La democrazia reale dei dialetti

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I

Con fare diplomatico gli odierni linguisti ritengono che lingua e dialetti siano diversi semplicemente perché la prima è nazionale, mentre i secondi restano locali. Dicendo così, pongono però una precisa gerarchia di valore, in cui all’ultimo posto si troverà il dialetto meno diffuso. Se dicessero che la differenza sta proprio nel merito, e cioè che l’italiano è infinitamente superiore a ogni dialetto, farebbero prima. Ma non possono farlo, perché nella seconda metà del Novecento (l’inversione di tendenza, in verità, la si nota già ai primi del Novecento) tanti poeti dialettali si sono imposti a livello nazionale e le loro poesie son finite nelle antologie di poesie in lingua e alcune persino nei manuali scolastici.

Sarebbe meglio invece dire che la lingua nazionale è quel dialetto che una certa classe politica dirigente ha voluto culturalmente imporre su tutti gli altri dialetti, i quali sono scomparsi (o quasi) non perché hanno accettato spontaneamente di lasciarsi assimilare da quello che poi è divenuto lingua nazionale, ma perché non avevano la forza sufficiente per resistere alle varie forme d’invadenza e di prevaricazione (scuola, mass-media, servizio militare, emigrazione di massa verso i centri urbani o industriali, ecc.).1

È dunque evidente che, da parte di chi vuole imporre un dialetto su tutti gli altri, quanto più quest’ultimi sono territorialmente diffusi, tanto più vengono visti come un problema, non come una risorsa, un limite da superare al più presto, non una ricchezza da valorizzare. Al massimo – viene detto – si possono conservare singole espressioni gergali, da utilizzarsi in chiave folcloristica, oppure determinate forme di pronuncia. La varietà degli usi e dei costumi e quindi dei linguaggi è sempre stata considerata dagli Stati centralisti come un ostacolo da rimuovere. Lo stesso folclore viene spesso visto con un atteggiamento di superiorità particolarmente indisponente, come se si trattassero di tradizioni obsolete, da compatire per l’ignoranza di chi ancora vi crede. E non a caso nei confronti dei tanti dialetti s’è usata la parola “provincialismo”, che viene equiparata a “ruralismo”, “autoconsumo”, “autonomia locale”, “ignoranza atavica”… tutte parole che non possono essere tollerate da Stati centralizzati, da mercati unici, da culture uniformanti… La stessa parola “dialetto”, che in greco voleva semplicemente dire “modo di parlare”, viene sempre usata in modo spregiativo, in opposizione a “lingua”.

La formazione della lingua italiana è andata di pari passo con la realizzazione dell’unità nazionale, benché ci sia voluto oltre mezzo millennio perché il dialetto di Dante, Petrarca e Boccaccio, grazie alla forza dello Stato, venisse reso obbligatorio su tutta la penisola. Prima del 1861 il fiorentino veniva semplicemente ammirato dagli intellettuali, i quali, dopo aver scritto le loro opere nelle loro lingue madri, eventualmente le riscrivevano secondo le regole e il lessico di quel tipo di parlata.

D’altra parte è molto difficile trovare una lingua con pretese “nazionali” che non sia supportata da uno Stato “nazionale”, a meno che lo Stato non sia nato in maniera federale, riconoscendo ampia autonomia, anche linguistica, alle realtà locali (come p.es. in Svizzera, dove molti cantoni sono plurilingui). La regola vuole che il carattere forzoso d’uno Stato nazionale si manifesti anche nel carattere innaturale di un’unica lingua nazionale, che peraltro s’impone più come fenomeno politico-amministrativo che non culturale, anche se, per far digerire l’idea alla totalità degli abitanti, si tende sempre a usare un dialetto raffinato, colto, molto elaborato sia nella forma che nei contenuti (com’è appunto accaduto in Italia scegliendo il fiorentino).

Il fatto che le vicende siano andate in una determinata maniera, come se dovessero essere definitive, incontrovertibili, non significa ch’esse si siano svolte nella maniera migliore, quella più democratica. Chiunque infatti può constatare (visto che i dialetti esistono ancora) che è nella natura delle cose che ogni singolo dialetto venga parlato in un’area geografica piuttosto circoscritta, e che, anche quando esiste un dialetto comune in un’area piuttosto estesa, permangono sempre delle diversità espressive (soprattutto lessicali) tra una località e l’altra, di cui, peraltro, nessuno si preoccupa. Anzi, in genere la diversità lessicale (o anche solo di pronuncia nei confronti di parole identiche) viene avvertita con un certo orgoglio, come un simbolo di fiera appartenenza a un territorio specifico.

