Liliano Faenza antifascista riminese (1922 – 2008)

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Liliano Faenza è nato a Rimini il 7 ottobre 1922 e qui ha vissuto quasi tutta la sua vita, perché la considerava “l’ombelico del mondo”. Il padre era di origine contadina, ma s’era trasferito a Rimini per fare l’operaio nelle Ferrovie. Gli morirà nel 1950, mentre la madre già nel 1936. Questi lutti porteranno Liliano a stringere dei rapporti molto forti col fratello minore, Vincenzo, cui deve provvedere e che si trasferirà a Bologna nel 1970.

Educato sotto il fascismo, non ne sopportò mai la retorica, il populismo e l’autoritarismo: si definiva infatti “giovane fascista mancato”. Il primo testo che pubblica, nel 1939, è una commedia dialettale, Stal mami (Queste mamme), una farsa che riscuoterà in Romagna un incredibile successo e verrà rappresentata anche all’estero. Resta ancora oggi un punto di riferimento fondamentale per gli autori di commedie dialettali.

Diventa ragioniere all’Istituto tecnico commerciale “R. Valturio” nel 1941, ma gli piace solo la letteratura e la storia (col tempo anche la filosofia, che coltiverà da autodidatta).

Nel 1943 è chiamato alla leva, ma dopo l’8 settembre, senza aver sparato un colpo, torna da clandestino, a piedi, da Foggia, nella sua Rimini. Un bando del generale Graziani lo obbliga a completare il servizio di leva, pena la morte, e così si reca prima a Forlì, poi in Toscana. Ma, appena può, torna di nuovo a casa.

Finita la guerra trova lavoro come ragioniere presso l’Officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato di Rimini, dopo aver vinto un concorso a Firenze (vi resterà fino al 1974). Praticamente lavora solo il mattino, mentre il pomeriggio frequenta la biblioteca Gambalunga, per lui sempre fonte incredibile di documenti poco o nulla conosciuti. Nel corso della sua vita rifiuterà incarichi di rilievo, come quello di giornalista al “Giorno” di Milano (chiamato da Italo Pietra), consulente alla sede romana della Rai (chiamato da Sergio Zavoli), assistente universitario di filosofia teoretica a Bologna (chiamato da Aldo Testa).

Nel 1945 si avvicina al Partito Socialista e per un trentennio si dedica anche alla vita politica, prima di capire che la sua fondamentale vocazione era quella di fare lo scrittore, in particolare di storia locale.

Insieme a Renato Zangheri, Sergio Zavoli, Lino Tiboni, Alfredo Azzaroni e Giorgio Bernucci lavora a un giornale locale, “Ricostruzione”, ma senza condividere il fronte unitario tra socialisti e comunisti. Si sentiva un riformista, respingeva l’identità di democrazia e borghesia e leggeva molto “Critica Sociale” dei turatiani Ugo Mondolfo e Giuseppe Faravelli.

Infatti nel 1947 si schiera, con Caiati, Azzaroni e Clari, dalla parte di Saragat scissionista, e diventa segretario del Psli riminese, ma l’iniziativa ha scarso successo. Sicché nel 1949, approfittando dell’adesione dell’Italia alla dottrina Truman e alla Nato (lui era favorevole all’equidistanza dai due blocchi), esce anche dal Psli, insieme a Faravelli e Azzaroni. Con quest’ultimo, nel 1950, aderisce alla Casa della Cultura di Rimini e al gruppo Partigiani per la pace, avverso al Patto Atlantico.

L’anno dopo fa autocritica e insieme ad Azzaroni chiede e ottiene (grazie alla mediazione di Tiboni) di poter rientrare nel Psi di Nenni, ritenendo utile l’unità coi comunisti.

Intanto viene segnalato, a Cattolica, in un concorso di poesia dialettale, da una giuria composta di nomi famosi: Luigi Russo, Salvatore Quasimodo, Eduardo De Filippo. L’uso e lo studio del dialetto restano molto importanti nella produzione di Faenza, anche se nel 1951, dopo l’insuccesso della sua seconda commedia, Sti fiól (Questi figli), decide di rinunciare definitivamente alla produzione vernacolare. In effetti s’accorgerà ben presto che il meglio di sé riusciva a darlo nel saggio storico breve.

Nuovi attriti all’interno del partito sorgono nel 1952, quando condivide l’idea di Tiboni e Azzaroni di separare la zona di Rimini dall’influenza dei forlivesi e di trasformare il Psi nel partito dei ceti medi urbani. A causa di queste posizioni Tiboni viene espulso dal partito, Azzaroni sospeso e a Faenza viene revocato l’incarico di segretario del Nas ferrovieri.

