Usura e Chiesa romana

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Premessa

Se accettiamo l’idea che il capitalismo commerciale sia nato prima di quello industriale, stando bene attenti a non confondere le due formazioni economiche, allora dovremmo anche accettare l’idea che il cattolicesimo-romano dell’epoca basso medievale ha contribuito enormemente, nonostante in genere appaia il contrario, allo sviluppo della prima forma di capitalismo.

Infatti l’Italia cattolica della seconda parte del feudalesimo, quella che va dal Mille alla scoperta europea dell’America, fu caratterizzata, al pari delle Fiandre, da una fiorente attività commerciale, invidiata da tutta Europa, un’Europa che sarebbe diventata “protestante” solo alcuni secoli dopo.

Se le cose stanno così è forse riduttivo sostenere che l’etica economica medievale, qui gestita dalla sola chiesa romana nella parte occidentale dell’Europa, fu di tipo “concessivo”, nel senso che tendeva progressivamente ad adeguarsi alle spinte borghesi che emergevano ad extra del proprio perimetro d’azione, delle proprie concezioni e dei propri stili di vita.

In realtà l’etica economica basso medievale fu anche il risultato di determinate posizioni politiche e ideologiche che la chiesa romana assunse ab intra, posizioni orientate verso la rottura dei tradizionali legami comunitari (ereditati dal mezzo millennio dell’alto Medioevo), verso l’affermazione di un temporalismo teocratico e, all’interno di questo, verso la supremazia autoritaria, sempre più monarchica, del pontefice su ogni altra istanza ecclesiale.

Lo sviluppo dei rapporti mercantili-monetari, chiaramente di tipo borghese, in cui il denaro diventava equivalente universale di tutti gli scambi, fu conseguenza indiretta di un mutamento di mentalità e quindi di posizione politica che avvenne all’interno della chiesa di Roma a partire sostanzialmente dalla costituzione del sacro romano impero e proseguita sino alla nascita dei Comuni, alla riforma gregoriana e alla lotta per le investiture, all’inizio delle crociate nel Vicino oriente e nei Paesi baltici, alla riscoperta accademica dell’aristotelismo e allo sviluppo della Scolastica, all’eliminazione del dissenso ereticale dei movimenti pauperistici e alla rottura definitiva nei confronti della tradizione greco-ortodossa e bizantina.

Se questa tesi è vera, la storia del basso Medioevo va in parte riscritta, poiché, stando ai documenti ufficiali dell’epoca e in genere alle tesi principali dei maggiori medievisti, la chiesa romana non appare come un fattore propulsivo del mercantilismo, ma semmai come un freno. E indubbiamente è stato così nella maggior parte dei paesi euroccidentali di quel periodo storico. Non tuttavia in Italia. Non a caso qui i grandi traffici commerciali fanno nascere quelle grandi rivoluzioni culturali che passano sotto il nome di realismo giottesco, di Umanesimo nel pensiero e di Rinascimento nelle arti.

Le Goff, Capitani e altri sostengono che il mercantilismo, nato al di fuori delle tradizionali abitudini e competenze della chiesa romana, fu inizialmente tollerato, in quanto non ritenuto particolarmente pericoloso per i criteri di vita della società feudale, tanto che l’etica economica medievale si configura come un’etica “concessiva”, disposta ad adeguarsi in maniera relativa al mutamento delle circostanze. Solo che ad un certo punto la situazione assunse degli sviluppi che sfuggirono al controllo della chiesa, e in questa incapacità politica delle gerarchie i medievisti laici vedono in genere un fattore di progresso per lo sviluppo dell’Europa, in particolare per quelle classi sociali che stavano portando quest’area geografica al di fuori dei cosiddetti “secoli bui”.

Qui sarebbe bene fare una puntualizzazione di metodo storiografico. Ci rendiamo conto che sarebbe ingenuo pensare di poter trovare un riscontro esplicito alla tesi che vogliamo sostenere nei documenti ufficiali dell’epoca, non foss’altro che per una ragione: le fonti storiche, soprattutto quelle scritte, spesso servono non per svelare ma per nascondere la realtà.

Fa specie, in tal senso, vedere come Le Goff definisca il secolo XIII con l’espressione “secolo della giustizia”, solo perché i canonisti avevano equiparato “il furto usurario” a un “peccato contro la giustizia”. Ormai dovrebbe essere ritenuta pacifica la tesi secondo cui un periodo storico non può essere interpretato sulla base della concezione che esso ha di se stesso (e questo ovviamente vale anche per una persona o per una classe sociale).

Non perché è “passato”, il passato è più comprensibile del presente. Esistono sempre margini tali di ambiguità che nessuna fonte storica è in grado di colmare. Pensare di poter ricostruire delle vicende passate sulla base delle fonti storiche prodotte nello stesso periodo in cui sono avvenute quelle vicende, è pura illusione. Peraltro nel Medioevo i falsi elaborati dal clero, regolare e secolare (l’unico ceto in grado di poterlo fare), non sono pochi1, per cui le fonti scritte meno di altre possono servire per ricostruire quelle vicende storiche e comprendere le motivazioni che ne hanno determinato lo svolgersi.

Lo stesso vale per il presente. Infatti, anche se è vero che la lettura e la scrittura riguardano la stragrande maggioranza delle persone (almeno nei paesi industrializzati), è però anche vero che nelle civiltà antagonistiche le opinioni dominanti sono soltanto quelle espresse dai poteri dominanti, politici ed economici, che tutelano interessi di una ristretta minoranza di persone.

Se fra mille anni gli storici che vorranno comprendere la realtà dell’attuale Terzo Mondo, si baseranno unicamente sulle fonti reperite nei paesi capitalisti, di quella realtà non capiranno assolutamente nulla, e non capiranno nulla neppure se useranno le fonti di quei potentati che in questo momento sono presenti nello stesso Terzo Mondo.

L’usura e l’etica economica medievale

Prima di procedere nella disamina dell’argomento in oggetto, è bene precisare che qui si ha intenzione di rispondere a quattro precise domande.

Nel Medioevo:

  1. qual era l’atteggiamento che la chiesa aveva nei confronti dell’usura?
  2. l’usura quando è diventata un grave problema?
  3. quando si è cominciato a giustificarla?
  4. l’usura ha davvero favorito la nascita del capitalismo?

Concluderemo poi la trattazione con delle considerazionifinali.

I – Chiesa cristiana e usura

Periodo altomedievale

L’atteggiamento che ha avuto la chiesa cristiana nei confronti dell’usura teoricamente è sempre stato piuttosto netto, sicuramente più netto di quello della cultura ebraica, che poneva il divieto entro i confini del solo giudaismo, tra aderenti alla medesima confessione ebraica, ma lo tollerava tranquillamente nei rapporti con gli stranieri di religione pagana (cfr Dt 28,12; 23,20; Es 22,24; Lv 25,35 ss; Sal 15,5; Pr 28,8; Ez 18,13ss; 22,12 ecc.).

Sappiamo comunque che anche il divieto ebraico restava un lontano ideale, in quanto la Legge in più punti prescriveva dei limiti al creditore nell’esigere pegni (cfr Es 22,25; Am 2,8; Gb 24,3.9; Dt 24,6; 24,10), proprio per non far diventare l’ebreo povero lo schiavo di un proprio connazionale (cfr Lv 25,39ss; Am 2,6; Ne 5,1-13).

D’altra parte i tassi praticati da Israele non superavano mai quelli delle civiltà ad essa coeve (p.es. nel codice Hammurabi si arriva fino a 50-70%). Durante il periodo ellenistico si arrivò (se si esclude l’Egitto, dove rimase al 24%) a un tasso ragionevole dell’8-10%. Nel I secolo d.C. un decreto imperiale lo fissò al 12% nelle province d’Asia.

Nella legislazione giustinianea troviamo i primi “massimali” relativi all’usura su base annua: i senatori non potevano chiedere più del 4%, la maggior parte della popolazione non poteva chiedere più del 6%, gli uomini d’affari non potevano superare l’8%; ma per i prestiti marittimi, ad alto rischio, si poteva giungere sino al 12%.

Sotto l’imperatore Niceforo (802-811) si proibì ai sudditi di riscuotere interessi: solo lo Stato poteva farlo al 16,66%. Anche Basilio I (867-86) proibì l’usura.

È evidente che con queste misure si tentava di salvare capra e cavoli: da un lato si scoraggiava la partecipazione dell’aristocrazia al mercato dei capitali, dall’altro si permetteva che venissero richiesti interessi superiori al 6% generalizzato, al fine di incoraggiare le spedizioni a rischio.

Tuttavia nell’impero bizantino dell’XI sec. il tasso ufficiale d’interesse, ch’era andato aumentando progressivamente in base al corso della moneta, arrivò al 5,5% per le persone di alto rango, all’8,33% per la maggior parte della popolazione e al 11,71% per gli uomini d’affari.

Questo significa che, malgrado la condanna religiosa del prestito ad interesse, gli imperatori bizantini, realisti, non tentarono mai seriamente di proibirlo; piuttosto, scelsero di autorizzarlo per meglio controllarlo. Quanto alla chiesa, essa si limitava a condannare gli ecclesiastici che praticavano l’usura.

