Esistono ancora le comunità etniche? (La scienza del colonialismo)

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Al giorno d’oggi è impossibile che una qualunque comunità etnica abbia conservato integralmente la propria identità ancestrale. A partire dalla scoperta-conquista dell’America l’Europa occidentale ha occupato il mondo intero, e anche quando non l’ha fatto fisicamente, di sicuro ha saputo diffondere il proprio stile di vita a tutto il mondo.

Nel nostro continente i mutamenti nei valori esistenziali, nei comportamenti sociali e individuali sono stati così imponenti, in così poco tempo, che ciò non ha avuto eguali in nessuna parte del pianeta. L’Europa occidentale ha inventato l’“individualismo” in tutte le sue forme, giustificandole col più raffinato diritto, con le più elaborate filosofie, spazzando via le forme ancestrali del collettivismo e condizionando pesantemente le nuove forme sociali, quelle che si rifanno alle ideologie del socialismo, che si pongono in antitesi al capitalismo e che in teoria potrebbero aiutare le suddette comunità tribali a ritrovare la propria autonomia.

Qualunque comunità etnica può essere lontana “fisicamente” dalla nostra civiltà borghese, ma ne resta condizionata sotto molti aspetti fondamentali. Oggi nessuno può sottrarsi ai tentacoli di tale piovra. L’unico modo di difendersi è reciderli di netto, o comunque di porre le condizioni perché non possano nuocere in maniera irreparabile.

Vediamo qui un esempio di doppio condizionamento culturale, da parte dell’esploratore (nella fattispecie Cristoforo Colombo) e del critico che legge il resoconto del suo primo viaggio (ci riferiamo al testo di Mondher Kilani, L’invenzione dell’altro, ed. Dedalo, Bari 2015).

Alle pagine 179-180 l’autore interpreta male la frase che Colombo riporta nel suo Diario di viaggio, secondo cui gli indigeni incontrati nel suo primo viaggio, i Lucayo, nell’isola di Guanahani, “andavano tutti completamente nudi… tanto gli uomini che le donne; anche se, a dir il vero, io ne ho vista una sola, che era molto giovane”.

Kilani ha dedotto che Colombo avesse un’idea precostituita nella testa: quella di aspettarsi di vedere gente nuda, vicina allo stadio “adamitico”, quello del paradiso terrestre. Il fatto è però ch’egli ne vide una sola, una ragazza molto giovane, e da quest’unica persona dedusse che lo fossero tutti, uomini e donne, di tutte le età.

Tale interpretazione, che pur coglie nel segno quando vuol mostrare che gli europei sono pieni di pregiudizi, è completamente sbagliata nel merito, e Kilani purtroppo se ne serve per dire che “questo tipo di procedura descrittiva è all’origine dell’invenzione dell’altro”.

In realtà Colombo non inventò ch’erano “nudi”, ma proprio il fatto d’aver visto in tali condizioni sono una giovanetta. Quando decise di partire da Palos, sperava di fare affari, non di incontrare gente nuda. Al vederla rimase molto colpito, poiché da tempo in Europa occidentale solo i bambini potevano essere visti nudi da tutti. I mariti non potevano veder nude neanche le proprie mogli.

Colombo sperava d’incontrare un paradiso terrestre non nel senso di trovare gente nuda, ma nel senso di trovare gente benestante, bisognosa di nulla, in pace con se stessa e con gli altri, disposta a commerciare, accettando i prodotti migliori dell’Europa. Non aveva intenzione di occupare terre altrui, ma di fare affari con gente ricca, che avrebbe potuto arricchire anche loro. Non aveva letto solo il Milione di Marco Polo, ma altri testi che favoleggiavano il benessere degli orientali.

Quando vide che i primi abitanti incontrati non erano ricchi, in quanto non possedevano oro a profusione, né palazzi come i grandi signori d’Europa, né schiavi che lavoravano per loro, e non avevano sostanzialmente nulla da commerciare in maniera sistematica, in quanto praticavano l’autoconsumo, rimase profondamente deluso. I Lucayo non avevano indigenti nei loro villaggi, ma non potevano neppure essere definiti “agiati”. Anzi, temevano di essere catturati dagli Aztechi, che avevano bisogno di schiavi da sfruttare e da sacrificare nelle cerimonie religiose.