Il 4 settembre 1954 pubblica su “Mondo Operaio” un importante articolo sull’ultimo decennio di attività politica e culturale dei giovani intellettuali democratici del riminese e si dichiara “gramsciano”. La sua passione per la storia locale era dettata dall’esigenza di non lasciarsi condizionare più di tanto dalle interpretazioni ideologiche che dominavano il dibattito nazionale della sinistra. Ciononostante non si sentiva affatto un intellettuale provinciale: aveva conoscenze culturali enormi e il suo epistolario attesta significativi contatti con esponenti di primo piano del socialismo nazionale (da Pietro Nenni a Luigi Preti, da Norberto Bobbio a Lelio Basso). Fu anche amico personale di Federico Fellini, partecipando alla stesura del libro di lui La mia Rimini.

Condivide pienamente la destalinizzazione kruscioviana del 1956 e due anni dopo si dichiara ostile al dogmatismo e all’imitazione del modello comunista espresso da Rodolfo Morandi.

Dopo aver preso a 37 anni il diploma delle Magistrali decide di laurearsi in Pedagogia all’Università degli Studi di Urbino nel 1959, con una tesi sul Centro Educativo Italo-Svizzero di Rimini.

Intanto scrive un piccolo capolavoro intitolato Comunismo e Cattolicesimo in una parrocchia di campagna (Feltrinelli 1959 e Cappelli 1979): un saggio sociologico in cui denuncia il malessere dei contadini, estranei sia alla religione che al comunismo, e che lo fa conoscere, quale precorritore dell’utilizzo storiografico delle fonti orali, ben al di là della provincia riminese.

Forma con Tiboni, Azzaroni, Amati e Moretti il gruppo degli Autonomisti socialisti, in polemica coi socialcomunisti riminesi. Il che si riflette nel saggio del 1960, edito dalla rivista “Il Mulino”, Gramsci tra l’agiografia e la critica. Faenza non sopporta alcuna forma di dogmatismo. Tant’è che a Roma, in un convegno degli Autonomisti, dichiara che nel Psi convivono due partiti opposti: quello socialista-liberale e quello social-leninista e lui si sente socialdemocratico, revisionista dell’italo-marxismo. Pubblica anche Papalini in città libertina (ed. Parenti), mostrando il suo anticlericalismo.

La sua diffidenza per le fedi cieche e assolute, per le parole d’ordine e le bandiere si esprime, nel 1962, anche col romanzo, I sardoni, rimasto inedito sino al 2004. I sardoni sono i capi della sinistra e le sardine le masse inscatolate. Difficile non vedere nella sua trama qualcosa di autobiografico.

Quando nel 1963 l’ingresso del Psi nel governo nazionale democristiano induce molti compagni (in primis Lelio Basso e Tullio Vecchietti) ad andarsene per fondare il Psiup, gli Autonomisti si trovano a gestire quel che è rimasto del partito, e Faenza decide di candidarsi, nel biennio 1963-64, prima alle elezioni comunali, poi in quelle politiche. È vicino alle posizioni di Nenni e, a livello locale, a quelle di Tiboni e Servadei.

Tuttavia non gli ci vuole molto per capire che una responsabilità politica diretta, personale, che lo distolga dai suoi interessi culturali, non gli si addice. Preferisce fare il presidente dell’Istituto Magistrale Comunale e accetta volentieri l’incarico di presidente del Centro Educativo Italo-Svizzero, che terrà sino al 1968, anno in cui si dimette dopo aver polemizzato col pedagogista anarchico Ugo Gobbi su una ristrutturazione dell’edificio. Scrive anche a favore del Centro – Paesaggio con figure (ed. Chiamami Città) – affinché non venisse spostato per iniziare improbabili scavi in quello che resta dell’anfiteatro. Destino poi volle che il Psi lo nominasse presidente dell’ospedale pediatrico “Aiuto materno”, del quale primario pediatra e direttore sanitario era proprio Ugo Gobbi.

Nel 1965 pubblica Partito e apparato (ed. Alfa, Bologna), due concetti che mette in opposizione. E due anni dopo insiste sull’argomento, con lo stesso editore, scrivendo La crisi del socialismo in Italia: 1946-1966. Faenza non si sentirà mai un “funzionario di partito”: accettava i concetti di “classe” e di “masse” ma non quelli di “dittatura del proletariato” o di “egemonia del partito”.

Quando poi scoppia il Sessantotto ha rapporti difficili anche col Psi socialdemocratizzato, in quanto lo vede in ritardo rispetto agli avvenimenti che stanno accadendo. Nel biennio 1972-73 pubblica due tra i suoi migliori saggi storici: Anarchismo e socialismo in Italia: 1872-92 (ed. Alfa) e Marxisti e Riministi (ed. Guaraldi), e cura la mostra storica sulla Comune di Parigi. Il fallimento dell’unificazione socialista negli anni Sessanta lo delude fortemente.

