Riflessioni sparse sulla neolingua di Orwell

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La neolingua di Orwell (nell’originale Newspeak, ossia “nuovo parlare”) è una lingua artificiale che il potere impone a tutta la società, di cui George Orwell parla nel suo romanzo 1984. Essa, in un certo senso, è un fenomeno ancora attuale, in quanto serve per uniformare il pensiero. I significati delle parole sono predefiniti e cambiano solo quando lo vuole il potere (che oggi è anche quello mediatico). Quindi il processo va dall’alto al basso.

I gerghi (giovanili, malavitosi, militari ecc.) nascono invece dal basso e lì si fermano, a meno che il fenomeno non sia molto esteso (come p.es. quello della tossicodipendenza): in tal caso il gergo viene alla ribalta e lo si vede usare nei mass-media e, con più difficoltà, nell’insegnamento scolastico, dove però l’italiano scritto domina ancora incontrastato. Chi compila i dizionari della lingua italiana arriva ad accettare taluni vocaboli o espressioni di questi gerghi, ma senza dar loro molto peso, in quanto sono molto soggetti alle mode.

La lingua ufficiale del nostro paese è quella che, grazie ai dizionari della Crusca, ma anche grazie alle scuole e ai mass-media, ha quasi completamente distrutto i tanti bellissimi dialetti che avevamo. In questo senso s’è imposta come una neolingua e chi parla il dialetto lo fa come se fosse un gergo ad uso interno.

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Il pensiero si atrofizza anche se si hanno delle parole per esprimersi. Bisogna vedere quali sono le condizioni dell’espressione, cioè in che senso, in che contesto, con quali finalità usiamo le parole. P.es. le parole che usiamo nei luoghi di lavoro sono sicuramente più standardizzate di quelle che usiamo con partner e amici. Le parole che sentiamo ai telegiornali sono incredibilmente sempre uguali a se stesse. Le parole che sta usando Wikipedia, con la sua mania del “politicamente corretto”, stanno rischiando di diventare vuote, cioè di trovarsi anche nei manuali scolastici, i quali, nelle parole essenziali, son sempre tutti uguali, pur essendoci decine di editori. Non abbiamo nessuno fisicamente che c’impone una neolingua, ma è come se l’avessimo: è la cultura dominante, così piatta, così burocratica, così priva di simbolismo e di poeticità… E noi abbiamo il compito di svecchiarla, di renderla più pregnante, più aderente alla realtà. Ai limiti di renderla più eversiva.

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Sul piano linguistico le parole “padre” e “madre” vogliono dir poco e nulla. Sul piano biologico la differenza esiste soltanto perché in principio era il due e non l’uno, nel senso che tutto esiste in quanto vi è una diversità tra uomo e donna. Sul piano culturale, che è nettamente prevalente sul biologico, tutto invece dipende dal maschilismo imperante nelle civiltà dominate dagli antagonismi sociali. Probabilmente prima della nascita delle civiltà urbanizzate non solo non si faceva differenza (se non appunto sul piano biologico, il che è un nulla) tra padre e madre, ma neppure tra famiglia e comunità, nel senso che i figli venivano allevati-educati da un intero collettivo, tutti i giorni, e non a compartimenti stagni come oggi, dove persone e luoghi, criteri e metodi sono sempre diversi e sui quali è molto difficile incidere: nidi-materne-elementari-medie-superiori-università-lavoro-associazionismo e ovviamente i legami di parentela. Perché questo discorso? Perché noi oggi non abbiamo neanche le parole per dire che la paternità può essere anche femminile e la maternità maschile. Siamo abituati a “dividere” e a “dividerci”, perché così c’impone la cultura razionalistica, e non a unire, come invece c’imporrebbe una cultura olistica simbolica.

