giorni nella prigione di Nowy Targ. Fu però liberato grazie ad alcuni avvocati e all’intercessione del deputato viennese Viktor Adler e del deputato di Lvov, G. Diamand, fattisi garanti per lui.

Berna (1914-15)

Decisero quindi di tornare in Svizzera, paese neutrale, vivendo coi rubli che la zia della Krupskaja aveva lasciato in eredità alla sorella, madre di quest’ultima. Si stabilirono a Berna nel settembre 1914, poiché a Ginevra c’era un affollamento incredibile di emigrati provenienti dalla Francia.

I bolscevichi stilarono un documento in cui si definitiva “imperialistica” la guerra mondiale, e vergognoso l’atteggiamento dei leader della II Internazionale, che avevano votato a favore dei crediti di guerra. Si augurava inoltre la sconfitta della monarchia zarista e si invitavano i socialisti a insorgere contro i loro rispettivi governi, o almeno a organizzare degli scioperi di protesta politica.

Il gruppo bolscevico alla Duma lesse un comunicato contro la guerra che impressionò anche i menscevichi. I deputati rifiutarono di partecipare al voto sui crediti di guerra e abbandonarono la seduta in segno di protesta. Soltanto loro e i parlamentari socialisti della Serbia avevano avuto un atteggiamento così risoluto. In Germania la Luxemburg, la Zektin e Liebknecht cominciarono a protestare un mese dopo che la Germania aveva dichiarato guerra alla Russia, ma la loro risoluzione, vietata nei giornali tedeschi, poté essere pubblicata solo in quelli svizzeri. L’idea borghese di “patriottismo” aveva ingannato tutti, incluso Kautsky e Plechanov, difesi da Trockij.

Lenin iniziò a tenere con successo, a Berna, Ginevra, Zurigo e Montreux, varie conferenze contro la guerra e la II Internazionale. Vedendo che Emile Vandervelde, delegato belga al BSI e presidente della II Internazionale (1900-1918), era diventato ministro del proprio governo borghese, e che in Francia il partito socialista guidato da Jules Guesde e Édouard Vaillant era caduto nello sciovinismo, e che lo stesso era avvenuto in Inghilterra, ove il Labour Party collaborava coi liberali, Lenin si convinse ch’era ora di fondare una nuova Internazionale e non semplicemente di “rinnovare” la seconda, il cui riformismo era diventato per lui un male endemico. Riteneva insufficiente persino la parola d’ordine della “pace”, in quanto, a suo parere, si doveva trasformare la guerra mondiale in tante guerre civili, nazionali, contro le borghesie che avevano voluto scatenarla per motivi imperialistici. Non solo non era il caso di parlare di una astratta “pace”, ma si doveva iniziare anche una propaganda attiva nelle file degli eserciti, affinché si rivoltassero contro i loro rispettivi governi. Ai più parole del genere apparivano sconcertanti in quel momento.

I collegamenti con la Russia erano diventati molto difficili: i deputati bolscevichi erano stati arrestati e condannati alla deportazione in Siberia, ivi incluso Kamenev, che dirigeva la “Pravda”, un organo del partito giudicato molto pericoloso dal governo, in quanto poteva avvalersi di ben 4.000 abbonati.

Lenin riprese anche i suoi studi filosofici, dopo quelli svolti a Londra per scrivere Materialismo ed empiriocriticismo, un capolavoro del 1908-1909 contro le idee dei machisti. Cercava di capire come collegare il materialismo storico-dialettico alla lotta politico-rivoluzionaria, per avere il massimo consenso possibile. Finì di scrivere anche la voce “Karl Marx” per il Dizionario enciclopedio Granat, che aveva iniziato nella primavera del 1914 a Poronin (Galizia).11

All’inizio del 1915 voleva assolutamente che il centro dei gruppi bolscevichi all’esterno si spostasse da Parigi a Berna. Non aveva ancora forze sufficienti per dirigere tutti i bolscevichi all’estero: molti si muovevano per conto loro: p.es. Bucharin e N. Krylenko.

