L’etica economica medievale e il “giusto prezzo”

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In generale

Che cosa c’era di sbagliato nell’etica economica medievale quando, rifacendosi alla crematistica aristotelica, i teologi della Scolastica consideravano lecito l’arricchimento soltanto se si fondava sul valore d’uso del prodotto venduto (frutto di un determinato lavoro)? Come noto, nelle loro teorie qualunque transazione venisse fatta usando unicamente il denaro (che per loro, essendo un semplice strumento di scambio, non poteva creare alcun valore ed era quindi considerato una cosa morta) sconfinava facilmente nell’illecito, nel moralmente riprovevole. Di qui ad esempio il divieto dell’usura o del prestito a interesse, cui si cercò di porre rimedio con l’istituzione dei monti di pietà.

C’erano due cose sbagliate: 1) anzitutto si affermava un’etica che veniva sistematicamente contraddetta dallo sfruttamento dei contadini, fonte principale della rendita feudale, laica ed ecclesiastica; 2) in secondo luogo l’etica economica medievale era puramente teorica, proprio perché, esistendo il servaggio e la rendita, l’aristocrazia non si sentiva in diritto d’impedire lo sviluppo dei rapporti mercantili.

Da un lato le classi dominanti impedivano ai contadini di vivere un’esistenza dignitosa, cioè si opponevano in tutte le maniere a una riforma agraria che spezzasse il latifondo e permettesse loro di avere in proprietà un lotto di terra con cui garantirsi, attraverso l’autoconsumo, il mantenimento della famiglia; dall’altro esse furono ad un certo punto costrette (diciamo a partire dal Mille) ad accettare l’idea che si formasse una classe sociale, giuridicamente libera, dedita ai commerci sulle lunghe distanze e in grado di realizzare guadagni favolosi ponendo il valore di scambio di talune merci (rare e preziose) ben al di sopra del loro valore d’uso.

In fondo chi era il borghese se non quell’ex-contadino che, consapevole di avere delle qualità personali, non voleva più stare sottomesso a un rapporto di sfruttamento e che quindi era disposto a fare di tutto per arricchirsi il più possibile, a titolo individuale o, al massimo, corporativo?

Il borghese è una figura sociale che poteva nascere solo in una società dove i princìpi etici erano sistematicamente contraddetti dalla pratica. È una figura sociale che, da un lato, deve tener conto degli alti ideali professati dai poteri costituiti, i quali formalmente pretendono il loro rispetto; dall’altro invece pensa di poter sfruttare a proprio vantaggio l’incoerenza fra teoria e pratica manifestata, piuttosto visibilmente, dagli stessi poteri costituiti, cioè pensa di potersi insinuare nelle strette maglie dell’ipocrisia, agendo con molta astuzia e circospezione, e facendo in modo che la piccola crepa iniziale si allarghi sempre più, fino ad approfondirsi in maniera irreversibile, diventando irreparabile.

Il borghese non può essere uno sprovveduto, poiché ha a che fare con due giganti sul piano sia politico-militare che ideologico; due istituzioni (una laica, l’altra religiosa) che deve cercare di raggirare nel migliore dei modi, assicurando a se stesso, alla propria famiglia e alla propria discendenza un’esistenza basata sul benessere economico.

Quando il teologo medievale parlava di “giusto prezzo”, doveva già dare per scontato che la quantificazione di questo prezzo fosse in grado di deciderla soltanto il borghese (nella sua “coscienza”), nel senso che si sapeva benissimo che, nonostante tutti i controlli possibili nell’ambito delle corporazioni, in definitiva era soltanto il mercante che conosceva le spese effettive che aveva dovuto sostenere per commerciare una determinata merce. L’acquirente, in sostanza, non poteva fare altro che fidarsi dell’onestà del venditore. Il che – se ci pensiamo – era come chiedere all’agnello di farsi mangiare dal lupo per timore che potesse compiere di peggio.

Infatti, più che al “giusto prezzo” il borghese era (ed è ancora oggi) interessato ad altre cose: a risparmiare sui costi economici e commerciali, a vendere il più possibile e soprattutto a creare l’esigenza della necessità dei suoi prodotti. Attraverso la pubblicità la borghesia deve indurre falsi bisogni, quelli che permettono enormi arricchimenti.

