Sulla crisi

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Intervista concessa all’Accademia della libertà

17 giugno 2012

Salve e grazie della sua disponibilità, siamo nel mezzo di una crisi che è incominciata nel 2007 e sembra non andare più via, anzi si aggrava ogni giorno di più, al tal punto che la presidente del FMI ha detto che l’euro ha tre mesi di vita se non s’interviene.

Come vede questa Crisi?

– Ogni crisi ha i suoi pro e i suoi contro. Dipende sempre dalla prospettiva con cui viene guardata. Persino il capitalismo, che è un sistema per eccellenza votato allo spreco delle risorse, valuta positivamente le crisi, poiché dopo i crolli ci sono sempre le riprese. Se la crisi attuale servisse per ripensare gli stili di vita, sarebbe salutare. Ma perché questo accada ci vogliono intelligenze e volontà, ci vuole la speranza in un’alternativa praticabile, altrimenti aumenteranno soltanto le nostre frustrazioni e peggioreranno le nostre condizioni morali e materiali. P. es. se cominciassimo a capire che la vita non può dipendere dai mercati globali o dagli indici quantitativi del prodotto interno lordo, o dai trend borsistici, o dagli Stati centralizzati, o dalle banche mondiali, ovvero che esistono anche le autonomie locali, l’autoconsumo, la cooperazione, l’utilizzo comune di risorse condivise, il baratto e lo scambio delle eccedenze, l’autogestione dei mezzi produttivi fondamentali alla riproduzione della specie umana, la proprietà collettiva delle risorse territoriali, la democrazia diretta, la dipendenza dalle esigenze e dai ritmi della natura ecc., forse dovremmo guardare con uno sguardo ottimistico l’acuirsi della crisi.

Quali le cause?

– Sul piano fenomenico dovremmo attribuire le cause a una netta prevalenza della finanza speculativa sull’economia produttiva. In realtà se questo è potuto avvenire è stato perché la stessa economia capitalistica non può funzionare senza gravi crisi cicliche che distruggono la ricchezza ch’essa stessa produce. La periodicità delle crisi, se l’occidente non avesse l’80% dell’umanità da sfruttare, sarebbe sicuramente più frequente, e forse questo lungo periodo di benessere (interrotto solo dalla crisi petrolifera del 1973) ci ha fatto pensare che le crisi possano essere in qualche modo attutite o addirittura facilmente superate.

In realtà esse restano inevitabili e diventano sempre più acute, proprio perché vi è una costante caduta del saggio di profitto causata da quella stessa innovazione tecnologica che, paradossalmente, viene costantemente introdotta per aumentare i profitti e ridurre il costo della manodopera.

Oggi, dopo la caduta del comunismo da caserma, l’occidente può ricorrere di meno alle ristrutturazioni proprio perché può sfruttare molto di più anche quell’enorme serbatoio di manodopera a basso costo che si trova negli ex paesi socialisti, delocalizzando il più possibile la propria produzione.

Le cause più immediate della crisi sono partite dagli Usa soltanto perché qui, sul piano capitalistico, sono più individualisti, più calvinisti di noi europei, e quindi hanno meno scrupoli nell’uso del denaro. Non dimentichiamo che prima della bolla speculativa dei derivati c’era stata quella delle aziende telematiche quotate in borsa. Gli americani ci hanno dato internet ma ci stanno facendo soffrire da almeno un decennio.

Da noi le conseguenze sono attutite dalla presenza di un forte Stato sociale, ma sia da noi che da loro è finita la spinta ch’era stata determinata dalla volontà di ricostruire le nazioni distrutte dalla seconda guerra mondiale. L’ultima spiaggia sembra proprio essere stata l’introduzione dell’informatica e della telematica nei processi produttivi e finanziari, che ha dato l’illusione alle imprese, vecchie e nuove, di potersi arricchire velocemente sfruttando le opportunità di un mercato mondiale virtuale.

L’occidente ha fatto di tutto per creare degli Stati alternativi a quelli del sistema socialista di marca staliniana, anche a costo d’indebitarsi in maniera scriteriata, nella convinzione che la ricchezza fosse un fenomeno destinato a durare in eterno, con cui avremmo potuto far fronte a qualunque debito. Adesso però che il socialismo reale è crollato, non possiamo più usare l’argomento della “guerra fredda” per mascherare le nostre contraddizioni strutturali, la prima delle quali resta sempre quella individuata da Tommaso Moro cinquecento anni fa nella sua Utopia: esiste un’ingiustificata appropriazione privata dei mezzi produttivi e delle risorse materiali (ai suoi tempi, in forza delle recinzioni, erano “le pecore che mangiavano gli uomini”). Lo stesso Stato sociale, a fronte di enormi debiti pubblici, è diventato un onere insostenibile e si sta cercando di smantellarlo progressivamente.

