L’umanesimo dell’Ariosto e la pazzia di Orlando

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Chi scrive un grande poema deve per forza essere un “grande personaggio” (come ad es. Dante con la sua Commedia)? Alcuni storici della letteratura rischiano, in tal senso, di lasciarsi sedurre dal culto della personalità.

In fondo che significa “grande personaggio”: un uomo impegnato in politica? L’Ariosto (1474 – 1533) non lo era e molti di quelli che, ai suoi tempi, lo erano, difficilmente potrebbero essere definiti dei “grandi personaggi” sul piano umano. La politica, allora (come oggi d’altronde), era solo un mezzo per far carriera o quattrini, per aumentare prestigio e potere personale.

Forse perché l’Ariosto ha rifiutato – seppur moderatamente – questo tipo di politica, noi non possiamo accettare ch’egli abbia potuto fare un “grande” poema? Per quale motivo alcuni critici si lamentano che la sua vita non è stata niente di particolare?

Se vogliamo, l’Ariosto, sul piano umano, è stato un “grande personaggio”, poiché è riuscito a conservare la propria dignità umana (come meglio ha potuto) in mezzo agli intrighi delle corti, alle lotte tra le signorie, alla corruzione del papato e della borghesia. È vero, ha accettato molti compromessi, ma chi li accetta non può forse scrivere grandi capolavori?

Da un uomo che ha rischiato d’essere ucciso più di una volta, che è stato usato come diplomatico e ambasciatore per tante difficili missioni, che ha svolto addirittura funzioni politiche, amministrative e militari, come quando fu capitano della rocca di Canossa e governatore della Garfagnana, che cosa si vuole pretendere?

In fondo l’Ariosto è vissuto in un periodo di decadenza, in cui la borghesia non credeva più nella possibilità di nazionalizzare i propri ideali di libertà e autonomia, di laicità e razionalismo, di umanesimo e naturalismo, di scientificità e tecnologia (per non citare il problema dell’unificazione linguistica). La borghesia portava avanti questi ideali restando divisa fra le molte e rivali signorie. Per un intellettuale umanista doveva essere molto difficile sopportare la contraddizione tra l’affermazione teorica dei valori rinascimentali e la loro ambigua realizzazione pratica.

La pazzia di Orlando nell’Orlando furioso (1516-32)