Dunque, se la democrazia formale è garantita da un’unica lingua nazionale, la democrazia reale è garantita dalla presenza di tanti dialetti tra loro paritetici. Quando l’impero romano è crollato, è venuto istintivo sostituire il latino con le parlate locali: era finalmente terminata un’egemonia insopportabile, anche se la chiesa romana volle conservarla tenacemente almeno nella forma scritta, continuando a discriminare il popolo che parlava soltanto volgare dai letterati che dovevano conoscere il latino scritto.

È altresì evidente che se si accetta il presupposto che tanti dialetti costituiscono una ricchezza culturale, non è possibile sostenere che la lingua scritta debba essere considerata superiore a quella orale. Se in una determinata porzione di territorio (che necessariamente non può essere molto vasta) tutti i suoi abitanti si capiscono quando parlano un certo dialetto, non può certo essere la scrittura a tenerli uniti (anche perché generalmente i dialetti sono soltanto lingue orali): essi sono già uniti e la scrittura, di per sé, non aggiunge nulla. Anzi, in genere la scrittura è vista con sospetto, come una forma di discriminazione tra chi ha studiato e chi no. Pertanto una qualunque valorizzazione dei dialetti deve comportare di necessità la fine del primato della scrittura sull’oralità.

Se si vogliono realizzare dei contratti, andrebbe considerata sufficiente la presenza di un testimone riconosciuto da entrambe le parti. Bisogna smetterla di considerare la scrittura la forma espressiva più significativa di un popolo. Essa è solo una forma comunicativa in mezzo a tante altre, proprio perché con la parola “linguaggio” va intesa qualunque forma espressiva.

Se una popolazione locale fosse consapevole di ciò e non vedesse quella confinante come un potenziale nemico, nel caso in cui i propri territori venissero occupati da un paese straniero, entrambe cercherebbero subito di coalizzarsi per cacciare l’invasore e per difendere tradizioni locali del tutto diverse. Ma è evidente che se una popolazione locale deve, per qualche ragione, temere un’altra popolazione locale confinante, qualunque coalizione contro un nemico comune sarà sempre molto debole, difficile da realizzare o comunque da conservare. Se non si fa nulla per superare i motivi che portano a inimicizie locali, la sconfitta, di fronte a un nemico esterno, è sempre inevitabile.

Gli storici, in genere, sostengono che l’Italia, divisa in tanti Principati e Signorie, non poteva essere in grado di affrontare le grandi monarchie nazionali intenzionate a occuparla. Questo non è esatto. Non era tanto la divisione in territori locali a rendere debole la penisola, quanto piuttosto il fatto che ogni Signoria si considerava nemica dell’altra e ogni Principato voleva espandersi a spese di quello limitrofo. È evidente che, in queste condizioni, nessuna efficace coalizione era possibile contro un nemico comune. Ogni realtà locale, presa separatamente, era indotta a intavolare trattative segrete col nemico, nella speranza, quasi sempre illusoria, di poter beneficiare di un trattamento di favore.

Questo cosa vuol dire? Che il destino dei popoli è quello di non poter comunicare tra loro solo perché parlano lingue differenti? Nient’affatto. La soluzione migliore sarebbe quella di lasciare a chiunque la libertà d’apprendere tutte le lingue che vuole, sulla base di motivazioni che devono risultare insindacabili. Più si ha la percezione dell’infinità delle lingue e più si ha la convinzione dell’infinità del genere umano, della sua incredibile varietà espressiva e comunicativa.

Non va considerato come un imperativo categorico il fatto di doversi capire con popolazioni diverse dalla propria: ciò va lasciato alla libera iniziativa dei soggetti, che possono lasciarsi muovere anche dalla semplice curiosità. Generalmente una popolazione comunica con un’altra utilizzando degli interpreti. Si possono anche stabilire dei codici e simboli comuni, ma sempre sulla base di patti o convenzioni accettati liberamente da chi li vuole sottoscrivere.

II

In Italia uno dei maggiori responsabili della distruzione dei dialetti è stato Alessandro Manzoni, seguace di Pietro Bembo, esistito tre secoli prima di lui. Non dimentichiamo che nel 1861, su 25 milioni di italiani, ben 24 milioni parlavano solo dei dialetti e solo 600 mila anche l’italiano. Fu proprio il Manzoni a imporre l’italiano (cioè la parlata e la scrittura fiorentina) come lingua nazionale, il cui modello letterario per antonomasia doveva essere il romanzo I promessi sposi, che pur nella versione originaria (Fermo e Lucia) era stato scritto sotto l’influenza della parlata milanese e che negli anni 1840-42 egli riscrisse, andando a vivere a Firenze, secondo il dialetto toscano (un po’ come aveva fatto l’Ariosto con l’Orlando furioso, guarda caso influenzato proprio dal Bembo).