Quali le colpe italiane?

– Il nostro è un paese bloccato: non è abbastanza capitalista come quelli nord-europei, ma non è neppure abbastanza di sinistra per operare una rivoluzione politica e sociale. Non è in grado di eliminare i retaggi veterofeudali come p. es. lo Stato del Vaticano e l’invadenza del cattolicesimo-romano (sancita dall’art. 7 della Costituzione), le caste politiche e degli ordini professionali, la criminalità organizzata, i latifondi, i rapporti gerarchici personalistici (che escludono il merito, la competenza professionale), l’asfissiante burocrazia di tipo “normanno”, cui s’è aggiunto un pesante Stato centralista di marca sabauda, che impedisce qualunque autonomia locale. Tutte le rivoluzioni fatte nel nostro paese sono state o sconfitte o tradite: dall’unificazione nazionale al Biennio rosso, dalla Resistenza al Sessantotto, giusto per citare le più significative. Noi non abbiamo avuto né una riforma protestante né una rivoluzione borghese, analoga a quella olandese, inglese, francese o americana. E non siamo stati neppure capaci di promuovere uno Stato federale, che sicuramente ci avrebbe permesso di essere più responsabili delle risorse dei territori locali.

Quando uno non comanda a casa propria, gli stranieri (Germania) fanno il gioco loro, non si è ceduto un po’ troppa sovranità?

– Di fronte ai colossi mondiali, come gli Usa e la Cina (e domani l’India), era inevitabile che il capitalismo degli Stati europei diventasse quello dell’Unione europea che, quanto a numero di abitanti, è secondo solo a Cina e India. Gli Usa infatti hanno cercato di ostacolare in tutte le maniere la formazione di questa Unione. E lo stanno facendo ancora oggi, perché preferiscono avere a che fare con un concorrente debole e diviso (il dollaro non vuole competitori). Se l’Europa si unisse davvero politicamente, riducendo i poteri dei parlamenti nazionali e invitando gli Usa a smantellare tutte le basi Nato, è molto difficile pensare che gli americani ce lo permetterebbero, meno che mai nel caso in cui noi accettassimo di far entrare Russia e Turchia nell’Unione Europea, come da tempo quei due paesi chiedono.

Perché la Banca d’Italia è privata per il 95%?

– La Banca d’Italia è nata dopo la clamorosa frode della Banca Romana ed è diventata un istituto di diritto pubblico (sfruttando le Casse di Risparmio) prima che venisse trascinata in un fallimento clamoroso da parte di altre banche italiane. Da allora, grazie alla Dc, la denominazione formale è rimasta. Essa tutela le banche e le assicurazioni private e lo vediamo tutti i giorni (signoraggio, usura legalizzata, tassi agevolati…). Cioè il controllore è controllato (e gestito) dai controllati. Tre banche detengono il 50% delle quote: se una delle tre fallisce, sarà una reazione a catena.

Visto che il denaro è un bene pubblico, è normale che il profitto di chi lo gestisce sia di privati?

– In astratto il denaro è un bene pubblico. Di fatto esso appartiene a chi dispone di proprietà, mobili o immobili. Cioè il denaro viene attirato dal denaro come una calamita, se si è capaci di metterlo a profitto. Il profitto è sempre privato, anche quando è realizzato da una società anonima per azioni, quindi anche il denaro lo è. Di pubblico ci sono solo le tasse e il debito. E in Italia le tasse vengono di regola evase o eluse da parte dei privati, mentre il debito è scaricato anche su chi ha risparmiato tutta la vita. È lo Stato sociale che non funziona, perché non è affatto “sociale”, ma una struttura privata ad uso e consumo di chi vuol fare affari, che può peraltro esportare i propri capitali all’estero come gli pare.

Cos’è la sovranità?

– L’Italia è un paese a sovranità limitata dagli Stati Uniti (attraverso le basi Nato). Lo Stato italiano ha la sovranità limitata dallo Stato del Vaticano e dalla Repubblica di San Marino (entrambi grandi opportunità per l’evasione fiscale degli italiani e riciclatori di denaro sporco). Il popolo italiano non gestisce alcuna sovranità diretta, in quanto la democrazia è solo delegata e parlamentare.

A che punto è la sovranità in Italia?

