L’Africa alla deriva

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Son capitato casualmente sul sito vaticannews.va, sempre alla ricerca di notizie interessanti, e ho trovato un’intervista del 25 maggio scorso, concessa dal comboniano Giulio Albanese, editorialista dell’“Osservatore Romano”, esperto africanista, che merita d’essere riassunta.

Anzitutto ha detto che il passaggio dall’Organizzazione dell’Unità Africana, nata nel 1963, all’Unione Africana, nata nel 2009, ha comportato il totale ripensamento di uno dei punti fermi su cui si reggeva la passata Organizzazione, il fatto cioè che non ci si potesse ingerire negli affari interni dei singoli Paesi. Oggi, invece, quando avviene un colpo di Stato in qualsiasi Paese africano, la prima iniziativa che viene presa da Addis Abeba, sede dell’Unione, è quella di sospendere il Paese da tutte le attività e dagli organi decisionali dell’UA (di recente l’ha fatto con la Guinea).

Rimane però aperta la questione della intangibilità dei confini: ancora oggi una sorta di principio categorico. Il problema però è che sono avvenuti dei cambiamenti radicali: pensiamo alla nascita dell’Eritrea agli inizi degli anni ’90, che prima faceva parte dell’Etiopia, o nel 2011 alla nascita del Sud Sudan, che ha diviso in due il più grande Paese africano. Questo rappresenta motivo di preoccupazione, anche perché, considerando che i confini degli Stati sono un retaggio dell’epoca coloniale, altri potrebbero imitarli.

Non dimentichiamo che la prima cosa da fare oggi per garantire la pace nel continente è assicurare la sicurezza alimentare e poi la partecipazione democratica di tutti coloro che, all’interno dei Paesi, sono chiamati a esercitare il diritto di voto. Noi sappiamo che in Africa questo è un altro grosso problema, perché quando ci sono le consultazioni, in molti Paesi spesso si verificano brogli.

Questo continente (grande tre volte l’Europa) sta attraversando una penosa congiuntura, per l’impennata della conflittualità tra gli Stati, dalla Somalia alla Repubblica Democratica del Congo, dalla Nigeria settentrionale alla recente crisi del Tigrai: la lista è lunga. Poi vi sono i pesanti condizionamenti derivati dalla crisi libica, con la costante penetrazione di cellule jihadiste verso l’Africa subsahariana. Se a questo aggiungiamo la crisi economica scatenata dal Covid-19, che ha innescato meccanismi recessivi senza precedenti, unitamente a quello che è l’accanimento della speculazione finanziaria internazionale e la debolezza del sistema sanitario continentale, per non parlare poi dei cambiamenti climatici, il tanto declamato “Rinascimento africano”, in questo frangente, sembra essere svanito in una bolla di sapone.

Nonostante ciò bisogna dire che l’Africa non è assolutamente povera come spesso si pensa. Semmai è “impoverita”, ma questa è un’altra storia. L’Africa non chiede la nostra beneficenza, chiede il riconoscimento della propria dignità. Questo continente, se fosse davvero rispettato, non si manifesterebbe come una sorta di terra di conquista da parte soprattutto di organizzazioni, imprese e aziende straniere multinazionali. L’Africa ha bisogno davvero di una cooperazione perspicace, intelligente perché poi, se andiamo a vedere i dati dell’UNCTAD, il paradosso è proprio questo: che sono molti di più i soldi che gli africani nel loro complesso danno alle nazioni ricche e industrializzate, rispetto a quelli che noi presumiamo di dare a loro. E questo perché c’è un’attività fortemente speculativa proprio sulle ricchezze naturali del continente.

Un altro aspetto assai preoccupante è la questione del debito. Nel momento in cui vengono prestati dei denari ai Paesi africani, noi assistiamo a quel fenomeno che viene definito in gergo “finanziarizzazione del debito”. In sostanza significa che il pagamento degli interessi è legato alle speculazioni in borsa. Si tratta di un sistema vessatorio, perché è dimostrato matematicamente che se il debito viene finanziarizzato, chi riceve i soldi non sarà mai nelle condizioni di poter restituire, rispettando la tabella di marcia, ciò che ha ricevuto. Gli interessi sul debito gli impediranno di crescere.

Infine la pandemia ha colpito anche l’Africa. Il sistema sanitario continentale lascia molto a desiderare, anche perché le zone rurali spesso sono isolate dal resto del mondo. Oggi in Africa c’è penuria di vaccini e c’è davvero bisogno di solidarietà dal punto di vista della salute, perché è il continente nel mondo in cui c’è la maggior circolazione di fake medical, cioè di farmaci contraffatti che, invece di guarire le persone, in molti casi addirittura possono determinarne la morte. Finché ci sarà penuria di vaccini nelle periferie del mondo, in particolare in Africa, il rischio di nuove varianti è quasi scontato.

L’Africa ha delle straordinarie potenzialità, ha saperi ancestrali, ha 1.500 popoli diversi, è stata la culla dell’umanità, poiché lì l’homo sapiens ha mosso i primi passi. Queste culture hanno dato molto all’umanità. Pensiamo alla civiltà egiziana, a quella axumita (in Africa centro-orientale), pensiamo anche a tutte quelle etnie che sono anni luce distanti dal nostro immaginario, ma che possiedono un sapere che è parte del bene comune dell’umanità.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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