L’allora ministro della Pubblica Istruzione, Emilio Broglio, aveva identificato programmaticamente l’educazione alla lingua italiana con l’insegnamento della lingua fiorentina, chiedendo appunto a una commissione, cui partecipò lo stesso Manzoni (il maggior letterato dell’epoca), di cercare tutti i mezzi e modi per realizzare tale obiettivo. E così nel 1868 Manzoni fu incaricato di far parte della Giunta che doveva compilare il Novo Vocabolario della Lingua italiana secondo l’uso di Firenze.

Fra i mezzi e metodi che si usarono, sottoscritti dallo stesso Manzoni, oltre che da Ruggero Bonghi e Giulio Carcano, vi furono:

  • gli insegnanti della scuola primaria di tutte le province dovevano essere preferibilmente toscani o educati in Toscana e comunque assolutamente toscani i docenti delle cattedre di lingua nelle scuole superiori;
  • sussidi gratuiti in lingua italiana offerti dallo Stato a quei Comuni che avessero avuto maestri nati o educati in Toscana;
  • gli insegnanti toscani, nel corso dell’anno, dovevano tenere conferenze agli insegnanti delle scuole primarie delle altre province, al fine di spiegare loro quali parole, nella lettura dei classici, andavano considerate obsolete, e quali invece, nella lettura dei libri moderni, andavano considerate degli inutili neologismi;
  • esperti di lingua italiana avrebbero dovuto rivedere qualunque iscrizione o insegna esposta pubblicamente, nonché tutte le informazioni che gli uffici regi o comunali dovevano quotidianamente dare ai giornalisti;
  • si dovevano offrire dei premi agli studenti migliori delle Magistrali, affinché passassero un anno a Firenze per far pratica nelle scuole primarie, imparando a diventare insegnanti;
  • andava ridefinita tutta la nomenclatura nei settori scientifici più noti al pubblico (p.es. storia naturale, meccanica, metallurgia…);
  • il Nuovo Vocabolario doveva essere inviato a tutte le scuole governative, in una quantità rapportata al numero degli alunni, e si doveva prevedere anche un’edizione economica per quelle famiglie che avrebbero voluto acquistarlo privatamente;
  • per le scuole elementari e tecniche si dovevano prevedere anche dei piccoli vocabolari d’arti e mestieri, non privi d’illustrazioni;
  • ovviamente nelle campagne la lingua doveva essere affrontata grazie soprattutto alla scuola.2

I linguisti Isaia Ascoli e Francesco D’Ovidio si opposero a questo imperialismo culturale (in cui, peraltro, non si faceva neppure distinzione tra i dialetti e i sotto-dialetti, cioè quelle lingue vernacolari parlate in zone geografiche molto ristrette), ma non vennero ascoltati. Giustamente deridevano il Manzoni quando diceva che l’italiano doveva modellarsi sull’uso vivo e attuale della lingua fiorentina, proprio perché, anche se aveva reso il fiorentino di Dante, Petrarca e Boccaccio molto più moderno, i personaggi del suo famoso romanzo non parlavano affatto come i fiorentini, ma come un libro aperto.

Si riuscì persino a far diventare Firenze capitale d’Italia, proprio per far capire che la questione della lingua solo da qui poteva essere risolta. Non solo tutti gli italiani avrebbero avuto un’unica lingua ufficiale, ma essi avrebbero fatto dell’italiano una lingua parlata in tutta la penisola, facendola uscire dal suo ristretto perimetro di lingua parlata e scritta da pochi intellettuali.

L’imposizione nazionale dell’italiano fu un’operazione voluta dalla borghesia industriale del nord Italia e dagli intellettuali di tendenza borghese, presenti nei centri urbani più significativi della penisola: per loro doveva essere una missione civilizzatrice nazionale. In realtà fu un duro scontro epocale tra un’unica lingua artificiosa, in quanto imposta dall’alto, e i tanti dialetti concreti, maturati dal basso, la maggior parte dei quali era già strutturata come una vera e propria lingua, per nulla inferiore al fiorentino. Cosa, peraltro, che aveva già capito Dante Alighieri, nel suo De vulgari eloquentia, ove aveva sostenuto la tesi (che guarda caso non fu condivisa dal Manzoni) secondo cui in Italia non esisteva alcuna lingua che potesse vantare una netta superiorità sulle altre, sicché solo da un confronto costante tra tutte le lingue locali sarebbe potuta emergere una lingua nazionale. In pratica, secondo lui la differenza tra il fiorentino e le altre lingue stava soltanto nella tradizione letteraria, cioè nella scrittura.

La prova generale dell’efficacia di questa tesi dantesca fu fatta nella Roma preunitaria, dove, a partire dai primi decenni del Cinquecento, si cercò di trasformare il dialetto romano in una lingua vicina a quella toscana, permettendo così ai frequentatori della città, che non potevano fare a meno di avere rapporti con la curia pontificia, di comprendersi agevolmente, durante la loro permanenza nella città, senza dover usare il latino né imparare il romanesco. Nessuno veniva costretto a dimenticare la propria lingua materna.