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La burocratizzazione del linguaggio è una caratteristica di tutte le società basate sulla dominanza degli Stati e relative istituzioni, che non a caso hanno avuto bisogno d’imporre una lingua unica e nazionale, che tagliasse tutte le lingue dialettali, che oggi al massimo possiamo ascoltare nelle commedie di compagnie dilettantesche, le cui trame sono ambientate negli anni Cinquanta, cioè proprio nel momento della sconvolgente e repentina transizione dal mondo patriarcale-contadino a quello consumistico della famiglia nucleare (che poi è proprio questa drammaticità di mutamenti negli stili di vita a rendere quelle commedie dialettali così esilaranti).

Ma l’operazione omologante (contro cui già tuonava Pasolini) sta subendo uno smacco cocente e imprevisto: coi flussi massicci d’immigrati ora abbiamo nelle nostre città un incredibile melting pot, che ci costringe nelle scuole a rivedere in toto (semplificandolo e comparandolo) l’insegnamento della grammatica e della stessa lingua italiana, irrimediabilmente contaminata da una serie infinita di parole ed espressioni straniere, al punto che cercare di recuperare i dialetti va ormai considerata un’esigenza fuori contesto, fuori tempo massimo. Quel che abbiamo cacciato dalla porta (cioè la diversità, la pluralità delle espressioni linguistiche), sta rientrando, e per fortuna, dalla finestra. La vera neolingua la deve creare la società, spontaneamente, dal basso, semplicemente parlandosi, senza pregiudizi di sorta.

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Il Manzoni è il principale artefice della neolingua che tutti noi siamo costretti a scrivere (anche se per il parlato nazionale si dovranno attendere i discorsi del duce, la filmografia e soprattutto la nascita della televisione). Ancora oggi i Promessi Sposi sono, insieme alla Commedia dantesca, un testo base di tutte le superiori, con grandissimo tedio dei nostri ragazzi, che avvertono molto lontane dalle loro quelle problematiche. S’egli si fosse limitato al Fermo e Lucia i lombardi oggi gli sarebbero infinitamente grati. Invece ha voluto strafare, facendo parlare i suoi protagonisti con un fiorentino intellettuale del tutto astratto (ancorché svecchiato rispetto a quello Trecentesco, ancora dominante a quel tempo e contro cui aveva già polemizzato il Foscolo). Pensava di voler creare qualcosa di utile a livello nazionale e invece aveva tesi più retrive dello stesso Dante, che aveva scritto nel suo De Vulgari di cercare una lingua comune scegliendola dal meglio di tutte e non imponendo d’autorità una su tutte, come invece fece lui da senatore, prono al centralismo sabaudo, spalleggiato dalla Crusca.

In Romagna non c’è un poeta di talento che non scriva in dialetto: lo fanno per scelta, mettendosi a studiarlo assiduamente, perché è lingua davvero complessa. Ma i risultati finali sono straordinari, emotivamente intensi, musicalmente avvincenti. Studiano il dialetto scritto quasi come una lingua straniera, ma la cosa non potrà durare a lungo, proprio a causa dei massicci fenomeni migratori. Quando gli stranieri s’impadroniranno del nostro italiano, sarà impossibile che non mutino il nostro parlato e persino lo scritto. È solo questione di tempo: in fondo sono arrivati da circa un quindicennio e i processi linguistici sono di longue durée.

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La neolingua o è una lingua massificata che elimina le particolarità locali e quindi è una lingua che tende a spersonalizzare, a non far capire la propria provenienza.1 Oppure è una lingua d’élite, di una cerchia ristretta d’intellettuali, quella che in Italia s’è voluta far passare come lingua nazionale, usandola per discriminare chi non la possedeva, e ancora oggi in tutte le scuole la prova scritta d’italiano fa testo su ogni altra prova. Da noi la mediazione tra alto e basso è stata compiuta soprattutto dalla televisione, che però ha uniformato il parlato verso il basso (alla faccia dei fiorentini!), come già aveva capito Pasolini, intuendo che l’italiano non sarebbe stato più di derivazione fiorentina, ma milanese, che è lingua necessitante di una maggiore standardizzazione, essendo espressione del ceto borghese per eccellenza, quello industriale.