Alla Conferenza di Londra del febbraio 1915, voluta da Vandervelde e indirizzata ai partiti socialisti dei paesi dell’Intesa (Francia, Regno Unito, Russia e Belgio), Lenin poté soltanto inviare come delegato M. Litvinov, che doveva limitarsi a leggere una dichiarazione del CC del Posdr, nella quale veniva detto che Vandervelde, Guesde e Sembat dovevano ritirarsi dai rispettivi governi borghesi di Francia e Belgio, e che tutti i partiti socialisti dovevano appoggiare gli operai russi contro lo zarismo. Cioè era assurdo che gli operai europei si combattessero tra loro. Inoltre si biasimavano i socialisti tedeschi e austriaci che, come quelli francesi, inglesi e belgi, avevano votato i crediti di guerra. Poiché Vandervelde non gli lasciò leggere la dichiarazione per intero, Litvinov abbandonò la Conferenza. Quest’ultima votò una risoluzione a favore della guerra contro la Germania.

Intanto Ines Armand era intenta a preparare una Conferenza socialista internazionale rivolta solo alle donne. Si tenne a Berna nel marzo 1915. Vi collaborarono attivamente la Zetkin, la Krupskaja e la Balabanoff (la Kollontaj non poté andare e la Luxemburg era stata arrestata). Purtroppo le delegate tedesche, francesi, italiane, inglesi, svizzere e olandesi ebbero la meglio su quelle russe e polacche e non condannarono lo sciovinismo. Volevano soltanto l’unione di tutti i partiti socialisti su basi generiche.

Il 17 aprile si tenne, sempre a Berna, una Conferenza internazionale della gioventù socialista, composta da numerosi giovani che, per non andare al fronte, erano esiliati. La Krupskaja scrive ch’erano animati da “spirito rivoluzionario”, ma non aggiunge altro.

Giunsero intanto a Berna G. Pjatakov e la sua compagna E. Bosh, fuggiti dalle prigioni siberiane passando per il Giappone. Grazie a loro fu pubblicata “Kommunist”, la rivista illegale all’estero. Per essa Lenin scrisse Il fallimento della II Internazionale, e con Zinov’ev l’opuscolo Il socialismo e la guerra.

Finalmente in Germania la Luxemburg, Mehring, Liebknecht, la Zetkin e altri ancora si mostravano molto più decisi a scrivere articoli, opuscoli, appelli con cui condannavano la guerra e il governo militarista e imperialista prussiano. Erano nettamente osteggiati da Kautsky, Bernstein, H. Haase, che definivano scissionista l’opposizione di sinistra. La scelta di Liebknecht di votare contro una nuova tranche di crediti di guerra il 2 dicembre 1914 aveva incrinato l’unità del partito socialdemocratico tedesco. Eppure il 19 giugno 1915 anche Kautsky, Bernstein e H. Haase furono indotti a pubblicare un manifesto in cui denunciavano le intenzioni imperialistiche dei capitalisti tedeschi (annessioni territoriali in Belgio, Francia e colonie, ecc.).

Nei giorni 5-8 settembre 1915 si tenne a Zimmerwald una Conferenza con 38 delegati socialisti di 11 paesi. Purtroppo anche in questa Conferenza la chiarezza e la risolutezza fecero difetto. La corrente di sinistra, composta da Lenin, Zinov’ev, Radek, Platten e altri (Trockij non vi aderì), fu messa in minoranza. Il che però non le impedì di firmare il manifesto finale.

A giudizio di Lenin, che pur non nascondeva la propria frustrazione, era stato compiuto un piccolo passo in avanti, tant’è che a partire da quel momento la sinistra della II Internazionale cominciò a organizzare un proprio Bureau, formando un esplicito gruppo a parte.