Viceversa nelle scuole elementari post-unitarie i pochi che riuscivano a frequentarle non apprendevano tanto facilmente la lingua italiana, per la semplice ragione che gli insegnanti, per farsi comprendere, parlavano in dialetto, specie nelle zone più periferiche o comunque erano molto indulgenti nei confronti degli alunni che lo facevano, per non rischiare, demotivandoli, che smettessero di frequentare la scuola.

Soltanto nella scuola superiore l’italiano cominciava veramente ad essere insegnato, in maniera tale però che la lingua appresa non serviva tanto per le necessità pratiche della comunicazione, che si basavano ancora prevalentemente sul dialetto, quanto piuttosto per imparare un italiano letterario, costruito sul modello dei grandi scrittori toscani del Trecento, veri mostri sacri della letteratura di tutti i tempi, i quali però avevano iniziato a scrivere in volgare proprio per opporsi all’egemonia ecclesiastica del latino.

Curiosamente tuttavia la borghesia al potere, essendo ancora politicamente molto debole, proprio nel momento in cui combatteva (seppur accanitamente solo a partire dal fascismo) i dialetti appartenenti alla grande famiglia delle lingue italiane (quasi tutte derivate dal latino o comunque influenzate da questa lingua), tutelava invece le lingue poste al di fuori di tale famiglia, come una sorta di animale in via di estinzione, che sicuramente non avrebbe potuto impensierire la diffusione della lingua italiana. L’elenco di queste lingue merita d’essere riportato per la sua significatività:

  • le franco-provenzali nelle Alpi piemontesi, in Val d’Aosta e in due Comuni della provincia di Foggia;
  • le occitanico-provenzali in alcune zone della provincia di Torino, di Cuneo e di Cosenza;
  • le tedesche in Alto Adige, in Val Canale (Friuli) e in altri centri delle Alpi orientali;
  • le slovene nelle Alpi Giulie (province di Udine, Trieste e Gorizia);
  • le serbo-croate nel Molise;
  • le albanesi nella Dalmazia italiana, in Sicilia e in vari Comuni del Mezzogiorno;
  • le grecaniche nella provincia di Reggio Calabria e di Reggio;
  • le catalane nella città di Alghero in Sardegna;
  • la ladina nel Friuli e in alcune valli dolomitiche.

Le lingue di queste minoranze linguistiche venivano definite, non senza un certo razzismo culturale, “dialetti stranieri” (alloglotte, dal greco allos=altro e glotta=lingua), pur essendo parlate da secoli nelle stesse regioni ove tutte le altre lingue lo Stato borghese le definiva “dialetti italiani”. Come se tra il lombardo e il sardo vi fossero meno differenze linguistiche che tra il dialetto piemontese e il provenzale! Paradossalmente veniva considerata minoranza linguistica straniera anche la lingua ladina, chiaramente derivata dal latino.

III

I dialetti italiani son tutti o di origine latina o influenzati notevolmente dal latino, salvo quelli di origine greca o slava. Anche quelli di origine gallo-celtica (come il dialetto romagnolo) han dovuto mescolarsi col latino. Il fiorentino è sempre stato considerato, fino a quando non divenne la lingua nazionale, come un dialetto tra tanti.

È stata semplicemente un’operazione intellettualistica e di politica culturale egemonica quella che i Savoia (la cui lingua originaria, peraltro, era il francese e che al massimo parlavano il dialetto piemontese) hanno imposto alla neonata nazione, scegliendo d’ufficio il dialetto fiorentino come lingua “italiana” ed escludendo quindi dalla possibilità d’influire in qualche modo su questa lingua, tutte le altre “lingue”, siano esse autoctone o allogene (mettiamo virgolettata questa parola poiché i dialetti, in genere, avendo una struttura grammaticale ben definita, son delle vere e proprie lingue e sarebbe stata una gran cosa se in tutte le scuole se ne fosse appresa anche la scrittura, compiendo un lavoro comparativo tra le varie grammatiche dialettali).

Quando crollò l’impero romano, i volgari che si formarono non costituivano solo le tante varianti del latino che da tempo si parlavano, ma erano anche dei volgari mescolati alle parlate pre-latine, che avevano fatto resistenza all’egemonia romana e che ad un certo punto, seppur in forme alquanto modificate, riuscirono a riemergere.

Entrate nell’impero in rovina, le tribù barbariche, prevalentemente germaniche, incontrarono sia un latino scritto che tanti volgari parlati. Siccome i barbari non avevano una lingua scritta, da un lato finirono coll’accettare il latino e dall’altro fusero, spontaneamente, le loro parlate con quelle che incontrarono, e fu così che nacquero le cosiddette “lingue romanze”, cioè le lingue romano-barbariche. Avrebbero tranquillamente potuto imporre le loro lingue, ma non lo fecero, anzi accettarono che la chiesa imponesse loro il latino scritto.

