Introduzione a un Manuale di filosofia medievale

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Dalle religioni primitive al socialismo

I

Il fatto che i cristiani dicessero, già nei vangeli, che nessuno può dirsi dio1 se non Gesù Cristo, andrebbe considerato, almeno nei confronti del politeismo del mondo greco-romano, come una forma di ateismo. Ma come mai questa forma di ateismo si sviluppò, seppur non senza fatica, mentre quella ebraica, che diceva le stesse cose e che costituì indubbiamente un passo avanti rispetto alle civiltà egizia e mesopotamica, non ebbe questa fortuna?

In altre parole, per quale ragione diciamo che il cristianesimo è una forma di ulteriore ateismo rispetto all’ebraismo? Il motivo sta nel fatto che nel cristianesimo dio non resta invisibile ma si può conoscere e si può farlo attraverso un uomo che pretende di dirsi suo figlio unigenito, stando ovviamente all’interpretazione evangelica. Il dio dei cristiani non è il “totalmente altro”, ma è prossimo all’uomo, è talmente umanizzato che ha accettato di mostrarsi in tutta la sua debolezza, ha persino accettato, senza reagire, di lasciarsi crocifiggere.

Il cristianesimo è riuscito a tradire il Cristo, che di religioso non aveva nulla, umanizzando i contenuti religiosi dell’ebraismo, che vedeva dio come un’entità assolutamente “altra” rispetto all’essere umano.

Tuttavia, per gli ebrei, di allora e di oggi, il dio assoluto non doveva soltanto restare inaccessibile, doveva anche garantire sulla Terra un luogo ove sperimentare il valore degli ideali religiosi. Per i cristiani invece – come noto – questo luogo può essere solo ultraterreno. Dunque com’è stato possibile superare l’ebraismo?

Ai romani l’ebraismo faceva paura proprio per la pretesa che aveva di unire la religione alla politica, ma dopo la distruzione di Gerusalemme cominciò a far paura il cristianesimo, proprio per la pretesa che aveva di tenere separata la religione dalla politica. Infatti quando un imperatore chiedeva d’essere considerato una sorta di divinità e voleva avere una religione che ci credesse, non poteva certo aver fiducia nel cristianesimo e tanto meno nell’ebraismo.

Ma per quale motivo il cristianesimo faceva più paura? La ragione era una sola: “cristiani” si poteva “diventare”, “ebrei” si poteva solo “nascere”. L’ebraismo era una religione aristocratica e nazionalistica; il cristianesimo invece era democratico e universalistico.

Eppure noi oggi diciamo che gli ebrei avevano tutte le ragioni di desiderare un luogo in cui realizzare concretamente i loro ideali religiosi: non volevano dare per scontato che in questo mondo non fosse possibile alcuna vera forma di liberazione. Quindi sotto questo aspetto li consideriamo migliori dei cristiani, che rimandano tutto all’aldilà.

Il cristianesimo può dunque essere interpretato come una forma di ateismo nei confronti della teocrazia ebraica, per la quale non si può fare distinzione tra politica e religione; nel contempo però esso rappresenta, sul piano politico, un’involuzione rispetto all’ebraismo, proprio perché non crede possibile una liberazione terrena. Il cristianesimo ha potuto trionfare ideologicamente sull’ebraismo proprio nel momento in cui questo era uscito politicamente sconfitto nello scontro con l’impero romano.

Tuttavia gli imperatori, distruggendo militarmente Gerusalemme, si portarono per così dire il nemico in casa. Quando essi usavano la religione come strumento della politica, temevano chi voleva fare della politica uno strumento della religione, per questo vollero assolutamente far fuori l’ebraismo. Ma appena l’ebbero fatto, cominciarono a temere chi non era disposto a considerare la religione uno strumento della loro politica, e si trovarono a perseguitare, inutilmente, i cristiani per tre secoli, finché alla fine si arresero, e quando lo fecero, pensarono subito di usare il cristianesimo come prima facevano col paganesimo, con la differenza che dovettero rinunciare alla loro divinizzazione, al loro ruolo sacerdotale.

Il cristianesimo impose all’impero romano una separazione politicamente formale di chiesa e Stato, benché nella sostanza ideologica fossero entrambi cristiani e intenzionati a reprimere chiunque non lo fosse.