Nel 1976, in un convegno organizzato dal Liceo Scientifico “A. Serpieri” di Rimini, tiene una relazione su Gramsci e Gobetti: la cultura come critica e impegno sociale, riscuotendo ampi consensi tra i docenti e gli studenti. Dal 1977 al 1982 è consigliere delegato al Comitato Circondariale di Rimini, l’anticamera della successiva Provincia nata con le elezioni amministrative del 1995. Gli anni Settanta sono stati per lui molto stimolanti, poiché scrive anche La retata (Guaraldi, 1974), Fascismo e ruralismo (Alfa, 1978), Metafisica e storia (Alfa, 1978), Fascismo e gioventù (Maggioli, 1981). In particolare Metafisica e storia viene ritenuto il suo testamento filosofico, ove egli si sente di ammettere che gli intellettuali di sinistra non sono affatto riusciti a “trasformare il mondo”.

Negli anni 1984-86 pubblica vari saggi filosofici sulla rivista “La Rosa”. Aveva una grande ammirazione per Croce, ma questo non gli impediva di denunciare il lato “conservatore” della sua filosofia, come già Gramsci aveva sottolineato. Faenza aveva sicuramente – come dice Piero Meldini, che lo conosceva personalmente – “una concezione disincantata e machiavellica della politica” (in Per Liliano Faenza, ed. Guaraldi, Rimini 2010, p. 168), e forse aveva anche delle “tentazioni nichiliste” (ib.), ma sapeva scorgere nelle vicende storiche l’importanza delle lotte tra ceti e classi.

A partire dagli anni Ottanta prende a collaborare con l’Istituto Storico della Resistenza, entrando nel Consiglio direttivo, e naturalmente scrive sulla rivista “Storia e Storie” (1978-86). La sua produzione continua ad essere copiosa: Socialismo riminese (Sapignoli, 1989), Paga Palloni (Guaraldi, 1992), Tra Croce e Gramsci (Guaraldi, 1992), che viene considerato la summa del suo studio filosofico, Sport e fascismo a Rimini (Guaraldi, 1993), ambientato negli anni Trenta, Dialettica e materialismo dialettico (La Rosa, 1994), Guerra e resistenza a Rimini: la memoria ufficiale (Istituto Storico della Resistenza, 1994), Resistenza a Rimini (Guaraldi, 1995). La sua prosa – e qui bisogna dar ragione a Meldini – resta caratterizzata, in questi testi dal contenuto apparentemente molto impegnativo, da “chiarezza, leggerezza ed esattezza”.

In questi anni riordina, insieme ad altri, l’archivio del Psi, il cui fondo consisteva di 86 buste e documentava l’attività del partito dal 1947 al 1982.

Nel 1989 il direttore del giornale “Chiamami Città”, Giuliano Ghirardelli, gli chiede di gestire una rubrica – “Giù la Maschera” – dove personaggi noti e non noti potevano raccontarsi appunto senza maschera. “Chiamami Città” ha pubblicato quattro suoi libri, un’importante raccolta di articoli e saggi scritti per il giornale o per altre testate e inediti: Dentro il secolo, Venti secoli e passa, Presente e Passato, Saggi e Frammenti.

Nel 1992 rinuncia a rinnovare la tessera del Psi, che secondo lui, con la svolta di Craxi, non esisteva più.

Nel 2000 la città di Rimini gli conferisce il Sigismondo d’oro con la seguente motivazione: “Per avere, da saggista, descritto in numerose pubblicazioni la storia riminese con originalità, indagando profondamente e rappresentando fedelmente eventi e movimenti sociali, culturali e politici che hanno interessato i partiti e la società riminese durante il fascismo, la seconda guerra mondiale, la Resistenza e il dopoguerra fino ai giorni nostri. Per avere, da uomo di cultura, condotto interessanti ricerche sulla lingua producendo apprezzatissime opere e testi teatrali che rappresentano la migliore espressione del dialetto riminese”.

Tre anni dopo però riceve un duro colpo a causa della morte del fratello e nel 2005, per una caduta accidentale, si frattura il bacino. La convalescenza lo chiude sempre più nel suo isolamento, finché muore il 23 luglio del 2008. Alle esequie l’Amministrazione Comunale di Rimini è presente in forma ufficiale.

Alla Biblioteca di Coriano (il cui direttore, Paolo Zaghini, è anche presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Rimini) donò 620 volumi di storia e filosofia e a quella di Rimini i suoi eredi lasciarono tutte le sue carte e oltre mille volumi.

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Di Mikos Tarsis

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