Introduzione generale a Wittgenstein

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Biografia

Nasce a Vienna nel 1889 da una famiglia molto benestante (il padre era un industriale dell’acciaio), di origine ebraica (i nonni s’erano convertiti al protestantesimo); la madre invece era divenuta cattolica e farà battezzare il figlio.

A Linz fu compagno di classe di A. Hitler. Pare che nel Mein Kampf il Führer accenni alla figura di un giovane ebreo di Linz, presentato come causa del proprio antisemitismo. Egli vedeva in lui un giovane omosessuale, “poco sviluppato”, “traditore” e “molto indiscreto”. L’aspetto più curioso è che, secondo Kimberlev Cornish, un allievo di Paul Feyerabend, anche Wittgenstein era razzista e proprio da lui Hitler maturò le proprie considerazioni.

Studia ingegneria a Berlino e durante la giovinezza medita il suicidio più volte. Nel 1908 si trasferisce a Manchester per studiare ingegneria, aeronautica e matematica. Qui un docente di logica e matematica, G. Frege, gli consiglia, nel 1911, di andare a Cambridge a studiare logica da B. Russell.

Russell rimane così impressionato dalla sua intelligenza che è convinto d’aver trovato in lui il suo successore, ma Wittgenstein, nel biennio 1913-14, preferisce recarsi in Norvegia a studiare logica per conto suo: è qui che inizia a scrivere il Trattato logico-filosofico.

Quando scoppia la prima guerra mondiale decide di partecipare come volontario per fare qualcosa di diverso dal lavoro intellettuale e per mettere alla prova se stesso in un’esperienza drammatica. Durante la guerra scrive i Diari segreti, pubblicati postumi. Combatte sul fronte russo e su quello italiano (altopiano di Asiago), dove ottiene diverse onorificenze e medaglie al valore militare, ma nel 1918 viene fatto prigioniero presso Trento dagli italiani e portato a Cassino, dove completa il Trattato, in cui sono evidenti influenze dalla filosofia di Schopenhauer e dalla logica di Frege, Whitehead, Moore e Russell.

Finita la guerra rientra a Vienna, si mette a leggere alcune opere di L. Tolstoj e i vangeli, poi regala ai fratelli l’ingente eredità lasciatagli dal padre, morto nel 1913, e, dopo aver preso un diploma magistrale, si mette a fare il maestro elementare in alcuni villaggi austriaci, scrivendo un Glossario tedesco per le scuole elementari e continuando uno scambio epistolare con Russell. È infatti grazie a lui che il suo Trattato, dopo essere stato pubblicato in una rivista austriaca nel 1921, viene tradotto in inglese l’anno successivo.

Viene contattato nel 1924 da M. Schlick, il fondatore del Circolo neopositivistico di Vienna1, perché considera il Trattato un capolavoro. Ma Wittgenstein continua a fare il maestro elementare fino al 1926, pur in mezzo a varie contestazioni (anche giudiziarie) da parte dei genitori dei suoi alunni; dopodiché si mette a fare il giardiniere presso un convento viennese di frati ospitalieri di Hütteldorf, pensando anche di prendere i voti religiosi. Non solo non aderisce ufficialmente al Circolo, ma spesso lo accusa d’averlo frainteso. In ogni caso s’incontra qualche volta, nel 1927, con Schlick, Carnap, Feigl e Waismann.

Tuttavia, dopo un biennio trascorso a fare il progettista e l’architetto per la nuova casa della sorella Margarethe, decide – sotto pressione dell’economista J. M. Keynes – di ritornare a Cambridge nel 1929, per conseguire il dottorato accademico di filosofia, discutendo le tesi del suo Trattato, in cui aveva fatto a pezzi la metafisica, riducendo tutto a una questione di logica e di linguistica, benché fosse già avviato a superare, dentro di sé, i limiti del Trattato, proprio grazie alla sua esperienza di maestro elementare.