Ma in origine come si poneva il cristianesimo nei confronti del paganesimo? Essendo di origine ebraica, il cristianesimo aveva già superato il concetto di politeismo. Al massimo possiamo dire che il cristianesimo sia una forma di “triteismo”, in quanto, nell’ambito della “sacra famiglia” (padre, figlio e spirito) vi è unità di sostanza nella diversità delle persone.

Tuttavia il superamento non è affatto avvenuto nel passaggio dal politeismo al triteismo. Già gli ebrei avevano capito che gli dèi pagani altro non erano che l’immagine riflessa dei vizi e delle virtù degli uomini. Gli ebrei preferivano un dio unico, invisibile, onnipotente, onnisciente, superiore al destino, capace di misericordia e di perdono, assolutamente virtuoso, proprio per impedire agli uomini di avere con questo dio un rapporto arbitrario, del tutto soggettivo. Jahvè pretendeva il rispetto dei patti, della legge scritta, altrimenti toglieva la sua protezione e lasciava il popolo in balìa dei suoi nemici.

Per i pagani gli dèi non avevano pretese così elevate: bastava il sovrano deificato ad averle nei confronti di se stesso e dei suoi sudditi. Le divinità pagane erano una forma di consolazione dalle frustrazioni quotidiane causate da una società schiavistica, erano un gioco intellettuale per chi scriveva commedie e tragedie, erano un modo che ogni città o classe sociale aveva di distinguersi dagli altri, erano una rappresentazione simbolica di forze naturali. I romani non si servivano delle loro divinità per muovere guerra contro i loro nemici, anche perché, quando vincevano, rispettavano le divinità straniere, anzi spesso le adottavano, aggiungendole alle proprie.

La religione, per i romani, era come una sostanza oppiacea, assolutamente innocua sul piano politico (semmai poteva dar fastidio a livello sociale, come quando, con i baccanali, si univa religione a lussuria). Nessun credente pagano, in nome del proprio dio, s’è mai opposto politicamente alle istituzioni dell’impero. Nessun pagano ha mai messo in discussione la divinizzazione dell’imperatore (al massimo l’obbligo di prestare sacrifici alla statua del sovrano lo si riteneva del tutto formale).

Il paganesimo è sicuramente una religione più intellettualistica e alienata dell’animismo, del totemismo ecc., ma resta sempre una religione ingenua, primitiva, in fondo non violenta e anzi molto tollerante di altri culti e rispettosa dei cicli della natura.

Viceversa, il cristianesimo, proprio come l’ebraismo che l’ha preceduto e l’islam che gli è succeduto, è una religione politicizzata, che vuole imporsi nel nome del proprio dio, anche se non lo fa da sé, ma per mezzo di un proprio braccio secolare. Ed è indubbiamente una religione drammatica, anzi tragica, poiché parla di un figlio di dio incompreso dai suoi parenti e discepoli, minacciato continuamente di morte dalle autorità costituite, tradito da uno dei dodici apostoli, deriso, torturato, fustigato e crocifisso dai romani, col concorso dei sacerdoti giudei. L’unico aspetto rassicurante è la resurrezione, cui seguirà il giudizio universale. Una religione del genere non poteva certo far presa in una popolazione pagana ancora convinta delle sorti gloriose dell’impero.

Dove sta dunque il vero motivo di superamento del paganesimo da parte del cristianesimo, quello che gli ha permesso d’essere considerato una religione non acquiescente ma contestativa? Sta anzitutto nel fatto che il cristianesimo ha inventato la separazione di chiesa e Stato, che per un pagano sarebbe stata impensabile (e che invece anche un ebreo avrebbe accettato, benché soltanto al di fuori della propria nazione, al fine di poter vivere meglio il giudaismo nella diaspora).

La suddetta separazione è una forma di protesta politica, è la sconfessione della pretesa che i sovrani hanno di deificarsi, di rappresentare la divinità in maniera istituzionale. Non a caso i cristiani venivano definiti “atei” dai pagani. In un contesto sociale in cui la religione (quella pagana) è vista al servizio del potere politico, è evidente che l’ateismo (cioè il rifiuto di riconoscere tutti gli dèi pagani e persino la divinità del sovrano) appare politicamente eversivo e quindi pericoloso per la stabilità delle istituzioni: ecco perché sino all’ultimo i cristiani verranno accusati d’aver favorito le cosiddette “invasioni barbariche”.