Prese a convincersi che la titubanza della sinistra sul piano della politica rivoluzionaria fosse dovuta a una scarsa consapevolezza delle dinamiche dell’imperialismo. Così si mise anima e corpo a studiare economia politica, cercando di sviscerare tutte le cause materiali che avevano generato la guerra mondiale. Tra la fine del 1915 e la metà del 1916 raccolse molti materiali per scrivere un altro capolavoro, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. L’apporto della biblioteca di Zurigo fu così fondamentale che ad un certo punto decisero di rimanere in quella città.

Zurigo (1916)

La vita politica a Zurigo, grazie soprattutto ai giovani e agli operai, era molto animata. Il movimento socialista era guidato da F. Platten, che aveva aderito alla sinistra di Zimmerwald. L’aveva fatto anche Nobbs, redattore del giornale di partito “Volksrecht”. Lenin teneva conferenze al variegato mondo operaio della Svizzera, ma gli unici veramente interessati erano gli esuli russi e polacchi.

Nell’aprile del 1916 si aprì la Conferenza di Kienthal, sempre in Svizzera, un anno dopo quella di Zimmerwald. Vi presero parte 43 delegati provenienti da 10 paesi, che discussero su quali azioni prendere per terminare una guerra che aveva già mobilitato oltre 70 milioni di uomini in tutto il mondo (60 milioni solo in Europa); quindi si parlò di agitazione e propaganda, di attività parlamentare ed extraparlamentare. Siccome i disastri della guerra avevano radicalizzato le posizioni, la sinistra di Zimmerwald si trovò ad avere 12 delegati invece che 8.

Nella risoluzione si condannò risolutamente il BSI, negando che si potesse concludere una vera pace senza una rivoluzione proletaria. La risoluzione non si poteva diffondere tra i soldati in trincea senza che questi rischiassero la fucilazione: cosa che infatti avverrà in Germania nei confronti di 3 ufficiali e 32 soldati.

Lenin però era sempre più convinto che per trasformare la guerra imperialista in guerra civile occorressero azioni rivoluzionarie di massa. Se ciò non avveniva non era per la forza dei governi ma per la debolezza del proletariato, guidato da leader opportunisti, che non riuscivano a collegare la vittoria della rivoluzione con la disfatta militare dei propri governi. Nell’ambito della sinistra era dominante l’idea che si sarebbe potuto parlare di “rivoluzione” soltanto a guerra finita. Si temevano di passare per “traditori della patria” e non si capiva che il governo borghese andava rovesciato proprio mentre, subendo sconfitte in guerra, appariva più debole.

Ecco perché Lenin pretendeva una rottura netta coi riformisti, gli opportunisti e i socialsciovinisti della II Internazionale: essi rappresentavano soltanto, dietro una patina di discorsi socialisti, gli interessi della borghesia, quella che stava mandando a morire nelle trincee milioni di soldati. Una rottura di questo genere, finalizzata a una sollevazione di massa, esigeva un lavoro anche nella clandestinità, con una stampa e un’organizzazione giudicate illegali dai governi in guerra. Quello di Lenin era un invito esplicito a dichiarare guerra ai propri governi in guerra. In quel momento la gran parte dei socialisti lo considerava un folle.

Lenin però non demordeva, anzi cercava di far capir meglio la sua posizione a chi, in fondo, condivideva molte delle sue idee: la Luxemburg, Radek, Pjatakov, Bucharin, la Kollontaj e altri ancora. La rivoluzione non poteva essere rimandata a guerra finita; l’attività clandestina non poteva limitarsi ad azioni poco significative; non si poteva sottovalutare la funzione dirigente del partito né l’idea della dittatura del proletariato. Insisteva nel dire che bisognava allargare le basi della democrazia, per poi realizzare il socialismo. Non era solo questione di attività illegale e clandestina. Occorrevano tutti i mezzi possibili per ottenere un vasto consenso popolare.