Egli infatti inizia a rivedere le tesi del Trattato già nel 1929, anche sulla scia delle critiche mossegli dal suo supervisore del dottorato, F. P. Ramsey, che riteneva insufficiente la dottrina delle proposizioni elementari, in forza delle quali – secondo lui – non era possibile dimostrare l’assoluta indipendenza della logica dalla fisica. Anche l’economista italiano Piero Sraffa, docente a Cambridge, l’aveva criticato.

Negli anni 1930-36 svolge la funzione di Fellow (ricercatore) presso il Trinity College di Cambridge, dettando agli allievi i suoi appunti, che saranno pubblicati postumi nel 1958 col titolo di Libro blu e Libro marrone (dal colore della copertina dei quaderni). Da notare che Wittgenstein, oltre al Trattato e a un articolo di logica poco significativo, non pubblicò mai nulla, perché si lamentava continuamente d’essere frainteso.

Nel Libro blu (1934-35) appare evidente il passaggio a una seconda fase del suo pensiero, molto diverso da quello del Trattato, in quanto il linguaggio viene considerato non più in maniera puramente logica e matematica, ma come un “gioco” in funzione dell’uso quotidiano che se ne fa.

Nel 1938 subentra alla cattedra di G. E. Moore a Cambridge e, dopo l’Anschluss di Hitler, non fa più ritorno in Austria. Quando scoppia la seconda guerra mondiale vuole partecipare come assistente medico in Inghilterra, perché dopo il 1930 aveva preso a studiare medicina.

Le sue ultime lezioni a Cambridge le tiene nel 1947, dopodiché va a vivere in Irlanda, in una capanna sulla costa occidentale, stando coi pescatori e addomesticando un gran numero di uccelli. Nel 1949 scopre di avere un cancro alla prostata e nel 1951 muore a Cambridge.

Le Ricerche filosofiche pubblicate nel 1953 influirono enormemente sulla filosofia analitica anglo-americana, non meno del Trattato sul Circolo di Vienna. Mentre sul “primo Wittgenstein” è unanime il giudizio ch’egli appartenga a una corrente di pensiero logico che va da Leibniz a Hume, passando per il Kant della prima Critica fino a Frege e Russell, riguardo invece al “secondo Wittgenstein” si ritiene che non vi siano precedenti nel pensiero filosofico occidentale. A tutt’oggi vengono ritenuti decisivi i suoi contributi alla filosofia del linguaggio e alla filosofia della mente, ma anche in campi non strettamente filosofici come la teoria dell’informazione e la cibernetica (i linguaggi formali dell’informatica).

Altri testi rilevanti ricavati dagli scritti inediti del filosofo sono le Osservazioni sui fondamenti della matematica (1937-44), le Osservazioni sui fondamenti della psicologia (seconda metà degli anni ’40), Zettel (1945-48), Della certezza (1950-51) e le Osservazioni sul ‘Ramo d’oro’ di Frazer (composte nel 1931, ma con alcune aggiunte molto posteriori). Ulteriori pagine diaristiche e autobiografiche e altre di interesse etico, religioso ed estetico sono state pubblicate in tempi e luoghi diversi (molto importanti sono anche le epistole).

Il “primo Wittgenstein”

Il titolo latino Tractatus logico-philosophicus, dato alla sua principale opera del primo periodo, fu proposto da G. E. Moore, quando si decise di pubblicarla in inglese, in omaggio al Tractatus theologico-politicus di Spinoza, benché la stesura formale assomigli di più all’Etica di quest’ultimo.

Il Trattato, che si pone come obiettivo quello di porre dei criteri per definire “sensato” un qualunque linguaggio, si presenta come un insieme di sette proposizioni basilari, brevi e perentorie, cui seguono altre proposizioni: suo compito è quello di tracciare un limite linguistico all’espressione dei pensieri, nel senso che se vi è qualcosa che può essere detto, bisogna dirlo chiaramente; su ciò invece di cui non si può parlare, perché va al di là dell’esperienza, è meglio tacere. Quindi la metafisica non ha per lui alcun senso e le uniche proposizioni sensate sono quelle delle scienze della natura.