Oggi qual è la neolingua, cui tutti dobbiamo adeguarci, che ha sicuramente imbastardito il nostro italiano e che, da quando è nato il web, non s’è più limitata ad essere la lingua commerciale per eccellenza, ma s’è imposta a livello mondiale come lingua veicolare in ogni campo espressivo, senza confronto con nessun’altra lingua? It’s easy!

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Quando scrisse 1984 Orwell aveva in mente lo stalinismo, ma se l’avesse scritto oggi si sarebbe accorto che il Socing è una caratteristica di qualunque Stato, anche democratico: basta vedere quanto “Socing” ci stanno facendo digerire gli americani con la questione di Assad “piccolo chimico”, loro che di uranio impoverito, napalm, fosforo e atomiche ne sanno giusto un tantino di più.

Il Socing è qualcosa di molto più subdolo di quella caricatura descritta da Orwell. Non abbiamo bisogno di una dittatura politica, con le sue veline, per farlo passare: basta la democrazia! Soprattutto quella delegata, quella che si esercita solo al momento del voto, quella che firma cambiali in bianco a dei rappresentanti che fisicamente non vediamo mai e mai possiamo interpellare chiedendo di rendicontare quanto fatto in parlamento.

Non risolveremo mai nessun problema di “Socing”, se prima non ci riappropriamo della nostra legittima autonomia, cioè della nostra cultura locale, delle tradizioni che stanno scomparendo, di una democrazia diretta degli enti locali, da esercitarsi, oggi, grazie all’immigrazione, col contributo di usi e costumi, lingue e tradizioni molte diverse dalle nostre.

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Neolingua forse vuol dire anche questo, nei forum del web, generalmente intesi: dare l’impressione che, pur nell’inevitabile presunzione di conoscere la verità, non si sia disposti a rivedere le proprie posizioni o a confrontarsi alla pari. Che ognuno di noi abbia idee o princìpi è scontato: non deve però esserlo il volerli imporre, tanto meno con un qualsivoglia attacco di tipo personale (che peraltro in questi luoghi virtuali subisce sempre inaspettate enfasi). Ciò tuttavia non toglie l’uso d’una dialettica serrata, né il dovere d’andare al di là di certi toni, specie tra adulti. Dico questo perché anche se si usassero frasi molto semplici, non è detto che si eviterebbe il rischio di “fare socing”: Stalin era un maestro nell’usare argomentazioni elementari per contestare i propri avversari e sappiamo poi com’è finita.

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Se c’è una cosa che in teoria non si dovrebbe fare è proprio quella d’essere dogmatici nei confronti della lingua, come invece lo sono tutte le dittature, siano esse esplicite o mascherate, come in molte democrazie, dove la lingua ufficiale è quella dei mass-media audiovisivi, molto standardizzata, di facile comprensione, simile alla pubblicità (dove le subordinate quasi non esistono, essendo sufficiente soggetto e predicato). In questo gli americani sono degli autentici campioni: son riusciti a fare, attraverso cinema e tv, del loro inglese una lingua facilmente traducibile in qualsiasi altra lingua, proprio perché basata su frasi fatte, luoghi comuni, espressioni molto semplici e dirette (basta vedere i loro serial televisivi, che nei modi espressivi son tutti uguali, pur trattando argomenti molto diversi). Lingue troppo complicate nel lessico, nella sintassi, nella grammatica e anche nella grafia, sono destinate, in un sistema sociale mondiale basato sul profitto, a restare emarginate, cioè utilizzabili in aree geografiche ristrette, per quanto sovraffollate siano, a meno che non vengano imposte con la forza ad aree più estese, diverse da quelle originarie, come facemmo noi col latino o gli ellenici col greco.