Ostrogorsky afferma che “sebbene l’usura fosse contraria alla moralità medievale, la proibizione di prestare a usura era molto rara a Bisanzio. Le esigenze dell’economia monetaria, molto sviluppata nell’impero, ignoravano i precetti della morale e il prestito a usura era stato in ogni tempo molto diffuso a Bisanzio” (Storia dell’impero bizantino, Einaudi, p. 171).

Generalmente l’usura si forma quando si è in presenza di un’economia mercantile e di antagonismi sociali. Che l’usura avesse dei tassi ufficiali regolamentati dallo Stato può far pensare anche al fatto, che, oltre al mercantilismo e alle classi contrapposte, vi fosse da parte delle istituzioni il tentativo di far valere alcuni valori etico-religiosi volti a impedire che il fenomeno dilagasse.

Non c’è fonte patristica, latina o greca, che non condanni decisamente questa pratica economica. La prima condanna la troviamo in Clemente Alessandrino (Paedagogus, 1,10 e Stromata 2,19), ma subito dopo gli fanno eco Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,17), Cipriano (Testimoniorum libri III ad Quirinum, 3,48), Commodiano (Instructiones 65), Lattanzio (Institutiones divinae, 6,18), Ilario (Tractatus in Ps XIV 15), Ambrogio (De Off. II,3, De Bono Mortis 12,56, De Nab. 4,15, Epistola 19 e De Tobia 42), Girolamo (In Ez. Commentarii 6,18), Agostino (Ennarationes in Ps. XXXVI, sermo 3,6; 38,86 e De baptismo contra Donatistas 4,9), Leone Magno (Ep. IV e sermo XVII). In particolare Girolamo sosteneva che il divieto dell’usura tra “fratelli (ebrei)” (Dt 23,20) era stato “universalizzato” dai profeti e dal Nuovo Testamento, e tuttavia non si diffonderà mai in occidente un’interpretazione universalistica della parola “fratello”, poiché anche quando si comincerà a parlarne, nei secoli XII e XIII, lo si farà in maniera del tutto astratta e convenzionale, in riferimento ai cattolici-romani sparsi nel mondo, certamente non in riferimento ai cristiani ortodossi né tanto meno ai musulmani, nei confronti dei quali, proprio in quei secoli, sarà durissima la contrapposizione ideologica, politica e militare.

Anche tra i padri greci è lo stesso: Basilio (Homilia II in Ps XIV), Gregorio Nazianzeno (Or. 16,18), Gregorio Nisseno (Ep. ad Letoium, Contra usurarios, Homilia IV in Ecclesiastem), Giovanni Crisostomo (Homilia LVI in Mt, Homilia XVI in Gen, Hom. XIII in 1 Cor, Hom. X in 1 Tess.). E non si devono dimenticare i Concili di Elvira (300), Arles (314), Nicea (325) e Clichy (626), in cui l’usura viene sempre condannata.

Tra i padri latini bisogna spendere una parola per Ambrogio, il quale, pur dipendendo da Basilio, se ne discosta su due punti fondamentali (nel suo De Tobia, a cura di M. Giacchero, Genova 1965): 1) accetta che l’usuraio faccia il prestito a condizione che il beneficiario possa disporre del denaro come vuole, possa cioè investirlo, restituendo la somma con gli interessi solo dopo aver ottenuto una rendita dal proprio investimento; 2) nei confronti dello straniero, nemico di guerra, egli permette che si esiga l’interesse sul debito quando lo straniero non può essere facilmente vinto in guerra o quando lo si potrebbe uccidere senza compiere un delitto, secondo il principio “dov’è il diritto di guerra, lì è anche il diritto di usura”: col che egli poneva un’adesione pressoché letterale, e certamente poco cristiana, al dettato veterotestamentario. Ambrogio non intenderà mai la parola “fratello” in senso universalistico.

Periodo bassomedievale

Nell’età carolingia Rabano Mauro (784-856) proibisce l’usura fra cristiani, siano essi laici o ecclesiastici, ma nei confronti degli infedeli o dei criminali ritiene giusto l’interesse “spirituale” (il pentimento, la fede, la conversione…), come “compenso” per le spese sostenute per la predicazione loro rivolta della parola di Dio.

Coll’inizio delle crociate si comincia a sostenere in Italia che si può chiedere usura ai musulmani, anche se questo avrebbe potuto voler dire per i musulmani impiegare i capitali ricevuti contro gli interessi dei cristiani. D’altra parte durante le crociate l’usura ebbe grande diffusione, tanto che già alla fine del XII sec. gli usurai cristiani erano di molto superiori a quelli di origine ebraica. Tra il Mille e il XIII secolo il tasso annuale che gli ebrei in Francia non dovevano superare era del 33,5%. Analogamente a Firenze, Milano, Pistoia, Lucca il tasso medio annuo si aggirava sul 30% (in Inghilterra invece andava dal 12 al 33%).

Anche nell’area bizantina nell’XI secolo si passa ad una scala diversa e più elevata dei tassi usurari: per i senatori il 5,55%, per la gente comune l’8,33%, per gli uomini d’affari l’11,71%, per i prestiti marittimi il 16,66%. I medesimi tassi resteranno in vigore nel corso del XII secolo. Ma Catacolone Cecaumeno, duca di Antiochia caduto in disgrazia, militare e aristocratico, continua a tuonare contro il prestito a interesse. Il vecchio generale approvava soltanto il prestito finalizzato al riscatto dei prigionieri (che tra l’altro era l’unico motivo che giustificasse la vendita di beni ecclesiastici) e condannava tutte le altre forme di prestito: quelle cioè per ricavarne interessi, per ricavarne guadagni illeciti (quindi sono da evitare anche le associazioni d’affari), per guadagnare i favori di una donna, per favorire chi vuole appaltare un posto nell’amministrazione o chi vuole acquistare schiavi o terreni…

Per tutto il basso Medioevo schiere di teologi e canonisti cattolici favorevoli o contrari all’usura si dividevano sulla questione di sapere a chi la proibizione andasse rivolta: infatti, quanti appoggiavano l’idea clericale di un’affermazione temporale della chiesa non avevano dubbi nel ritenerla lecita nei confronti degli stranieri, degli infedeli, dei nemici di guerra e della chiesa romana in generale; quanti invece affrontavano l’argomento in chiave puramente etica, erano in genere contrari a qualunque forma di usura, che veniva paragonata a una sorta di “furto” e a volte persino di “eresia”.

Tra i seguaci del primo atteggiamento si annoverano: Graziano (1140), Pietro Comestore (m. 1179) e Guglielmo di Auxerre (m. 1230), che giustificavano in qualche modo l’usura praticata dai cristiani nei confronti degli stranieri o dei nemici, dicendo che anche il Vecchio Testamento aveva permesso la stessa cosa agli ebrei, al fine di evitare che la praticassero tra loro; Alessandro di Hales (m. 1249), che non riconosceva il diritto di proprietà a chi poteva essere legittimamente ucciso, negava che l’usura potesse essere considerata un furto nei confronti di una persona del genere; e dello stesso avviso erano anche papa Alessandro III (1159); Bernardo da Pavia (m. 1213); Uguccione (1188); Giovanni Teutonico (1216); Enrico Bohic (1340).

Tra i seguaci del secondo atteggiamento troviamo Anselmo d’Aosta (1033-1109) e Pietro Lombardo (1100-1160), che paragonano l’usura al furto; Pietro Cantore (m. 1197), che accusa principi e prelati cristiani di non avere scrupoli nel servirsi dei prestiti a interesse da parte degli usurai cristiani; Alberto Magno (1193-1280), Tommaso d’Aquino (1225-74), Raimondo da Peñafort (1234), Ostiense (1271) e Guglielmo Durand (1237-96), per i quali l’usura andava proibita anche agli ebrei.

Quanto ai concili ecclesiastici bisogna dire che mentre il Lateranense II (1139) è ancora fermo nel condannare teoricamente l’usura (l’usuraio cristiano non pentito è indegno dei sacramenti e del funerale religioso), viceversa il Lateranense III (1179), costatando che molti cristiani abbandonavano i loro mestieri legittimi per diventare usurai, condanna soltanto i veri e propri “professionisti” dell’usura, quelli che campavano facendo questo mestiere, non quindi gli usurai occasionali. Il Lateranense IV (1215) pone invece per la prima volta una netta distinzione tra “usura”, sempre vietata, e “interesse”, lecito entro tassi ragionevoli, impedendo però ai cristiani di commerciare con ebrei usurai: in questo Concilio si riprendono termini più in uso nella giurisprudenza romana che in quella altomedievale.

Il II Concilio di Lione(1274) e il Concilio di Vienne (1311) ribadiscono la condanna dell’usura, anzi minacciano la scomunica a quei capi di Comuni o di Stati che la tollerano nei loro territori.

II – Quando l’usura diventa un problema

Situazione generale

Le condanne ecclesiastiche dell’usura cominciano a inasprirsi tra la metà del XII secolo e la metà del XIII. L’usura scoppia praticamente subito dopo il Mille, ma le premesse “ideologiche”, non “materiali”, per la sua affermazione erano già latenti nell’alto Medioevo, in concomitanza con la costituzione illegale del sacro romano impero, in opposizione a quello del basileus di Costantinopoli, che determinò la corruzione del clero, lo smantellamento delle tradizioni bizantine, la revisione profonda di vari principi conciliari e di prassi ecclesiale, sino alla rottura definitiva, con le reciproche scomuniche, del 1054, anticamera dello scatenamento delle crociate anche in funzione anti-ortodossa.