Quando, nel Duecento, la Scolastica arrivò a parlare di “giusto prezzo”, era già da molto tempo che il valore di scambio tentava di soppiantare quello d’uso, proprio perché si sapeva che, nell’ambito della società mercantile, è lo scambio che decide l’uso. E nel mercato lo scambio è imposto dalla borghesia, poiché qui prevale sempre la volontà di chi commercia. L’etica economica cattolica non aveva certamente gli strumenti operativi per favorire un’inversione di tendenza.

Da questo punto di vista appare quanto meno ridicolo persino il moderno economista inglese Adam Smith, quando diceva che, una volta separato il valore d’uso da quello di scambio, si poteva calcolare quest’ultimo sulla base della quantità di lavoro socialmente necessario a produrre una determinata merce (“socialmente necessario” nel senso che si faceva riferimento a un “tempo medio”, senza considerare le specifiche abilità del singolo lavoratore).

In realtà tale quantità di lavoro, in un sistema mercantile, non può mai essere calcolata in maniera esatta, proprio perché il valore d’uso è dominato da quello di scambio; e lo scambio è tra estranei in competizione tra loro, dove chi vende parte necessariamente avvantaggiato, e chi compra deve continuamente difendersi, non potendo operare un controllo preliminare davvero significativo.

È proprio questo primato del valore di scambio che comporta l’utilizzo di fattori imponderabili, indipendenti dalla volontà del singolo capitalista, che vanno a incidere dall’esterno sul valore di una merce, la quale, in ultima istanza, finisce con l’avere un valore pari al suo prezzo, che oscilla continuamente, quando la situazione dei mercati è abbastanza regolare, da un minimo a un massimo, ma che drasticamente diminuisce o aumenta in maniera incontrollata quando si verificano situazioni molto critiche, come possono essere le guerre, le carestie, i crac borsistici, l’insolvenza degli Stati, le speculazioni finanziarie ecc.

Chiunque sa che il prezzo di una merce, nell’ambito del capitalismo, è tutto meno che razionale. Cioè non basta a determinarlo né il tempo di lavoro socialmente necessario né il costo delle materie prime e dei macchinari, né l’entità dei salari. In un sistema fortemente competitivo (anarchico) come quello capitalistico, è impossibile fare affidamento su una politica dei prezzi fondata su qualcosa di oggettivo. Non è possibile neppure in presenza di monopoli, a meno che questi siano in grado di non avere concorrenti a livello nazionale. Cosa però poco fattibile, in quanto il capitalismo impone un mercato mondiale, per cui un monopolio nazionale è destinato, col tempo, a essere superato.

E a livello mondiale non esistono dei monopoli in grado di decidere i prezzi delle loro merci, senza tener conto della concorrenza di altri monopoli. Se esistessero dei monopoli in grado di decidere i prezzi di tutte le merci del mondo, non avrebbero senso le borse. A quel punto non avrebbe neppure senso un capitalismo monopolistico privato. Ci vorrebbe una sorta di “socialismo capitalistico di stato” che permettesse alla società civile di praticare sì il capitalismo, ma non fino al punto da allestire nuovi monopoli, meno che mai se privati, in quanto gli unici possibili dovrebbero restare di patrimonio statale, anche se gestiti privatamente, assicurando ai manager lauti guadagni.

L’unico criterio oggettivo per stabilire il valore della merce è quello di considerare l’uso superiore allo scambio, ma questo comporta una conseguenza che il capitalismo non potrebbe mai accettare, e cioè che s’imponga, sul piano generale, l’idea e la pratica dell’autoconsumo e che il mercato serva soltanto per scambiare le eccedenze.

In presenza di autoconsumo si sa esattamente quanto tempo ci vuole per produrre un oggetto, quanto materiale occorre per produrlo e che prezzo mettere nel caso in cui si volesse venderlo. Ovviamente si dovrebbe pensare a un prezzo solamente nel caso in cui esistesse un mercato. In tal caso però il denaro sarebbe solo un mezzo per realizzare lo scambio, non una fonte per arricchirsi illimitatamente. Chi vende un bene in cambio di denaro, se dominasse l’autoconsumo, semplicemente reimpiegherebbe questo denaro per acquistare un bene diverso. Il denaro come equivalente universale per una semplice compravendita di prodotti non è un incentivo a far nascere il capitalismo, quando sussiste l’autoconsumo.