La democrazia non poteva riguardare la sola questione nazionale. Il capitalismo andava smontato in ogni suo più piccolo aspetto, a partire da quelli più appariscenti, come p.es. l’idea di repubblica, che in Russia e in molti altri paesi europei veniva rifiutata, ma anche l’idea di uguaglianza di genere, che non esisteva in alcun paese capitalista, nonché l’idea che l’elezione di tutti i funzionari pubblici doveva spettare unicamente al popolo, oppure l’idea che gli eserciti permanenti andavano sostituiti col popolo in armi, e così via. Obiettivi di questo genere non potevano essere rimandati a dopo la rivoluzione: bisognava iniziare subito ad agire, costringendo la borghesia a manifestare tutta la propria pochezza. Lenin diceva che non può esserci alcuna rivoluzione se il proletariato non si educa anzitempo allo “spirito rivoluzionario”, quello che serve per combattere le ipocrisie, le ambiguità della democrazia borghese. Se la prendeva con chi non comprendeva che il socialismo non è solo un’alternativa “economica” al capitalismo, ma un rovesciamento radicale di uno stile di vita, sotto ogni punto di vista, incluse le abitudini personali della gente comune.

Egli era così convinto dell’imminenza della rivoluzione che riprese a leggere tutti gli scritti di Marx ed Engels sulla questione dello Stato, per cercare di capire e far capire quale transizione epocale creare sul piano politico-istituzionale. Quanto più la situazione diventava rivoluzionaria, tanto più progettava di rompere definitivamente con la II Internazionale, e soprattutto con Kautsky, ma anche con Trockij, che non capiva l’esigenza della scissione dagli opportunisti.

I fatti gli diedero ragione, poiché nel febbraio 1917 scoppiò in Russia la rivoluzione di febbraio. In quel momento non si era ancora reso conto che la rivoluzione proletaria avrebbe potuto compiersi attraverso la conquista dei soviet, ma non gli ci vorrà molto.

La sua principale preoccupazione, dopo quella rivoluzione borghese, con cui si pose fine allo zarismo, era quella di come rientrare in patria per abbattere il governo. La Francia e l’Inghilterra volevano che gli esuli bolscevichi restassero all’estero, poiché sapevano bene che avrebbero potuto indurre il loro governo a uscire dalla guerra. Vie legali per il rimpatrio sembravano non esserci. Quando Martov propose l’idea di ottenere il permesso di attraversare la Germania offrendo uno scambio alla pari tra emigrati russi e prigionieri austro-tedeschi internati in Russia, Lenin vi aderì con entusiasmo.

Tuttavia dal governo provvisorio russo non si ottenne alcun visto. E così, mentre si accinse a scrivere le importantissime Lettere da lontano, in cui veniva delineata, per sommi capi, la configurazione del nuovo Stato socialista, Lenin convinse Fritz Platten12 (socialista internazionalista svizzero) a mettersi in contatto col console tedesco in Svizzera, stipulando precise condizioni per il loro rientro: 1) sarebbero partiti tutti gli esuli, qualunque fosse la loro posizione verso la guerra; 2) nessuno avrebbe avuto il diritto di entrare nel vagone degli esuli senza il consenso di Platten; 3) non doveva esserci alcun controllo dei passaporti né dei bagagli; 4) gli esuli si sarebbero impegnati a compiere in Russia delle azioni per liberare altrettanti detenuti austro-tedeschi. In sostanza la carrozza ferroviaria avrebbe avuto porte e finestrini sigillati, in modo da evitare qualsiasi contatto con l’esterno, e avrebbe goduto dell’extraterritorialità. A queste condizioni i vperiodisti rifiutarono di partire.

Il convoglio, che aveva in tutto una trentina di persone, viaggiava solo di giorno, per motivi di sicurezza e, nonostante la segretezza, suscitava l’interesse di migliaia di tedeschi. Dopo aver attraversato la Germania, i bolscevichi vennero imbarcati su un traghetto per la Svezia. I tedeschi si erano giocati l’unica speranza rimasta di cambiare le sorti della guerra, vista l’entrata in scena degli Stati Uniti (il 6 aprile) e l’inizio della grande offensiva anglo-francese sul fronte occidentale il 9 aprile. Una volta rovesciato il governo provvisorio di Kerenskij, il governo di Berlino (e di Vienna) potevano sperare in una pace separata col nemico e concentrare tutto lo sforzo bellico in occidente e in Italia.