In questa situazione di lassismo etico e di revisionismo ideologico (cui si cercherà di porre rimedio con l’integralismo politico-religioso della riforma gregoriana), fu facile agli ebrei, soggetti già a molte discriminazioni, approfittare del fatto che la legislazione vigente non colpiva direttamente la loro categoria. Se fino ad allora l’usura non aveva attecchito in misura significativa, era stato semplicemente perché l’economia rurale basata sull’autosussistenza, in una neonata società cristiana, la rendeva assai poco praticabile. Certo, poteva accadere che durante un periodo di carestia, usuraio fosse anche chi non esitava a vendere i beni di prima necessità a prezzi esorbitanti, magari dopo aver tenuto la merce nascosta dolosamente, nell’attesa fiduciosa del rincaro dei prezzi.

Tuttavia anche dopo la riforma gregoriana la condanna dell’usura si porrà più che altro sul terreno delle enunciazioni teoriche (la proibizione di vendere il tempo o di far generare denaro dal denaro, sterile per definizione, ecc.), cui si riuscirà a dare un seguito pratico solo nei confronti degli ebrei, facilmente individuabili e legalmente poco tutelati. Gli ebrei venivano condannati anche perché erano visti dagli usurai cristiani come dei concorrenti. Non a caso già nel XIII secolo si afferma il principio che l’usura è semplicemente “un peccato contro il giusto prezzo”, quello di mercato, ovvero che è un interesse esagerato, dettato dalla personale cupidigia.

All’usuraio, che specula sul denaro, si tende sempre più a opporre il mercante, che guadagna legittimamente coi commerci. Si accetta tranquillamente, nel XIII secolo, il fatto che il lavoro (quello ovviamente mercantile) sia a fondamento della ricchezza e si rifiuta l’usura in quanto guadagno senza lavoro.

L’antisemitismo apparso nei secoli XII-XIII è una conseguenza del fatto che alle contraddizioni del capitalismo commerciale non si sa opporre altra soluzione che quella di criminalizzare singole categorie di persone. Gli ebrei, pur essendo economicamente forti, erano politicamente molto deboli, per cui era abbastanza facile far passare la loro situazione finanziaria come un privilegio ingiustificato. Tant’è che mentre gli usurai cristiani venivano processati in tolleranti tribunali ecclesiastici, quelli ebrei invece erano sottoposti ai più severi giudizi dei tribunali laici.

I sovrani infatti, che pur ricorrono abbondantemente a prestiti usurari, possono espropriare gli usurai come e quando vogliono, sicuri di non incorrere in sanzioni ecclesiastiche.

In generale tuttavia la condanna dell’usura, in tutto il basso Medioevo, è più teorica che pratica, anzi forse è tanto più teorica quanto meno è pratica.

Gli italiani in particolare erano dei grandissimi usurai: i toscani, i vicentini, ma soprattutto i lombardi, che vivevano negli attuali Piemonte, Lombardia ed Emilia e che provenivano dai ceti dirigenti dei maggiori Comuni italiani. Costoro erano usi a frequentare i periodici incontri commerciali che dalla seconda metà del XII secolo si tenevano nei centri della francese Champagne, in cui confluiva la produzione francese e fiamminga. E lì cominciarono a praticare non solo il commercio delle mercanzie ma anche quello del denaro, finché ad un certo punto si specializzarono nella sola attività creditizia, che rendeva molto di più.

All’inizio la loro attività fu resa necessaria dal fatto che, esistendo numerosissime monete, occorrevano esperti in grado di cambiarle, assegnando a ciascuna moneta il giusto valore. In seguito, nonostante i divieti canonici, essi si trasformarono in veri e propri usurai legalizzati, dotati, a differenza degli ebrei, di ampi diritti civili e politici, in quanto cittadini di autonomi Comuni italiani: detenevano il monopolio di un’attività permessa dalle autorità pubbliche.

L’attività del banco si esplicava principalmente nel prestito su pegno, fissato a scadenza settimanale e di solito prorogato per un anno. I tassi variavano a seconda del cliente e del tipo di pegno e non erano certo bassi, se è vero che in Borgogna nel 1390-91 i lombardi furono costretti dal sovrano Filippo l’Ardito a restituire tutti i pegni, annullando i debiti dei loro clienti.

I re francesi (p.es. Luigi IX nel 1258 e 1268, ma anche Filippo il Bello nel 1291) spesso cacciavano gli usurai dal regno, requisendo tutti i loro beni, ma poi, dietro pagamento di una forte tassa, li riammettevano tranquillamente. E se le tasse erano insostenibili, i lombardi preferivano trasferirsi altrove, sicuri di poter continuare meglio i loro affari. A Treviri, nel 1262, furono addirittura accolti dall’arcivescovo!

Nella seconda metà del XIII secolo, dopo aver largamente frequentato territori come la Borgogna, l’Alsazia e la Lorena, la valle della Sarre, il Brabante, il Lussemburgo e altri ancora, si insediano stabilmente, sino all’età moderna, nelle Fiandre, uno dei principali centri industriali e commerciali del Nord Europa. Ma bisogna dire che per tutto il ‘300 non c’è regione europea che non abbia conosciuto la frenetica attività degli usurai e cambiatori italiani.

Le prime serie misure contro questi usurai furono prese con l’istituzione dei Monti di Pietà, agli inizi del ‘500. Ma nelle Fiandre (Paesi Bassi) tali Monti furono istituzionalizzati solo nel 1618, dopo che s’era tentato, invano, di far abbassare i tassi degli usurai lombardi dal 33% al 22%. Qui infatti i lombardi erano diventati consiglieri di conti, ricevitori generali delle finanze pubbliche, abili precettori d’imposte e zecchieri, per non parlare dei titoli nobiliari ch’erano riusciti ad acquistare e a trasmettere alla loro discendenza.

Non dimentichiamo che le Fiandre furono all’origine della trasformazione dell’Inghilterra da paese feudale a paese capitalistico.

Situazione degli ebrei2

[A partire dal XII secolo, si assiste, in Europa occidentale, a uno straordinario diffondersi dell’usura tra gli ebrei: l’usuraio è di norma un ebreo, e la parola “ebreo” acquista il significato di “usuraio”. Gli ebrei prestano denaro ai governi per i loro eserciti e le loro funzioni, ai nobili per i loro lussi, ma anche alle classi più modeste, artigiani e contadini e perfino alle abbazie e ai conventi.]

[In tutta Europa, la loro condizione sociale è quella di “servi della corte del re” (“servi camerae regis“); secondo la legge inglese sono considerati parte integrante dei beni del sovrano; in Germania gli imperatori del sacro romano impero rivendicano sui loro averi diritto di proprietà assoluta, con la facoltà di espellerli, venderli o darli in pegno; mentre in Francia, a norma degli Statuti di San Luigi re (1270), i giudei sono di proprietà dei nobili nel cui territorio risiedono.]

[Per legge, gli ebrei potevano soltanto esercitare taluni mestieri manuali, quali quelli dell’artigiano (fabbro, sarto, muratore, tessitore, vasaio, ecc.), alcune occupazioni del settore terziario (osti, librai, scrivani, ecc.), ma non potevano svolgere alcuna libera professione, salvo quelle di medico, prestatore di denaro, coniatore di monete e importatore di spezie.]

[Anche se il mestiere di usuraio non era scevro da gravi pericoli, sia per l’incerto status sociale dei giudei, sia perché i debitori spesso tendevano a sottrarsi ai loro impegni contrattuali fomentando l’antisemitismo e le persecuzioni razziali, gli ebrei avevano buoni motivi per farsi usurai.]

[Anzitutto, non essendo cristiani, non erano toccati dal divieto della Chiesa e non avevano nulla da perdere; in secondo luogo, soggetti com’erano a persecuzioni, sopraffazione e soprusi d’ogni genere, erano naturalmente portati a scegliere un mestiere i cui profitti fossero facili a nascondersi e a trasferirsi; in terzo luogo, la strettezza dei rapporti che intrattenevano con i loro correligionari non solo in Europa ma anche nelle contrade islamiche rendeva loro più agevole procurarsi e scambiarsi la valuta occorrente per grosse operazioni finanziarie. Gli ebrei, esercitando l’usura, soddisfacevano un bisogno reale della società, in un’Europa che stava passando da un’economia di mera sussistenza a un’economia che richiedeva un maggiore uso di denaro, bene che allora era assai scarso.]

[Esposti a infamanti accuse d’avvelenamento e d’omicidio rituale, sempre minacciati di repentina espulsione, privati perfino del diritto alla vita, gli ebrei erano indotti a vedere nel denaro la sola arma di difesa, anzi, una cosa dotata di valore sacro. Era col prestito di questa cosa preziosa, il denaro, che gli ebrei si guadagnavano da vivere, anche se non è da credere che tutti accumulassero ingenti fortune.]

[I tassi applicati ai prestiti erano spesso alti, ma soprattutto variavano in modo considerevole da luogo a luogo. Allora come ora, l’entità del saggio d’interesse era indicativa dello stato dell’economia di un paese: per esempio, il tasso praticato nella Repubblica di Venezia, che oscillava tra il 5 e l’8 per cento, era prova della floridezza della Serenissima, mentre un tasso assai elevato, come quello massimo in uso in Austria verso la metà del XIII secolo denunciava il sottosviluppo di quel paese.]