Certo uno può pensare che in presenza di autoconsumo, il denaro può anche non esistere, in quanto è possibile applicare il baratto come mezzo di scambio. È vero, ma ciò non toglie che, per convenzione, due o più comunità non possano mettersi d’accordo su quale mezzo di scambio dare un valore comune. Può essere l’oro, l’argento, il bronzo, il rame, il ferro, ma possono essere anche i grani del cacao, le pellicce, le conchiglie ecc. L’importante è mettersi d’accordo, senza che nessuno debba imporre ad altri quale sia l’universale equivalente.

Se insieme, per convenzione, si decidono le cose, è ovvio che la scelta di un mezzo comune di pagamento può valere come criterio per l’acquisto di qualunque cosa. È sbagliato pensare di dover scegliere la forma più semplice di pagamento per allargare il mercato, cioè per vendere quante più cose possibili. Infatti, più importante del mercato resta sempre l’autoconsumo, che va garantito dalla comunità d’appartenenza. I mercati non possono né debbono avere la quotidianità della vita di comunità. Un mercato ha senso anche se è soltanto annuale o semestrale o mensile. Dev’essere un avvenimento saltuario, temporaneo, in cui avvengono tutti gli scambi di cui si ha bisogno, ma di cui, in ultima istanza, si può fare anche a meno, proprio perché la soddisfazione dei bisogni primari è garantita dalla comunità d’appartenenza.

Al mercato ci si dovrebbe andare per soddisfare bisogni secondari, non imprescindibili, ma facoltativi. Anzi si dovrebbe guardare con sospetto il crescere di una specifica domanda da parte del mercato (p.es. gli anglo-francesi, agli albori della conquista dell’America del nord, chiedevano ai nativi soprattutto pellicce da vendere in Europa). Richieste di questo genere obbligano a modificare sensibilmente un determinato stile di vita. In cambio gli indiani ottenevano cose di cui fino a quel momento avevano potuto fare a meno.

La società basata sull’autoconsumo è completamente diversa da quella basata sul mercato. Non solo per motivi economici, ma anche per motivi sociali. Soprattutto è diversa la percezione dello stare insieme, della convivenza quotidiana. Si è infatti consapevoli della necessità di una interdipendenza assoluta. L’individuo s’identifica completamente col collettivo, sa di non poterne mai fare a meno.

Viceversa, nelle società di mercato l’antagonismo e l’individualismo sono la regola. La comunità è soltanto una somma di individui singoli tra loro rivali, dove quelli che dispongono della proprietà dei mezzi produttivi, dei beni mobili o immobili comandano su tutti gli altri, in ragione della loro proprietà. Sono loro che decidono tutte le leggi, anche quelle economiche. Lo stare insieme non è tra individui paritetici, ma è una costrizione, che inevitabilmente genera violenza, corruzione e alienazione.

Quando gli economisti borghesi dicono che il prezzo di una merce viene deciso dalla bilancia esistente sul mercato tra domanda e offerta, mentono sapendo di mentire, poiché tutti gli acquirenti sanno che i venditori sono più forti, sono loro che, in ultima istanza, decidono i prezzi. Quando la domanda non è conforme alle loro aspettative, sono loro che modificano le modalità di acquisto di una determinata merce, usando vari accorgimenti e strategie (p.es. gli sconti, le dilazioni, l’acquisto dell’usato, le offerte vantaggiose…). Sono sempre loro che possono decidere come ridurre il costo del lavoro, ricorrendo ai licenziamenti e aumentando il carico di lavoro al personale rimasto; sono sempre loro che delocalizzano le imprese là dove il costo del lavoro, le tasse, i contributi previdenziali ecc. sono ridotti al minimo. Non c’è nessuna parità sul mercato, se non quella formale dell’uguaglianza giuridica dei cittadini personalmente liberi.

Autoconsumo vuol dire anzitutto riappropriarsi della terra. Vuol dire considerarsi “figli della terra”, vivere dei frutti della terra, riducendo al minimo l’impatto ambientale dei propri consumi e dei propri mezzi lavorativi, poiché la terra deve avere il tempo per rigenerarsi, per riprodursi. Vuol dire anche riciclare qualunque prodotto si usi, dagli scarti dell’alimentazione ai rifiuti organici (umani, animali e vegetali).

