Il trattato di Brest-Litovsk

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Le trattative per realizzare un armistizio tra la Russia e gli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria e Impero Ottomano) iniziarono alla fine del novembre 1917, quindi circa un mese dopo aver compiuto la rivoluzione. Tutti i tentativi per intavolare trattative di pace con Inghilterra, Francia, Italia e Stati Uniti e altri paesi ancora erano falliti. L’Intesa aveva un’unica intenzione: isolare la Russia bolscevica e restaurare il vecchio regime, finanziando le truppe dei generali Kaledin, Kornilov e Krasnov. Le navi da guerra inglesi erano già nei pressi di Arcangelo e di Murmansk; quelle americane e giapponesi facevano rotta su Vladivostok.

L’armistizio, inizialmente, comprendeva due clausole alquanto singolari, che difficilmente i prussiani, in quel momento ancora in guerra, avrebbero potuto accettare: la prima prevedeva il permesso alla fraternizzazione tra gli eserciti nelle trincee opposte e la circolazione della propaganda bolscevica; la seconda impegnava i generali tedeschi e austriaci a non spostare truppe dal fronte russo al fronte francese. La seconda clausola serviva a combattere le menzogne che venivano propagandate fra gli operai e i soldati francesi e inglesi, secondo cui i bolscevichi, andati al potere “con l’oro del Kaiser”, stavano contraccambiando e aiutavano la Germania, permettendole di concentrare tutte le armate sul fronte occidentale. Viceversa, con quella clausola sarebbe stato chiaro a tutti che i bolscevichi non stavano aiutando la Germania in nessun modo, né diretto né indiretto.

Nel primo giro di consultazioni amichevoli i tedeschi accettarono formalmente la pace senza annessioni né riparazioni, ma pretendevano che la Polonia e la Lituania fossero sotto tutela tedesca, cioè chiedevano l’annessione alla Germania di 18 provincie dello Stato russo.

Nel secondo giro di trattative, Trotsky impose la fine delle relazioni amichevoli fra le due delegazioni, allo scopo di prendere tempo, usando le consultazioni per propagandare al mondo le idee del bolscevismo, nella convinzione che la rivoluzione stesse per scoppiare anche in Germania e in Austria. In effetti il malcontento delle masse tedesche e austriache esplose: il 14 gennaio iniziò lo sciopero generale a Vienna, che si allargherà presto a tutta l’Austria; poco dopo seguì il gigantesco ammutinamento dei marinai della flotta austriaca a Cattaro (nell’attuale Montenegro), nonché lo sciopero generale in Germania, che a fine mese contava 4 milioni di scioperanti.

Per questa ragione e anche per poter ottenere dalla Russia quanto più grano possibile gli Imperi centrali volevano firmare subito la pace (in Austria-Ungheria si sapeva che le provviste sarebbero bastate solo fino a marzo). Alla fine, stanchi delle trattative, i tedeschi posero un ultimatum: accettare le condizioni tedesche o continuare la guerra.

Durante il dibattito nel comitato centrale del partito bolscevico si delinearono tre posizioni. I cosiddetti “comunisti di sinistra”, guidati da Bucharin, proponevano di respingere il diktat tedesco e di iniziare una guerra rivoluzionaria contro la Germania. Contrari alla pace separata erano anche. Fuori dal partito, i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, che speravano in una débâcle del governo.

Lenin invece era ben consapevole che in quel momento, con un esercito zarista del tutto disgregato e senza un nuovo esercito sovietico formato a dovere, la rivoluzione russa sarebbe stata schiacciata dalle baionette tedesche, per cui, secondo lui, bisognava accettare tutte le loro condizioni.

Trotsky, pur condividendo la contrarietà di Lenin sulla guerra rivoluzionaria, non ritenne opportuno cedere di fronte a un ultimatum verbale e avanzò la proposta di dichiarare la fine della guerra senza però firmare la pace. Ciò al fine di dimostrare, nei confronti del proletariato europeo, che non esisteva alcun accordo segreto tra l’imperialismo tedesco e i bolscevichi: era convinto che se i tedeschi non fossero stati in grado di attaccare, a causa delle lotte operaie sul fronte interno, sarebbe stato uno straordinario successo propagandistico per la rivoluzione russa. Non teneva però conto che se i tedeschi avessero attaccato e i sovietici non fossero stati capaci di difendersi, non necessariamente la classe operaia europea sarebbe venuta in loro soccorso. Quando si passò ai voti Bucharin ne ottenne 32, Lenin 15 e Trotsky 16.

La discussione proseguì il giorno dopo. Le sezioni comuniste di Pietrogrado fecero capire ch’erano pronte alla guerra. Dzeržinskij dichiarò che firmare la pace equivaleva a capitolare. Trotsky bollò come irrealistica la possibilità di cominciare in quelle condizioni la guerra rivoluzionaria, per cui chiedeva di rifiutare la pace, ma, nel contempo, di smobilitare l’esercito, per far vedere al proletariato europeo ch’erano i tedeschi ad attaccare. Tuttavia, Zinoviev, Kamenev e Stalin dissero che non c’era alcun movimento rivoluzionario in occidente e che bisognava firmare la pace.