I cristiani si sono “paganizzati” quando hanno tolto alla loro religione qualunque connotato di protesta sociale (quando p.es. sotto Costantino e Teodosio hanno smesso di parlare di uguaglianza sociale e di libertà di coscienza), e si sono “ebraicizzati” quando, col papato medievale, hanno sottomesso la politica alla religione.

Le due cose, in un certo senso, hanno marciato in parallelo, soprattutto in Europa occidentale: quanto più la chiesa pretendeva di porsi come Stato, tanto più la religione diventava una forma di evasione, perdeva il suo contenuto eversivo, anzi veniva usata per avvalorare le pretese integralistiche della teocrazia. Di qui lo sviluppo impetuoso dei movimenti ereticali, che volevano far recuperare al cristianesimo il carattere contestativo che aveva avuto all’inizio.

Quando, in epoca moderna, il cristianesimo s’è trasformato in socialismo, ha compiuto due operazioni simultanee: ha fatto di ogni uomo il dio di se stesso (umanesimo laico) e ha chiesto all’uomo di realizzare su questa Terra la propria liberazione (socialismo democratico-egualitario). Quindi in un certo senso ha ripristinato il valore politico dell’ebraismo e in un altro senso ha conservato l’universalismo del cristianesimo, togliendo però ad entrambi qualunque connotato religioso.

Ora non gli resta che recuperare del paganesimo ciò che questo aveva ereditato dalle religioni primitive: il rispetto della natura. Il socialismo democratico in occidente s’è sviluppato in senso “scientifico”, senza mettere in discussione lo sviluppo tecnologico e industriale della borghesia. S’è limitato a contestare l’appropriazione privata del profitto e l’assenza di una socializzazione dei mezzi produttivi.

Oggi invece il socialismo deve riscoprire il valore della terra, del rapporto naturale dell’uomo con le risorse del pianeta. Il socialismo deve diventare ecologista, mettendo al primo posto l’importanza dell’autoconsumo e del valore d’uso delle cose che si producono.

Coscienza e Persona nel Cristianesimo

Il cristianesimo ha notevolmente sviluppato il concetto di “persona”, introducendo, per così dire, il valore della responsabilità personale, l’idea di libera scelta, il primato della coscienza

Prima del cristianesimo era considerato “persona” solo l’individuo che disponeva di un certo potere o che ricopriva un qualche ruolo ufficialmente riconosciuto. Non si era “persona in sé”, a prescindere da tutto, ma soltanto in rapporto a qualcosa di estrinseco. Il valore di una persona era dato da qualcosa di “esterno”, che l’individuo doveva “possedere” per essere considerato qualcuno.

Nel mondo romano occorreva almeno lo status di cittadino: cosa che distingueva il romano dallo straniero, il libero dallo schiavo. Poi naturalmente vi erano i ruoli politici, sociali, culturali, religiosi. Fra i cittadini liberi, l’uomo era più “persona” della donna, e il vecchio più del giovane.

Il cristianesimo invece, dando importanza al concetto di “persona in sé”, ha avuto il coraggio di affermare che l’essere umano, in coscienza, può essere “libero” anche se fisicamente o giuridicamente è “schiavo”. Questo concetto fu rivoluzionario, poiché poteva impedire al potere costituito di servirsi del concetto di “ruolo” in maniera arbitraria.

È vero che il cristianesimo sosteneva che alle autorità bisognava obbedire non solo per “dovere” (come sempre era stato), ma anche per “motivi di coscienza”2; ma è anche vero che, una volta introdotto il concetto di “coscienza”, il cristianesimo veniva inevitabilmente a porsi in maniera concorrenziale col potere costituito, in quanto, se da un lato, il cristiano poteva predicare la subordinazione, dall’altro poteva anche predicare il contrario, a seconda delle circostanze contingenti, ovvero degli interessi in gioco.

In tal senso si può tranquillamente affermare che il cristianesimo, circoscrivendo il concetto di “coscienza” nell’angusto ambito della religione, ha fatto di questa uno strumento politico da poter usare anche in maniera eversiva (cosa che nell’ambito del paganesimo assai raramente avveniva: le religioni pagane che si opponevano al sistema, normalmente predicavano l’evasione dalla realtà).