– Non solo va sostituito lo Stato centralista con lo Stato federale, ma progressivamente va abolito il concetto stesso di Stato, sostituendolo con quello di autonomia locale. Democrazia diretta significa recuperare la gestione autonoma delle risorse territoriali locali.

La globalizzazione significa necessariamente perdere sovranità?

– Poiché i cittadini hanno già perso la loro sovranità all’interno degli Stati centralisti, con la globalizzazione, che va al di là degli stessi Stati nazionali, la perdita della sovranità diventa ancora maggiore. Gli Stati sono alla mercé delle multinazionali, delle borse e delle banche e istituti di credito mondiali.

Non pensa che l’Europa sia un insieme di Stati senza moneta e l’euro una moneta senza Stati? La Bce sembra completamente svincolata dalle scelte politiche, anzi è lei che detta i calendari politici, vedi la lettera che è stata mandata all’Italia a firma di Trichet e Draghi.

– Partire da un’unione di tipo politico in un’Europa che nel Novecento aveva scatenato due guerre mondiali, sarebbe stato impossibile. È stato giusto partire da un’unione di tipo economico. Solo che si è fatto coincidere l’economia con la finanza (cioè con la moneta e le banche), invece che con il sociale. D’altra parte il capitalismo non può fare diversamente: il sociale lo vede subordinato all’economico e questo oggi è subordinato al finanziario. Se anche l’Europa riuscisse a far valere il politico sull’economico e sul finanziario, il sociale ne resterebbe sempre escluso.

Quali sono stati i vantaggi nell’aver adottato l’euro, visto che l’aumento di tasse corrisponde anche ad una diminuzione dei servizi, visti i tagli e le svendite?

– L’euro è una moneta troppo forte per paesi con acute contraddizioni interne come Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Italia. Ma se adesso usciamo dall’euro sarà catastrofico per tutti, a meno che questo non ci serva per non pagare i nostri debiti. Perderemmo sicuramente tutti i nostri risparmi, ma almeno avremmo la percezione di ricominciare da capo. Invece così restano gli incubi di dover pagare i debiti per dei secoli. E chi non paga i suoi debiti sappiamo bene, dalla storia, come finisce.

Secondo lei un governo può fare politiche economiche se non si governano anche le politiche monetarie?

– Oggi la politica economica è diventata fondamentalmente una politica monetaria e ci si illude, gestendo la moneta, di poter indirizzare l’economia. Forse era meglio minacciare di nazionalizzare quelle banche che, dopo essere state salvate coi fondi pubblici, non hanno voluto aiutare le imprese ad affrontare la crisi iniziata nel 2007.

Ritiene utile l’istituzione dell’organismo ESM che ci priverà di altri 15miliardi di euro in tre anni?

– Il Meccanismo Europeo di Stabilità verrà gestito per dimostrare che i governi nazionali non sono in grado di risolvere i debiti dei loro Stati, per cui dovranno rinunciare a una parte della loro sovranità, una parte che col tempo diverrà sempre più grande. La gestione della politica sarà sempre più spersonalizzata, sempre più in mano a organismi finanziari internazionali. Non è possibile uscire da questi meccanismi se non rinunciando ai mercati e al denaro. Noi rischiamo di finire come i paesi del socialismo reale, dove però al governo non vi sarà un partito di intellettuali e di burocrati, ma un club di manager finanziari e di banchieri, in grado di ricattare chiunque, semplicemente usando l’arma del debito.

Cosa ne pensa del neoliberismo e come si è sviluppato con le politiche reaganiane e thatcheriane?

– Il neoliberismo è emerso dopo il fallimento delle lotte degli anni Settanta e con esso è iniziato il progressivo smantellamento dello Stato sociale. Quanto più neoliberismo tanto più malessere sociale, dal quale, se vi è intelligenza e volontà, può anche emergere un’alternativa. Se non tocchiamo il fondo, non riusciremo a sollevarci: purtroppo siamo fatti così. Il vero problema è come spezzare la catena dei corsi e ricorsi. Dobbiamo darci delle garanzie minime per non ricadere negli stessi errori e di sicuro non le troveremo nell’economia di mercato.

Come vede l’omogeneizzazione politica di questo momento con PD, PDL e Centro piegati al volere del potere economico?

– Nei paesi capitalisti la politica non è in grado di gestire l’economia, anzi, di regola avviene il contrario. La politica serve ai poteri forti dell’economia e della finanza per farli diventare ancora più forti e per tenere sotto controllo chi non accetta lo status quo.

Conosce la teoria di Gesell?