  • Si può passare da una vita religiosa a una vita folle per amore? Ariosto denuncia qui il formalismo della fede: si è cristiani solo per abitudine, non per convinzione interiore. Si combatte il nemico religioso (ateo, miscredente, eretico) solo perché viene chiesto da un’autorità politica (Carlo Magno). Orlando impazzisce perché vuol credere a tutti i costi in un proprio ideale di vita, non credendo più in quello religioso tradizionale. Ma si potrebbe anche dire che Orlando rappresenta il cattolico-romano che non vuole rassegnarsi al declino dei propri ideali religiosi (già vissuti, sin dal tempo del Boccaccio, senza interiorità, in maniera convenzionale, come eredità di un passato obsoleto) e che per questo cerca in tutti i modi un’alternativa praticabile, ugualmente forte, sentita, eccitante, che crede d’aver trovato nella passione amorosa. Questo ideale è soltanto una costruzione artificiale del suo pensiero, un vuoto intellettualismo.
  • Orlando vive i valori sociali del cristianesimo in maniera individualistica, non come borghese integrato nel nuovo sistema di vita, ma come intellettuale sradicato, che deve trovare una propria collocazione, una propria dimensione esistenziale compatibile con una fede che è cattolica solo nella forma ma che è sempre più protestante nella sostanza. Non a caso nella seconda metà del Cinquecento giungerà la Controriforma per impedire questo processo, questa coerenza tra crisi dei valori sociali cattolici e loro riproposizione in forma individualistico-borghese.
  • L’unica forma di coerenza che Orlando crede di aver trovato è quella della nudità contro le convenzioni cristiano-borghesi. Si pone come ribelle alla società, ma negativamente, in quanto folle, che s’illude di poter essere giustificato in virtù della propria passione amorosa. Quando sradica gli alberi, Orlando esprime se stesso, il proprio egocentrismo, che è incapace non solo di convivere coi valori religiosi ma anche con quelli borghesi. Vivendoli in maniera individualistica, senza rapporti con la realtà, quei valori vengono stravolti e ne paga le conseguenze anche la natura. Orlando è un intellettuale sradicato, infatuato, in definitiva, solo di se stesso, dei propri impossibili ideali; è un cristiano in maniera vaga (ha il compito di combattere un nemico che non sente neppure come proprio) ed è un borghese solo in quanto individualista (entra da solo nel bosco, nella grotta, nella casa di campagna). Medoro non è più un nemico della fede ma un rivale in amore, un rivale che peraltro, sul piano umano, non è inferiore a lui, in quanto, come lui, prova forti sentimenti d’amore, passione intensa per la propria amata, riconoscimento di gratitudine ed è persino capace di alta poesia. Combattere un nemico che, senza Angelica di mezzo, sarebbe parso un amico non ha senso, e infatti l’Ariosto farà risalire l’origine degli Estensi a un matrimonio tra il saraceno Ruggero (poi convertito) e la cristiana Bradamante.
  • L’Orlando dell’Ariosto non è semplicemente “innamorato” (come nel Boiardo) ma “furioso”, perché vive i valori religiosi con nevrosi e psicosi, cercando ad essi un’alternativa di pari livello, che però non può trovare nella passione amorosa, la quale, essendo dettata da ciechi istinti, da spontaneismi individualistici, da estetismi, non può creare valori ma solo distruggerli. Infatti soltanto grazie all’aiuto straordinario, eccezionale, di Astolfo, un aiuto del tutto esterno alla propria malattia, che gli permette di ritrovare sulla Luna il proprio senno, Orlando riesce a tornare in sé. Tuttavia gli uomini sono avvisati: il credente che non sa diventare borghese e vuole restare feudale, rischia d’impazzire. L’unico modo di guarire è rinunciare alle proprie passioni, ai propri fantasmi: ridimensionarsi. Non è possibile infatti cambiare completamente il luogo della propria esistenza per vivere una diversa forma di vita: è un’illusione quella di potersi sottrarre ai condizionamenti che limitano la felicità personale (il palazzo del mago Atlante, dove le cose appaiono finché si desiderano ma scompaiono quando si tenta d’averle, va accuratamente evitato). Il vero senno degli uomini non è sulla Terra ma sulla Luna, e quindi è utopico: sulla Terra ci si deve accontentare dei compromessi. Orlando, in un certo senso, anticipa la pazzia reale del Tasso, che viene costretto con la forza, contro la propria volontà, a credere nella fede cattolica.
  • Si può uccidere per amore? Nell’Orlando Furioso viene teoricamente confermato come legittimo il medievale delitto d’onore, che però praticamente non si compie. L’uomo che uccide a causa del tradimento dell’amata, in questo caso lo avrebbe fatto in uno stato di alterazione, in cui il senso di umanità era perduto. Sarebbe mancata la lucidità medievale (come quella di Gianciotto che elimina la moglie Francesca e l’amante), protetta da connivenze di potere (Gianciotto infatti non incorre in alcuna sanzione). L’Orlando impazzito avrebbe potuto uccidere Angelica e Medoro e forse sarebbe stato perdonato non per il gesto ma per la sua follia. Senonché dalla sua follia lui ha il dovere di guarire, per cui non può uccidere. Deve tornare ad essere cristiano, anche se ha dimostrato di possedere una fede formale, poco sentita. Deve appunto diventare un cristiano-borghese, la cui fede è convenzionale e il cui desiderio nei confronti della propria amata deve restare controllato, un desiderio che dovrà per forza essere di tipo “etico” e non più “estetico”, dovrà essere quello del “marito” non quello dell'”amante”, un desiderio nei limiti della ragione, in quanto ciò che più conta nella società borghese non è né l’ideale cristiano né la passione amorosa, ma il controllo razionale dell’emotività e l’adempimento della ragion di stato nel rispetto convenzionale delle formali regole del vivere civile.
  • Angelica ama chi le pare, non è schiava di nessuno. Non può essere data in premio al miglior paladino nella guerra contro i saraceni, non è merce di scambio. Anzi qui appare come un vano oggetto del desiderio, che un cristiano-borghese non si può permettere. Se anche infatti la fede viene percepita come vuota e inutile, non per questo il borghese deve abbandonarsi agli eccessi, all’intemperanza. L’estetica non ha in sé la soluzione alla crisi della fede: bisogna darsi una nuova etica, che affronti in maniera sobria i propri desideri, che resti nei limiti del buon senso.
  • Nella ricerca degli indizi, delle prove dell’infedeltà di Angelica, Orlando si comporta in maniera molto razionale, facendo supposizioni, ipotesi, cercando conferme. Ha un atteggiamento molto moderno, intellettuale, da investigatore. Eppure questo non gli serve per non impazzire. L’Ariosto ha voluto dimostrare che per diventare dei buoni borghesi non basta la cultura (Orlando sapeva anche leggere l’arabo): ci vuole la consapevolezza del proprio limite. Per questo l’Ariosto non amava le corti signorili, dove la ricchezza ostentata le aveva portate a rivaleggiare tra loro, favorendo l’ingresso degli stranieri in Italia.
  • L’Orlando che fa il gaudente e il viveur, un po’ playboy e un po’ dandy (nel bosco in realtà gli piace bighellonare e stare sui prati) è quello che l’Ariosto sarebbe voluto diventare e che non poté diventare a causa delle incombenze familiari, quelle incombenze che poi lo porteranno a maturare e a diventare un buon padre e un buon marito.
  • Astolfo fa la parte del moderno psicanalista e Orlando può essere curato solo perché la sua nevrosi non è diventata una psicosi irrecuperabile. Orlando è un disadattato, come don Chisciotte: non ha capito l’evoluzione laica dei tempi, anche se alla fine la lezione gli è servita e lui si ridimensiona. È il problema delle persone egocentriche e intelligenti, che vogliono adeguare la realtà ai loro desideri, senza cercare mediazioni di sorta e che poi, di fronte ai primi seri problemi, perdono la testa, s’impuntano, infieriscono contro l’avversario… Sono intelligenti ma non razionali, direbbe Hegel. L’intelletto divide, la ragione unisce, sa trovare mediazioni. A queste persone, per tornare in sé, relativizzando il proprio smisurato ego, occorrono batoste traumatiche, solo che se hanno il potere politico-militare (i grandi dittatori della storia) è la popolazione a rimetterci, peraltro giustamente, se non fa nulla per impedire sul nascere queste forme di irrazionalismo.