[Essere usuraio era a quel tempo una cosa estremamente scomoda: l’usuraio si trovava costantemente tra due fuochi: la Chiesa e lo Stato.]

[La Chiesa si sforzò di cristianizzare la società e lo fece con metodi consueti ai potenti: il bastone e la carota. Il bastone fu satana e il diavolo fu razionalizzato e istituzionalizzato dalla Chiesa e cominciò a funzionare bene intorno all’anno Mille.]

[La carota fu il purgatorio; in altre parole, l’usuraio non aveva che una scelta: se sceglieva il profitto usuraio, che gli consentiva di vivere e prosperare, cadeva nelle grinfie del diavolo e optava per l’inferno e la dannazione eterna; se invece, anche solo in punto di morte, si pentiva sinceramente e restituiva il maltolto, la sua anima andava in purgatorio. La via del purgatorio, però, era tutt’altro che agevole; infatti, sovente l’usuraio moriva di morte improvvisa, ovvero perdeva la parola quand’era vicino alla resa dei conti con Dio, e comunque non riusciva a confessare i suoi peccati.]

[Tutto ciò quanto al destino della sua anima; quanto al suo corpo, ci pensava il potere temporale a sistemarlo a dovere. “Usurai ebrei e stranieri dipendevano dalla giustizia laica, più dura e repressiva. Filippo Augusto, Luigi VIII e soprattutto San Luigi emanarono una legislazione assai dura nei confronti degli usurai ebrei, contribuendo così a fomentare l’antisemitismo già assai diffuso fra la popolazione”.]

[Come ben sappiamo, la Chiesa aveva da tempo tassativamente proibito ai cristiani, religiosi e laici, d’esercitare l’usura, dando inoltre facoltà ai preti d’esimere i debitori dal pagare interessi, come pure d’indurre gli usurai, spesso in punto di morte, a rendere ai debitori le somme percepite come interessi sui mutui, ovvero a farne donazione alla Chiesa stessa.]

[Questa, intanto, rimaneva ferma sulle sue posizioni dottrinali; anzi, a partire dall’XI secolo, calcò sempre più la mano sui divieti e sulle pene da comminare ai trasgressori. Il divieto del prestito a interesse si fece assoluto in concomitanza con lo sforzo di attuare il progetto ierocratico dei papi, progetto che tendeva alla “clericalizzazione della società dei fedeli”, e che inevitabilmente produsse l’irrigidimento delle norme antifeneratizie.]

[Quale sia nei primi secoli dopo il Mille l’origine dello stereotipo dell'”ebreo usuraio”, quello stereotipo che si trasformerà poi in pregiudizio e sarà una delle giustificazioni dell’antisemitismo, è dunque il risultato di un contrasto, allora insanabile, tra la Chiesa e la comunità ebraica.]

[La Chiesa fra il Due e il Quattrocento fissò una netta distinzione fra usura e credito e identificò come usura solo il prestito a interesse su pegno gestito pubblicamente. Gli ebrei ebbero il ruolo di usurai non perché effettivamente monopolizzassero il mercato del denaro, ma per due ragioni principali: 

a) le loro attività economiche, qualunque fossero, erano identificate dal mondo cattolico come “usuraie” perché praticate da “infideles”, ritenuti incapaci in quanto tali di intendere il senso spirituale delle Scritture e, di conseguenza, ritenuti estranei, in quanto “carnales”, ossia non convertiti e ostinati nel proprio errore; b) inoltre l’effettiva presenza di prestatori su pegno ebrei nelle città italiane alla fine del Medioevo, anche se promossa e sollecitata dalle città stesse, confermò l’immagine precedente e consentì all’attenzione pubblica di distogliersi dal contemporaneo, forte sviluppo della banca cristiana, che nella realtà andava monopolizzando i circuiti del denaro in tutta Europa.

[Si giunse così, nel 1215, in occasione del IV Concilio Lateranense, alla descrizione dell’usura come di un comportamento tipicamente ebraico e specificamente mirato ad indebolire economicamente la società cristiana e le chiese.]

[Il Concilio Lateranense II (1139) confermava la scomunica degli usurai; nel III Concilio Lateranense (1179) il prestito a interesse veniva di nuovo condannato con la massima severità, mentre col IV Concilio di Lione (1214) papa Gregorio X chiamava i cristiani a fare ogni sforzo per porre termine alla pratica dell’usura; l’anno dopo, Innocenzo III imponeva ai giudei l’obbligo di portare sul petto il distintivo della loro condizione di emarginati o di mettere in capo un berretto giallo (disposizione che però non fu sempre rigorosamente applicata a Roma e, in genere, in Italia).]

[Questi severi provvedimenti delle somme autorità religiose, ovviamente supportate dal “braccio secolare”, rendevano pericoloso l’esercizio dell’usura da parte dei cristiani; mentre come si è detto per gli ebrei, popolo reietto e abbandonato dal Dio cristiano, non avevano nulla da perdere, né sulla terra né in cielo, essendo già, salvo il caso di pronte conversioni alla vera fede, predestinati alla dannazione eterna.]

[Accadeva così che gli usurai ebrei, ancorché odiati e disprezzati, fossero preferiti agli usurai cristiani, i quali, correndo rischi anche più gravi dei giudei, praticavano spesso tassi d’interesse più esosi.]

[Col progredire dei traffici, il numero dei cristiani che osavano praticare l’usura era andato crescendo di continuo.]

[A peggiorare la situazione si aggiungeva questa complicazione: i re di Francia, di Spagna, d’Inghilterra e così via, non solo pretendevano denaro a prestito dagli ebrei per le loro guerre, le sante crociate, le opere pubbliche, ecc., ma imponevano loro pesanti taglieggiamenti sotto forma di tasse sui proventi dell’usura.]

[C’erano, a disposizione dei monarchi, altri e più duri metodi, peraltro, di taglieggiare gli ebrei e rimpinguare i forzieri reali: si poteva emanare un editto per la cancellazione di tutti i debiti, o si potevano arrestare gli ebrei in massa, costringendoli a pagare un forte riscatto; si potevano applicare loro multe esorbitanti, o imporre “donazioni” per circostanze straordinarie (matrimoni regali, nascite di principi e così via); e infine – soluzione finale – si potevano espellere dal regno tutti gli ebrei, facendo loro pagare assai cara l’eventuale riammissione.]

[Uno dei primi a far ricorso a questo odioso mezzo fu Filippo Augusto, re di Francia, che nel 1182 cacciò dal paese tutti gli ebrei e ne confiscò i beni; di lì a pochi anni li riammise imponendo loro una pesante donazione.]

[Molti ebrei espulsi trovarono rifugio in Inghilterra, ma per essere espulsi un secolo dopo anche in questo paese.]

[In Europa, gravi avvenimenti fecero seguito alla cacciata degli ebrei dall’Inghilterra: l’espulsione delle importanti comunità ebraiche della Francia e in Germania. Molti dei giudei cacciati trovarono rifugio in Turchia, in Polonia e anche in Italia.]

[Nel XIII secolo, un fatto nuovo era sopravvenuto a complicare le cose: i primi banchieri italiani avevano cominciato a prendere il posto degli ebrei nella vita economica dei paesi. A volte il re, trovandosi indebitato con prestatori di denaro stranieri (non ebrei), e specialmente con italiani, concedeva ai suoi creditori la facoltà di rivalersi sugli ebrei, riscuotendo in sua vece le imposte da loro dovute.]

[Infatti questo fenomeno aggravava la situazione economica e peggiorava la posizione sociale degli ebrei nell’Europa del nord: lo sviluppo e il rafforzamento delle iniziative finanziare dei lombardi cominciavano a spezzare quello che era stato un vero e proprio monopolio degli ebrei, l’usura, riducendo molti di costoro alla più umile professione di prestatori su pegno.]

[Lo stereotipo dell’ebreo usuraio e il marchio di usura attribuito all’intero popolo ebraico a partire dai primi secoli dopo il Mille e a causa della loro esclusione da quasi tutte le attività economiche ad eccezione di quella del prestito ad interesse, hanno determinato e sviluppato le radici dell’antisemitismo moderno.]

Commento alla tesi di Daniela Capone

Come si può notare la tesi sostenuta da Daniela Capone è in sostanza la seguente: la chiesa romana cominciò ad un certo punto ad emanare tante più sentenze antiusuraie quanto più diventava politicamente teocratica, nel senso che dette sentenze riflettevano l’inevitabile antisemitismo conseguente a quella ideologia integralistica. La chiesa romana non si opponeva all’usura per motivi etici, ma perché, ambendo a un potere assolutistico, doveva necessariamente opporsi a tutte quelle realtà che la contestavano o che sfuggivano al suo controllo o che minavano la sua credibilità o che potevano servire per coagulare consensi: tra queste realtà sociali vi erano gli ebrei, per i quali fu facile trovare l’accusa d’essere usurai.

L’antisemitismo era dunque funzionale a esigenze politiche e la lotta contro l’usura rientrava in un piano strategico più generale di affermazione imperiale del papato.

Dove sta il limite di fondo di questa tesi, che pur presenta aspetti condivisibili? Sta nel fatto di non aver capito che la chiesa cominciò a perseguitare gli ebrei nel momento stesso in cui cominciò a favorire i mercanti. Il suo progetto di affermazione teocratica andò di pari passo con l’affermazione del mercantilismo, e di quest’ultimo gli ebrei costituirono soltanto una componente limitata, che in nessun modo avrebbe potuto mettere in discussione l’evolversi dei processi ecclesiastici iniziati con la riforma gregoriana, né favorire in maniera decisiva l’evolversi dei processi mercantili iniziati con lo sviluppo del sistema comunale.