Semmai dovremmo chiederci se non esiste già una forma di dogmatismo là dove si cerca di privilegiare la scrittura sull’oralità. È fuor di dubbio infatti che là dove esiste una scrittura consolidatasi nel tempo, i mutamenti linguistici sono più lenti, e quindi paradossalmente diventa anche più facile “fare socing”. A scuola questo è molto evidente: uno studente può essere quello che vuole, ma se non sa scrivere bene, verrà sempre penalizzato. Ancora oggi i docenti d’italiano sono schiavi delle teorie del Bembo, formulate 500 anni fa, e forse non solo loro: basta vedere il primato assoluto che, nei manuali di grammatica, si dà alla sintassi rispetto alla semantica.

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Nel Socing di 1984 non c’era nulla di sicuro sul piano linguistico, in quanto tutto poteva essere modificato in qualunque momento, a seconda delle esigenze del potere dominante. Il web è una realtà complicata, a motivo della distanza che separa chi vi partecipa. Cinema e televisione lo sono di meno, nonostante la medesima distanza, proprio perché sono unidirezionali: l’unica grande fatica che davvero hanno fatto è stata quella di semplificare al massimo i concetti, le espressioni linguistiche, cercando di raggiungere quanta più utenza possibile.

Il web è interattivo e si può permettere il lusso d’avere a che fare con pensieri astratti, involuti, complessi, per quanto una lettura al monitor sia molto più stancante di una audiovisione in tv e cinema. C’è comunque sempre modo di chiarirsi, di spiegarsi… Ma la lontananza ha comunque il suo peso: non c’è un rapporto personale con chi scrive, per cui toni troppo categorici o pensieri troppo apodittici rischiano di stancare molto presto, anche se scritti con un lessico elevato. Noi non possiamo dire tutto ciò che vogliamo, neppure se tutti ci permettessero di farlo.

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Il trotzkista Orwell odiava lo stalinismo perché quando andò a combattere in Spagna a favore dei repubblicani non sopportava la direzione centralizzata delle operazioni militari che i comunisti volevano imporre, e si sa poi come andò a finire. Il fatto che, parlando di neolingua, egli si riferisse, pur senza averlo detto, alla sola società stalinista, va considerato, oggi, a distanza di 65 anni, una sua forma di ingenuità e non di lungimiranza, nel senso che l’ambizione a poter usare in maniera strumentale una lingua nazionale, è prerogativa di qualunque Stato, non solo di quello comunista. Tant’è che molti critici vi individuarono, relativamente a quanto sarebbe dovuto accadere nel “1984”, un’anticipazione profetica del linguaggio pubblicitario!

Sappiamo bene che la lingua è il principale strumento comunicativo, proprio perché “tutto è lingua”, anche l’arte, la musica, l’immagine… E chi gestisce il potere vuole usarla sino in fondo e in tutti i modi possibili, al punto che oggi la politica viene decisa in televisione, essendo la gente molto meno abituata a leggere, anche se Grillo ha potuto dimostrare che il web e le piazze hanno una certa efficacia, salvo poi insistere ad usare un linguaggio apocalittico e disintegrato.

Forse Orwell oggi si sarebbe accorto, guardando le cose senza risentimenti personali, che il fatto di assistere a un talk-show di politici di professione o di sperimentare la democrazia digitale in qualche blog fa enormemente illudere d’essersi emancipati dalla vecchia neolingua basata su censure e veline. Di sicuro avrebbe capito che per scongiurare il rischio di una neolingua non è sufficiente un atteggiamento illuministico, in quanto si trova sempre qualcuno più intelligente di noi, capace d’ingannarci con la sua suadente comunicazione. Basta mettere a confronto il ventennio fascista col ventennio berlusconiano: in entrambi ci siamo cascati molto ingenuamente.