– Il problema degli anarchici è che sullo Stato hanno tutte le ragioni di questo mondo, ma non hanno la strategia per abbatterlo. I comunisti si sono illusi che bastasse statalizzare i mezzi produttivi per superare il capitalismo e non sono riusciti a ridimensionare l’entità degli Stati, anzi, li hanno resi ancora più totalitari. Per me la soluzione sta in una via di mezzo: la strategia dev’essere quella leninista per la conquista del potere, ma la gestione post-rivoluzionaria dev’essere di tipo anarchico, cioè affidata a singole realtà autonome.

Conosce il Prof. Giacinto Auriti e le sue battaglie?

– Attraverso il blog di Grillo. Di signoraggio ha parlato anche Travaglio.

C’è una terza via economica e monetaria tra la scuola austriaca e la scuola di Chicago?

– L’unica terza via è quella cinese, dove la dittatura politica gestisce lo sviluppo capitalistico. Ma non è certo questa una soluzione al problema dello sfruttamento e delle crisi periodiche.

Chi ci ha propagandato l’euro era uno sprovveduto o aveva un piano bene preciso alla luce della crisi di oggi?

– È sempre meglio avere una moneta forte che tante deboli. Purtroppo si è sottovalutata la debolezza di alcuni Stati europei e si è sopravvalutata la forza dell’euro con cui s’è cercato di risolvere i loro problemi. C’è da dire che prima della crisi americana, l’Europa non se la passava affatto male, anche se gli istituti di credito si sono lasciati ingannare dagli alti tassi offerti dagli americani per i loro titoli spazzatura, e ora tutti ne stiamo pagando le conseguenze, perché i governi non vogliono far fallire le banche. L’Unione Europea comunque va concepita come irreversibile, se si vuole restare sul mercato mondiale come protagonisti.

L’euro è stato un male o un bene?

– Il problema vero è stato che gli stipendi e i salari non sono aumentati in misura proporzionale all’aumento dei prezzi conseguente, in maniera inevitabile, all’introduzione di una moneta molto più forte della precedente. È stata anche una questione psicologica a determinare l’inflazione: prima avevamo in tasca una banconota da mille lire con cui in una mensa universitaria si poteva fare un pranzo, ora abbiamo in tasca una moneta da un euro che ne vale il doppio ma con cui non ci si compra quasi nulla. Inevitabilmente la gente si sente più povera, risparmia di meno e si chiede se i vantaggi dovuti a una moneta unica siano stati davvero superiori a quelli di avere tante monete diverse. Se avessimo avuto il doppio di stipendi e salari, non ci saremmo accorti del brusco passaggio, ma così ci hanno guadagnato solo quanti possono speculare, in un modo o nell’altro, nell’uso del denaro, cioè gli esercenti commerciali, i broker, le banche, i liberi professionisti, i manager e i dirigenti dei settori pubblici e privati, gli imprenditori e naturalmente i politici, i cui stipendi prescindono totalmente dall’effettiva ricchezza di una nazione.

C’è futuro per l’euro senza una vera unità politica europea?

– Sarà proprio la crisi dell’euro a imporre l’esigenza di una unità politica europea più sostanziale di quella di adesso. E a far la parte del leone sarà necessariamente la Germania, che non è riuscita a conquistare l’Europa con la forza delle armi e che ora la sta conquistando con quella dei propri capitali.

Secondo lei è normale che la Gran Bretagna sia proprietaria della Bce senza averne adottato lei stessa l’euro?

– A me fa più paura il fatto che la Gran Bretagna si comporti in Europa come longa manus degli Stati Uniti.

Cos’è il debito?

– Per gli Stati è un modo di ottenere consenso immediato da parte di alcune categorie sociali, scaricandone gli oneri sulla collettività (quindi, nel lungo periodo, penalizzando quelle stesse categorie che momentaneamente avevano ottenuto soddisfazione alle loro richieste). La politica miope e irresponsabile del debito, introdotta in Italia dalla Dc, che ha governato per mezzo secolo, ed ereditata senza scrupoli da tutti i governi successivi (con qualche eccezione nei governi Prodi), è stata possibile proprio perché i cittadini non possono controllare in alcun modo lo Stato centralista. Siamo tutti enormemente indebitati pur non avendo fatto nulla, individualmente, per esserlo a questi livelli. Di fronte a una situazione del genere, si pensa che essere indebitati sia più vantaggioso che non esserlo. Sembra sia più accettabile l’idea di dover affondare tutti che non quella di cercare di risolvere i problemi. È più accettabile semplicemente perché pare la più praticabile, in quanto non si vede quale possa essere il modo per pagare dei debiti così colossali (in Italia parliamo di una cifra che non riusciamo materialmente neanche a immaginarci: duemilamiliardi di euro. I tentativi dei vari governi italiani di vendere i patrimoni dello Stato saranno sempre e soltanto una momentanea boccata d’ossigeno).