L’usura praticata dagli ebrei non favoriva infatti, direttamente, il mercantilismo, ma semmai minava le basi del feudalesimo. Il mercantilismo aveva bisogno di ben altre condizioni, strutturali e sovrastrutturali, per potersi diffondere. E in ogni caso l’usura era tanto più praticata dagli ebrei quanto più praticato dai cristiani era il mercantilismo. E l’antisemitismo, sempre e ovunque, diventa tanto più marcato quanto meno si riesce a porre un freno allo sviluppo delle contraddizioni antagonistiche del mercantilismo.

La chiesa romana non fu dunque contraria all’usura semplicemente perché contraria agli ebrei; anzi, l’antisemitismo fu indirettamente un favore che la chiesa romana fece al mercantilismo, il quale conosceva forme di usura praticate abbondantemente anche dai cristiani. Per potersi sviluppare “legalmente”, tale mercantilismo aveva bisogno di una realtà da presentare come forma antitetica da superare, come negatività da reprimere, e quella ebraica veniva facilmente incontro a tale esigenza.

Se vogliamo, la chiesa romana favorì addirittura l’usura cristiana, riveduta e corretta coi concetti di “interesse”, “rischio”, “prestito su pegno” (monte di pietà), “purgatorio” ecc., proprio opponendosi formalmente all’usura ebraica e venendo incontro alle nuove esigenze della classe borghese, e si opporrà nettamente al mercantilismo solo quando questo rivendicherà un potere politico, cioè sostanzialmente solo verso la prima metà del ‘500, quando il mercantilismo troverà nel protestantesimo il suo decisivo e definitivo puntello ideologico.

III – La giustificazione dell’usura

La giustificazione dell’usura avviene in maniera progressiva nell’ambito della chiesa romana. I fattori ideologici che l’hanno favorita sono stati i seguenti:

  1. l’introduzione dell’aristotelismo nella teologia scolastica, che pone (specie dopo il 1260) le basi di un affronto più “economico” che “etico” o più di “etica economica” che non di “teologia” del problema dell’usura e che in definitiva porterà alla distinzione di “usura” e “interesse”. P. es. la proibizione scolastica dell’usura non si basa tanto su ragioni etiche di “charitas evangelica” (quella secondo cui bisogna prestare senza sperare nulla in cambio, stando a Lc 6,34 s.), quanto su ragioni giuridiche di “aequitas“, in quanto si riteneva fondato il principio aristotelico relativo alla sterilità del denaro, considerato come mera misura del valore dei beni e non come merce di scambio universale; sicché non si poteva pretendere un interesse su una cosa che in sé non valeva nulla. Ma quando i teologi e i canonisti s’appellano alla “equità” s’era già perso il primato del valore d’uso su quello di scambio e, proprio in virtù dell’aristotelismo, essi arriveranno ben presto a premiare il rischio, cioè l’incertezza connessa a un prestito finanziario (mutuum), e quindi a ritenere legittima la “vendita del tempo”, che per tutto l’alto Medioevo fu cosa assolutamente inammissibile.
  2. Il concetto di peccato come “intenzione soggettiva”. Tra la fine dell’XI sec. e l’inizio del XIII la concezione del peccato e della penitenza s’interiorizza, nel senso che si perde l’oggettività del peccato, che prima, nei casi più gravi, andava pubblicamente ammesso, affinché si assicurasse la riconciliazione comunitaria; si finisce cioè per farlo diventare un qualcosa di soggettivo, discrezionale, privato, basato sul rapporto segreto tra confessore e penitente o anche solo tra penitente e dio (come avverrà poi definitivamente nella riforma luterana). La gravità del peccato viene misurata solo sulla base dell’intenzione del peccatore, sicché si dà ampio spazio alla diversità delle interpretazioni. Questa morale dell’intenzione viene sostenuta da tutte le principali scuole teologiche del XII sec. Tale forma di relativismo etico andava di pari passo con la progressiva affermazione della prassi e della mentalità borghese, la quale, a sua volta, si poneva come reazione alla mutata mentalità ecclesiastica, che sul piano politico stava diventando sempre più autoritaria. Il concetto di peccato come “intenzione soggettiva” s’impone anche in quegli ordini mendicanti che, nel corso della lotta contro le eresie medievali, vengono istituzionalizzati dalla chiesa romana (francescani e domenicani in primo luogo). Infatti, pur rivolgendo contro i mercanti e soprattutto gli usurai i loro strali ideologici, questi ordini finirono col legittimare la prassi mercantile, circoscrivendone gli abusi a una questione meramente personale, relativa ad atteggiamenti di smodata cupidigia. Non a caso questi stessi ordini religiosi furono tra i più ferventi sostenitori delle crociate, cioè di quel fenomeno in cui confluirono al massimo grado le contraddizioni antagonistiche causate dalla crisi del sistema feudale carolingio (non risolte da quello sassone) e dallo sviluppo del mercantilismo; contraddizioni per le quali si cercò una soluzione “esterna” all’Europa occidentale, in una forma di tipo colonialistico.
  3. La differenza tra “usura” e “interesse”. L’interesse diventa un profitto moderato ma necessario: la differenza tra “usura” e “interesse” non è per genere ma per intensità. Il prezzo di mercato diventa la base di riferimento per il “giusto prezzo” del prestito. Teologi e canonisti dapprima sostengono che l’indennità è giusta quando vi è ritardo nel rimborso, successivamente ch’essa è giusta anche quando il prestatore ha dovuto rinunciare ad altri investimenti che avrebbero potuto rendergli di più (lucrum cessans). Prestare soldi può anche significare rischiare di perderli: l’interesse diventa una forma legittima di tutela, perfino una forma di salario legittimo, se il prestatore non ha altri introiti che questo. E generalmente si dà per scontato che il “giusto prezzo” sia tanto più basso quanto più un paese è economicamente sviluppato. Ovviamente la teoria scolastica dell’interesse non era stata elaborata per giustificare l’attività professionale dell’usuraio, che risultava sempre moralmente riprovevole, quanto per legittimare l’attività di quel mercante che voleva praticare intenzionalmente il prestito senza per questo voler passare per un usuraio, anzi, continuando ad effigiarsi del titolo di cittadino “cristiano” a tutti gli effetti. Lo stesso cambiatore di monete fu sempre ritenuto colpevole di “usura mentale”, in quanto ufficialmente si rifiutava l’idea di attribuire al denaro l’attributo di “merce universale”.
  4. La definizione del “giusto prezzo”. Nei secoli XII e XIII i giuristi medievali (glossatori) riscoprono il valore del diritto romano mediato dalla compilazione voluta da Giustiniano a Costantinopoli nel VI secolo. Sono questi “romanisti” che fanno fare alla teoria del “giusto prezzo” significativi passi in avanti in direzione dell’ideologia borghese. Per determinare il “giusto prezzo” essi ripresero il termine della “libera contrattazione”, la quale trovava un limite solo nella “laesio enormis“, cioè nel fatto che “un venditore aveva il diritto di esigere la riparazione per un contratto di vendita se il prezzo risultava inferiore alla metà del giusto prezzo e il compratore poteva scegliere o di annullare la vendita restituendo la merce e ricevendo in cambio il prezzo originale, o di pagare il giusto prezzo”.3 La laesio enormis nel Codex giustinianeo si applicava solo al venditore, semplicemente perché si dava per scontato, in un’economia prevalentemente rurale, che il compratore fosse economicamente se non addirittura politicamente più forte, mentre il venditore altri non era che un piccolo proprietario. Ebbene i suddetti romanisti iniziarono ad un certo punto ad applicare la laesio enormis anche agli acquirenti, mettendo teoricamente le parti in causa sullo stesso piano. Ora, se il prezzo è troppo alto, è lo stesso acquirente che si può appellare alla laesio enormis, trascinando il venditore davanti al giudice, in una costosa e interminabile causa civile (fino a 30 anni!), alla fine della quale sicuramente otterrà la meglio. Tant’è che nei contratti di vendita (ch’erano prevalentemente di beni immobili) l’acquirente cominciò a pretendere per iscritto, al fine di tutelarsi definitivamente, che il venditore aggiungesse almeno una delle tre seguenti clausole: che rinunciava espressamente a rivendicare in futuro qualunque forma di riparazione; che donava all’acquirente l’eventuale differenza di prezzo tra quello contrattato e quello giusto; che giurava di non contestare mai più la vendita. Per determinare il giusto prezzo il giudice o il notaio si serviva ovviamente di propri consulenti.