Le sette proposizioni sono le seguenti: 1) Il mondo è tutto ciò che accade; 2) Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose; 3) L’immagine logica dei fatti è il pensiero; 4) Il pensiero è la proposizione munita di senso; 5) La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari; 6) La forma generale della funzione di verità è:  

; 7) Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Cerchiamo di spiegarle: 1) non ci sono mondi ultraterreni (o, se ci sono, non sono comprensibili) e il passato non può influire più di tanto sulla comprensione del presente; 2) il fatto è determinato da condizioni di spazio, tempo e colore (cromaticità), che sono frutto di combinazioni di elementi semplici, irriducibili tra loro; 3) il pensiero ha un senso quando dà un senso logico ai fatti; 4) il senso logico dei fatti è il senso della proposizione minima (atomica, molecolare); 5) il senso logico della proposizione minima decide la verità dei fatti (primato della logica sulla realtà); 6) la tecnica per stabilire le proposizioni minime è puramente logica e si basa su determinati assunti (che Wittgenstein descrive con tre simboli, i quali rispettivamente vogliono dire: tutte le proposizioni atomiche, qualsiasi insieme di proposizioni scelte, la negazione di tutte le proposizioni scelte): gli assunti devono portare alla conclusione che tutto ciò che è complesso può essere ricavato da ciò che è semplice, ovvero il semplice si ricava per sottrazione. L’oggetto semplice è il fisso, il sussistente; la configurazione è il vario, l’incostante. 7) Tutto quanto non appartiene alla logica, non dà conoscenza certa, per cui non va neppure affrontato ipoteticamente.

La filosofia serve soltanto per dire alle scienze naturali quando le loro proposizioni vanno oltre il limite della verificabilità. La filosofia non è una dottrina ma un’attività che deve aiutare a chiarire i limiti delle proposizioni che si presentano scientifiche o logiche. Tutto quanto riguarda l’etica è attività pratica che non può essere descritta in maniera logica: fa parte dell’esperienza interiore ed è indicibile, ovvero si mostra in un’esperienza di vita, ma non si spiega.

Il Trattato è dunque una teoria del linguaggio2, visto come totalità di proposizioni che danno significato ai fatti, i quali, senza interpretazione, sono muti. Il linguaggio s’identifica col pensiero: siccome non è pensabile nulla di sensato che vada al di là del mondo, il linguaggio assume una funzione logica solo per i fatti del mondo. Si può pensare a ciò che va oltre il mondo, ma non lo si può definire in una conoscenza certa. La teoria del linguaggio è basata sull’idea che gli enunciati dotati di senso sono solo quelli descrittivi, cioè confrontabili coi fatti: i nomi sono etichette da porre sugli oggetti (isomorfismo).

Il mondo è composto di fatti atomici, tra loro indipendenti e composti da oggetti semplici, indecomponibili e che si possono combinare in varie forme di spazio, tempo e colore. Se infatti non fossero atomici, ma strettamente interconnessi, un’interpretazione logica sarebbe impossibile, in quanto bisogna ridurre tutto all’unità più semplice, da cui non si possa dedurre altro. P. es. una proposizione complessa come questa: “oggi piove e tira vento”, va scomposta in proposizioni elementari: “piove” e “tira vento”.

Anche in grammatica – come noto – una frase complessa può essere suddivisa in frasi semplici, in cui è sufficiente che vi sia un verbo, e qualunque grammatico sostiene che il significato semantico di una frase semplice dipende appunto dal suo significato sintattico, che è appunto determinato dal fatto che le parole sono strutturate attorno a un verbo.

Una proposizione ha senso se esprime la possibilità di un fatto, che è l’esistenza o la struttura di uno stato di cose. P. es. se dico “fuori piove”, lo sguardo degli studenti di un’aula si rivolgerà verso la finestra per trovare una conferma immediata. Se dico “oggi pioverà”, gli stessi studenti guarderanno nei loro cellulari le previsioni del meteo. Ma se dico “se fuori piove, pioverà anche dentro”, gli alunni penseranno che io non sappia quel che dico. Eppure quella proposizione può essere interpretata in due maniere: fisica (nell’aula accanto il tetto è guasto e in effetti piove dal soffitto), simbolica (il tempo brutto rende gli studenti depressi). Questo secondo significato è estraneo al Trattato, ma non alle Ricerche filosofiche, che appunto parlano di un uso del linguaggio che va al di là dei sensi specifici di natura logica, anche se Wittgenstein non arriverà mai a dire che la frase “oggi piove dopo un anno di siccità” vuole indicare una dipendenza dell’uomo dalla natura o da dio: questi nessi causali restano per lui di tipo mistico o superstizioso.

