Contro le frasi di senso compiuto

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«Che cos’è un testo?», si chiede il grammatico Marcello Sensini, che va per la maggiore, insieme alla Rosetta Zordan, nelle scuole italiane. Ed ecco la sua risposta logica e matematica, degna di essere applicata a un elaboratore computerizzato: «Un testo è composto da gruppi di parole di forma unitaria e di senso compiuto, ha un inizio e una fine, ha un contenuto ben preciso e sviluppato in modo logico e chiaro e trasmette a tutti un messaggio completo, è formulato in modo corretto, nel rispetto di un codice linguistico ben preciso, contiene tutto quello che l’emittente intende comunicare e tutto quello di cui il destinatario ha bisogno per capire il messaggio».

Ma il Sensini è davvero una persona o un nome fittizio, dietro cui si cela una certa filosofia del pensiero astratto, come in rete avviene col nome multiplo di Luther Blissett? E dietro questo fantomatico personaggio vi sono persone terrestri o alieni di pianeti a noi sconosciuti?

Prendiamo, a tale proposito, alcuni esempi della sua grammatica Le parole, le regole, i testi, ed. A. Mondadori, vol. C «I testi». A pagina 683 riporta una favola di Fedro dando per scontato che la morale proposta dall’autore sia l’unica possibile interpretazione della stessa. La favola è quella della rana scoppiata. «La rana in un prato scorse un bue e colpita d’invidia della grande dimensione, rigonfiò la sua pelle rugosa. Quindi domandò ai figli se era più larga del bue: ed essi negarono. La pelle ancora con uno sforzo stese, e chiese di nuovo ai figli chi era più grande. Questi dissero il bue. Indignata per l’ultima volta, fece un ultimo sforzo. Si gonfiò ancora, scoppiò e morì. La favola dimostra che il debole che vuole imitare il potente è destinato ad andare in rovina».

Ora, a parte le varie osservazioni critiche, sul piano politico, che si potrebbero fare alla lettura moralistica della favola contenuta nell’ultima frase, al giorno d’oggi, anche solo restando sul piano etico, si potrebbe dare un’interpretazione molto diversa da quella di Fedro, e che è stata sponsorizzata, seppure indirettamente, dallo stesso Sensini; p. es. questa: «La favola dimostra che quando i figli vogliono liberarsi di un genitore stupido, ci riescono facilmente».

Anche una semplice scritta anagrafica, come quella riportata subito sotto: «Scuola Media Statale ‘Leonardo da Vinci’, 20030 Seveso (MI)», cela, conoscendo le tragiche vicende di quella località, qualcosa di emotivo, non riconducibile a quella apparente asettica informazione.

Ebbene, il manuale del Sensini è pieno di amenità del genere. Ci si può addirittura divertire a fare il gioco dei «se» e dei «ma» coi propri allievi.

Persino un testo volutamente disordinato come questo: «Ma non ci riuscì. Una volpe era molto affamata. ‘Robaccia acerba’, disse allora tra sé e se ne andò. Vide dei grappoli d’uva che pendevano da un pergolato e tentò di afferrarli» – ha potuto essere interpretato dai ragazzi come un equivalente dei famosi «pizzini» che hanno permesso al mafioso Provenzano di restare latitante nella sua amata Sicilia per ben 43 anni.

Questo per dire che, in generale, non esistono frasi di «senso compiuto», tanto meno se sono scritte (questo lo sanno bene non solo la criminalità organizzata ma anche i servizi segreti). La scrittura infatti impedisce di vedere chi parla, per cui la possibilità del fraintendimento, invece di diminuire, aumenta, spesso fino all’inverosimile: basta vedere le tortuose interpretazioni della legge, che hanno fatto la fortuna dei magistrati, o certe infuocate mailing list, dove l’ironia viene sistematicamente travisata.

Le parole aiutano la comprensione non tanto quando si afferra il loro significato o la sintassi che le lega, ma quando chi le pronuncia è già conosciuto da chi lo ascolta, o in qualche modo risulta essere una persona fidata: da uno così è più facile accettare quel che dice, anche se, di quel che dice, non si riesce a comprendere proprio tutto.

Questo perché la comprensione di un messaggio, prima di essere un’operazione intellettuale, è un’operazione psicologica, interiore: lo sapevano bene gli indiani d’America quando veniva proposto loro dai bianchi di firmare qualche trattato o quando ascoltavano le loro promesse di pace.

«Ti capisco perché mi fido di te, anche se non ho capito tutto quello che mi hai detto». Per arrivare a dire questo è bene frequentarsi il più possibile, non stare isolati, non limitarsi a scrivere, non vivere una vita meramente virtuale, in cui gli aspetti tecnologici prevalgono su quelli umani.

Quando la relazione è stabile, consolidata, è difficile equivocare sul significato delle parole, anzi, quasi non si ha neppure bisogno di parlarsi: ci si capisce al volo, prima ancora d’aver formulato completamente la frase. Ci si legge nel pensiero: la telepatia di due innamorati non è forse più profonda del parlare forbito di due intellettuali?

Nessuna frase ha un senso compiuto, cioè definito in maniera univoca, poiché in ogni caso chi ci ascolta deve azionare dei meccanismi che non sono semplicemente cerebrali, ma spirituali, emotivi, per lo più inconsci.