  5. Depositi bancari e operazioni di cambio. Per quale motivo nei confronti delle operazioni bancarie (depositi, cambi ecc.) teologi e canonisti mantennero quasi sempre un atteggiamento di benevola condiscendenza? Semplicemente perché chiunque poteva ricavare una rendita dai propri depositi, anche se il mercante-banchiere otteneva profitti molto più alti dai depositi dei propri clienti, se non addirittura tassi usurari dal credito che offriva a uomini di stato o illustri personaggi. Le banche di Firenze erano le più ricche e famose e rimasero il centro finanziario d’Europa sino alla fine del XIV secolo. Che la si ottenesse dal lavoro del servo della gleba o da un deposito bancario, la rendita è sempre stata un’operazione commerciale che la chiesa romana non ha mai condannato. I canonisti sapevano bene che un depositante che traeva un interesse fisso da un deposito, indirettamente praticava usura, ma se l’opinione pubblica accettava l’idea di una banca (che per di più veniva incontro alle esigenze degli orfani minori sotto tutela e delle vedove), era poi impossibile accusare d’usura i suoi clienti, il primo dei quali peraltro era lo stesso papato, che si serviva delle banche anche per raccogliere fondi a sostegno delle crociate. E forse l’Ordine dei Templari non era un’organizzazione bancaria internazionale? Le stesse speculazioni mercantili sulle differenze di cambio monetario non sono mai state condannate in maniera risoluta dalla maggioranza dei teologi, semplicemente perché avvenivano al di fuori della visione della gente comune, che non poteva essere a conoscenza dei traffici internazionali dei potentati economici e politici, il primo dei quali, anche qui, era lo stesso papato. Non a caso pochissimi teologi riuscirono a scorgere forme di usura là dove, in luogo della moneta sonante, si usavano lettere di credito o cambiali per operazioni finanziare sovranazionali. E in genere i canonisti non misero quasi mai in discussione il fatto che si potessero costituire delle società che investissero i loro depositi in attività lucrative comportanti un rischio potenziale. In sostanza l’usura che si condannava era solo quella manifesta, cioè quella praticata da chi pubblicamente si metteva nella condizione di prestare denaro a interesse e che faceva del prestito la propria attività principale. Le banche, ufficialmente, non svolgevano, come prima operazione, quella di prestare denaro a interesse, ma quella semmai di dare un interesse sui depositi dei clienti. Questa distinzione sofistica era sufficiente per sottrarle all’accusa di praticare l’usura.
  6. L’istituzione dei Monti di Pietà. L’usura praticata nei confronti del popolo minuto viene ostacolata attraverso i cosiddetti “Monti di Pietà”, nati su iniziativa dei francescani (Minori Osservanti), guidati da Bernardino da Feltre (1439-94). Il primo è stato fondato a Perugia nel 1462 e i primi Monti sono stati in generale creati in città di medie e piccole proporzioni di Umbria e Marche, là dove era forte la necessità di credito, scarsa la risposta di operatori cristiani a tale necessità e ben visibile l’operatività ebraica. Si assunse come modello operativo lo stesso banco ebraico, pensando di sostituirlo con un istituto avente fini solidaristici e senza scopo di lucro, anche se fin dall’inizio i Monti chiedevano un rimborso delle spese di circa il 5-6%, senza cioè intaccare il capitale iniziale, contro un interesse usurario generalmente del 30-40%. Essi venivano finanziati da donazioni caritatevoli, che ovviamente non erano sufficienti per ripagare le spese, per cui dopo un certo tempo si decise di concedere credito soltanto a uomini d’affari con un tasso dall’8% al 12%, trasformando così i montes in una sorta di piccole banche locali. I montes pietatis, gestiti quindi dal clero o da mercanti di buona reputazione, furono introdotti quando ci si accorse che il problema della povertà aveva ormai assunto dimensioni abnormi, e si cercò di giustificarli addossando agli ebrei usurai la causa principale di questa povertà, quando in realtà i ceti più agiati si servivano abbondantemente dei servizi degli ebrei, tant’è ch’erano restii a finanziare i suddetti Monti. All’inizio si opposero alla loro istituzione teologi tradizionalisti d’area agostiniana e domenicana, contrari al fatto che si chiedesse un interesse alla povera gente; poi le loro proteste vennero definitivamente messe a tacere dal Concilio Lateranense V (1515) sotto il papa Leone X, ma già papa Paolo III li aveva approvati nel 1467. Intorno al 1509 in Italia ve n’erano 87. Tutti i difensori dei Monti di Pietà (Alessandro Nevo, Celso da Verona, Annio di Viterbo ecc.) ritenevano che l’interesse richiesto, in rapporto all’importo concesso e alla sua durata, andasse considerato come una sorta di rimborso spese per il servizio prestato. Si giustificò l’interesse dicendo inoltre che i proprietari del Monte erano gli stessi fruitori! Inoltre si arrivò a dire che i Monti non prestavano a chiunque e non anticipavano qualsiasi somma: accettavano come clienti solo i residenti o chi abitava in alcune località delle vicinanze indicate negli Statuti e ad essi consegnavano solo somme di entità piuttosto modesta che i clienti dovevano giurare di prendere per propria necessità e per usi moralmente ineccepibili. Insomma quanto più i teologi si opponevano all’usura condotta in forma privata dagli ebrei, tanto più la ufficializzavano cristianamente in forma pubblica, giustificando in maniera sempre più decisa l’ideologia mercantile. La stessa istituzione specifica del Monte per il mutuo alla povera gente, in cambio di un pegno come garanzia e di un certo interesse per il servizio, era un altro segno del fallimento dei principi comunitari cristiani. Non a caso la creazione dei Monti non solo portò, ad un certo punto, alla fine delle relazioni con i prestatori ebrei, ma anche all’istituzione di vere e proprie banche moderne.4
  7. Il concetto di “purgatorio” non fa che ereditare la distinzione tra “usura vietata” e “interesse legittimo” e permette all’usuraio, interiormente pentito, di salvare la propria anima nell’aldilà. Ne parla estesamente J. Le Goff in La nascita del purgatorio (Einaudi 2006), ove sostiene che il concetto cattolico di “purgatorio” venne elaborato nel XII secolo (sulla base della distinzione scolastica tra peccati “veniali e “mortali”), proprio per attenuare la plurisecolare condanna ecclesiastica della pratica dell’usura.5 Parenti e conoscenti dell’usuraio potevano, con le loro preghiere, offerte, intercessioni, suffragi, abbreviare il periodo di sofferenza del condannato, aprendogli le porte del paradiso. Questo ovviamente a condizione che l’usuraio, almeno sul punto di morte, si pentisse e avesse intenzione di restituire il maltolto o quanto meno le eccedenze, visto ch’egli non poteva lasciare sul lastrico moglie e figli, i quali dovevano comunque evitare di proseguire l’attività del congiunto. Il purgatorio poteva risparmiare all’usuraio una condanna definitiva nell’aldilà, mentre nella vita terrena la distinzione tra “usura” e “interesse” poteva permettere a chiunque, quindi anche all’usuraio, di poter praticare legittimamente il prestito a interesse, a condizione che questo non fosse esoso. Il concetto di “purgatorio” era l’ammissione di un’impotenza. Anche i concetti di “inferno” e “paradiso” lo erano, ma finché essi prevalsero, tendeva a dominare nella società cristiana una dura condanna morale di talune azioni antisociali. Col concetto di “purgatorio” sparisce anche la rigorosità della condanna morale, in quanto tutto diventa opinabile, relativo ad atteggiamenti più che altro interiori, soggettivi, interpretabili solo da dio. Si era, con ciò, a un passo dalla riforma luterana.