Dal canto suo Lenin continuava a vedere la firma della pace come una semplice esigenza momentanea per difendere una rivoluzione ancora fragile, alle prese con la controrivoluzione, nell’attesa dello sviluppo della rivoluzione in Germania.

Alla fine ebbe la meglio la proposta di Trotsky: “finire la guerra, senza firmare la pace”, sicché egli riprese le trattative a Brest-Litovsk. Dichiarò di rifiutare le dure condizioni tedesche e che la Russia considerava finito lo stato di guerra con gli Imperi centrali. Dopodiché abbandonò le trattative. Nel frattempo in Austria e Germania gli scioperi erano finiti, soprattutto grazie al ruolo della socialdemocrazia. Sentendosi nuovamente in una posizione di forza, lo Stato Maggiore tedesco lanciò un ultimatum e annunciò che avrebbe ripreso immediatamente le ostilità.

Al riunione del CC Trotsky chiese di aspettare a richiedere nuove trattative, almeno finché l’offensiva tedesca non si fosse manifestata. Secondo lui c’era assolutamente bisogno che gli operai tedeschi, francesi e inglesi vedessero che l’esercito tedesco attaccava per davvero, entrando in territorio sovietico. A fine riunione Lenin riformulò la sua proposta e la mise ai voti: “Se ci troveremo di fronte a un’offensiva tedesca e non si manifesterà un movimento rivoluzionario in Germania e in Austria, firmeremo la pace?”. Su questa mozione votarono a favore quasi tutti.

Contrariamente a quanto pensava Trotsky, secondo cui i tedeschi non avrebbero avuto il “coraggio morale” di attaccare la Russia dopo aver visto smobilitare l’esercito, le truppe tedesche cominciarono a entrare in Ucraina, senza incontrare resistenza e senza che si verificassero nuovi scioperi in Austria e Germania. Questa volta il CC, seppure con una differenza di un solo voto, accettò di firmare la pace: restarono contrari Bucharin, Uritskij, Joffe, Lomov, Krestinskij e Dzeržinskij.

Tuttavia la base comunista non ne voleva sapere. Il CC si dovette riunire di nuovo (Lenin era assente) per discutere la proposta che francesi e inglesi avevano fatto di aiutare la Russia contro i tedeschi. Bucharin e la Sinistra si opposero duramente, dichiarando inammissibile l’aiuto di qualsiasi imperialismo. Trotsky, che durante la riunione annunciò anche le sue dimissioni da commissario del popolo per gli Affari Esteri, fece chiaramente capire che lo Stato sovietico avrebbe dovuto accettare tutti i mezzi possibili per poter armare il proprio esercito rivoluzionario, anche se provenienti dai capitalisti; dal canto loro i bolscevichi non avrebbero rinunciato alla piena indipendenza politica, né avrebbero preso alcun impegno politico verso i governi capitalisti. Questa proposta viene accettata con 6 voti contro 5. Anche Lenin la sostenne mandando un telegramma.

Il trattato di pace di Brest-Litovsk venne comunque firmato il 3 marzo 1918 (Trotsky fu sostituito da Cicerin). Il trattato non solo segnò il ritiro definitivo della Russia dalla prima guerra mondiale, ma previde anche delle condizioni durissime da rispettare: oltre a dover pagare una cospicua indennità di guerra (circa sei miliardi di marchi), la Russia perdeva la Polonia Orientale, la Lituania, la Curlandia, la Livonia, l’Estonia, la Finlandia, l’Ucraina e la Transcaucasia (complessivamente 56 milioni di abitanti, pari al 32% della sua popolazione). Le venivano sottratte anche 1/3 delle sue strade ferrate, il 73% dei minerali ferrosi, l’89% della produzione di carbone e 5.000 fabbriche. Quasi tutti questi territori vennero ceduti alla Germania, che intendeva trasformarli in sue dipendenze economiche e politiche.

Si crearono anche due nuove monarchie: in Lituania e nel Ducato Baltico Unito, dirette da aristocratici tedeschi. In Ucraina, occupata dall’esercito tedesco, si formò un governo fantoccio con la funzione di coprire il prelievo di materie prime e grano necessari per lo sforzo bellico nell’Europa occidentale. In Finlandia, che aveva ottenuto l’indipendenza nell’ottobre 1917, i tedeschi inviarono varie truppe per sostenere una controrivoluzione con cui si riuscì a rovesciare il governo socialdemocratico appoggiato dai bolscevichi. La Bessarabia venne annessa alla Romania, mentre l’Impero Ottomano occupò porzioni di territorio nella regione transcaucasica.

In compenso la Russia, riuscendo a venir fuori dalla guerra, mostrò a tutti i popoli che la pace era possibile. Dopodiché ebbe modo di eliminare la controrivoluzione interna e di prepararsi ad affrontare l’interventismo straniero a partire dal 1918. Sconfitti gli Imperi centrali e rimosso il kaiser Guglielmo II (9 novembre 1918), il trattato fu annullato.

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Di Mikos Tarsis

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