Bisogna imparare a non buttare via niente, a riutilizzare tutto, a risparmiare su tutto. Bisogna imparare a capire che ciò che si rinuncia in termini di comodità e di benessere materiale viene abbondantemente ripagato, grazie all’autoconsumo, in termini di pacificazione interiore, di soddisfazione morale, d’identificazione coi processi della natura. L’uomo è un ente di natura, che non può fare della natura ciò che vuole. È anzi la natura che gli dice cosa può e deve fare di se stesso e dell’ambiente in cui vive.

Tuttavia non vogliamo illuderci su questo punto: è infatti evidente che nella situazione attuale è impossibile un ritorno all’autoconsumo senza uno sconvolgimento epocale, di natura bellica o ambientale. Non ci potrà mai essere un ritorno pacifico all’autoconsumo, proprio perché chi detiene oggi le leve del potere cercherà d’impedirlo con ogni mezzo.

Il problema più grave tuttavia non è questo, ma il dopo. Cioè occorre avere, sin da adesso, la convinzione che l’unica alternativa possibile al mercato è l’autoconsumo e quindi la riappropriazione della terra, mentre l’unica alternativa possibile allo Stato è la democrazia diretta, gestita localmente. Noi non abbiamo soltanto il compito di resistere contro chi vuole portare l’umanità alla catastrofe (e la resistenza sarà sicuramente molto dolorosa, poiché gli interessi in gioco sono enormi), ma abbiamo anche il compito di porre le condizioni perché non abbiano a ripetersi, quando avverrà la transizione, né lo sfruttamento dell’uomo né quello della natura. Questo è davvero il compito più difficile, poiché le condizioni non possono prescindere dalla libertà personale, cui ogni essere umano ha diritto. Imporre l’autoconsumo e la democrazia diretta sarebbe un controsenso.

In Tommaso d’Aquino

La dottrina del “giusto prezzo” dei canonisti medievali oggi ci appare incredibilmente deficitaria, con punte addirittura d’ipocrisia, in quanto si serviva di argomenti esclusivamente etico-religiosi per impedire che l’economia borghese, sviluppatasi a partire dal Mille, degenerasse. Dove stava l’ipocrisia? Non era forse giusto regolamentare eticamente le transazioni commerciali?

L’ipocrisia stava appunto in questo, che si dava per scontata l’esistenza di transazioni commerciali inique, cui si cercava di porre rimedio esclusivamente con strumenti etici. Gli intellettuali di chiesa appartenevano a una categoria sociale privilegiata: nessuno di loro (se non qualche “eretico”) metterà mai in dubbio la necessità del servaggio e della rendita feudale. È quindi evidente che quando cominciò a formarsi, a lato di questo sfruttamento del lavoro contadino, un tipo di attività che prescindeva totalmente dal possesso o dall’uso della terra, in quanto si affidava esclusivamente ai commerci, i quali inizialmente dovevano per forza essere a lunga distanza, affinché il mercante potesse accaparrarsi di merci rare e preziose da rivendere con grande vantaggio, l’etica economica medievale non poteva sentirsi legittimata a mettere dei paletti oltre i quali non si potesse andare. L’unica cosa che poteva fare era quella di tollerare spazi di manovra sempre più larghi per il profitto individuale, cioè offrire giustificazioni sempre più ampie.

D’altra parte dopo il Mille erano gli stessi ambienti ecclesiastici che praticavano il commercio, la finanza, gli affari economici in generale. Si pensi agli Ordini teutonico e templare o al Priorato gerosolimitano, ch’erano ricchissimi, ma anche al papato avignonese, specializzato nel prestito a interesse. Furono proprio le crociate a sconvolgere completamente l’economia europea, indirizzandola in maniera decisa verso lo sviluppo del capitalismo mercantile e manifatturiero, aperto a un mercato potenzialmente mondiale.