Poiché ammette un senso solo alle proposizioni più semplici, relative a fatti atomici, Wittgenstein vuole spingersi a formulare delle proposizioni logiche che possono anche non trovare riscontri effettivi nella realtà, ma che si giustificano di per se stesse. Egli infatti arriva a sostenere che determinate proposizioni (p. es. “piove o non piove”) possono esprimere tutte le possibilità che si riferiscono al tempo, a prescindere dal tempo che fa, per cui non possono essere né confermate né contraddette: sono proposizioni tautologiche e quindi sempre vere. È il trionfo della sintassi sulla semantica. Una frase rapportata alla realtà può non avere senso, pur appartenendo al senso della logica formale.

Anche la frase “piove e non piove” non ha senso nella realtà, eppure è un esempio valido di contraddizione da usarsi nella logica, in quanto essa risulta sempre falsa, qualunque cosa accada. Sono frasi prive di senso ma lecite. La logica non è che la teoria della forma delle proposizioni del linguaggio, che prescinde dalla realtà, anzi la spiega.

Dunque, se da un lato esistono proposizioni significanti come quelle delle scienze naturali, dall’altro esistono proposizioni tautologiche, da usarsi nella logica formale. Tutta la filosofia, quando pretende di essere una “visione del mondo”, è composta di frasi senza senso. L’unica cosa ch’essa può fare è quella di porre un limite tra ciò che si può dire in maniera sensata e ciò che invece non si può dire. Se non si hanno risposte sensate da dare alle proprie domande, significa che le domande sono mal poste.

Nessuna risposta è sensata quando pretende di stabilire delle leggi universali e necessarie: la scienza naturale si deve limitare a ciò che è contingente. Non possiamo proiettare sul mondo, mentre lo descriviamo, i nostri schemi di rappresentazione, come se esistesse un nesso causale necessario tra la teoria e la realtà. Le teorie scientifiche hanno soltanto un valore convenzionale: fuori della logica tutto è casuale e accidentale.

Il “secondo Wittgenstein”

Quando inizia l’insegnamento al Trinity College di Cambridge, a partire dagli anni ’30, gli intellettuali successivi alla generazione di Russell avevano cominciato a respingere l’atomismo logico, cioè la riduzione del linguaggio a una mera denominazione degli oggetti. Wittgenstein vi partecipò modificando nettamente le sue posizioni: lo attestano le Ricerche filosofiche.

Partì dal presupposto che l’uso dei nomi, soprattutto nella vita quotidiana, non è così costante come quando si devono definire dei fatti o degli oggetti scientifici. A volte addirittura certe espressioni linguistiche non indicano alcun oggetto ma piuttosto degli stati d’animo, al punto che con talune espressioni linguistiche non parliamo di cose ma facciamo le cose. Questo è ben visibile nell’uso grammaticale delle interiezioni: ciao, uffa, accidenti, ehi, toh, mah, eccetera. Ma si può arrivare sino alla differenza tra significato denotativo (indicativo di un oggetto) e significato connotativo o figurato, il quale può diminuire il tasso di informazione delle parole, ma aumentare quello di espressività, in quanto coinvolge la sfera emotiva.

Il problema che, a questo punto, si pone è: si può fare della logica formale con un linguaggio connotativo? Ovviamente no. Ma Wittgenstein si chiede: quando parliamo di linguaggio dobbiamo per forza dare un primato assoluto a quello logico formale? Non si può dire nulla di scientifico su quello che si usa quotidianamente? Sì, si può farlo, ma a condizione di stabilire preventivamente il campo semantico, chiamato da Wittgenstein gioco linguistico, in cui una determinata parola o espressione viene usata. Il linguaggio denominativo è solo uno dei campi linguistici.