La storia del cristianesimo ha dimostrato che ogniqualvolta le autorità cristiane chiedevano al credente di servirsi della propria coscienza per opporsi all’autoritarismo (vero o presunto) delle autorità laico-statali, lo scopo era anzitutto quello di aumentare i poteri politici della chiesa, cioè quello di servirsi dell’obiezione di coscienza per trasferire il totalitarismo da un potere istituzionale a un altro. Questo almeno è quanto è accaduto nell’ambito del cattolicesimo-romano. Eccezioni se ne possono trovare nei primissimi secoli della nostra era o in molti fenomeni ereticali, allorché i credenti si servivano della loro coscienza per opporsi anche al totalitarismo della chiesa.

Fintanto che il primato della coscienza sul ruolo è rimasto organico all’esperienza ecclesiale comunitaria, i vantaggi sul piano socio-culturale sono stati notevoli per la chiesa; e proprio in forza di questi vantaggi il cristianesimo ha potuto vincere la propria battaglia sul paganesimo.

I guai sono venuti quando il cristianesimo, nella forma storica del cattolicesimo-romano, ha rinunciato politicamente alla prassi comunitaria, trasformando il ruolo del pontefice in una monarchia teocratica assoluta. La conseguenza è stata la trasformazione del valore della persona in un concetto meramente astratto, oggetto di speculazione filosofica, come vedremo soprattutto a partire dal Mille.

Nel momento stesso in cui la contraddizione fra politica autoritaria dei vertici clericali e collettivismo più o meno democratico delle masse popolari è giunta al culmine della tollerabilità, è nato il protestantesimo, che ha legittimato l’individualismo anche sul piano sociale. Ed è stato così che è poi nato il capitalismo industriale vero e proprio, di molto superiore a quello corporativo e commerciale.

Il capitalismo poteva nascere solo in un ambito ch’era “cattolico” più sul piano teorico che pratico, più sul piano politico che sociale, cioè in un ambito fortemente dualistico, contraddittorio, polarizzato tra vertice e base, tra essere e dover essere. A questo punto le alternative erano due: o il cattolicesimo si trasformava in protestantesimo, permettendo al capitalismo d’imporsi con relativa facilità; oppure il capitalismo in fieri veniva politicamente costretto a ridimensionarsi, onde permettere al feudalesimo di sopravvivere. In Italia la chiesa cattolica scelse, attraverso la Controriforma, questa seconda strada, che tale rimase sino all’unificazione nazionale. Nell’Europa del nord ebbe la meglio il protestantesimo, che, nella sua veste capitalistica, s’imporrà a livello mondiale.

Perché poi il protestantesimo non riportò in auge lo schiavismo, invece di favorire una nuova formazione sociale, quella appunto capitalistica, è facile da capire: lo schiavismo avrebbe potuto promuoverlo solo in termini non-cristiani, cioè solo là dove non fosse esistita alcuna coscienza cristiana (relativamente al valore della persona). Questa cosa riuscirà a farla, insieme al cattolicesimo, solo per un certo periodo di tempo e solo nelle colonie: qui il capitalismo protestante, in nome del profitto borghese, poté permettersi il lusso d’imporre lo schiavismo alle popolazioni cosiddette “pagane”, mentre il cattolicesimo lo impose secondo i criteri che gli erano più propri, quelli della rendita feudale.

Il capitalismo non è che la maschera cristiana dello schiavismo, cioè è il modo cristiano individualistico (e quindi protestante) di vivere lo schiavismo in un ambito dominato ideologicamente dal cristianesimo. Infatti, il capitalismo, a differenza dello schiavismo, garantisce formalmente la libertà a tutti i cittadini e lavoratori.

Questa maschera non è stata necessaria nei paesi extra-europei, dove, anche se sul piano pratico l’esigenza comunitaria si manifestava con un certo vigore, non si era ancora arrivati, in mancanza della profondità del cristianesimo, a elaborare un’ideologia del valore assoluto della persona. L’individuo veniva semplicemente considerato come una parte del tutto e mai, in nessun caso, come un elemento che, in virtù della propria consapevolezza di sé, poteva porsi al di sopra dei limiti comunitari e naturali.

Il cristianesimo ha vinto sulle culture non cristiane perché ha imposto il dominio politico e ideologico della persona astratta sul collettivo concreto, che ancora non aveva sufficiente consapevolezza della propria forza: il dominio di una persona che di umano non ha più nulla, se non la consapevolezza di poter usare la libertà per compiere le azioni più negative.