«Ti capisco al volo quando scatta dentro di me la stessa cosa che è scattata dentro di te, mentre mi dicevi quelle parole. Ti capisco perché abbiamo un sentire comune. Magari tu non ti sei espresso perfettamente in ogni parte del discorso, però la sostanza l’ho capita, il succo di quello che volevi dire l’ho digerito».

«Posso sopportare le imperfezioni della lingua quando ciò che mi dici lo dici col cuore, cioè con sincero calore umano. Se ti esprimi così, il tuo linguaggio è molto più ricco di quello che a prima vista appaia».

«Infatti se è un linguaggio vero, se i suoi contenuti trovano conferma nella realtà, se riesco a sentirli come miei, mi diventano preziosi anche a distanza di mesi, di anni, di secoli…».

«Mi piace ritornare sopra le tue parole, per cercare di scoprire qualche altro tesoro nascosto. Di tanto in tanto ho bisogno di rileggerti, di ripensare a quello che mi avevi scritto, proprio perché in quel momento forse non avevo capito tutto, forse qualcosa mi era sfuggito».

Così mi scriveva mia moglie quand’era fidanzata e geograficamente lontana da me. Quando parte dal cuore, il linguaggio è di una ricchezza sconfinata, proprio perché linguaggio vuol dire «espressione di sé», in tutte le forme e i modi, di cui le parole, orali e scritte, non sono necessariamente l’aspetto più significativo. Toccarsi con una mano, guardarsi in un certo modo, aiutare qualcuno nel momento del bisogno, sacrificarsi per lui… sono forme di linguaggio molto più eloquenti di tante parole.

Sotto questo aspetto, proprio perché è in gioco il «sé» di un soggetto umano, non ha senso sostenere la necessità di raccontare i fatti esattamente come sono accaduti. Tutti gli eventi vengono raccontati in maniera soggettiva. Sta nell’ascoltatore cercare di capire quando e quanto il racconto può apparire verosimile o falsato.

Mentre si formano le dittature, milioni di persone ritengono vere parole false. E quand’esse sono finite, per tornare a comprendersi bisogna vedere quanto si è disposti a dimenticare o a perdonare.

*

Non solo non esiste alcuna proposizione di senso compiuto, definito e definitivo, ma neppure alcuna parola che non possa essere interpretata in maniere diverse, persino opposte. Tutti i significati sono convenzionali, cioè dipendenti da un contesto spazio-temporale, accettati per abitudine, per consenso sociale o intellettuale. Questo non solo perché ogni parola, ogni espressione, può avere significati letterali diversi a seconda delle culture e dei contesti di riferimento, ma anche perché tutto può avere un significato letterale e metaforico, cioè scientifico e simbolico, materiale e immateriale, reale e formale. Questi significati possono essere diversi a seconda dei momenti ma anche nello stesso momento. Ecco perché la comunicazione orale, che presume quanto meno due soggetti, un io e un tu, è molto più importante di qualunque altra forma di comunicazione. È nel mentre si parla che si può sperare d’essere compresi, persino anche meglio di quanto si riesca a dire.

In genere non ci si chiede se una parola o una frase possa avere più significati, semplicemente perché siamo abituati a dargliene uno solo, sia per comodità pratica che per pigrizia. Non amiamo ragionare troppo sulle parole perché temiamo di perdere tempo, di non poter prendere decisioni al momento opportuno.

Tuttavia è abbastanza sciocco pensare che nel linguaggio umano, che è cosa incredibilmente complessa, in quanto dipendente dalla libertà di coscienza (e non solo dalla facoltà tecnica di esprimersi), possa esserci qualcosa di univoco, come se fossimo dei computer o degli animali. Prendiamo ad esempio questo item formulato in un test di storia: «Chi accusò Nerone dell’incendio di Roma?». Risposta: «I cristiani». Ma la domanda poteva essere interpretata diversamente: «Da chi fu accusato Nerone dell’incendio che aveva provocato?». Cioè «Chi accusò Nerone?» e non «Nerone chi accusò?». E questa è una domanda molto semplice: l’ambiguità stava soltanto nell’individuare il soggetto che compie l’azione.

*

Facciamo un altro esempio. Dare una definizione di «cultura» – come fece l’antropologo Edward Burnett Tylor – in riferimento anche a popolazioni che non sono abituate a dare delle definizioni astratte con cui identificare se stesse, non ha senso.

Se si dà una definizione molto generica di cultura, in grado di includere anche le culture lontane da quelle occidentali, si dà una definizione del tutto inutile, cadendo negli stessi limiti della filosofia.

Bisognerebbe in realtà disabituarsi dal dare definizioni. Ci si dovrebbe limitare a constatare i fatti, guardandoli dal punto di vista di chi è costretto a subire definizioni altrui (ciò a causa del globalismo che l’occidente vuole imporre al mondo intero).

L’antropologia è nata in occidente come scienza che doveva servire per assimilare meglio le culture primitive o non borghesi. Ma oggi non può fingere di non sapere che la cultura occidentale tende a inglobare tutte le altre culture del pianeta, imponendo le proprie definizioni di cultura e di qualunque altra parola.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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