Wittgenstein elenca varie funzioni di linguaggio: dare ordini ed eseguirli, inventare una storia e leggerla, recitare in teatro, cantare in girotondo, sciogliere indovinelli, raccontare una barzelletta, tradurre da una lingua all’altra, chiedere, invocare, ringraziare, imprecare, salutare, pregare, fare congetture su un evento riportato, fare un disegno di un oggetto, rappresentare i risultati di un esperimento mediante tabelle e diagrammi, decidere dei segnali stradali, ecc. Tutti questi campi li chiama “giochi” perché ogni gioco deve sottostare a regole ben definite.

Il linguaggio ha una molteplicità infinita di funzioni, che nascono e muoiono di continuo. L’importante è convincersi che il significato di una parola spesso dipende proprio dall’uso che se ne fa a seconda del contesto semantico scelto. Usare una parola o un’espressione in un contesto sbagliato può ingenerare confusione, equivoci, malintesi… Oppure una parola o un’espressione può apparire priva di senso non perché in sé sia davvero insensata, ma solo perché è stata estrapolata arbitrariamente dal suo contesto, oppure perché è caduta in disuso.

Ci si rende quindi facilmente conto che al secondo Wittgenstein interessa analizzare il linguaggio non tanto per identificare le regole logiche cui obbedisce, quanto per individuare l’ambito pre-logico su cui si fonda. Per capire la differenza basta vedere con quanta facilità una mamma possa comprendere il proprio neonato, nel momento in cui inizia a emettere le prime sillabe o le prime parole, che risultano a un estraneo del tutto incomprensibili. Lo stesso neonato non impara il linguaggio attraverso l’apprendimento di regole, ma mediante l’addestramento all’uso.

Quindi la concordanza tra linguaggio e realtà non può essere stabilita una volta per tutte, ma va individuata di volta in volta, a seconda del campo semantico. Alla fine si scopre che c’è una verità diversa all’interno di ciascun gioco linguistico. Si pensi soltanto a quante parole la religione ha monopolizzato attribuendo ad esse un significato diverso da quello originario o da quello che potrebbe dare una concezione della vita non religiosa: fede, comunione, anima, spirito, credere, paradiso, inferno, ecc.

Dunque, siccome usiamo parole identiche in diversi campi semantici, deve per forza esistere tra loro una certa affinità familiare o parentale, altrimenti le analogie sarebbero impossibili. A può somigliare a B in una determinata caratteristica, B a C in un’altra. Questo per Wittgenstein significa che non esistono dei concetti universali che possiamo usare in qualunque gioco linguistico con lo stesso significato (p. es. le idee di mondo, essere, io, esperienza, ecc.).

Wittgenstein comunque continua a escludere, come nel Trattato, che possano esistere dei mezzi conoscitivi in grado di farci provare sensazioni o sentimenti altrui. Non è cioè possibile, in generale, stabilire una relazione precisa tra il linguaggio e il comportamento, tra l’intenzione manifestata con le parole e la veridicità o meno del proposito. La stessa natura mistica, che riguarda l’etica, l’estetica, la religione…, non può neppure essere espressa con un linguaggio, ma solo “mostrata”.

La filosofia non deve aspirare soltanto a un linguaggio perfetto (artificiale, logico-simbolico), ma anche a eliminare la confusione, nell’uso quotidiano delle parole, che può derivare dalla mancata distinzione dei campi semantici.

Il formalismo logico

Per il primo Wittgenstein le cose hanno senso solo nella misura in cui vengono descritte con proposizioni logiche, coerenti (il suo è un formalismo logico). Paradossalmente, le tautologie – a suo giudizio – sono sempre vere, anche se non ci danno alcuna informazione sugli avvenimenti del mondo, perché non dipendono, per la loro verità, da questi avvenimenti. Cioè le tautologie non sono sempre false, se non hanno riscontri nella realtà, ma possono essere sempre vere proprio perché non hanno riscontri del genere e non si devono preoccupare d’averne (in quanto la logica deve curarsi anzitutto di se stessa e, per essere vera, non ha bisogno della verifica pratica).