Naturalmente c’è un rovescio della medaglia, che il cattolicesimo-romano non poteva prevedere: l’uso arbitrario del concetto di “persona” è possibile appunto perché questo concetto si riferisce a qualcosa che effettivamente esiste. La sua esistenza può indurre gli esseri umani a considerare negativamente ogni forma di abuso e di arbitrio.

Le culture non cristiane, schiavizzate dal cattolicesimo-romano e dal protestantesimo, possono trovare nel cristianesimo originario la forza per emanciparsi, anche se la storia ha dimostrato, nel frattempo, che tale emancipazione può avvenire solo se i valori del cristianesimo vengono definitivamente laicizzati.

Fede e ragione

La chiesa cristiana è stata responsabile dell’interpretazione unilaterale, in senso religioso, del concetto di fede. La fede religiosa – come noto – ha un vizio di fondo, quello di portare a credere che l’oggettività delle cose non stia nelle cose in sé ma in un’entità astratta. Questa fede è sempre un fideismo.

Ciò ovviamente non significa che il fideismo non sia possibile anche nelle concezioni materialistiche o laicistiche dell’esistenza. In fondo, là dove esiste autoritarismo e dogmatismo, lì esiste pure cieca obbedienza, fanatismo (anche se, in questo caso, il materialismo e il laicismo sono già divenuti metafisici o meccanicistici, come ha ben dimostrato l’evoluzione del cosiddetto “socialismo reale”).

Tuttavia, il fideismo del materialismo volgare, deformato, consiste in un’applicazione sbagliata della teoria o in un’interpretazione errata di una teoria sostanzialmente giusta. Viceversa, il fideismo della religione è sin dall’inizio un’errata posizione pratica e teoretica. Questo anche se le sue conseguenze sugli uomini possono essere meno gravi di quelle che può procurare una forma laicizzata di fideismo: col suo “culto della personalità” lo stalinismo ha eliminato sicuramente molti più “nemici” di tutta l’Inquisizione cattolica.

Di fatto, chiunque attribuisca al demonio le cause del malessere sociale o aspetta da dio la soluzione dei suoi problemi, non può accettare neanche per ipotesi ch’esista nelle cose un’oggettività da scoprire. In tal senso, la fede deve riacquistare una propria dignità etica, superiore a quella religiosa. In fondo è facile aver fede in un dio onnipotente e protettore o nella divina provvidenza: si tratta soltanto di non lasciarsi scandalizzare troppo dal male del mondo, cioè di assumere nei confronti di questo male un atteggiamento distaccato, ai limiti del cinismo.

Molto più difficile è aver fede negli uomini così come sono, “santi e peccatori”, soprattutto in quegli uomini che, pur essendo condizionati dalle contraddizioni sociali, credono ugualmente di poterle risolvere. “Aver fede” che le cose possano cambiare è un segno di maturità. La ragione può aiutarci a capire in che modo, ma senza la fede, spesso le motivazioni della ragione (ai fini della mobilitazione pratica) non sono mai sufficienti. La verità oggettiva, finché non coinvolge il soggetto, è come una statua da contemplare.

Le ragioni della fede o la fede nella ragione?

Tutta la storia del pensiero europeo va letta come un progressivo avvicinamento verso una concezione filosofica di tipo ateistico. Per capirla bisogna anzitutto dare per scontato che la religione s’è formata soltanto nel passaggio dal comunismo primitivo allo schiavismo. Qui col termine “religione” s’intende non qualcosa di spontaneo, come l’animismo o il totemismo, ma qualcosa di strumentale alla conservazione dei privilegi di casta o di classe. Questa ideologia classista era stata fatta propria, come instrumentum regni, dai ceti aristocratici, il cui potere era basato sulla forza militare.

Le prime forme di contestazione della religione, favorevoli quindi allo sviluppo dell’ateismo, sono state anche delle forme di critica al sistema dei poteri dominanti. In modo particolare sono stati i ceti mercantili che, criticando quelli aristocratici (laici e religiosi), hanno dato più peso alla ragione che non al mito, e quindi hanno sviluppato concezioni di vita di tipo ateistico o quanto meno di tipo agnostico.

Il fatto che queste concezioni abbiano subito delle battute d’arresto o addirittura delle involuzioni va attribuito ad eventi storici, non al fatto che quelle riflessioni filo-ateistiche fossero poco approfondite rispetto al tradizionale pensiero religioso o mitologico.