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Se interpretiamo la neolingua solo come l’interpretava Orwell, ci precludiamo la possibilità di usare questo termine in maniera estensiva e metaforica, e non faremo, rispetto alla sua analisi, alcun passo avanti. Guardiamo p.es. il latino: Ratzinger voleva ripristinarlo persino per la messa. Per avere una Bibbia ufficiale e autorizzata (cioè non messa all’Indice) tradotta nella nostra lingua abbiamo dovuto attendere il 1971 (versione Cei), cioè 400 anni dopo che nei paesi protestanti se la leggevano nelle loro lingue nazionali. La chiesa ha sempre usato il latino come una sorta di “neolingua” da imporre alle masse. E s’è pure divertita a tradurre molte parole come voleva: p.es. barjona, riferito a Pietro, che in ebraico voleva dire “ribelle alla macchia”, cioè zelota, è diventato “bar Jona” (figlio di Giona)! Facciamo un altro esempio prendendo il Trattato di Wittgenstein: ebbene, se un qualunque Ministero della Pubblica Istruzione o della Cultura l’avesse adottato come testo di riferimento metodologico per il linguaggio nazionale, noi a quest’ora parleremmo con quattro parole in croce, o comunque solo con parole assolutamente inequivocabili (che, come ben noto, non esistono). Certo il giovane Wittgenstein non avrebbe mai sostenuto una dittatura politica per realizzare le sue idee, ma questo non toglie che le sue idee avrebbero potuto favorire una dittatura del pensiero.

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Perché la neolingua dei politici prescinde dal Trattato di Wittgenstein, che pur si presterebbe benissimo a un uso totalitario? Semplicemente perché per la moderna neolingua il potere non sta nella coerenza ma nell’incoerenza. Cioè le frasi che si dicono, persino le singole parole possono voler dire qualunque cosa: quante volte in questi ultimi 20 anni il potere della destra ci ha detto: “Non ci avete capito”, “Ci avete frainteso”, “Ci fate dire cose che non abbiamo mai detto”? Questa forma di neolingua è molto moderna, che Orwell non poteva certo prevedere, in quanto, ingenuamente, faceva coincidere neolingua con dittatura esplicita. Oggi la dittatura si chiama “democrazia formale” (o parlamentare) e la neolingua che parlano i suoi esponenti viene usata in modo da far credere che le scelte del potere vengono compiute dal popolo. Un po’ come quando Pilato disse, dopo aver fatto fustigare Gesù, in maniera tale che il popolo si convincesse che uno ridotto così non avrebbe potuto compiere alcuna rivoluzione: “Chi volete che vi liberi?”.

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Chi prova a leggere Marxismo e linguistica di Stalin, difficilmente troverà aspetti non condivisibili. È un testo del 1950. Orwell scrisse il suo due anni prima. Stalin, tra le altre cose, prende a bacchettate i comunisti che non capiscono come la lingua non possa essere considerata una semplice sovrastruttura dell’economia. Chi pensa che i russi comunisti siano stati degli idioti a non capire che stava dicendo delle assurdità, ha, come minimo, dei pregiudizi di tipo etnico o ideologico. Quando è stata avviata la destalinizzazione, quel testo non è mai stato smentito. Eppure chiunque consideri utile una lingua nazionale da imporre a tutta la società (e Stalin non ebbe dubbi nel voler imporre il russo), dovrebbe considerarsi uno stalinista, esattamente come lo furono, sotto questo aspetto, gli imperatori romani e tutti i pontefici. In quel testo infatti il difetto da “Grande Fratello”, che Orwell non capì, stava proprio nel fatto che si voleva sacrificare all’esigenza di una lingua nazionale tutte le parlate locali, i dialetti ecc. Non lo capì perché questo difetto Stalin l’aveva ereditato proprio dall’Europa occidentale! La quale appunto si serviva di lingue uniche per sponsorizzare le unificazioni nazionali volute dai poteri dominanti. Ma la cosa che Orwell non ha proprio capito dello stalinismo è che si possono dire cose assolutamente democratiche e fare esattamente il contrario. Non è forse sempre stato questo comportamento a caratterizzare tutta la cultura euroccidentale degli ultimi 2500 anni? Ci sarà stata pure una ragione per cui Stalin sul comodino non teneva alcuna opera di Lenin ma Il Principe del Machiavelli!