Quando noi oggi parliamo di “lingue romanze”, intendiamo la lingua italiana, francese, spagnola, portoghese ecc., ma tutte queste lingue s’imposero, nei rispettivi territori, soltanto a partire dall’unificazione nazionale dei loro Stati, che avvenne grazie soprattutto alla borghesia. In realtà le lingue romano-barbariche non erano affatto identiche a quelle che oggi, in maniera codificata, chiamiamo “lingue romanze” o “neo-latine”. Infatti, con l’arrivo dei barbari si formarono, in maniera del tutto naturale, una miriade di lingue parlate che in comune, al massimo, potevano avere solo la lingua scritta, cioè il latino, lingua della precisione scientifica e giuridica (mentre per quella filosofica e teologica era il greco). La forma scritta di questi nuovi volgari emerse solo quando la borghesia, già affermatasi economicamente, politicamente sosteneva la monarchia.

Il latino era una lingua scritta così fortemente elaborata che nessuna popolazione barbarica, almeno sino allo sviluppo della borghesia europea (intorno al Mille), si sognò mai di creare una diversa lingua scritta. L’unica lingua superiore al latino, per ammissione degli stessi Romani, era il greco, che infatti, nel corso dell’impero, fu adottato come seconda lingua.

Caduto l’impero, il latino rimase sempre patrimonio della chiesa e degli intellettuali, che lo usavano anche quando scrivevano contro la stessa chiesa. Viceversa lo sviluppo del volgare scritto fu un’operazione tipicamente borghese, cioè di quella classe che, divenuta economicamente molto forte, non aveva più bisogno di usare il latino per opporsi alla chiesa. La scelta di fare del fiorentino una lingua volgare nazionale fu tipicamente borghese e intellettuale, oltre che ovviamente politica. La borghesia voleva in sostanza sostituirsi alla chiesa nella sua funzione egemonica culturale.

Se non ci fosse stata la volontà borghese di creare un unico mercato nazionale, non ci sarebbe mai stata una lingua nazionale dominante su tutte le altre. Al massimo avrebbe potuto crearsi, spontaneamente, una lingua nazionale (una sorta di lingua veicolare sufficiente per intendersi) a fianco delle tante parlate locali.

L’italiano quindi per sua natura (ma questo vale anche per il francese, lo spagnolo, il tedesco…) è una lingua con pretese egemoniche, analoghe a quelle del latino, del greco, dello spagnolo (castigliano), del portoghese, del russo, dell’inglese (oggi dell’anglo-americano), del cinese mandarino ecc. Tutte queste lingue hanno caratteristiche comuni: sono ideologicamente colonialiste e imperialiste, ovvero scioviniste, razziste e nazionalistiche. Riconoscere questi limiti oggi è condizione preliminare per qualunque discorso di tipo linguistico, nel senso che non bastano dichiarazioni d’intenti a tutela delle minoranze linguistiche. Finché si continua a parlare di “maggioranza” (al singolare) e di “minoranze” (al plurale), è evidente che la tolleranza sarà soltanto formale, di facciata e che alle minoranze non verrà mai riconosciuta una vera autonomia.

Per parlare di “democrazia reale dei dialetti”, quanto meno i poteri politici dovrebbero fare ammenda per i tanti genocidi culturali compiuti, assicurando delle forme concrete di risarcimento. Negli Stati Uniti, prima che arrivassero i colonizzatori europei, si parlavano almeno 500 diverse lingue e tuttavia ancora oggi gli indiani vivono nelle riserve.

IV

Che i dialetti locali o regionali siano in Italia delle realtà culturali molto sentite, è dimostrato anche dal fatto che, a distanza di oltre un secolo e mezzo dall’unificazione, non sono affatto scomparsi. Anzi, in molti luoghi della penisola permangono come parlata locale anche tra le giovani generazioni, quando addirittura non si tenta di metterli per iscritto, come fanno tanti intellettuali che si dedicano alla poesia o al teatro.

Questi intellettuali, che evidentemente avevano iniziato ad apprendere il dialetto come lingua materna, per poterlo scrivere hanno dovuto compiere accurati studi autonomi, consultando grammatiche e dizionari. Alcuni di loro hanno riscosso fama nazionale, soprattutto nella poesia.

Oggi scrivere in dialetto può essere un’operazione nostalgica o intellettualistica, destinata a restare un fenomeno isolato, di nicchia. Tuttavia, molto dipende da come questa operazione viene recepita da chi il dialetto ancora lo parla o almeno lo capisce: è solo questa massa di persone popolari, non intellettuali, che può decidere il destino del dialetto in un determinato contesto locale.

