L’antropologia politica (La scienza del colonialismo)

RSS
Follow by Email
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
YouTube
INSTAGRAM

L’antropologia politica è nata nel primo Novecento, ma ufficialmente la si fa risalire agli anni Quaranta, grazie alle pubblicazioni sui sistemi politici di alcune società tribali africane (Nuer, Tallensi, Ashanti, Azande, Senussi…) da parte di due antropologi funzionalisti britannici: Edward Evan Evans-Pritchard (1902-73)1 e Meyer Fortes (1906-83), discepolo di Malinowski. Più precisamente l’opera fondamentale, che scrissero insieme, fu African Political Systems, del 1940.

Furono loro a stabilire la differenza tra “clan” e “tribù” da un lato, e Stati primitivi dall’altro, considerando quest’ultimi più significativi. Cercarono soprattutto di classificare le società africane sulla base dei rapporti parentali. Si accorsero, p.es., che mentre i San erano organizzati semplicemente in gruppi basati sui parenti, i Nuer e i Tallensi invece erano federazioni di gruppi unilineari di discendenza2, ognuno dei quali era associato a un segmento territoriale. Tra gli Stati a base territoriale (ad es. quelli dei Tswana dell’Africa meridionale e del Congo di Africa centrale, o gli emirati del nord-ovest africano), la parentela regolava solo le relazioni domestiche. In pratica vi era in Africa una sequenza cronologica dal sistema politico più primitivo a quello più sofisticato.

Con la pubblicazione di Stregoneria, Oracoli e Magia tra gli Azande, Evans-Pritchard dovette ammettere l’esistenza di diverse tipologie di “razionalità”, da valutarsi non dal punto di vista della loro verità o falsità, ma cercandone la coerenza interna e la logica pratica a cui rispondono.

Si scontrò poi duramente con A. G. Radcliffe-Brown, fautore della separazione dell’antropologia dalla storia, quando sostenne l’impossibilità di comprendere una società primitiva senza aver chiaro tutto il suo percorso evolutivo, in quanto i problemi del presente sono sempre frutto di processi iniziati e sviluppatisi nel passato. In tal senso – diceva – raramente gli antropologi riescono a cogliere a fondo il pensiero delle genti che studiano. D’altra parte rimproverava agli storici di interessarsi soltanto del mondo occidentale. Inoltre rifiutava l’idea che l’antropologia fosse più vicina alle discipline scientifiche che non a quelle umanistiche.

*

Quando si parla di “antropologia politica”, bisogna evitare accuratamente di assumere atteggiamenti evoluzionistici. I manuali scolastici presentano sempre le quattro diverse modalità per fare politica (bande, tribù, domini e stati) in una successione cronologica in cui l’elemento precedente appare politicamente inferiore a quello successivo. Questo modo di presentare le cose può anche apparire “politicamente corretto” o “didatticamente neutrale”, ma in realtà è fuorviante. Un antropologo, infatti, non dovrebbe mai limitarsi a prendere atto dell’evoluzione dei fatti, altrimenti non si capisce perché non abbia fatto il politologo o il sociologo o l’economista o semplicemente lo storico. Un antropologo un minimo obiettivo, intellettualmente onesto, sinceramente democratico dovrebbe sostenere l’idea che il capitalismo è un sistema da superare, non foss’altro che per una ragione: non può coesistere con tutti gli altri sistemi politici, sia che l’abbiamo preceduto, sia che nel presente si autodefiniscano “alternativi”.

Il capitalismo è un sistema politico ed economico totalizzante, che tende a condizionare pesantemente, anzi a stravolgere radicalmente tutto ciò che incontra. Si dovrebbe anzi cercare di capire quale sistema politico, di quelli che l’hanno preceduto, è il più adatto a costituire un’alternativa convincente, praticabile. L’antropologia politica dev’essere davvero “politica” e non limitarsi a essere “antropologica”. Se l’antropologo è convinto che il capitalismo sia il miglior sistema politico ed economico di tutti i tempi (a motivo p.es. della rivoluzione tecno-scientifica che ha saputo creare), allora è inevitabile che qualunque sua posizione farà solo dei danni alle comunità primitive che contatta.