Colombo e il suo equipaggio si meravigliarono molto che i Lucayo fossero tutti nudi, uomini e donne, poiché in Europa il sesso era associato, dalla cultura cattolica, alla colpa, ed era vietato esibirlo in pubblico. Il sesso adulto poteva essere visto solo in circostanze molto particolari: malattie, parto, torture… Ecco perché racconta di aver visto soltanto una donna molto giovane, praticamente una ragazzina o un’adolescente. Stava scrivendo un diario di viaggio, pensando che qualcuno avrebbe anche potuto leggerlo. Gli inquirenti dell’Inquisizione avrebbero potuto fargli domande a cui sarebbe stato difficile rispondere in tutta tranquillità.

Colombo pensò che la nudità fosse un segno esteriore della povertà economica, materiale. Non si rese conto ch’era un segno dell’innocenza primordiale, tipica del comunismo primitivo. L’innocenza indigena si esprimeva nel senso che la sessualità era vista in funzione della riproduzione e non in vista del solo piacere fisico. E il momento della riproduzione veniva deciso non dagli uomini, ma dalle donne, che se ne dovevano accollare l’onere maggiore.

Quella era una popolazione eticamente sana, non alienata, non soggetta a rapporti di discriminazione sociale o di genere sessuale. Era una popolazione molto strana agli occhi di Colombo e del suo equipaggio, poiché conosceva il principio dell’uguaglianza sociale, che in Europa occidentale dai tempi della civiltà etrusca ed ellenica non veniva più messo in pratica. Era una popolazione “primitiva” non nel senso di rozza, volgare, amorale, ma nel senso di “primordiale”, “ancestrale”…, come lo erano stati gli Europei molti millenni prima.

Bisogna dunque far capire all’umanità intera che la possibilità di cambiare rotta è reale. Ma, per poterlo fare, bisogna essere assolutamente determinati, disposti a pagare qualunque conseguenza. Bisogna far credere che non vi è più nulla da perdere, se non la propria vita, che però non merita d’essere vissuta senza lottare. La storia non potrà chiudersi se non in un gigantesco massacro tra le istanze individuali e quelle collettive; e, tra queste ultime, vi sarà sicuramente una lotta implacabile tra quelle vere e quelle false. La Cina, per es. rappresenta una forma di falso collettivismo, che sicuramente avrà la meglio sull’individualismo occidentale, ma non costituirà una vera alternativa alla schiavitù salariata.

Noi veniamo da una civiltà il cui livello altissimo di tecnologia ci porta a considerare “primitiva” qualunque altra civiltà. L’uso di questo stesso aggettivo non rimanda solo a qualcosa di cronologicamente molto antico, ma anche a qualcosa di arretrato, inferiore sotto ogni punto di vista. È con questo atteggiamento di superiorità che abbiamo preteso di dominare il mondo.

Oggi però ci sentiamo minacciati quando vediamo che altre popolazioni, con culture diverse dalla nostra, hanno raggiunto i nostri stessi risultati, semplicemente imitandoci. Abbiamo voluto far vedere al mondo intero che eravamo i migliori, ma, invece d’essere contenti che il nostro stile di vita, le nostre conoscenze e abilità si sono diffuse su tutto il pianeta, ne siamo preoccupati. Improvvisamente ci siamo accorti che due o più galli non possono stare nello stesso pollaio.

Abbiamo ammirato il Giappone, che negli anni successivi alla II guerra mondiale raggiunse in poco tempo standard industriali di qualità, perfino superiori ai nostri, ma non ci preoccupava granché, sia perché tutto il mondo capitalistico, in quel periodo, era in una fase espansiva, sia perché il Giappone non era geograficamente una grande nazione e politicamente non aveva una propria autonomia dagli Stati Uniti. Oggi è la Cina a preoccuparci: possiede un livello tecnologico elevato a costi notevolmente inferiori a quelli occidentali (il che la rende competitiva a livello mondiale), ha un numero spropositato di abitanti ed è politicamente indipendente.

L’intera umanità è passata attraverso delle fasi che, in un certo senso, l’hanno attraversata come una tangente.