Naturalmente i socialisti patrioti d’Europa gridarono allo scandalo, in quanto i bolscevichi erano passati attraverso la Germania. Tuttavia, dopo circa un mese dalla loro partenza altri 200 emigrati, compresi Martov e non pochi menscevichi, usarono la stessa procedura per il rimpatrio.

Quando arrivarono in Finlandia il governo russo fece sapere alla comitiva che non avrebbe accettato il rimpatrio né di Radek né di Platten, che non erano russi. Arrivati finalmente a Pietrogrado, una folla esultante li aspettava.

Gli ultimi mesi prima della rivoluzione

Con le cosiddette Tesi di Aprile Lenin chiarì la tattica da seguire. I compagni rimasero sconcertati: avevano la netta impressione ch’egli volesse accelerare troppo i tempi e che non avesse il polso della situazione a causa della sua prolungata permanenza all’estero. Plechanov qualificava le sue Tesi come un “delirio”. La Kollontaj invece le difendeva a spada tratta. Kamenev, che dirigeva la “Pravda”, le pubblicò dicendo ch’erano opinioni personali del loro autore, non condivise né dalla redazione del quotidiano né dal Bureau del partito.

Tuttavia la Conferenza dei bolscevichi, convocata a Pietrogrado dal 14 al 22 aprile, diede ragione a Lenin. La stampa borghese e guerrafondaia, sapendo bene che l’influenza di Lenin sulle masse era nettamente superiore a quella di qualunque altro bolscevico, prese ad attaccarlo in tutte le maniere. Infatti anche i soldati e i marinai della capitale cominciavano a rendersi conto che aveva ragione.

Miljukov, ministro degli Affari esteri, pubblicò una nota in cui diceva che la guerra sarebbe continuata fino alla vittoria, anche per adempiere agli obblighi verso gli alleati. Il CC del Posdr disse che gli obblighi erano stati scritti dal governo imperialista dello zar, per cui, essendo relativi alla spartizione dei territori delle potenze che sarebbero uscite sconfitte dalla guerra, non andavano considerati vincolanti. Non solo, ma i bolscevichi, siccome non apprezzavano la tattica conciliante del soviet di Pietrogrado, ch’era nelle mani dei menscevichi, reclamarono nuove elezioni. Erano convinti che la stragrande maggioranza della classe operaia li avrebbe appoggiati senza riserve, benché sapessero bene che in un Paese rurale come quello il partito era di molto minoritario. Lenin si chiedeva come fare per ottenere il consenso dei contadini salariati.

Alla Conferenza panrussa di fine aprile egli disse che il popolo andava organizzato in maniera tale da farlo uscire dalla guerra e da farlo insorgere contro il governo provvisorio, che invece la voleva a tutti i costi, pur promettendo che non avrebbe colonizzato alcunché. Diventava per lui prioritario conquistare la maggioranza nei soviet, anche in quelli composti di contadini. Tuttavia al I Congresso panrusso dei soviet dei deputati operai e soldati solo i bolscevichi applaudirono il discorso di Lenin. I socialisti-rivoluzionari e i menscevichi rimasero interdetti.

La nuova parola d’ordine bolscevica era diventata “Tutto il potere ai soviet”. A Pietrogrado la dimostrazione di 400.000 operai e soldati del 18 giugno era al 90% favorevole ai bolscevichi. Il governo provvisorio di Kerenskij aveva scatenato una nuova offensiva sul fronte, che però si era rivelata del tutto fallimentare. L’esercito russo cominciava a indietreggiare. Ciò indusse il reggimento di mitraglieri, accasermato nel quartiere di Vyborg, a scatenare una rivolta armata. Era stata una scelta scoordinata, in quanto non partiva dal CC del partito. Le fabbriche e le officine erano in sciopero. Da Kronštadt arrivavano i marinai. Una grande manifestazione di soldati e di operai armati avanzò verso il Palazzo di Tauride. Il CC disse che ancora non era giunto il momento per insorgere.