Che il latino abbia svolto la funzione di una neolingua è pacifico. È stato responsabile della distruzione o emarginazione forzata di una miriade di lingue italiche pre-romane. L’ha fatto con la Roma imperiale e con la chiesa teocratica. Il tedesco è riuscito a sopravvivere, senza contaminazioni latine, solo perché Roma non riuscì mai a oltrepassare militarmente il Reno. E nel Medioevo mi chiedo cosa sarebbe successo allo slavo se non avessero fermato le crociate latine dei cavalieri Teutonici nei Paesi baltici. Per la chiesa romana greco o slavo voleva dire ortodosso, cioè rivale in fatto di religione latina. Quando Scoto Eriugena tradusse dal greco al latino le opere dell’Areopagita, papa Nicola I se avesse potuto l’avrebbe ammazzato: infatti in Europa occidentale, a quel tempo, era ormai l’ultimo che conosceva bene il greco. Già dai tempi di Dante-Petrarca-Boccaccio non se ne poteva più dell’egemonia del latino. Solo per colpa del Bembo gli intellettuali, invece di sviluppare un volgare illustre in ogni realtà regionale, si sono sentiti in soggezione nei confronti del fiorentino, sicché oggi per poter scrivere, p.es., poesie dialettali di altissimo livello i poeti devono mettersi a studiare come scolaretti la grammatica dialettale.

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“Socing” non vuol dire solo fare della lingua quel che si vuole, in nome del potere, ma imporre anche un’unica lingua, proibendo tutte le altre. Gli yankee hanno eliminato 500 lingue diverse nel Nordamerica. Spesso ci lamentiamo che sta scomparendo la diversità biologica, che mangiamo tutti le stesse cose, che le cose che mangiamo non hanno più niente di naturale… Chissà perché non ci viene mai in mente che una devastazione non meno radicale l’abbiamo fatta anche nei confronti delle lingue.

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Quando si parla di lingua non si può essere illuministi: la vita è un’altra cosa, la lingua è solo uno strumento espressivo. Anzi, sarebbe meglio parlare di comunicazione, di cui la lingua è un mezzo fra tanti. La vita non nasce dal linguaggio, ma solo da se stessa, anche se il linguaggio può influenzarla. È impossibile condividere la vita altrui, limitandosi all’uso della lingua. Se la lingua fosse indispensabile per capirsi, il silenzio renderebbe alienati e i trappisti sarebbero degli zombie. Gli intellettuali possono anche usare un linguaggio forbito, eppure spesso sono lontanissimi dal capirsi. Questo non dipende tanto dalle parole che usano, né dalle interpretazioni che vi danno, quanto piuttosto dal tipo di vita che conducono, cioè dai legami sociali che coltivano, dalle loro aspettative ecc.

Chi pensa di poter trovare empatie o condivisioni sulla base di meri accordi linguistici (il cosiddetto “politically correct”) o, peggio, di virtuosismi semantici da esibire, sta facendo “neolingua” a mo’ di “grande fratello”. La prima cosa che dobbiamo vedere è la persona che ci sta di fronte, non la lingua che parla, altrimenti finiremo per considerare “barbari” tutti quelli che non parlano la nostra. Non possiamo rischiare di diventare come gli spagnoli che, quando andavano in America a piantare bandiere sulle terre da annettere alla corona, facevano il discorsetto di rito in castigliano e poi chiedevano agli indigeni s’era tutto chiaro. Nessuna lingua dovrebbe essere appresa perché imposta. Se ho voglia d’imparare la tua lingua è perché mi piace il tuo stile di vita.