P. es. quando nell’alto Medioevo si sviluppa potentemente il cristianesimo, la motivazione sta nel fatto che il politeismo pagano era sempre stato strettamente legato a rapporti di potere. Il cristianesimo, con la sua idea di uguaglianza morale e universale di fronte a dio e di equa retribuzione di pene e premi ultraterreni, sembrava offrire maggiori garanzie etiche ai ceti oppressi o marginali.

Cioè nell’alto Medioevo si poteva tornare ad essere dei veri credenti, rifiutando la fede formale del paganesimo imperiale, il quale peraltro non aveva certo visto negativamente le persecuzioni a carico dei cristiani. Né si aveva bisogno di recuperare quell’indirizzo ateistico che già nel mondo greco-romano si era sviluppato. La fede religiosa, nell’alto Medioevo, fu una cosa seria, onesta, anche se le prime tracce di ateismo le troviamo già al tempo di Boezio e Scoto Eriugena, i quali, conoscendo il greco, erano in grado di attingere ai testi classici.

Perché questa fede iniziò ad essere smantellata a partire dal Mille? Non era abbastanza solida? Forse sarà una coincidenza, ma la rinascita dell’ateismo avviene in concomitanza con la rinascita del ceto mercantile. La borghesia è una classe individualistica, che non ama avere delle autorità che la comandino, anche perché, per fare affari, essa ha bisogno di una certa libertà d’azione.

Boezio e Scoto Eriugena, pur condannati come eretici, furono infatti apprezzati soltanto dopo il Mille, in quanto tendevano a separare la fede dalla ragione e sostenevano che si poteva usare la logica per chiarire meglio le verità religiose e il senso della realtà. Eriugena aveva addirittura capito che si poteva sviluppare la ragione sostenendo la teologia apofatica di Dionigi Areopagita, secondo cui “dio è tutto ciò che non è”.

Curiosamente l’apofatismo avrà un grande successo nell’area bizantina e slava, ma non in quella latina. Anch’esso avrebbe potuto portare all’ateismo, se svolto in maniera conseguente. Invece la borghesia cattolico-romana vi arrivò per una strada opposta, quella della teologia catafatica, secondo cui per credere in dio bisogna dimostrarlo razionalmente, e chi non vi riesce finisce con l’aprire le porte al dubbio, allo scetticismo. Il bisogno di usare la logica nelle questioni di fede era conseguente a un forte impoverimento dell’esperienza religiosa, che negli ambiti di potere ecclesiastico era del tutto screditata. Si usava la logica per dimostrare la validità di idee religiose già smentite nella pratica.

Esisteva, tra le due teologie, occidentale e orientale, una differenza non irrilevante nei rapporti tra Stato e chiesa. Quella cattolica, infatti, usava la razionalità come strumento del potere ecclesiastico, con cui sottomettere quello laico; quella ortodossa invece usava il misticismo, proprio per distinguersi dal potere laico e non per cercare di emularlo, opponendosi anzi nettamente ogni volta che quello, per motivi politici, pretendeva d’intromettersi nei contenuti della fede.

In occidente la teologia apofatica non è mai stata apprezzata dai cattolici, poiché non si è mai accettata l’idea che la chiesa dovesse restare politicamente subordinata allo Stato. La chiesa romana ha sempre preteso un proprio Stato, con cui confrontarsi con altri Stati e, se necessario, sottometterli o minacciarli di scomunica. È sempre stata una chiesa politica per eccellenza. Ed è stato proprio in questa maniera ch’essa, indirettamente, ha favorito lo sviluppo dell’ateismo. Una chiesa politica infatti, in grado di disporre di ampi poteri temporali, è sempre una chiesa autoritaria e corrotta.

Tuttavia, quando un ricercatore esamina le controversie dei teologi accademici del basso Medioevo, è tendenzialmente portato a considerare la teologia altomedievale come molto “conservativa” rispetto a quella speculativa della Scolastica, proprio perché di natura mistica, cioè equivalente a quella greco-ortodossa.