Il governo provvisorio ne approfittò per mobilitare tutte le forze dell’ordine disponibili. Lenin dovette rientrare nella clandestinità. Alcuni socialisti lo accusavano d’essere una spia del governo tedesco. Kerenskij chiedeva di arrestarlo, insieme a Kamenev e Zinov’ev. Lenin avrebbe voluto presentarsi davanti ai tribunali, ma i compagni di partito decisero di farlo espatriare. Kamenev, Trockij, Lunačarskij e la Krupskaja furono invece arrestati. Il governo ripristinò la pena di morte sul fronte e, in un certo senso, si affidò al generale Kornilov, che però, quando vide che Riga era stata occupata dai tedeschi, ebbe l’idea di occupare la capitale coi suoi cosacchi. Fu un errore madornale. Pur essendo passati nella semi-clandestinità, i bolscevichi avevano più di 177.000 iscritti al momento dell’apertura del VI Congresso, il 26 luglio (due volte di più che alla Conferenza panrussa di aprile). Il 25 agosto Kornilov marciò su Pietrogrado, la quale però fu ottimamente difesa dai bolscevichi.13

Intanto in Finlandia, ove era riparato, Lenin scrisse un altro suo capolavoro, Stato e rivoluzione, che non riuscì a completare proprio perché volle rientrare in Russia per sferrare il colpo definitivo al governo e far uscire il suo Paese dalla guerra. Sua preoccupazione fondamentale era quella di come organizzare l’esercito e la marina da guerra.

L’insurrezione armata fu decisa il 10 ottobre in un appartamento del quartiere di Vyborg. Il CC era composto da Lenin, Kamenev, Zinov’ev, Sverdlov, Stalin, Trockij, Dzeržinskij, Urickij, Bubnov, Sokol’nikov, Oppokov (detto Lomov), e la Kollontaj (una dei pochissimi dirigenti bolscevichi a non essere liquidata fisicamente dall’apparato di Stalin). Kamenev e Zinov’ev furono gli unici due contrari alla risoluzione (la Krupskaja ha omesso di dire ch’essi rivelarono apertamente che il partito aveva intenzione di insorgere). La segretezza era massima: nessuno del CC sapeva dove Lenin alloggiasse. Il governo provvisorio fu rovesciato il 25 ottobre (il 7 novembre secondo il nuovo calendario).

p.s. Che fine fece questo famoso Comitato Centrale?

Moisej S. Urickij venne assassinato il 30 agosto 1918 da un giovane cadetto, Leonid I. Kannegiser, che intendeva vendicare l’esecuzione di un suo amico e di altri ufficiali durante l’inizio della guerra civile.

Nel febbraio 1919, mentre si trovava in viaggio per varie conferenze in preparazione dell’VIII Congresso del partito, Sverdlov si ammalò d’influenza spagnola e morì poco dopo il suo rientro a Mosca, all’età di trentatré anni.

Dzeržinskij nel giugno 1926 morì improvvisamente per un attacco cardiaco, dopo una tempestosa riunione del CC nella quale aveva pronunciato un violento discorso contro Kamenev e Pjatakov, avversari di Stalin.

Nell’agosto del 1936, a Mosca, Kamenev e Zinov’ev furono i principali imputati del “processo dei Sedici”, il primo dei “grandi processi di Mosca” voluti da Stalin. La mattina del 25 agosto furono giustiziati mediante fucilazione. Anche i due figli che Kamenev ebbe dalla prima moglie furono fucilati, e così la sua seconda moglie. Kamenev e Zinov’ev furono riabilitati solo con la glasnost di Gorbačëv nel 1988.

Durante il periodo delle “Grandi Purghe” Sokol’nikov venne arrestato nel 1937 e condannato a dieci anni di reclusione, ma nel maggio 1939 fu ucciso in prigione da altri detenuti. Indagini effettuate durante la destalinizzazione rivelarono che il suo omicidio era stato orchestrato dall’NKVD. Nel 1988, durante la perestrojka, fu riabilitato pubblicamente insieme a molte altre vittime dello stalinismo.