La teologia tomistica, che emerge proprio nel pieno di questo rivolgimento economico, è tutta improntata sul “moralismo”, proprio perché sa di non avere le forze sufficienti per rovesciare un processo che appare irreversibile. Il lucro viene considerato lecito quando è “ragionevole” e quando è voluto per scopi onesti, come p.es. il mantenimento della propria famiglia, il decoro della città, l’elemosina ai poveri ecc. È questa, in estrema sintesi, la filosofia tomistica in campo economico. Cioè san Tommaso sentiva di non poter fare altro che affidarsi alle “buone intenzioni” dell’affarista.

Nei confronti dei mercanti che, per buona parte della loro vita, non avevano mostrato particolare attitudine a fare il bene, si chiedeva di compiere un atto riparatorio, cedendo, p.es., una parte delle loro ricchezze a opere di carità (cosa che, in genere, si faceva nei testamenti di morte). Gli usurai però non potevano lasciare alla chiesa i loro patrimoni, frutto di rapina, a meno che – aggiunge l’Aquinate – non fosse possibile rintracciare le persone danneggiate, per restituire loro il maltolto. Insomma i mercanti potevano facilmente mettere in pace la loro coscienza, facendo lasciti, donazioni o semplici elemosine ai bisognosi o a chi si curava della loro misera sorte, quando addirittura non compravano le indulgenze vendute dal clero.

Si è fatto un gran dire, avvicinando addirittura S. Tommaso a Marx e Adam Smith, quando affermava che il valore dei beni è dato dal lavoro umano, ma si dimentica spesso di aggiungere che tale lavoro costituiva solo una porzione del valore di scambio delle merci, in quanto un’altra parte era costituita proprio dallo scambio in sé, che non poteva essere tenuto sotto controllo tanto facilmente. Meno che mai nell’area occidentale dell’Europa, dove le istituzioni politiche ed ecclesiastiche feudali non hanno mai potuto esercitare un effettivo controllo sulla produzione economica borghese, tendenzialmente individualistica o, al massimo, corporativa.

Quando Tommaso parlava di valore del lavoro, lo faceva soltanto per impedire l’usura, ch’era un guadagno su una cosa, il denaro, che, a quel tempo, i teologi ritenevano “morta”, in quanto andava concepito come semplice mezzo di scambio e non come una fonte di accumulazione illimitata. Per Tommaso vi era usura persino là dove il compratore aumentava il prezzo della sua merce a chi era disposto ad acquistarla soltanto a rate.

Infatti, se si guarda più da vicino come Tommaso intendeva il lavoro, ci si accorgerebbe ch’egli lo valutava in rapporto alla classe sociale di appartenenza del lavoratore. Il che voleva dire che il lavoro compiuto nelle Arti maggiori aveva sicuramente maggiore valore di quello compiuto nelle Arti minori, a prescindere da qualunque altra valutazione.

Nella sua teologia era impensabile l’elevamento del singolo fino a raggiungere il livello della classe superiore (a meno che non fosse un chierico); non solo, ma gli appariva impensabile persino il contrario, e cioè l’abbassamento del soggetto al gradino inferiore, anche nel caso in cui ci si fosse privati della propria ricchezza per darla ai poveri. Per lui ogni individuo doveva avere ciò che gli bastava per vivere in maniera conforme al proprio rango, deciso dalla nascita, per volere divino.

Naturalmente anche Tommaso sapeva che il valore di un oggetto non stava soltanto nel lavoro che l’aveva prodotto, ma anche nel costo delle materie prime e dell’attrezzatura per fabbricarlo. Tutte cose che, nell’ambito delle corporazioni, potevano essere abbastanza controllate. Abbastanza perché egli stesso si rendeva conto che calcolare il “giusto prezzo” di una merce era, in ultima istanza, impossibile. Ecco perché sosteneva che la compravendita era lecita quando il prezzo non oscillava troppo al di sopra o al di sotto di quello teoricamente giusto.

Quello che però non sapeva, perché non voleva sapere, era che nella determinazione del prezzo della merce influiva pesantemente anche lo sfruttamento del lavoro altrui, cioè quella parte di valore che non viene pagata e che impedisce che sul mercato la domanda e l’offerta stabiliscano il giusto prezzo della merce.