Così facendo, però, non ci si rende conto:

  1. che il razionalismo catafatico era passato dalla teologia vera e propria a una sorta di filosofia religiosa grazie allo sviluppo della borghesia, il quale sviluppo, di per sé, non può essere considerato migliore o superiore al ruralismo altomedievale.
  2. Uno studioso di filosofia oggi non è in grado di apprezzare una fede mistica o un’esperienza religiosa che non si avvalga della razionalità per dimostrare le verità della propria fede. È portato a considerare migliore il basso Medioevo proprio perché gli intellettuali di quel periodo erano più vicini al modello attuale di intellettuale, che sul piano teorico è appunto borghese e razionalista. In questa maniera si pone una preferenza pregiudiziale nei confronti di un tipo particolare di organizzazione sociale e di riflessione culturale. Tutto il pensiero teologico lontano da questa organizzazione sociale e da questa mentalità razionalista, viene rifiutato a priori o comunque considerato irrilevante ai fini dello sviluppo di una filosofia laica: in occidente dall’esperienza benedettina al francescanesimo spirituale; in oriente tutta la teologia ortodossa.
  3. Opporre astrattamente una filosofia religiosa a una teologia vera e propria, ovvero la fede nella ragione alle ragioni della fede, non serve a chiarire quale delle due correnti esprimesse meglio uno stile di vita più conforme a natura. Non ha alcun senso, ai fini della ricerca della verità, mettersi preventivamente dalla parte di una specifica classe sociale (quella borghese), di cui peraltro oggi vediamo tutti i suoi grandissimi limiti.

*

Quando si esaminano i teologi medievali è anzitutto opportuno, se si vuole conservare qualcosa di utile dei loro ragionamenti, spesso così lontani dai nostri, sostituire la parola “dio” con la parola “uomo”, cioè bisogna attribuire all’uomo tutto quanto essi attribuivano a dio. Per loro infatti – che ne fossero o meno consapevoli – dio non era altro che un sostituto di ciò che l’uomo avrebbe dovuto essere e che non riusciva ad essere a causa degli antagonismi sociali.

In secondo luogo bisogna distinguere tra i teologi che esplicitamente appoggiavano la causa dei poteri dominanti da quelli che invece la contestavano. Tra questi ultimi bisogna fare un ulteriore distinzione tra quelli che volevano un ritorno alla semplicità e onestà del cristianesimo primitivo (i cui protagonisti erano economicamente poveri, modesti e non disponevano di alcun potere politico), e quei teologi che invece, con le loro idee laicistiche o democratiche, si pongono a favore dei nuovi ceti emergenti, quelli borghesi (artigiani e commercianti, fittavoli, imprenditori, liberi professionisti e artisti).

Questi teologi filo-borghesi col tempo avranno la meglio, nell’ambito del cattolicesimo-romano, e apriranno le porte alla riforma protestante. Gli altri invece verranno duramente perseguitati, anche se le loro idee, in forma del tutto laicizzata, verranno riprese da talune forme di socialismo o di utopismo di carattere sociale, a partire dall’Utopia di Tommaso Moro.

II

Quando uno scrive un manuale di filosofia come vede, generalmente, l’alto Medioevo? Esattamente come un qualunque autore di un manuale di storia, e cioè come un’epoca buia e decadente, dove sul piano culturale l’unica cosa significativa fu la trascrizione dei testi classici da parte degli amanuensi benedettini. Persino la Schola Palatina, voluta da Carlo Magno e organizzata da due monaci irlandesi, prima Alcuino, poi Giovanni Scoto Eriugena, viene considerata poco innovativa, sia rispetto ai classici greci, sia rispetto alla teologia agostiniana, che in Europa occidentale dominerà sino alla riscoperta accademica dell’aristotelismo.

Questo atteggiamento di totale incomprensione di quell’epoca è dovuto a due motivazioni: la prima è che si guarda il passato con gli occhi del presente, per cui, vivendo noi in un’epoca basata su città e mercati, scienza e tecnica, tutto ciò che non rientra in questo standard viene considerato particolarmente arretrato (salvo valorizzare quei singoli aspetti che più s’avvicinano al nostro stile di vita, come positive eccezioni alla regola); la seconda motivazione è conseguente alla prima: per noi “cultura” vuol dire anzitutto elaborazione sofisticata di ragionamenti astratti e logici.

La cultura non è necessariamente una riflessione sopra un’esperienza in atto, proprio perché noi tendiamo a separare la teoria dalla pratica, così come separiamo l’attività manuale da quella intellettuale, per cui, là dove manca la cultura intellettuale, cioè quella prodotta dagli specialisti in materia, vi è solo subcultura.