L’antropologo deve dare per scontato che quando parla di politica, non deve neppure prendere in considerazione l’entità statale: lo fanno già gli specialisti delle altre discipline sociali. Piuttosto deve cercare di far capire al suo lettore come superarla in tutte le sue forme e manifestazioni. Gli Stati e, prima ancora gli imperi, i regni e le città-stato, sono tutte realtà che indicano formazioni sociali antagonistiche, responsabili a vario titolo del disastro dell’umanità e dell’ambiente naturale. Non hanno da insegnare nulla alla democrazia futura, che non potrà certamente assumere la forma della “delega” o della “rappresentatività” come nelle odirne società “statuali”, la cui democrazia è puramente formale.

L’unica cosa che, sul piano politico, bisogna cercare di chiarire con sufficiente esattezza, è la seguente: posto che il concetto di Stato va superato (come da sempre hanno sostenuto sia l’anarchia che il socialismo scientifico e rivoluzionario, seppur in forme diverse), qual è la condizione per realizzare la democrazia diretta? Ora, se guardiamo come l’umanità si è evoluta (o meglio “involuta”), dobbiamo dire che il modo migliore per realizzarla è quello di avere un sistema politico localmente decentrato (cioè non centralizzato come Stato-Nazione), con due tipi di proprietà: sociale e personale (escludendo tassativamente quella privata dei fondamentali mezzi produttivi) e con una gestione collettivistica dei bisogni (quella per la quale l’individuo singolo deve sottostare alle decisioni della comunità, anche nel caso in cui non siano state prese all’unanimità ma solo a maggioranza). In una parola bisognerà realizzare una società senza Stato, cioè l’opposto di qualunque civiltà antagonistica, incluso il socialismo statale, nella versione stalinista e maoista.

Di tutti i sistemi politici esaminati dall’antropologia, quali sono stati gli unici in grado di soddisfare i suddetti requisiti? Sono stati indubbiamente quelli clanici (per singole bande) e tribali (più clan tenuti insieme). Dei due, il più antico è stato il primo, appartenente ai cacciatori e raccoglitori. È dunque soprattutto su questo che bisogna concentrare l’attenzione, anche perché è durato alcuni milioni di anni e, in alcune aree del pianeta, è ancora presente. I manuali parlano di “bande”, introducendo la parola “clan” soltanto quando trattano il tema delle “tribù”. Ma tra i due termini non vi è molta differenza, in quanto si basano entrambi sui legami di parentela (generalmente il clan fa risalire la propria discendenza a un fondatore mitico o fittizio). Semmai una differenza esiste tra clan e lignaggio, in quanto quest’ultimo è in grado di ricostruire dei rapporti genealogici sulla base di un preciso antenato comune (o comunque si vanta di poterlo fare).

Le bande di cui i suddetti manuali trattano sono in genere tre, ancora oggi esistenti: i !Kung (una suddivisione della popolazione San), i Pigmei del bacino del fiume Congo e gli Inuit dell’Artico.

Nel suo studio del 1972, La nozione di tribù, Morton H. Fried3 ha definito le bande come formazioni sociali fluide, mobili e di piccole dimensioni (vanno da un minimo di 20 a poco più di un centinaio di individui), con una leadership molto relativa. Generalmente sono legate da vincoli di parentela, ma non è obbligatorio, in quanto un individuo può passare da una banda a un’altra, oppure avere una parentela anche in un’altra banda, in quanto i matrimoni sono necessariamente esogamici.