Forse il genere letterario che con maggior fortuna riesce a far presa sulle persone non è tanto la poesia quanto piuttosto la commedia teatrale, che quando viene recitata in dialetto è sempre ironica e comica; lo è molto di più anche nel caso in cui le stesse battute vengono dette in italiano. Questo perché il dialetto ha dei suoni, dei ritmi, dei giochi linguistici, delle espressioni idiomatiche assolutamente uniche e irripetibili, che nessuna lingua al mondo potrebbe tradurre altrettanto efficacemente, a meno che non si trattasse non di una traduzione ma di un’integrale riscrittura, come è avvenuto nel caso del poeta romagnolo Walter Galli, con gli epigrammi di Marziale, allorché i critici si chiedevano quali fossero gli originali!

Quando taluni linguisti si sforzano di classificare tutti i nostri dialetti nazionali in tre gruppi fondamentali (settentrionali, centrali e meridionali), nella speranza di far credere che si possa trovare qualcosa di comune all’interno di ogni singolo gruppo, perdono il loro tempo. Partono dal presupposto che questi dialetti son quasi tutti delle lingue neolatine e dunque lingue italiane, per cui – secondo loro – quando si è deciso di sceglierne uno solo, per farlo diventare lingua nazionale, tutti gli altri non avrebbero dovuto sentirlo come un’imposizione, essendovi appunto delle radici linguistiche comuni. Le tante somiglianze – si sostiene ancora oggi – sono infinitamente superiori alle diversità.

In realtà quando tali somiglianze interdialettali (all’interno dei singoli gruppi linguistici) emergono chiaramente, in genere sono di così scarsa rilevanza che non varrebbe neppure la pena parlarne. P.es. è così importante sapere che nei dialetti settentrionali si preferisce usare il passato prossimo invece, come in quelli meridionali, il passato remoto? o che si premetta l’articolo ai nomi propri di persona? A che serve sapere queste cose quando i milanesi non sono neppure in grado di capire i bergamaschi? Possibile che sia così difficile comprendere che l’apprendimento di “lingue altre dalla propria” va lasciato alla libera iniziativa dei cittadini, sulla base di uno scambio comunicativo paritetico? e che il plurilinguismo è l’espressione più eloquente dell’infinita ricchezza comunicativa della specie umana?

Il dialetto dà alle cose quella patina di storicità e di veridicità che non guasta mai, e chi considera questo un cedimento a spinte provinciali e localistiche, dovrebbe piuttosto chiedersi s’egli possiede un’identità con determinate radici territoriali o se invece vive come un nomade sradicato. Questo a prescindere dal fatto che l’uso del dialetto oggi non può più fare riferimento a quella civiltà contadina e artigianale che s’è voluta superare. Al massimo, cioè nel migliore dei casi, oggi è possibile recuperare lo “spirito” delle tradizioni d’un territorio, non necessariamente esprimibile nel suo linguaggio originario.

Non pochi studiosi sono convinti che, fatta l’unificazione, si scelse il fiorentino scritto non solo perché aveva fatto nascere i tre mostri sacri del Medioevo, ma anche perché era – tra tutti i dialetti italiani – il più fedele erede del latino, sicché in sostanza non si fece altro che cercare un suo sostituto, avente pari funzione egemonica. Chissà perché agli intellettuali appare del tutto naturale che in un’Italia dai mille dialetti debba esistere una lingua dominante… La cosa strana è che prima dell’unificazione nessuno aveva pensato di attribuire la stessa dominanza nazionale al romanesco, che s’era formato nella città più latina del mondo e che praticamente tutti i meridionali, anche se non lo parlavano, erano in grado di capire. Si è voluto guardare al prodotto intellettuale, letterario, dei tre grandi scrittori: si pensò che questo sarebbe stato sufficiente per poter prendere una decisione dalle conseguenze epocali, quando probabilmente su questa decisione avrebbero dissentito gli stessi Dante, Petrarca e Boccaccio, non certo abituati a considerare la loro Signoria borghese superiore a qualunque altra della penisola.

I dialetti hanno cercato di resistere all’invadenza dell’italiano come meglio hanno potuto, ma senza molto successo. Di fronte al diffondersi della scuola, dei mass-media, dell’urbanizzazione… i dialetti hanno potuto opporre solo la longevità della popolazione, l’antistatalismo congenito, l’attaccamento tenace alle tradizioni rurali o paesane… Nella seconda metà del Novecento i poeti dialettali han cercato anche di porsi in concorrenza coi poeti in lingua, conseguendo risultati spesso notevoli.

In compenso l’italiano che si parla oggi non è affatto basato sul fiorentino, ma su una pronuncia abbastanza piatta, senza inflessioni, su un lessico formale, burocratico, simile al parlare di un robot. Probabilmente si è finiti col parlare una lingua del tutto avulsa da qualunque contesto locale perché, sapendo di avere a che fare con una miriade di dialetti, si temeva di apparire di parte, di fare dei favoritismi. E così l’italiano è nato come lingua diplomatica, senza cadenze, frutto di un assurdo, perché astratto, compromesso. Solo lo scritto doveva basarsi sullo stile del fiorentino, come se tutti gli italiani dovessero sentirsi toscani.