Sicché quando si esamina l’alto Medioevo ci appare del tutto insignificante (soprattutto se si produce un manuale di “filosofia”) che, sul piano sociale, i cosiddetti “barbari” avessero trasformato il rapporto economico da schiavile a servile, favorendo l’autoconsumo invece del mercato e quindi la campagna invece della città.

Per noi quella fu un’epoca di regresso, almeno sino a quando non rinacquero le città intorno al Mille. La teologia agostiniana poté dettare legge per mezzo millennio proprio perché aveva avuto la fortuna d’essere stata elaborata prima del definitivo crollo dell’area occidentale dell’impero, quando ancora la cultura classica faceva sentire tutto il proprio peso.

La cosa strana è che non ci si accorge neppure che per tutto l’alto Medioevo l’area bizantina aveva prodotto una teologia di altissimo livello, enormemente più sofisticata e precisa di quella agostiniana. Gli autori di questi manuali s’accorgono della presenza di tale teologia solo quando, relativamente all’alto Medioevo, sono costretti a parlare di Scoto Eriugena, il quale, conoscendo il greco, era in grado di tradurre tutte le opere di quel grandissimo teologo anonimo chiamato pseudo-Dionigi Areopagita, dal quale prese anche buona parte della propria teologia. Tradusse anche gli Ambigua di Massimo Confessore e La creazione dell’uomo di Gregorio Nisseno.

Perché questa ignoranza così abissale nei confronti della patristica greca? Semplicemente perché nell’Europa occidentale s’è operata, in nome della romanità e latinità del cattolicesimo, una censura nei confronti di quella straordinaria cultura, vista sempre come una pericolosa rivale, soprattutto perché non ammetteva che la chiesa potesse costituirsi come “Stato”. Non a caso quegli intellettuali latini che favorirono troppo la cultura religiosa orientale venivano o eliminati (come Boezio) o anatemizzati (come lo stesso Eriugena).

Questo significa che, anche quando si fanno manuali di filosofia con un’impostazione di tipo laicista, non si può fare a meno di mettersi dalla parte di una sola versione del cristianesimo, quella appunto papista, cioè quella che ha fatto del potere politico ed economico la ragione della propria esistenza.

Questi autori di manuali filosofici spesso hanno una notevole ignoranza della patristica greca e della teologia ortodossa o bizantina, altrimenti si sarebbero accorti subito che non vi è, fino ad Agostino, neanche un teologo della parte occidentale dell’impero o dei regni romano-barbarici che abbia detto qualcosa di davvero innovativo rispetto ai teologi orientali. Lo dimostra il fatto che il mondo latino non conobbe alcuna significativa controversia cristologica e non riuscì mai ad elaborare alcuna teologia pneumatica.

Laddove si riscontrano innovazioni, a partire soprattutto da Agostino, in genere vengono considerate vere e proprie “eresie” da parte dei teologi orientali: dal Filioque al primato di Pietro, dalla trasmissione ereditaria del peccato originale alla supremazia giurisdizionale sulla cristianità rivendicata dalla diocesi di Roma.

Le uniche innovazioni davvero interessanti, per una visione laicizzata della vita, sono state quelle che hanno ridimensionato l’importanza della fede rispetto alla ragione o quelle che hanno elaborato delle concezioni religiose vicine agli interessi dei ceti marginali. Ma anche in quest’ultimo caso, agli autori dei manuali di filosofia piace poco “perdere tempo” a esaminare le opere di chi è uscito sconfitto dalla storia dei potenti.

Note

1 Quando fuori da citazioni esplicite in cui appare con la maiuscola, la parola “dio”, nei testi di filosofia, andrebbe sempre usata con la minuscola, essendo un equivalente della parola “essere” o “sostanza” o “essenza” ecc., cioè non potendo riferirsi a un “nome proprio di persona”, come invece fanno i credenti, per i quali però la teologia ha un primato su tutto e considera la filosofia una propria “ancella”. Questo per dire che anche quando si prende in esame un teologo, non si può scendere sul suo terreno, accettando l’idea che la parola “dio” possa essere più di una semplice parola. La filosofia può interessarsi di problematiche teologiche solo nella misura in cui esse hanno una qualche attinenza a quelle di tipo filosofico. È la filosofia che deve porre le condizioni epistemologiche e anche di logica formale in cui un qualunque discorso possa avere un senso.

2 Col che si può pensare che il cristianesimo abbia legittimato eticamente il servilismo dei cittadini nei confronti delle autorità costituite.

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Di Mikos Tarsis

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