Per lui il guadagno illecito era soltanto quello che si realizzava senza impiegare alcun lavoro, cioè in sostanza una transazione meramente finanziaria. Non era anche quello in cui si usava il lavoro altrui come mezzo di sfruttamento. Infatti in tal caso egli si limita a sostenere che non vi è alcuno sfruttamento là dove il salario è equo. L’equità stava tra quel minimo che garantisce la sopravvivenza e quel massimo che in coscienza decide di dare il proprietario dei mezzi produttivi, e che sarà tale da impedire ad altri di ritenerlo un avaro.

L’etica cattolica non si sognava neanche lontanamente di porre le condizioni perché non vi fosse alcun lavoro salariato, alcuna necessità di acquistare merci sul mercato, cioè non si preoccupava affatto di chiedere la realizzazione di una riforma agraria che spezzasse il latifondo e permettesse ai contadini, una volta divenuti proprietari di un lotto di terra, di poter vivere di autoconsumo, vendendo o scambiando soltanto le eccedenze.

Che l’Aquinate fosse dalla parte del venditore o del proprietario e non dell’acquirente o del lavoratore sfruttato, è testimoniato anche dal fatto che, secondo lui, il mercante, mentre vende la propria merce, non è tenuto a far sapere all’acquirente che il prezzo di quella stessa merce, per motivi contingenti, è destinato a scendere in tempi brevi. Ognuno deve fare il proprio lavoro, possibilmente secondo coscienza: non si può chiedere al mercante d’essere generoso. Al massimo gli si può chiedere d’essere giusto. E, per esserlo, deve limitarsi a non vendere pensando di sfruttare il bisogno altrui, meno che mai quando questo viene artatamente indotto, rendendo, p.es., una determinata merce poco accessibile sul mercato, in maniera da far salire la domanda e quindi il suo prezzo.

Alla fine egli deve ammettere che sarebbe meglio parlare non di “giusto prezzo”, sempre molto difficile da stabilire oggettivamente, ma di “prezzo conveniente”, lasciato alla discrezione del venditore (una discrezione che, in caso di merce difettosa, diventava un vero e proprio obbligo morale, onde evitare la frode). Era in sostanza come ammettere che il valore di scambio è sempre più importante del valore d’uso e che quindi il vero valore di una merce sta soltanto nel suo prezzo.

Infatti non serve a niente sostenere un giusto prezzo, stabilito dal lavoro, dalle spese, dalla qualifica del lavoratore, e poi sostenere che, in ultima istanza, sulla base di circostanze contingenti del mercato, quello che conta è il prezzo conveniente, cioè quello soggettivo deciso dal mercante. Oggi un modo di ragionare del genere sarebbe stato considerato dai lavoratori quanto meno una turlupinatura.

San Tommaso si sarebbe difeso da questa accusa dicendo che l’unica cosa che poteva fare il legislatore era quella d’impedire che si formassero dei monopoli, capaci – come noto – di decidere i prezzi che vogliono. In particolare egli era a favore dell’intervento dello Stato laddove si poteva rischiare un problema serio (come p.es. nei generi alimentari) dovuto a sfavorevoli condizioni climatiche o di altro genere. Il che si traduceva nel cercare di rendere i prezzi più bassi che fosse possibile, data l’eccezionalità del momento.

Tuttavia egli non chiedeva molto di più allo Stato, poiché voleva porre il singolo di fronte alla propria coscienza. Se il giusto prezzo non era compatibile col prezzo conveniente, doveva essere la coscienza a risolvere il problema. Al massimo il legislatore poteva intervenire sui mercati locali, cercando d’impedire i prezzi monopolistici e gli abusi più evidenti, ma nulla poteva sui mercati internazionali e tanto meno nel campo del commercio della moneta, luogo privilegiato per i guadagni più lauti.

In soldoni, tutta l’etica economica della Scolastica è un continuo sforzo moralistico di contenere gli effetti negativi del capitalismo nascente, senza mai mettere in discussione le contraddizioni del sistema feudale: un modo di arrabattarsi che, proprio per questa ragione, si troverà completamente spiazzato di fronte alle più moderne teorie calvinistiche.

Purtroppo però ancora oggi i medievisti cattolici attribuiscono il trionfo del capitalismo all’egoismo della borghesia di religione protestante, continuando, come i medievali canonisti, a non spendere una parola sull’egoismo dell’aristocrazia laica ed ecclesiastica di religione cattolica.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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