  1. Al tempo dello schiavismo, che non ha riguardato il mondo intero, esistevano ancora molte comunità primitive. Lo schiavismo, nella forma privata o statale, costituiva l’antitesi più netta di quelle comunità: ne soppresse una infinità, ma molte altre riuscirono a sopravvivere. Alcune di queste, fiere del proprio nomadismo, diventarono così feroci contro gli schiavisti stanziali che distrussero molte loro città o imperi.
  2. Quando quelle comunità nomadiche diventarono stanziali, lo schiavismo fu sostituito dal servaggio feudale. Le comunità primitive ancora esistenti, che vivevano nella loro forma ancestrale, comunistica, non subirono danni particolari durante il Medioevo, poiché il servaggio si basava sulla rendita agraria: non aveva le capacità commerciali dello schiavismo, né conosceva l’uso quotidiano del denaro, se non a livelli piuttosto limitati; non edificava imponenti città e non sapeva produrre una tecnologia molto pericolosa per l’ambiente e le comunità umane.
  3. Le ultime comunità primitive dovettero affrontare il momento più grave della loro sopravvivenza quando il feudalesimo fu superato dal capitalismo. Infatti il capitalismo non solo recuperava le tradizioni commerciali dello schiavismo e l’uso del denaro, ma vi aggiungeva altre due cose che gli schiavisti non conoscevano: il concetto giuridico di “libertà personale” (che impedisce la dipendenza fisica dello schiavo e la dipendenza personale del servo) e la rivoluzione tecnico-scientifica, che permette di dominare nettamente la natura, di costruire aziende altamente produttive, città enormemente affollate e armi altamente pericolose. Tutte queste cose facevano sentire la civiltà borghese dell’Europa occidentale (poi anche statunitense) come la migliore del mondo, autorizzata a imporsi su tutte le altre civiltà, soprattutto su quelle primitive.
  4. Strettamente correlata allo sviluppo della borghesia è l’ideologia del cristianesimo. Questa ideologia cominciò a perorare la causa dell’individualismo politico nell’ambito del cattolicesimo-romano, attraverso la figura onnipotente del pontefice. Dopodiché permise la formazione della figura del borghese, prima nella forma commerciale, poi in quella manifatturiera, entrambe prive di vero potere politico e ideologico. Solo col protestantesimo l’individualismo politico dei pontefici riesce a trasformarsi in un individualismo pienamente sociale e politico della borghesia, la quale pretende di avere una indipendenza politica e ideologica con un proprio Stato nazionale, capace di sottomettere la Chiesa.
  5. A questa civiltà capitalistica si opposero le idee del socialismo, prima utopistico e riformistico, poi scientifico e rivoluzionario, generalmente ateistico. Purtroppo il socialismo non è stato in grado di superare il capitalismo, per ragioni connesse all’uso dello Stato e/o dei mercati e/o della tecnologia industriale. Ma la principale motivazione della sconfitta del socialismo è stata un’altra: l’incapacità di considerare le comunità primitive come la vera alternativa a tutte le civiltà antagonistiche. Ciò dipese da un certo culto feticistico per la tecnologia borghese, in virtù della quale si pensava di potersi anche difendere meglio dagli attacchi militari del capitalismo.
  6. Oggi tutte le idee del socialismo si sono “imborghesite”, il capitalismo ha trionfato a livello planetario e le comunità primitive stanno definitivamente perdendo la loro identità comunistica. In mezzo a questa desolazione “umanitaria” si va inoltre imponendo, a causa di un uso scriteriato della tecnologia, la devastazione ambientale, con le sue deforestazioni, i suoi inquinamenti planetari e i suoi mutamenti climatici. Quanto più le comunità primitive scompaiono, tanto più l’umanità procede verso la propria autodistruzione.

L’unico modo di uscire da questa situazione catastrofica è unire le idee del socialismo scientifico e rivoluzionario allo stile di vita delle comunità primitive. Ci si deve convincere che il socialismo può essere usato per abbattere il sistema capitalistico, ma, una volta fatto questo, sono le comunità primitive a insegnare al socialismo come essere “umani” e “democratici” e soprattutto come essere “enti di natura”. Si tratta però di verificare se davvero esistono ancora tali comunità e se hanno conservato una traccia significativa del loro passato.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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