IV – Capitale commerciale, usurario e industriale

“Gli iniziatori del capitalismo sono gli usurai”, dice Le Goff. E lo dice facendo così apparire la chiesa romana come una sorta di Pilato che ha dovuto adeguarsi, obtorto collo, a un fenomeno che non sentiva come proprio, ma che, ad un certo punto, non era più in grado di controllare.

La tesi di Ovidio Capitani non è molto diversa. Egli infatti sostiene che l’etica economica medievale è “risonanza e indicazione di un comportamento” e non “causa” o “concausa” dello stesso. L’etica economica medievale non poteva promuovere il capitalismo ma soltanto ammettere la liceità di talune pratiche commerciali. Fu un’etica “concessiva” non “costruttiva”. Ed egli, al pari di Le Goff, vede un limite di fondo nell’incapacità degli scolastici e dei canonisti di portare alle conseguenze più moderne le loro teorie proto-borghesi, limite che poi verrà superato – aggiungiamo noi – dai teologi esplicitamente protestanti.

In realtà queste tesi sono deficitarie su alcune questioni controverse:

  1. anzitutto è molto difficile sostenere che la chiesa romana fu indotta ad accettare il mercantilismo e l’usura come una male inevitabile, esterno alla propria zona d’influenza o estraneo alla propria ideologia di vita. In realtà essa in qualche modo vi contribuì, se non direttamente, almeno indirettamente, col proprio atteggiamento politico di potenza terrena, ostile alle istituzioni laiche, contraddittorio alle premesse cristiane della propria missione (si pensi solo al fatto che gran parte delle maggiori cariche ecclesiastiche sono sempre state oggetto di “simonia” e che il commercio dei beni religiosi è sempre stato all’ordine del giorno di tutte le più importanti riforme ecclesiastiche medievali). Capitani dice che il problema della reperibilità di denaro liquido si fece sentire con urgenza tra la fine del sec. XI e i primi decenni del XII, in concomitanza con le crociate. Quindi bisognerebbe dire che in questo periodo esistevano già dei ceti economicamente in crisi, rovinati dallo sviluppo di una certa economia mercantile. Lo sviluppo di questo tipo di economia dovette andare di pari passo con la crisi dell’economia rurale, che aveva trovato nel feudalesimo carolingio un sistema oppressivo, gerarchico-autoritario, colonialista, molto fiscale, legato alla chiesa romana da un rapporto clientelare, strettamente ideologico-politico. Il mercantilismo basso medievale è una reazione individualistica alla crisi del collettivismo forzato del feudalesimo franco-cattolico. Ed esso ha trovato la sua legittimazione teorica nei teologi e canonisti della Scolastica.
  2. In secondo luogo è del tutto sbagliato sostenere che l’usura contribuì a far nascere il capitalismo. L’usura ha semplicemente contribuito alla distruzione del feudalesimo e ha potuto farlo solo dopo che l’economia naturale era in procinto di trasformarsi in economia mercantile: non ci può essere usura senza valore di scambio. E non ci sarebbe mai stato un mercato se non l’avessero voluto o comunque permesso le istituzioni politiche. Gli ebrei non possono essere ritenuti responsabili della nascita del capitalismo più di quanto non lo siano stati i cristiani. L’usura tende a distruggere i sistemi economici vigenti, dominanti, non si pone un compito costruttivo, di alternativa sociale positiva. Infatti, anche quando (come oggi) noi vediamo che gli usurai investono i loro capitali (o almeno una parte di essi) in attività produttive, infinitamente più importanti sono le attività produttive ch’essi hanno contribuito a smantellare.
  3. Più in generale bisogna dire che le idee borghesi non si sono formate al di fuori del feudalesimo ma al suo interno, sicché la chiesa romana non può averle costatate passivamente, cercando di adeguarvisi con rassegnazione, pur nel tentativo di salvare il salvabile. La pratica e le idee borghesi sono troppo antitetiche a quelle della società rurale altomedievale perché si possa pensare che la stessa chiesa romana non abbia contribuito a promuoverle. P.es. s. Bernardino da Siena (1380-1444) infrange per la prima volta il divieto di “vendere il tempo” quando permette al debitore che deve restituire una certa somma di denaro entro un certo tempo, di poter restituire una somma minore se riesce a farlo in un tempo minore. Lui stesso difendeva il prestito a usura ai nemici della chiesa, in quanto fatto “per amore della fede”, mentre Pietro Gregorio (1540-97) sosteneva esattamente il contrario, e cioè ch’era insensato che il cristiano concedesse un prestito a un nemico che avrebbe potuto utilizzarlo contro gli interessi del creditore. Sin dai tempi carolingi la chiesa romana s’è andata configurando come società temporale, ampiamente dotata di poteri economici e politici, in competizione con quelli dei nobili laici, con quelli del basileus bizantino e ad un certo punto anche con quelli degli stessi imperatori cattolici da essa stessa consacrati (in opposizione al basileus).
  4. Certo, non è lecito aspettarsi da tale atteggiamento un impulso diretto, consapevole, a favore dello sviluppo del mercantilismo e del capitalismo, ma indubbiamente esso ne favorì la formazione iniziale, fornendo alla società mercantile i presupposti ideologici per futuri sviluppi, anche contro gli stessi interessi feudali della chiesa, strettamente legati al possesso della terra e alle rendite che da quella terra si volevano ricavare. Non dimentichiamo che sino alla fine del XII secolo furono i monasteri a offrire il credito necessario, chiedendo in cambio un immobile da cui poter trarre delle rendite. Poi sarà la chiesa stessa a impedire questa forma di credito, che aveva già trasformato abbazie e conventi in organi così potenti da sfuggire al controllo dei vescovi, salvo poi permettere agli ordini che dipendevano direttamente dal papato, come p.es. i Templari o i Teutonici, di svolgere qualunque tipo di operazione finanziaria e commerciale nelle terre conquistate. Col proprio atteggiamento politico mondano la chiesa romana favorì, indirettamente, la nascita della moderna figura del mercante, la cui ideologia dualista (borghese nella pratica e cristiana nella teoria) si poneva come forma di reazione opportunistica all’integralismo politico-religioso del papato. Da una serie progressiva di concessioni (formali), che la chiesa stessa aveva in qualche modo contribuito a rendere inevitabili, ad un certo punto era nata una nuova qualità di vita economica, nei cui confronti la stessa chiesa romana necessitava di rivoluzionarsi in direzione del protestantesimo.

Considerazioni finali

I

Nel Medioevo una forte presenza dell’usura era già indice di una prevalenza dei rapporti mercantili-monetari su quelli naturali dell’autoconsumo. L’usura si sviluppa sempre là dove i commerci sono fiorenti, ma anche là dove i rapporti di classe sono molto antagonistici, dove l’individualismo dei proprietari (fondiari o di capitali) è molto accentuato.

L’usuraio infatti è un individuo che si pone contro dei legami comunitari indeboliti, insinuandosi nelle debolezze di un sistema sociale dominante e portandole a completa rovina. È come un virus in un corpo che si trascura, di un malato che s’illude di poter guarire senza medicine, che sottovaluta la gravità della propria patologia.

Non ha senso sostenere – come fa Le Goff – che gli usurai non diventavano capitalisti solo perché avevano paura dell’inferno nell’aldilà e che cominciarono a diventarlo quando si prospettò loro la possibilità di finire in paradiso passando attraverso il compromesso del purgatorio.

Il capitalismo nasce quando da un lato il borghese poteva chiaramente differenziare la propria attività da quella usuraria, facendola in un certo senso passare per un’alternativa legittima, convincente, adeguata, e dall’altro quando la pratica dell’usura, legalizzata nelle forme del moderno credito, si trasformava in un forma incentivante a sviluppare rapporti di sfruttamento di lavoro, in cui le parti contraenti erano giuridicamente e formalmente libere. Cosa che il cattolicesimo-romano, essendo una religione feudale, impostata sul rapporto personale di soggezione e quindi sulla rendita, non avrebbe potuto accettare sino in fondo, senza prima trasformarsi in una religione protestante, adatta a un credente di tipo borghese e imprenditoriale.

La teoria del “giusto prezzo” in tal senso è molto eloquente per spiegare i limiti di un’impostazione cattolico-romana in materia di economia politica. Detta teoria (anche nel teologo più “oggettivo” come Tommaso d’Aquino) ha sempre avuto per tutto il Medioevo uno sfondo prettamente moralistico, in quanto ci si affidava alla buona volontà dei contraenti (venditore ed acquirente), i quali avrebbero dovuto evitare iniziative commerciali intenzionalmente fraudolenti o tali da favorire forme di monopolio.

Dal canto suo la chiesa cercava di stemperare l’avidità del guadagno chiedendo al mercante di devolvere parte delle ricchezze ad opere di carità.

Un trend del genere avrebbe potuto funzionare al massimo nell’ambito di un mercato locale, dove tutti si conoscevano, ma proprio nel momento in cui tale teoria veniva formulata, lo scatenamento delle crociate nel Vicino oriente e nei Paesi balticifaceva sì che i mercati diventassero internazionali e con essi le loro dinamiche e soprattutto i loro prezzi, che finivano inevitabilmente per influenzare quelli dei mercati locali.

La chiesa romana era convinta di poter controllare il fenomeno del mercantilismo in piena espansione perché sul piano politico imponeva a tutta la società una concezione piuttosto rigida della stratificazione sociale dei ceti e dei loro ruoli, e non aveva motivo di pensare, finché ognuno fosse rimasto nel posto che gli veniva conferito dalla gerarchia, che l’attività mercantile avrebbe col tempo scardinato sia la tradizionale ideologia cristiana che i consolidati poteri costituiti.

II

Sul piano metodologico – come indicazione per ulteriori ricerche storiografiche – occorrerebbe focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti per noi di fondamentale importanza:

  1. la storia del Medioevo non andrebbe vista come una linea evolutiva che va dall’economia naturale primitiva a quella urbana e mercantile, considerando quest’ultima come una forma più avanzata dell’altra. Il fatto cioè che lo fosse (secondo i parametri industriali odierni) sul piano tecnologico, produttivo o commerciale non dice nulla sull’effettiva democraticità di un determinato stile di vita, che va invece valutato per il suo grado di umanizzazione e di conformità alle esigenze della natura. In tal senso si potrebbe anzi ipotizzare un percorso interpretativo inverso, in cui lo sviluppo dell’urbanesimo e del mercantilismo euroccidentali debbono essere visti come una sorta di processo involutivo verso forme sociali sempre meno democratiche. Bisognerebbe in tal senso rileggersi tutte le opere dei teologi cattolici per cercare di individuare i momenti di passaggio dalla concezione greco-ortodossa della vita religiosa a quella cattolico-romana e, all’interno di quest’ultima, dalla concezione rurale della vita sociale a quella urbana e borghese.
  2. Le ricerche storiche andrebbero indirizzate verso una rivalutazione delle società rurali altomedievali di quei regni barbarici diversi dai Franchi e dai Sassoni, in entrambi i versanti europei, est e ovest. In particolare bisognerebbe cercare di capire il motivo per cui là dove era presente la chiesa ortodossa non si sono formate concezioni di vita borghese, ovvero il motivo per cui il mercantilismo non s’è mai trasformato autonomamente in capitalismo vero e proprio, ma anche capire il motivo per cui là dove il cristianesimo ortodosso s’è trovato a dover fronteggiare forme di vita mercantile (come p.es. nell’impero bizantino), la resistenza nei confronti dell’ondata musulmana è stata molto più debole.
  3. Bisognerebbe inoltre individuare i motivi per cui, nell’ambito del cattolicesimo-romano medievale, si sono formate idee borghesi in Italia e non anche in Polonia o in Spagna o in Ungheria. Naturalmente questo può essere spiegato alla luce del fatto che l’Italia, sino alla fine dell’impero romano, aveva conosciuto fiorenti commerci, ma questa motivazione non può essere sufficiente, poiché le invasioni barbariche sconvolsero completamente l’assetto socioeconomico anche della nostra penisola, ponendo l’economia naturale come del tutto prioritaria rispetto a quella mercantile. Una spiegazione più convincente non può non tener conto del fatto che l’Italia era sede del papato, il quale in tutti i modi cercò d’imporsi come realtà politica. La formazione della mentalità borghese (dualista per definizione, in quanto sottesa a una religione ufficiale, accettata formalmente in sede teorica, vi è una prassi arbitraria, dettata da interessi individualistici) si pone probabilmente come reazione a una prassi cattolica che ai livelli istituzionali della gerarchia era non meno dualista, in quanto i principi teorici venivano sistematicamente contraddetti dalla ricerca di un potere politico ed economico.
  4. Un’osservazione a parte va fatta sull’ermeneutica di Le Goff. Egli ritiene che nell’alto Medioevo la religione fosse vissuta solo molto superficialmente e più che altro dai soli chierici, essendo i laici, legati alla terra, rozzi e incivili. Il giudizio sui laici è molto duro: violenti, ignoranti, guerrieri… Nei loro confronti era inevitabile un forte dominio da parte delle istituzioni, laiche ed ecclesiastiche, le quali avevano bisogno più che altro di far regnare un ordine esteriore. Successivamente intorno al Mille aumentano le ingiustizie e le ineguaglianze, ma anche il benessere per le popolazioni urbane. La chiesa romana cercò di spiritualizzarsi e di far diventare più cristiana la società. Ora, che dire di questa interpretazione storica da parte di uno dei massimi medievisti viventi? Anzitutto che uno storico del Medioevo dovrebbe sempre fare distinzione tra il cristianesimo vissuto dalle masse popolari, prevalentemente contadine e analfabete, e il cristianesimo vissuto dalla gerarchia ecclesiastica, l’unica in grado di elaborare delle fonti scritte. Fonti del genere non possono essere considerate come “obiettive”, non solo perché molte di esse furono dei falsi patentati, ma anche e soprattutto perché esse riflettevano chiaramente interessi di parte. Il fatto stesso che dopo il Mille si cominciasse a considerare la “povertà” come un “valore”, da parte dei movimenti ereticali, dovrebbe p.es. far pensare non solo che dopo il Mille essa veniva generalmente considerata dalla mentalità borghese come un “disvalore” (e su questo anche Le Goff conviene), ma anche che presso le comunità rurali altomedievali non c’erano situazioni di estrema povertà come quelle causate dal mercantilismo, che praticamente obbligava i contadini senza terra a emigrare nelle città per diventare operai salariati. Questo per dire che i testi teologici bassomedievali riflettevano una situazione socioeconomica molto più contraddittoria di quella altomedievale, in quanto ai problemi del servaggio si erano aggiunti quelli del mercantilismo. La condanna teorica dell’usura (ribadita in tutti i Concili Laterani) non sta di per sé a significare che la società fosse più cristiana e neppure che a quella condanna seguirono azioni effettivamente coerenti ed efficaci. I fatti hanno piuttosto dimostrato il contrario, e cioè che l’adeguamento del cristianesimo istituzionale della chiesa romana alla prassi borghese avvenne nel basso Medioevo parallelamente alla condanna dell’usura. La chiesa romana dopo il Mille continuava ad essere politicamente aristocratica e ideologicamente integralista, ma stava sempre più diventando socialmente borghese. Essa voleva tenere sottomessa la borghesia, impedendole di acquisire potere politico, ma nello stesso tempo la favoriva, proprio per aumentare le proprie ricchezze, il proprio prestigio di potenza terrena, sfruttandola come alleata contro gli imperatori che volevano impadronirsi dell’Italia o anche solo gestire porzioni di territorio della penisola. Per trovare una qualche forma di opposizione a questo evolversi della concezione cristiano-borghese della fede occorre rivolgersi a taluni movimenti pauperistici ereticali.
  5. Abbastanza curioso è il fatto che mentre i grandi usurai italiani venivano dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia, e i grandi banchieri venivano da Firenze e dalla Toscana in generale, Venezia, che ha sempre ruotato nell’area bizantina fino al Mille e che aveva commerci molto fiorenti, rimase sostanzialmente estranea alle diatribe sull’usura, sulle banche e sui monti di pietà. La storia di Venezia è molto particolare. Già nel VII sec. preferisce porsi sotto la dipendenza diretta di Bisanzio per non dipendere da quella dell’Esarcato ravennate. Grazie a Bisanzio riesce a opporsi al tentativo di conquista da parte dei Franchi. Nel IX sec. conquista le coste istriane, dalmate e pugliesi. Nell’XI impedisce ai Normanni di prendersi l’Albania. Questo le permette d’ottenere privilegi unici in tutto in Mediterraneo. Venezia era diventata la potenza navale più forte d’Europa proprio grazie a Bisanzio. Dopo il Mille però cambia tutto. A partire dal 1171 inizia a saccheggiare, in verità senza molto successo, la costa della Beozia. Stringe alleanza coi Normanni siciliani in funzione antibizantina, finché nel 1204 partecipa alla quarta crociata occupando Costantinopoli: cosa che le permette di ottenere la quarta parte dell’impero bizantino. Le sue navi sono praticamente ovunque. Bisanzio fu costretta a cercare un’alleata in Genova, che combatté, senza successo, contro Venezia; quest’ultima invece, proprio dopo aver sconfitto Genova, diventerà una delle potenze maggiori d’Europa, tanto che inizierà a occupare vastissime porzioni di entroterra (Treviso, Bassano, Padova, Verona, Vicenza, Udine, Friuli, Brescia, Bergamo, Peschiera, Ravenna, Lodi, Piacenza). Insieme a Firenze e Milano, era diventata uno degli Stati più forti d’Italia. Fece però un errore clamoroso a indebolire Bisanzio contro i Turchi. Nonostante la grande vittoria di Lepanto (1571), il suo declino infatti sarà inesorabile, poiché i commerci lungo il Mediterraneo non potevano più essere quelli di un tempo (i Turchi erano incredibilmente esosi). Ma, quel che è peggio, Venezia verrà tagliata fuori dai commerci portoghesi lungo le coste africane e da quelli spagnoli in America. La sua guerra contro i Turchi andò avanti sino alla fine del Settecento, ma senza risultati. E questo la indebolì anche nel confronto con le altre città conquistate nell’entroterra. Sarà Napoleone a darle il colpo di grazia conquistando il Veneto e cedendolo segretamente all’Austria nel 1797 (Trattato di Campoformio); gli austriaci verranno cacciati dalla città solo nel 1866.

Note

1 Spesso abbiamo parlato della Donazione di Costantino, redatta sotto il pontificato di Stefano II (752-757), ma i falsi storici elaborati dalla chiesa romana sono molti di più: p.es. le Decretali pseudo-Isidoriane, una serie di decreti aventi lo scopo di sostenere l’autorità papale su tutti i vescovi. Furo­no redatte da un certo Isidoro Mercatore, ma falsamente attribuite a Isidoro vescovo di Siviglia. Introdotte nel IX sec., di esse fece uso per la prima vol­ta papa Nicola I (858-867) per dimostrare appunto la sua autorità giurisdi­zionale. Furono riconosciute false dalla stessa chiesa romana nel 1789 per mezzo di Pio VI. Per non parlare delle falsificazioni su singole parole ap­portate addirittura ai testi biblici: vedi ad es. la versione pubblicata a Bor­deaux nel 1686, per ordine dell’arcivescovo e col consenso dei dottori in Teologia dell’Università di quella città, e quella di monsignor De Sacy, nonché quella italiana del 1799, chiamata di “Antonio Martini”, arcivesco­vo di Firenze, o quella tradotta da Eusebio Tintori (Chieri 1957), o il Nuovo Testamento tradotto da Fulvio Nardoni (Roma 1966), o la Bibbia cattolica della Cei del 1971 (Torino), o la Bibbia di Gerusalemme (seconda ediz. 1974). Persino i Dieci Comandamenti sono stati più volte riscritti!

2 Per la stesura di questo paragrafo ci si è avvalsi di un contributo trovato nel seguente sito: villaggiomondiale.it. Trattasi di un estratto da una tesi di laurea della dr.ssa Daniela Capone, avente come titolo Profili dell’usura e della polemica antiebraica nel Rinascimento. Il mercante di Venezia di Sha­kespeare. Le parti utilizzate sono state poste tra parentesi quadre.

3 cfr Etica economica medie­vale, a c. di O. Capitani, ed. Il Mulino, 1974, p. 72.

4 È vero che la prima banca moderna nacque a Genova nel 1406, ma restò un’eccezione almeno sino alla fine del Quattrocento.

5 L’idea del purgatorio proviene dal paganesimo. Virgilio collocava le ani­me dei defunti in tre luoghi diversi: Tartaro per i dannati; Campi elisi per i buoni e un luogo di espiazione per i meno cattivi (Eneide 6, 1100-1105). La dottrina di fede sul purgatorio venne resa dogmatica nel Concilio di Firenze (1439) e confermata in quello di Trento (1545-63).

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Di Mikos Tarsis

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