Inutile dire che questo modo di vedere le cose, cioè il pretendere una verità teorica incontrovertibile nel mentre la si nega nella realtà concreta o sul piano pratico, è molto vicino all’idealismo soggettivo e, nel suo caso, a livelli visibilmente esasperati.

Il giovane Wittgenstein non riusciva a capire che il fatto che una definizione sia vera non deve necessariamente implicare ch’essa debba possedere una grande coerenza formale. La vera coerenza è fra teoria e prassi: se la (verità della) prassi è minima, minima sarà anche la (verità della) teoria. Non solo, ma una prassi può essere vera anche se la teoria che la esprime è molto semplice, almeno secondo i parametri, incredibilmente complessi, che ci si è dati in Europa negli ultimi 2500 anni di storia. Non è vero invece il contrario, e cioè che una verità affermata in sede teorica sia vera anche a livello pratico o debba essere automaticamente vissuta nella realtà.

Resta comunque assodato che è solo questo rapporto dialettico tra teoria e prassi, questa bilateralità o corrispondenza biunivoca che permette a una teoria, pur nella propria limitatezza espressiva o specificità di competenza, d’essere verificabile e quindi credibile o no. Non si può comprendere adeguatamente la verità d’una teoria se non si condivide l’esperienza di cui essa proviene.

Una tautologia non è detto che sia sempre vera, proprio perché tutto dipende dal termine di riferimento concreto, e se si pretende che lo sia a prescindere da questo riferimento, allora bisogna dire che la sua verità è puramente astratta, formale, utile per dei linguaggi logico-matematici, basati su ipotesi e sillogismi, ma priva di veri effetti pratici relativamente ai bisogni e alle contraddizioni dell’esistenza sociale.

La verità non è mai in sé, ma in relazione a qualcos’altro. “Il bicchiere è fatto per bere” è frase che semanticamente non ha alcun senso compiuto, per quanto sintatticamente sia corretta. Stesso discorso vale per le contraddizioni, che di per sé non sono mai false. È un mito quello di credere che vi possa essere una discriminante in grado di stabilire, a priori, quando una definizione è vera o falsa o quando una contraddizione è positiva o negativa, reale o fittizia. Per il marxismo, p.es., le contraddizioni antagonistiche del capitale, nell’ambito del capitale, sono irrisolvibili; eppure dal loro superamento dipende la realizzazione del socialismo.

Giudicando “insensata” la metafisica borghese, senza limitarsi a dire dove e come essa va considerata parziale, riduttiva, falsa rispetto alle vere problematiche sociali, il neopositivismo è diventato esso stesso metafisico, poiché non ha voluto cercare un vero rapporto con la realtà. Dopo essere partito da una considerazione decisamente, anzi irrimediabilmente negativa della realtà, la quale, essendo un riflesso della metafisica borghese, non era più in grado di pretendere alcun vero senso razionale (e la prima guerra mondiale, nonché le dittature europee emerse subito dopo, stavano lì a dimostrarlo), il neopositivismo era approdato alla conclusione che l’unico vero senso sta in quella che si può definire “la coerenza formale del linguaggio”: se un linguaggio viene considerato “sensato”, vi sono maggiori possibilità che lo sarà anche la realtà da cui dovrà dipendere.

Di fronte al problema del senso della vita è dunque meglio tacere – diceva Wittgenstein -, poiché qui una risposta convincente, esauriente, non esiste, almeno non adesso o non su questa Terra e certamente – ma questo lo aggiungerà solo lui, non i neopositivisti, coi quali infatti non andrà mai d’accordo – non con gli strumenti della logica, che restano impotenti di fronte al libero arbitrio e all’uso umano della volontà. La realtà è così incomprensibile che di sicuro la matematica non è in grado di conoscerla o descriverla.