Cosa ne pensa del fatto che il BRICS (Brasile Russia India Cina Sudafrica) vogliono fare una loro banca mondiale per non utilizzare più il FMI?

– Il FMI esprime anzitutto gli interessi degli Stati Uniti: tutte le condizioni ch’esso pone tendono a diminuire progressivamente la sovranità (economica e quindi politica) di chi ottiene il credito. È naturale che si cerchino delle alternative.

Cosa ne pensa del pareggio di bilancio imposto nella Costituzione?

– Alle buone intenzioni (di contenere il debito) non seguiranno i fatti, perché l’economia borghese non può essere regolamentata dalla politica e tanto meno dalle leggi, se non in maniera molto relativa. L’obbligo del pareggio diventerà un’arma ricattatoria, specie nei casi di recessione, nei confronti dei cittadini e degli Stati più deboli, che perderanno ulteriore sovranità.

Cos’è la ricchezza di un paese?

– Negli Stati capitalisti la ricchezza è misurata esclusivamente in termini quantitativi. Anche quando non è in gioco il PIL, gli altri indici (p. es. quello ISU) sono sempre quantitativi, seppur in forma diversa sul piano statistico.

Quindi la domanda in realtà dovrebbe essere un’altra: quali sono i criteri per misurare la ricchezza qualitativa di un paese?

Se la domanda fosse questa, dovremmo metterci a guardare p. es. in che condizioni vivono i nostri detenuti, che possibilità hanno i disoccupati di trovare un lavoro, che possibilità hanno i laureati di trovare un lavoro corrispondente ai loro studi, che incentivi vengono offerti alle donne per non penalizzarle sul lavoro o nella ricerca di un’occupazione, cosa si sta facendo per non uccidere i mestieri artigianali, che garanzie offriamo a chi vuol dedicarsi alla terra o all’allevamento, che tipo di accoglienza riserviamo agli immigrati, che utilizzo facciamo delle risorse territoriali comuni, e così via. La vera ricchezza di un paese è determinata dall’importanza che diamo ai suoi aspetti umani e sociali oltre che economici.

C’è anche una crisi di ideali?

– Dopo il crollo del socialismo di stato si è attenuata di molto la speranza di trovare un’alternativa al sistema borghese. D’altra parte quel socialismo era una mistificazione e doveva crollare. Purtroppo in quei paesi non si è stati capaci di realizzare un vero socialismo democratico e si è preferito diventare come noi. Altri ideali forti non se ne vedono, almeno non nei paesi avanzati dell’occidente. Gli ideali “verdi” non si sono mai sposati con una chiara alternativa al sistema borghese: di qui il loro scarso successo.

Quale politica vede all’orizzonte?

– Sicuramente andremo incontro, se non vi saranno controtendenze agguerrite, a un’accentuazione dell’autoritarismo statale sovranazionale, poiché se i singoli Stati non sono in grado di autogestirsi, ci vorrà per forza un organismo che li metta tutti in riga.

Cosa si può fare?

– Occorre puntare da subito a costruire esperienze di solidarietà gestionale dei bisogni comuni. Poiché il futuro, se il sistema non cambia, non sarà certamente migliore del presente, occorre prepararsi in maniera intelligente al peggio, eliminando le sciagurate forme individualistiche, che non fanno che esasperare le tensioni e i conflitti.

Bisogna lottare contro lo Stato centralista, anteponendogli uno Stato federale, che dia maggior spazio alle autonomie locali, ma in una prospettiva che veda la società civile sostituirsi in toto allo Stato, seppur progressivamente.

Bisogna impedire che la democrazia delegata assorbi tutte le possibilità della democrazia in generale.

Bisogna pensare seriamente a tornare al Medioevo, senza clericalismi di sorta, senza servaggi mortificanti. Semplicemente ponendo l’autoconsumo in alternativa al mercato, il valore d’uso in alternativa a quello di scambio.

Bisogna ridurre di molto l’impatto della scienza e della tecnica sulla natura, eliminando dalle nostre convinzioni l’illusione che ogni problema possa essere risolto coi mezzi avanzati che abbiamo.

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Fonte: accademiadellaliberta.blogspot.it

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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