D’altra parte in origine i rapporti stretti tra consanguinei erano inevitabili. Oggi dovremmo avere criteri più flessibili, essendo abituati a realtà statuali che non ne tengono conto, se non in misura molto ridotta. La cosa però non dovrebbe essere difficile, visto che la leadership clanica era del tutto simbolica e informale: nessuno veniva eletto permanentemente a dirigerla. I membri più anziani della banda generalmente erano tenuti in considerazione come guide o come consiglieri, ma non c’erano né leggi né alcuna delle coercizioni riscontrate nelle società antagonistiche. La futura comunità locale autogestita non potrà formarsi sulla base di alcun vincolo biologico (già i Nuer avevano capito che la paternità sociale è molto più importante di quella biologica); anzi, stanti gli attuali, imponenti, flussi migratori, anche le caratteristiche culturali (lingue, religioni, alimentazione, usi e costumi) avranno un’importanza molto relativa. Fatta salva la condivisione del bisogno e la proprietà comune dei mezzi produttivi, ognuno dovrà essere lasciato libero di regolarsi come meglio crede, nel rispetto delle libertà altrui. Ciò che non piacerà alla maggioranza del collettivo, andrà discusso insieme.

Se esisteva un leader, ciò era dovuto alla sua buona reputazione come cacciatore o narratore o perché più competente in una particolare situazione, ma non per questo poteva disporre di un potere costrittivo (al massimo aveva un potere persuasivo): non era altro che un “primus inter pares”. Non si comminavano mai delle sentenze di morte, ma al massimo delle sanzioni. Se uno veniva espulso da una banda o se ne voleva andare spontaneamente, doveva poter accedere a una banda diversa, altrimenti non sarebbe sopravvissuto.

L’importante infatti è stabilire che ogni funzione dirigenziale è transitoria, soggetta a una volontà collettiva, a un periodico controllo. Chiunque, nella sua funzione, deve poter essere sostituito in qualunque momento, se si vogliono evitare tentazioni autoritarie.

In una qualsivoglia banda la maggior parte dell’attività “politica” era dedicata alla condivisione di decisioni riguardanti le migrazioni del gruppo (il nomadismo è parte integrante della vita di una banda), ma vi erano da stabilire anche le modalità e gli obiettivi della caccia, le strategie di difesa del territorio, la ricerca e la conservazione dell’acqua, la distribuzione del cibo e la risoluzione di conflitti interpersonali. Quest’ultimi, in genere, riguardavano tre ambiti: la rivalità nella caccia, l’adulterio e la stregoneria (anche il fatto di non mantenere una promessa poteva essere considerato un fatto molto grave).

Il problema dell’adulterio era dovuto al fatto che nei clan, egualitari per natura, vigeva la monogamia, con cui è più facile evitare conflitti interpersonali e garantire la protezione della prole, che peraltro nei mammiferi ha costi biologici piuttosto elevati. La monogamia però non implicava che la crescita dei figli, sotto ogni punto di vista, fosse un compito esclusivo dei loro genitori. Nei sistemi clanici era l’insieme della comunità a gestire i soggetti da allevare, educare, istruire, formare e curare. In futuro il concetto di “vicinato” dovrà infatti superare quello di “famiglia”: il “prossimo” è chi il destino ci pone “accanto”.

In tali casi, comunque, il giudizio su un eventuale reato e la relativa sanzione non spettavano a un’apposita autorità giudiziaria, essendo inesistente la separazione dei tre classici poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario). Semplicemente dovevano essere i diretti interessati a risolvere il problema tramite la discussione (le faide erano vietate). In caso contrario la collettività provvedeva a isolare il soggetto ritenuto più colpevole, inducendolo ad andarsene (ostracismo), oppure lo si ridicoleggiava affinché si vergognasse di ciò che aveva fatto. In casi estremi la stessa banda si separava in due parti.

Non esisteva la scrittura: i costumi, i comportamenti delle bande erano trasmessi oralmente e si apprendevano sulla base delle relazioni sociali. La fissazione della scrittura è infatti politicamente antidemocratica (e filosoficamente antidialettica) per definizione, proprio perché l’esercizio della coscienza della libertà può essere stabilito solo da una concreta relazione sociale. La religione, quando presente, era generalmente basata sulla sola tradizione familiare (culto degli antenati) e, al massimo, sui consigli di uno sciamano.

I componenti di una banda possedevano uno status sociale equivalente: le uniche differenze riconosciute erano quelle di sesso e di età (le donne erano più dedite alla raccolta e alla orticoltura che alla caccia). Segni o emblemi di affiliazione politica non avevano alcun senso.