Il neopositivismo sfociava quindi in una forma di autoreferenzialità che Wittgenstein, tendente a non escludere le problematiche del misticismo dalle argomentazioni logiche, non condivideva pienamente. Le premesse antiumanistiche di quella corrente, sostanzialmente già presenti in Galilei, quelle per cui tutta la realtà poteva essere ridotta a misura e quantità, gli stavano strette, per cui li accusava d’aver frainteso il suo Trattato proprio in quegli aspetti che a lui stavano più a cuore. Nel senso che la logica lui l’aveva usata non tanto per dire che il misticismo era insensato, quanto per dire che lo era dal punto di vista logico, ma che poteva non esserlo al di fuori di questa disciplina.

Nel migliore dei casi, il neopositivismo del Circolo di Vienna affermava che il senso di una proposizione è dato dal modo specifico con cui essa può essere sottoposta a verifica nell’esperienza. E tuttavia i neopositivisti partivano dal presupposto (pregiudizievole) che solo una determinata esperienza (elementare o sensibile o laboratoriale) è in grado di verificare l’attendibilità di certe proposizioni.

Non è singolare che il più alto sviluppo dell’epistemologia (cioè il neopositivismo logico) andasse a ricercare l’attendibilità di certe proposizioni in un’esperienza sensibile elementare? La realtà, per questi cultori della scienza fine a se stessa, era ritenuta un fenomeno così complesso, ch’essi pensavano di poterla vivere solo a condizione di limitarsi alle esperienze più primitive, più primordiali, più semplici, quelle meno equivocabili, ritenute più universali. Come se potesse esistere un’esperienza intorno alla quale l’equivoco possa essere ridotto al minimo ope legis! Il neopositivismo da un lato sembrava auspicare il ritorno all’esistenza dell’uomo primitivo, essenziale, dall’altro però si comportava come una filosofia borghese stanca e decadente (nella fattispecie quella tipica del primo dopoguerra).

Allontanatisi dalla politica, questi filosofi della scienza dicevano di escludere qualsiasi questione di ordine metafisico, nell’esame dei procedimenti seguiti dalla scienza, e trattavano la filosofia come un’ancella di quest’ultima. Ma, alla resa dei conti, non facevano che riprodurre i limiti della tradizionale metafisica idealistica, poiché non erano riusciti né a valorizzare l’umanesimo integrale, quello che non esclude l’etica dalla logica o il sociale dalla teoresi, né ad accettare una pratica scientifica che non si limitasse alle sole scienze esatte o naturali.

Sostenendo che ogni proposizione metafisica non ha senso, il neopositivista rinunciava a qualsiasi tentativo di storicizzare la filosofia, per cui inevitabilmente finiva col perdere gli strumenti per non ricadere nella metafisica idealistica. Egli diceva di non voler fare “scienza” come lo scienziato, poiché credeva di poter dire qualcosa di più con la propria filosofia (la logica e la matematica); però non svolgeva neppure una filosofia di vasto respiro, poiché temeva di cadere negli anacronismi della vecchia metafisica (religiosa). E così non si rendeva conto che nella metafisica ci si ricade ogniqualvolta si pretende di separare la riflessione teorica dall’esperienza pratica.

Questa filosofia borghese appare come bloccata, destinata a impoverirsi (tant’è ch’essa si limiterà sempre al simbolismo matematico e all’analisi del linguaggio). Nell’emanciparsi in modo individualistico e intellettualistico dalla metafisica e dalla religione, essa stessa diventerà una sorta di religione, facendo della scienza il proprio idolo da adorare.

Con questo non si vuole affatto sostenere che il primo Wittgenstein, quello del Trattato, non possa essere definito un “neopositivista” (anzi, son più le somiglianze che le differenze): si vuol semplicemente sostenere che già nel Trattato vi sono aspetti, soprattutto gli ultimi, quelli dedicati al misticismo, in grado di preludere a un loro affronto “non positivistico”, come in effetti accadrà durante il suo insegnamento a Cambridge.