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Nel socing di Orwell le parole cambiano di continuo proprio perché la vita non cambia mai; anzi la vita è così statica che le parole possono essere ridotte all’osso. Questo fenomeno – che qualcuno pensa sia specifico di una dittatura comunista – lo verifichiamo tutti i giorni semplicemente ascoltando un qualunque telegiornale. In tanti parlano, anche usando parole diverse, in apparente opposizione tra loro, ma l’influenza di queste parole sulla necessità di modificare il sistema è prossima allo zero. Anzi, le parole dette da facce nuove sembrano servire a farci credere che una qualche possibilità di miglioramento esiste davvero. Non sono però le parole in sé che fanno cambiare la vita, ma le decisioni, e queste si prendono molto raramente, poiché tendiamo a lasciarci determinare dalle circostanze, ad aver fiducia che qualcuno risolverà i nostri problemi, o almeno una loro parte. Quando ascoltiamo incantati le parole altrui è perché non vogliamo assumerci delle responsabilità personali e preferiamo limitarci a concedere fiducia. “I territori e le genti che appartenevano all’impero d’Etiopia sono posti sotto la sovranità libera e intera del re d’Italia”. Ovazione generale. E poi l’appendiamo a testa in giù, quando, al suo posto, avrebbe dovuto esserci ognuno di noi.

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Un esempio tipico di neolingua alla occidentale l’ha offerto molte volte Berlusconi, che indubbiamente è stato un vero genio della comunicazione televisiva, soprattutto là dove scandisce ritmicamente concetti molto semplici ed efficaci, dichiarando, con estrema serietà, guardando fisso la telecamera, quasi giurando davanti a dio, d’essere innocente di tutto, attribuendo la responsabilità di una catastrofe imminente alla magistratura politicizzata e alla sinistra che lo odia e lo invidia. Ha voluto toccare, insieme, sensi e pregiudizi, paure ataviche e istinti primordiali.

Quando si arriva a questi livelli, non vi è molta differenza tra follia e narcisismo. Ci vuole una buona dose di autismo per fare “socing” e di spregiudicatezza nell’attribuire l’autismo ai nemici politici. La realtà viene completamente deformata da un’ideologia che le si sovrappone. Sono 20 anni che milioni di persone credono in questa caricatura del vero “grande fratello”. Perché caricatura? Perché è patetico pensare di poterlo impersonare individualmente. Il “grande fratello” funziona bene proprio in quanto è un’astrazione, non esiste materialmente, non ha “figura umana”. Berlusconi è semplicemente ridicolo quando fa la vittima del sistema e nello stesso tempo agisce come se fosse un figlio di questo stesso sistema.

Ecco un’altra cosa che Orwell non aveva capito, perché fondamentalmente ingenuo: lo stalinismo è spirito, non persone. Il “grande fratello” è invisibile e Berlusconi rappresenta il vecchio, qualcosa che va superato da un’illusione più sofisticata, che non coincida esattamente con un leader carismatico, ma con qualcosa d’impalpabile, d’immateriale. Ma come potrà venir fuori dalla nostra civiltà occidentale, così schiacciata sulle determinazioni individualistiche e narcisistiche? Non potrà. Ci vuole altro. Qualcosa p.es. di “cinese”, dove l’individuo è una mera astrazione, un nulla inghiottito dalla natura, dallo Stato, da un’ideologia di partito talmente fluida che riesce ad essere, nello stesso tempo, capitalista e comunista. Che genialità questi cinesi! Ecco il nostro prossimo “grande fratello”! Non ci chiederanno più di credere in un leader, ma in un sistema senza volto, dove sarà più facile identificarsi, proprio perché non avrà lineamenti visibili, chiaramente distinguibili. Ognuno potrà rispecchiarsi nel sistema e ritrovare se stesso, e non s’accorgerà neppure d’essere anche lui senza volto.

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Del concetto di “neolingua” bisogna dare un’interpretazione simbolica o traslata, perché quella letterale serve soltanto a qualcuno che fa professione di anticomunismo ad oltranza. Non è sbagliata la lettura letterale, ma bisogna darla per scontata (anche perché 1984 è molto datato) e cercare di fare un passo avanti.

La supponenza, p.es., è sempre “neolingua”, induce a fare crociate, ad allestire tribunali inquisitori, a pretendere patenti di conformità allo status quo. Su questo Orwell m’avrebbe dato ragione, se non altro perché, essendo inglese, evitava di prendere le cose di petto. Questo senza nulla togliere al fatto ch’egli, per me, resta sempre un grande ingenuo. Infatti il campione della neolingua ce l’aveva proprio in casa: si chiamava Churchill, quello che scatenò la guerra fredda subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, che aveva procurato 50 milioni di morti.