Una banda era economicamente autosufficiente e non produceva surplus, non pagava tributi e non manteneva un esercito stabile (caratteristiche fondamentali delle prime civiltà urbanizzate). Occupava temporaneamente un territorio (riconosciuto da altre bande), formando un accampamento con abitazioni molto semplici. Sconfinamenti o incursioni in territori di gruppi limitrofi sono sempre stati rari, anche perché nel passato più remoto le bande occupavano territori ampiamente distanti tra loro e con bassa densità di popolazione (si parla di un abitante per 15-100 kmq). In ogni caso i problemi di confine non si sono mai risolti scatenando delle guerre. Nessun etnografo ha mai documentato, tra i gruppi di cacciatori-raccoglitori, l’esistenza di conflitti che possano rispondere alla definizione di “guerra”. È piuttosto con l’emergere delle società sedentarie del Neolitico, tra i gruppi tribali dediti alla coltivazione della terra e all’allevamento del bestiame, che iniziano ad apparire i primi seri conflitti bellici.

Le bande sono sempre state aggregazioni fluide, continuamente soggette a processi di frammentazione e ricomposizione: una banda può anche cessare di esistere se un gruppo ne esce fuori. Di solito la ragione di questi cambiamenti è la maggiore o minore disponibilità delle risorse alimentari. P.es. i Pigmei si dividono nelle stagioni in cui si raccoglie il miele e si ricompongono quando devono andare a caccia (cosa che richiede una partecipazione collegiale).

Le bande si distinguono dalle tribù non solo perché queste sono generalmente più grandi, composte da più famiglie (più bande imparentate tra loro possono formare una tribù che va da un centinaio di individui fino a molte migliaia: i Nuer, p.es., sono circa 200.000), ma anche perché sono prevalentemente stanziali (o comunque tendono a limitare il nomadismo), anche se non per questo si identificano con una precisa unità territoriale, come p.es. quelle greche al tempo della riforma di Clistene. Le istituzioni (il capotribù e il “consiglio degli anziani”) sono sufficientemente formalizzate, hanno cioè un carattere permanente.

Le tribù sono sorte all’inizio del Neolitico, circa 10-12.000 anni fa, dedicandosi, in genere, alla pastorizia e all’orticoltura (integrate da caccia, pesca e raccolta), con una tecnologia che non arriverà mai all’uso dell’aratro. Possiedono una relativa omogeneità culturale e linguistica. Oggi le più note tribù sono gli Yanomami in Amazzonia, gli aborigeni australiani, i beduini del Medioriente, i Nuer del Sudan, gli indiani nord-americani delle Grandi Pianure, i Papua della Nuova Guinea.

Ora, se la tribù non è che una somma di bande o di clan, perché non ha lo stesso tasso di democrazia? È possibile che il lignaggio (ovvero la discendenza da un antenato comune, maschile o femminile, di ogni singolo gruppo), quando assume un valore politico, possa formare un certo aristocraticismo? Evidentemente sì, visto che dal concetto di “tribù” si passerà, ad un certo punto, a quello di “dominio”, benché nella tribù ancora non si riscontrino delle stratificazioni socioeconomiche vere e proprie (cioè una struttura di classe o di casta): al massimo vi è una stratificazione basata sul genere, in quanto le donne non ricoprono mai delle funzioni dirigenziali.

Nell’ambito della tribù non si può parlare neppure di un governo formale equivalente a quello dei domini e men che meno degli Stati.4 I leader non posseggono mezzi sicuri che garantiscano l’applicazione delle decisioni politiche. Per essere convincenti devono basarsi soltanto sulle loro buone qualità personali (la coerenza, la saggezza, la capacità persuasiva…) ed essere molto generosi. Devono stabilire il momento opportuno per il trasferimento del bestiame, per la semina e la raccolta, per le feste e le cerimonie stagionali, oltre al fatto che devono saper risolvere i conflitti interni ed esterni. Il regolamento dei conflitti avviene attraverso dei risarcimenti, ma sono possibili anche le faide.