Arrestato nell’ottobre 1937, durante le repressioni staliniane, Bubnov fu giustiziato l’estate successiva a Mosca. Dopo la morte di Stalin fu riabilitato ufficialmente nel 1956.

Arrestato nel giugno 1937 durante le “Grandi Purghe”, condannato a morte e fucilato il 30 dicembre 1938, Oppokov fu riabilitato nel 1956.

Il 20 agosto 1940, mentre era esule a Coyoacán, in Messico, Trockij ebbe il cranio sfondato da una picozza di Ramón Mercader, un agente stalinista. Fu riabilitato post-mortem durante l’era Gorbaciov.

Note

1 Il 26 febbraio 1939 la Krupskaja invitò degli ospiti ad Arkhangel’skoe per festeggiare il suo settantesimo compleanno. Stalin le mandò una torta. Tutti sapevano che la vedova non poteva resistere ai dolci. La sera si sentì male. Il medico arrivò solo tre ore e mezzo dopo e le diagnosticò una peritonite acuta. Venne portata all’ospedale troppo tardi e morì la notte stessa. La torta però non era avvelenata perché anche altri la mangiarono.

2 Il Testamento fu letto soltanto ai capi-delegazione del partito, in una riunione del 22 maggio 1924, con l’impegno dei presenti a tenere il segreto e a non prendere nemmeno appunti. Fu questa la decisione della triade Stalin, Kamenev e Zinoviev. La pubblicazione, prima in brani, poi integrale, venne fatta all’estero l’anno dopo da Max Eastman, militante vicino a Trockij. Una copia del testo originale era stata consegnata dalla Krupskaja a Evgenij A. Preobraženskij, affinché la consegnasse a Boris Souvarine, il quale poi la diede a Eastman. La Krupskaja dovrà prendere le distanze da Eastman, sapendo bene d’essere sul filo del rasoio. Si consiglia la lettura di J. A. Buranov, Il “testamento” di Lenin: falsificato e proibito, ed. Filorosso Prospettiva Marxista, Milano 2019.

3 Stalin fu conosciuto da Lenin alla II Conferenza del Posdr tenuta a Tammerfors (Tampere) in Finlandia nel novembre 1906.

4 Švarcman non è citato nel testo di Lenin Sulla guerra imperialista (ed. Progress, Mosca 1977). Nella suddetta versione italiana della biografia di Lenin è scritto alla maniera tedesca, Schwarzman, cui l’autrice aggiunge, tra parentesi, David (probabilmente un nome di battaglia). Altrove dice che David era il delegato di Kiev, ex partigiano di Plechanov. Non viene elencato dalla Krupskaja nel gruppo bolscevico parigino. Che quel nome sia presente è attestato anche dalla pagina di Wikipedia dedicata alla VI Conferenza del Posdr.

5 Roman V. Malinovsky (1876-1918), sempre sospettato dalla Krupskaja, fu un agente del governo zarista, il più pagato dall’Okhrana, che lo infiltrò nel Posdr dopo il 1910. Contribuì a far arrestare Stalin, Sverdlov e Ordzhonikidze. Fu tra i rappresentanti bolscevichi alla II Duma: guidava il gruppo di Mosca, composto da sei membri di cui due agenti dell’Okhrana. Convinse Lenin a inserire nella “Pravda” Miron Chernomazov come caporedattore, al posto del candidato di Stalin, Stepan Shahumyan, ma poi si scoprì che anche Chernomazov era una spia del governo. Quando venne denunciato dal leader menscevico Martov nel 1913, Lenin e Stalin erano convinti, in un primo momento, si trattasse di una provocazione dei menscevichi, poi si decise di espellerlo dal partito. Dopo la rivoluzione d’Ottobre si costituì spontaneamente alle autorità sovietiche, che però lo fucilarono nel 1918.