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L’esperanto non mi ha mai convinto: è una lingua a tavolino, una forzatura intellettualistica, in cui s’è cercato di prendere il meglio o il più facile da varie grammatiche, nella speranza che chi, come lingua madre, parlava una di quelle grammatiche, trovasse più facile accostarsi a una nuova lingua che della sua grammatica avesse almeno qualcosa. Dicono che chi studia esperanto apprende più facilmente altre lingue, ma vorrei vederlo coi miei occhi. Non può essere questo il modo di creare una lingua universale. S’imparano volentieri le lingue degli altri, quando gli altri vivono esperienze che c’interessano. E vogliamo approfondirle. Da questo interessamento possono anche emergere lingue che, se c’è comunanza di esperienze, col tempo sono diverse da quelle di partenza. Gli organismi internazionali avrebbero potuto adottare l’esperanto, visto che per loro sarebbe stato più conveniente: invece non l’hanno mai fatto. La chiesa romana, p.es., continua a usare il latino. E l’inglese resta ovunque la lingua dominante, benché fino a qualche tempo fa fosse il francese. È la storia che decide la lingua dominante, anche se i poteri dominanti sono responsabili del taglio di infinite lingue. Ho più fiducia nel pidgin, cioè in quelle lingue che si sono formate da una fusione di lingue coloniali e lingue indigene (p.es. a Macao), oppure in quelle lingue veicolari, che sicuramente con la rete si sono molto sviluppate, visto che permettono traduzioni sufficientemente comprensibili.

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Neolingua sopraffina è anche quella offerta dai socialnetwork, che illudono di poter creare una democrazia alternativa a quella formale del potere costituito. Parlarsi a distanza dà l’impressione di una prossimità con cui in apparenza si pensa di poter fare qualunque cosa (si pensi p.es. alle tante petizioni che firmiamo), ma che in realtà si riduce a una bolla di sapone. Questa neolingua telematica è un effetto del globalismo del capitale, i cui poteri effettivi sono del tutto spersonalizzati, ma incredibilmente reali, anche se noi non li vediamo che attraverso occhiali filtrati, quelli appunti dei socialnetwork, in cui si può discutere di tutto senza sentirsi veramente coinvolti in prima persona. Secondo me se un socialnetwork non è occasione per un incontro de visu coi partecipanti, lascia il tempo che trova. Nel Maghreb hanno abbattuto le dittature con questi strumenti. Noi che abbiamo molti più mezzi di loro e molta più libertà espressiva, non riusciamo a scalfire neanche lontanamente questa democrazia fittizia. Sotto questo aspetto potremmo considerare il fenomeno pentastellato il primo tentativo, riuscito solo in parte, di uscire dalle secche della neolingua del sistema dominante. La cosa stupefacente di Grillo è che con un semplice blog interattivo è riuscito a creare uno dei maggiori partiti italiani. E il linguaggio nel suo blog non è minimalista o astratto-generico, in quanto affronta problemi concreti e si sforza di cercare un’alternativa al sistema, e non può neppure essere considerato una neolingua nel senso negativo del termine, benché certamente la preponderanza cesarista di Grillo costituisca un aspetto che col tempo andrà superato. Il torto semmai sta nell’essere entrati nelle istituzioni di potere, dove la neolingua impera, convinti di poter usare una nuova “sintassi”. Io ho i miei dubbi che vi riusciranno: quella neolingua è fagocitante e corruttiva e, prima o poi, infetterà anche loro. È il centralismo che va abbattuto, ridando fiato e dignità alle autonomie locali.

Nota

1 Lo si vede benissimo quando parlano p.es. i carabinieri, i quali, non avendo una grande istruzione, usano un linguaggio stereotipato, burocratico, simil-giuridico, che, lo si intuisce facilmente, è assai lontano dal loro originario ed è stato appreso con molta fatica.

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Di Mikos Tarsis

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