Sul linguaggio

Tutto l’interesse che i neopositivisti hanno avuto per il linguaggio è nato da una semplice domanda: l’insignificanza della realtà è assoluta o relativa? di sostanza o di forma? Se è relativa o di forma, essa dipende forse dal fatto che non parliamo tutti lo stesso linguaggio? Cioè nel senso che, pur dicendo le stesse cose, non le diciamo alla stessa maniera o con lo stesso scopo? È insomma possibile che, lavorando sul linguaggio (trovando un linguaggio il più possibile neutro, scientifico) l’insignificanza venga ridotta al minimo?

Il neopositivismo – come si può notare – cercò nel linguaggio una risposta alla disperazione della vita. Di questo sforzo bisogna rendergli atto. Tuttavia, esso diede una risposta piuttosto povera alle suddette domande: solo un certo tipo di linguaggio – affermarono i neopositivisti – risulta accettabile, comprensibile, quello logico-formale della matematica; e solo un tipo di esperienza risulta veramente attendibile, quella della fisica sperimentale. Per timore di cadere in un’astratta metafisica, i neopositivisti finirono col cadere in una metafisica, per così dire, “concreta”.

Il secondo Wittgenstein (e non Popper) ha elaborato un abbozzo di alternativa alla povertà matematizzante e fisicalista-essenzialista del neopositivismo. Egli infatti arrivò a dire che se anche il linguaggio scientifico della logica-formale è il migliore possibile, tutti gli altri linguaggi, pur non essendo scientifici, non per questo sono privi di logica. Di qui la necessità di studiarli in maniera seria, approfondita.

Ovviamente si trattava solo di un abbozzo di alternativa. Il neopositivismo, nell’evoluzione del secondo Wittgenstein, aveva attenuato le proprie pretese di iper-scientificità, ma ancora non s’era posto il problema (né lo ha fatto oggi) di sapere se nei linguaggi non logico-formali esiste un significato in grado di giudicare validamente le stesse scienze esatte e sperimentali.

Per il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche il significato di una parola non-scientifica coincide con il suo uso, per cui si tratta di collegare le varie parole tra loro in riferimento a un determinato contesto semantico (in grado di inglobarle tutte). Wittgenstein non è mai uscito dai limiti del formalismo.

Dire che un’esperienza linguistica ha senso solo in quanto è logica (se riferita a un contesto semantico) non significa ancora che quella logica sia vera. Per non parlare del fatto che la ricostruzione formale della coerenza di un’espressione linguistica può essere il frutto di un’interpretazione distorta del contesto semantico.

Nota

1 Il Circolo durò dal 1923 al 1938, anno dell’Anschluss hitleriano: Schlick fu ucciso da uno studente nazista; gli altri emigrarono negli Usa. Il suo manifesto programmatico è del 1929, le cui principali tesi sono analoghe a quelle dei positivisti: l’unico metodo capace di fornirci conoscenze valide è quello basato su esperimenti, ripetibilità dei controlli e rigore concettuale. La metafisica quindi non è considerata in alcun modo scientifica. Il neopositivismo tuttavia nega che possa esistere una stretta continuità tra pensiero ed esperienza, in quanto la scoperta della relatività e delle geometrie non-euclidee avevano rivoluzionato la fisica e la matematica, nel senso che non tutto ciò che è vero in teoria può essere vero anche nella realtà. Di qui l’interesse per i problemi del linguaggio: per stabilire una qualunque verità logica bisogna prima definire il senso delle espressioni che si usano, ovvero le condizioni in cui il loro senso può essere verificato. Sulla base di questi presupposti i neopositivisti apprezzavano del Trattato di Wittgenstein l’idea che “di ciò di cui non possiamo parlare è meglio tacere”; solo che mentre per loro risultava significativo solo quanto si poteva dire, per Wittgenstein invece anche il “mistico” aveva il suo significato, benché non lo si potesse esprimere. Di qui il suo rifiuto di lasciarsi coinvolgere nella loro attività.

2 È impossibile non vedere in questo Trattato i richiami alle teorie linguistiche dell’ultimo Platone, alla Logica di Aristotele e al dibattito medievale sugli Universali.

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Di Mikos Tarsis

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