Il parlato standard era diventato quello dello speaker del telegiornale, che doveva aver seguito corsi di dizione, al fine di eliminare dalla propria parlata originaria qualunque aspetto di derivazione dialettale: il suo compito era quello di spersonalizzarsi al massimo, soprattutto nella fonetica. Invece nelle realtà locali e regionali l’italiano veniva parlato a seconda delle cadenze, dei toni, delle espressioni, dei modi di dire e persino dei vocaboli che risentivano nettamente di determinate origini dialettali, tant’è che ancora oggi riconosciamo subito, quando uno parla in italiano, da quale regione provenga.

Col passare del tempo l’italiano standard ha cercato, per quieto vivere, di far confluire verso di sé elementi dialettali regionali già italianizzati (per macroaree), di cui non sempre riusciamo a individuare la loro origine dialettale locale. Si pensi p.es. al recente uso nazionale di un avverbio, da tempo noto nelle parlate settentrionali, come “piuttosto”, che invece di “escludere” (come nell’italiano classico) una cosa da un’altra, indica una successione di cose o azioni ugualmente preferite. Nelle parlate italiane regionali vi sono differenze fonetiche e a volte anche sintattiche e lessicali che non impediscono più la loro comprensione a livello nazionale. Il parlato ha cercato di far valere nei confronti dello scritto la propria originalità, ma più di questo non è consentito fare.

Meritano invece d’essere ricordati gli scrittori che hanno voluto conferire dignità letteraria ai loro dialetti, anche se nei manuali di letteratura italiana i loro nomi non appaiono quasi mai, essendo considerati più “stranieri” degli stessi scrittori non nazionali, a meno che non vengano inseriti come pura curiosità estetica. Nella prima metà dell’Ottocento Carlo Porta e Giuseppe G. Belli; nella prima metà del Novecento Salvatore di Giacomo, Virgilio Giotti, Delio Tessa, Trilussa, Nino Martoglio, Eugenia Martinet, Giacomo Noventa, Gino Piva, Pinin Pacòt; nella seconda metà del Novecento Biagio Marin, Carlo E. Gadda, Andrea Zanzotto, Franco Loj, Albino Pierro, il Pasolini di Casarsa, Franco Scataglini e i tanti poeti dialettali della Romagna (T. Guerra, W. Galli3, R. Baldini, T. Baldassari, G. Fucci ecc.). Là dove la letteratura è stata abbastanza forte, era inevitabile la concorrenza col toscano come lingua della cultura nazionale.

Tuttavia oggi, anche in seguito ai grandi fenomeni migratori, è diventato molto difficile nelle grandi città conservare il proprio dialetto: si fa addirittura fatica a conservare il proprio italiano, in quanto la presenza degli stranieri nelle scuole ha reso l’insegnamento di questa lingua molto più difficoltoso, soggetto a semplificazioni e a continui confronti linguistici con lingue che provengono da tutto il mondo e che, se conservate, mostrano d’avere pretese tutt’altro che modeste, essendo strutturate in maniera non meno complessa della nostra.

Con la morte per asfissia dei dialetti abbiamo perso un’enorme cultura popolare, che però, cacciata dalla porta, ci si sta rientrando dalla finestra proprio grazie all’apporto degli stranieri. E chissà che col tempo non si riesca a far valere una sorta di sinergia (anche plurilinguistica) tra vecchie e nuove sofferenze, tra emarginazioni autoctone e straniere, al fine di trovare una soluzione efficace alla povertà che si sta mondializzando.

V

Forse i primi critici letterari ad accorgersi che la fine dei dialetti aveva comportato un incredibile impoverimento della stessa lingua italiana sono stati Pasolini, Contini e De Mauro.

In effetti la lingua italiana, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, s’è parecchio standardizzata, divenendo sempre più uguale a se stessa, priva di espressività e di caratterizzazione.

Gli intellettuali avevano completamente sottovalutato il fatto che i dialetti (non semplicemente i vernacoli), avendo caratteristiche linguistiche analoghe alle parlate considerate vere e proprie “lingue”, avrebbero potuto arricchire continuamente lo stesso italiano, il quale, lasciato a se stesso, ha finito col diventare una lingua piatta, amorfa, insulsa e soprattutto incapace di difendersi dall’invadenza della lingua anglo-americana, che vuole imporsi a livello mondiale.