6 La IV Duma rimase in carica formalmente dal 1912 al 1917, ma in pratica non operò più dal 1914 e per questo ebbe poca influenza nella vita politica del paese. Allo scoppio della I guerra mondiale la Duma votò volontariamente la propria dissoluzione per tutta la durata del conflitto e nel 1917, con la rivoluzione di febbraio e la conseguente caduta dell’impero russo, venne sciolta definitivamente. La V Duma non vide mai la luce: le elezioni erano previste nel 1917, ma non si tennero per via della rivoluzione d’Ottobre.

7 Nonostante che il marito, con una ingente cauzione, fosse riuscito a scarcerarla, l’Armand contrasse in carcere la tubercolosi, che la porterà a morire nel 1920. In attesa del processo era riuscita a fuggire in Finlandia, facendo definitivamente perdere le proprie tracce. Fece comunque in tempo a pubblicare a Pietroburgo la prima rivista rivolta alle donne nella storia dell’editoria socialista, “L’operaia”, che, nata l’8 marzo 1914 in occasione della giornata internazionale della donna, fu chiusa dopo sette numeri a causa della guerra, ma riprese a uscire con la rivoluzione d’Ottobre. Inessa era stata conosciuta da Lenin a Parigi. Stando a una lettera che lei gli spedì, i due ebbero una breve relazione. Vi pose fine lo stesso Lenin a Cracovia, messo di fronte al rischio di dover divorziare dalla moglie. Dopodiché incaricò l’Armand di coordinare a Parigi il lavoro del Comitato delle organizzazioni bolsceviche all’estero. Quando Inessa morì, Lenin chiese a sua moglie di occuparsi dei figli di lei, rimasti in Francia. La Krupskaja mantenne con loro un rapporto epistolare per tutta la vita.

8 Su questo si rimanda al nostro testo L’aquila Rosa, pubblicato su Amazon.

9 Nel 1910 Trojanowski, ufficiale dell’esercito zarista, emigrò dalla Russia e collaborò coi bolscevichi. Dopo la rivoluzione d’Ottobre tornò in Russia e prestò servizio nell’Armata Rossa dal 1917 al 1918.

10 Nel conflitto fra Lenin e Bogdanov ebbero grande importanza le scuole di partito. Appena dopo l’espulsione dalla corrente bolscevica, Bogdanov, con l’aiuto di Gor’kij e Lunačarskij, fondò la “scuola superiore socialdemocratica di agitazione” a Capri, che operò dall’agosto al dicembre 1909. Per attrarre gli allievi alla sua corrente, Lenin aprì allora nell’estate 1911 la scuola di Longjumeau, vicino a Parigi. Nel novembre dello stesso anno Bogdanov fondò la scuola di Bologna, che fu attiva fino al marzo successivo.

11 L’articolo, firmato V. Ilin, fu parzialmente pubblicato nel Dizionario nel 1915. A causa della censura la redazione soppresse due capitoli, quello sul socialismo e soprattutto quello dedicato alla tattica rivoluzionaria. Il testo integrale fu pubblicato per la prima volta nel 1925.

12 Dopo il crollo della II Internazionale, Platten si unì al movimento di Zimmerwald e divenne comunista. Partecipò alla fondazione della III Internazionale e, come rappresentante del partito comunista svizzero, trascorse molto tempo in Unione Sovietica. Salvò la vita a Lenin quando questi subì un attentato il 14 gennaio 1918. Fu arrestato per ordine di Stalin nel 1938, l’anno dopo in cui fu arrestata e uccisa la sua terza moglie, la comunista di Zurigo Berta Zimmermann. Doveva scontare una pena di quattro anni, ma fu eliminato nel 1942. Solo dopo la morte di Stalin ottenne la piena riabilitazione.

13 Subito dopo la rivoluzione d’Ottobre Kornilov entrerà nell’Armata Bianca controrivoluzionaria e verrà ucciso dai bolscevichi nell’aprile 1918.

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Di Mikos Tarsis

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