Il castello di Atlante

Il castello del mago Atlante, sui Pirenei, rappresenta l’illusione che vince la passione amorosa (il cieco istinto) dei paladini, che non fanno il loro dovere cristiano di combattere il nemico saraceno. Ma gli stessi saraceni ne sono vittime (p.es. Ferraù, che pur alla fine s’accontenta dell’elmo di Orlando, rinunciando ad Angelica), a testimonianza che per l’Ariosto le debolezze umane sono trasversali alle religioni, anche se qui, nella fattispecie, il mago Atlante vuole difendere il saraceno Ruggero.

Angelica è l’unica che supera l’inganno (dei sensi deviati dalla passione) grazie all’uso dell’anello magico: non tanto perché innocente, quanto perché accorta, prudente, calcolatrice, come una perfetta donna borghese di famiglia (che infatti sposerà l’umile fante Medoro, pure lui saraceno), mentre i paladini rappresentano la nobiltà decadente del Medioevo cristiano, che combatte i saraceni senza un vero motivo, soltanto perché qualche autorità glielo chiede, ma che, se potesse, farebbe tutt’altro (p.es. dedicarsi all’amore). È lei a farli uscire dal castello. Avrebbe voluto uno di loro come scorta per tornare in Cina, ma poi pensa che l’anello magico che la rende invisibile possa bastare.

La realtà, dentro il castello, era un gioco di apparenze ingannevoli. L’oggetto del desiderio altro non era che una creazione soggettiva, frutto di suggestione, da parte di uomini resi ciechi dalla passione, dalle proprie fissazioni. Era la loro immaginazione che conferiva valore agli oggetti. Qui siamo in presenza dell’uso strumentale della credulità: il castello rappresenta una forma di religione laicizzata, in quanto non vi sono dogmi in cui credere. Una tecnica che oggi si applica nella pubblicità.

Gli uomini sono talmente presi dalle loro fantasie che tra di loro non si riconoscono neppure, non avendo un criterio oggettivo di verifica. Ognuno vede le cose in maniera diversa e si danno vicendevolmente del pazzo.

Nella descrizione di questo castello l’Ariosto critica il mondo feudale e quello delle corti signorili, che per lui sono privi di senso della realtà. Il palazzo è come la selva oscura dell’Inferno dantesco, da cui non si può uscire senza un aiuto esterno: è la metafora di una società priva di speranze.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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