Quando in Italia sentiamo parlare i politici, gli amministratori, i militari… non sembra d’avere a che fare con delle persone ma con degli “automi”, il cui linguaggio appare come burocratizzato, cioè ingessato. Peraltro il linguaggio comune trasmesso dalla televisione è spesso d’una povertà lessicale spaventosa, proprio perché i dirigenti di questo mezzo comunicativo, avendo il problema di far arrivare la pubblicità che continuamente trasmettono al maggior numero di utenti, si sentono in dovere di esigere un linguaggio ridotto ai minimi termini. Ma anche la cinematografia soffre di questa povertà linguistica, proprio perché ha pretese di diffusione internazionale. Inevitabilmente si va riducendo anche il divario tra parlato e scritto, nel senso che la scrittura va impoverendosi progressivamente.

Il parlato è una sorta di “italiano collettivo”, ricavato più che altro non solo da quell’italiano minimalista che si sente alla televisione, ma anche da gerghi specifici, settoriali e dai tanti influssi stranieri.

Tale impoverimento generale della lingua italiana non dipende soltanto del fatto – come taluni sostengono – che gli italiani hanno perduto il contatto coi testi letterari, ma piuttosto dal fatto che sembra non esistere più alcuna esperienza collettiva autonoma in grado d’interpretare in maniera creativa, intelligente (in senso critico) la realtà, facendo di tale interpretazione l’occasione per un ripensamento semantico, creativo, anche della lingua.

Facciamo un esempio. I testi di Svevo, che pur è considerato un grande, sono sul piano stilistico di una noia mortale. Perché? Perché quando uno vive molto all’estero e apprende una nuova lingua (nel suo caso il tedesco) e poi inizia a scrivere in italiano, inevitabilmente la sua lingua sarà priva di coloriture, appiattita, come è appunto quella di chi non ha contatti con le realtà locali popolari di un determinato territorio. Il suo amico Joyce ha fatto l’operazione inversa: ha scritto in una lingua impossibile per apparire a tutti i costi originale. Due forme letterarie che sul piano stilistico sono state di basso e di alto livello, ma che entrambe non sono uscite dall’intellettualismo borghese di chi non ha radici popolari. Abbiamo forse bisogno di una letteratura di questo genere per migliorare la nostra lingua?

Gli “eroi” che nel passato han voluto scrivere in dialetto, ancora oggi, nei manuali di letteratura italiana, sono quasi del tutto misconosciuti. Quando Pasolini diceva che la poesia dialettale dell’Ottocento aveva una forza satirica e polemica contro la nobiltà e il clero che quella del Novecento se la sognava di notte, non aveva forse ragione?

Il fatto è purtroppo che sembra non essere servita a molto l’idea che taluni grandi letterati hanno avuto, per scrivere i loro testi, di attingere alle loro parlate dialettali originarie. Non hanno avuto grandi imitatori. Probabilmente loro stessi non sono stati capaci di andare oltre una sorta di “dialetto mimetico”, non sapendo come recuperare la vera tipicità dialettale. O forse l’impresa era disperata proprio perché condotta fuori tempo massimo.

A questo punto converrebbe quasi ammettere che i dialetti sono soltanto lingue orali e che non soffrono d’essere messi per iscritto, e che quindi la vera espressione comunicativa popolare non è quella scritta ma solo quella parlata, in cui c’è chi parla e chi ascolta. E chi pensa di poter anteporre la letteratura scritta a questa forma di letteratura orale, è fuori dalla realtà.

Note

1 Forse qui è il caso di far notare che una lingua imposta con la forza subisce minori trasformazioni là dove incontra dei dialetti molto diversi dalla sua parlata: questi dialetti, in genere, vengono spazzati via, come accadde all’etrusco col latino, il quale invece accettò molti influssi dalle lingue galliche della pianura padana e dalle lingue sannitiche del Mezzogiorno.

2 L’istruzione elementare fu resa obbligatoria nel 1877 (Legge Coppino), ma nel 1931 il 20% della popolazione italiana era ancora analfabeta. Praticamente dal 1861 al 1951 un terzo della popolazione aveva abbandonato il dialetto come unico mezzo di comunicazione e un sesto non lo usava più per niente. Nel 1962 divenne obbligatoria la scuola media di I° grado, ma nel 1975 circa un terzo della popolazione non sapeva ancora usare bene la lingua nazionale, la quale in sostanza veniva imparata come una sorta di “lingua straniera”. Nella seconda metà del Novecento si diede comunque il colpo finale al dialetto, già vietatissimo nelle scuole, con la diffusione di massa dei mezzi comunicativi (cinema, radio, giornali e soprattutto televisione), ma anche con una forte emigrazione dal sud verso il nord industrializzato. Oggi, su 60 milioni di italiani si pensa che almeno un terzo sappia ancora parlare un dialetto o comunque sia in grado d’intenderlo.

3 Su questo poeta cesenate rimando alla lettura di Pazìnzia e distèin in Walter Galli, ed. Lulu.

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Di Mikos Tarsis

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