Dunque perché nelle tribù il livello di egualitarismo risulta essere inversamente proporzionale all’aumentare delle dimensioni della densità della popolazione? Per quale motivo l’aumento delle determinazioni quantitative porta, ad un certo punto, a una nuova qualità? La democrazia diretta sembra poter funzionare al meglio soltanto quando ci si conosce tutti, ci si frequenta con una certa periodicità, ci si controlla reciprocamente in maniera abbastanza assidua.

Nelle tribù i gruppi di discendenza agiscono come unità in difesa dei propri diritti e come agenti del controllo sociale. Quindi esiste sempre il rischio che si formi una certa tendenza all’aristocraticismo, che non sempre può essere scongiurata dall’intelligenza dei cosiddetti “grandi capi”. La società futura dovrà invece saper porre le condizioni che permettano di avvertire in maniera traumatica anche la più semplice attenuazione dei valori della democrazia e dell’uguaglianza, sociale e di genere. Se ci si abitua a rinunciare anche alla più piccola parte della propria libertà, pensando che ciò dipenda da circostanze che non si possono modificare, la democrazia diretta non si realizzerà mai.

Note

1 Di Evans-Pritchard in lingua italiana si possono trovare: I Nuer: un’anarchia ordinata, ed. F. Angeli, Milano 2003; La donna nelle società primitive e altri saggi di antropologia sociale, ed. Laterza, Roma-Bari 1973; Introduzione all’antropologia sociale, ed. Laterza, Roma-Bari 1975; Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande, ed. R. Cortina, Milano 2002; Gli Azande: storia e istituzioni politiche, ed. Jaca Book, Milano 1977; Teorie sulla religione primitiva, ed. Sansoni, Firenze 1971; Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale: i Senussi di Cirenaica, Edizioni del Prisma, Catania 1979. Di Fortes invece non è stato tradotto nulla, anche se su di lui si può trovare qualcosa in A. Barnard, Storia del pensiero antropologico, ed. Il Mulino, Bologna 2002; U. Fabietti, F. Remotti, Dizionario di Antropologia, ed. Zanichelli, Bologna 1997 e U. Fabietti, Storia dell’Antropologia, ed. Zanichelli, Bologna 2011.

2 La discendenza unilineare considera solo uno dei due legami genealogici ed esclude l’altro. Il dominio coloniale europeo in Africa e Asia ha contribuito al declino del sistema di parentela matrilineare.

3 Di lui (1923-86) non si trova nulla tradotto in italiano. Eppure fu un illustre accademico di antropologia alla Columbia University di New York, apportando notevoli contributi ai campi della teoria sociale e politica (fu il primo, p.es., a introdurre il termine di social devolution, con cui spiegava che le società complesse possono decomporsi in forme meno complesse). Si specializzò nell’antropologia della Cina. Il suo primo assistente fu Marvin Harris e il suo primo studente laureato Marshall Sahlins.

4 Nei domini (chiefdom), nati circa 7.500 anni fa (in Mesoamerica 3.000 anni fa), i capi e i loro discendenti sono di rango più elevato rispetto alle persone comuni. I matrimoni tra individui appartenenti a strati sociali diversi tendono a essere proibiti. La gestione della politica è centralizzata: i capi dei vari villaggi o sottogruppi sono in posizione servile tributaria verso il gruppo guida. La loro carica è ereditaria. In Nordamerica questi sodalizi pantribali si sono formati nei secoli XVIII-XIX per evitare che le singole tribù, private delle loro risorse tradizionali dal colonialismo europeo, si sterminassero tra loro. Tipici sono quelli degli Irochesi, Cherokee, Algonchini… Ma anche i popoli germanici che conquistarono l’impero romano occidentale nel V sec. d.C., sebbene considerati delle tribù, in realtà erano dei domini, avendo una gerarchia sociale formata da re, da un’aristocrazia di guerrieri, da comunardi liberi e da servi.

RSS
Follow by Email
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
YouTube
INSTAGRAM

Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

Lascia un commento