Tempo Coscienza Universo

RSS
Follow by Email
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
YouTube
INSTAGRAM

È possibile sostenere che il tempo sia un prodotto dell’essere umano? Quando diciamo che una qualunque azione contraria all’umanità e alla tutela della natura è soltanto una perdita di tempo, non stiamo forse dicendo che tutte queste perdite di tempo, sommate una sull’altra, alla fine producono il tempo della nostra esistenza, o meglio, dei suoi ritardi, nell’evoluzione del suo tempo?

È naturalmente impossibile dimostrare in maniera scientifica il valore di questa ipotesi. Il punto è che se noi consideriamo il tempo superiore all’esserci, rischiamo il fatalismo e il nichilismo (come p.es. in Heidegger). Il tempo non può essere qualcosa che ci domina in maniera ineluttabile (alla “greca”, per intenderci), anche perché se lo perdiamo, per motivi indipendenti dalla nostra volontà, non possiamo sentirci dei predestinati alla disgrazia, alla sfortuna, non possiamo sentirci dei maledetti da dio senza plausibili motivi, emuli del Giobbe biblico.

Il fatto che ognuno di noi abbia un proprio tempo da vivere, ha un significato solo sul nostro pianeta, ma non ne ha alcuno al di fuori di questo pianeta, e non perché la nostra esistenza “extraterrestre” è solo una porzione del tempo cosmico. Come genere umano noi facciamo parte di una dimensione che può essere considerata illimitata nel tempo e infinita nello spazio. Questo è acquisito anche scientificamente.

Se nel tempo cosmico ogni cosa si trasforma perennemente, deve per forza farlo anche la nostra percezione del tempo, abituata sulla terra a vedere più un inizio e una fine delle cose che non una loro riconversione in altre cose. Forse però abbiamo capito con Hegel una legge che gli uomini primitivi davano per scontata e che col tempo, perdendo il contatto con la natura, avevamo dimenticato, e cioè che il processo di tesi-antitesi-sintesi è praticamente infinito e che la dialettica non conosce ostacoli di sorta, al punto che può trasformare il negativo in positivo. Però ancora non ci è chiaro come ciò possa trovare applicazione in una dimensione non semplicemente terrena: i primi passi significativi li abbiamo fatti solo a partire dalle teorie di Einstein. Con lui abbiamo capito la relatività del tempo, l’importanza del punto di vista dell’osservatore e soprattutto la necessità di stabilire delle coordinate spaziali, prima di dare una qualunque definizione di “tempo”.

Gli scienziati han fatto risalire l’inizio dell’universo a oltre 10 miliardi di anni fa e probabilmente arriveranno, quando le loro conoscenze aumenteranno, a raddoppiare o triplicare anche questo limite. Un limite che per noi umani è già enorme, nel senso che è già sufficiente per darci il senso dell’eternità. Noi abbiamo già la consapevolezza di appartenere a un universo il cui tempo è illimitato e il cui spazio è infinito. Non sappiamo quasi nulla dell’antimateria e i buchi neri che ingoiano tutto semplicemente ci sconcertano.

E poiché siamo convinti che nell’universo tutto sia in perenne trasformazione, inclusi noi stessi, a noi non resta che capire il senso di questa autoformazione dell’universo, il cui scopo finale – almeno sino a prova contraria – pare essere proprio il genere umano, quale forma di autoconsapevolezza dello stesso universo. È come se il big bang avesse prodotto qualcosa destinato a capire i motivi per cui s’è formato e i modi in cui s’è evoluto.

Noi terrestri stiamo vivendo in un tempo ristretto, limitato, non solo in relazione a quello che ci ha preceduto, ma anche in relazione a quello che ci attende. Ma questo non ci spaventa, proprio perché ne siamo consapevoli, e in ciò la differenza tra noi e gli animali, che vivono soltanto per se stessi, pare abissale. Siamo parte di un tempo cosmico che in un certo senso attende la nostra maturazione, il nostro adeguato sviluppo.

Quindi appare in un certo senso giusto sostenere che il tempo è un prodotto dell’essere umano, almeno da un punto di vista esistenziale. Ci è dato da vivere un tempo per diventare noi stessi in una dimensione terrena, per poi poter avere nuovo tempo in cui potenziare la nostra umanità. Chi perde tempo, dovrà recuperarlo e, pur avendo tutto il tempo che vuole, quanto più grandi saranno le ferite nella sua coscienza tanto più tempo gli ci vorrà per rimarginarle. Ecco perché il tempo è un prodotto della nostra coscienza: siamo noi che decidiamo quando è giunto il tempo per vivere con una diversa coscienza. Piangere i morti, sotto questo aspetto metafisico, ha davvero poco senso. Sarebbe meglio piangere su se stessi, se anche questo pianto non ci facesse perdere ulteriore tempo.

Resta soltanto da chiarire il fatto che per molti esseri umani la fine del proprio tempo non viene decisa in maniera naturale, ma in maniera violenta. Bisogna cercare di capire in che misura, cioè fino a che punto, l’arbitrio altrui interferisce sulle condizioni di vivibilità che il tempo ci permette di sperimentare su questa terra. Qui entriamo in un discorso di cui non abbiamo – alla stregua di Dante – neppure le parole per impostarlo. I torti subiti, le sofferenze patite non possono trovare soddisfazione in alcuna forma di vendetta o di risarcimento materiale e neppure chiedendo “giustizia”, semplicemente perché qualunque pretesa o rivendicazione non farebbe che allungare il tempo dell’angoscia nella coscienza del colpevole.

Cioè chi ha subìto un torto non può mettersi a guardare indietro, poiché troverebbe soltanto una persona infelice, un colpevole che ha bisogno piuttosto di consolazione, di comprensione, di perdono, che ha bisogno di sapere che il proprio pentimento è stato accettato. Se il colpevole sarà convinto di questo, potrà recuperare il tempo perduto, altrimenti davvero il suo inferno sarà eterno.

Il problema semmai sta in chi ha subìto ingiustamente un’offesa che gli ha troncato di colpo il proprio tempo: aveva un tempo da vivere e gli è stato tolto con la forza, pur non essendo egli direttamente responsabile del torto subìto.

È vero che nessuno può dirsi interamente innocente delle cose che gli accadono, ma se accettiamo l’idea che a una responsabilità minima può anche corrispondere un effetto spropositato, dovremo poi sostenere l’insensatezza della vita, l’arbitrarietà del tempo.

A ogni vittima degli abusi altrui va riconosciuto qualcosa, altrimenti la disperazione colpirà anche lei, oltre che il suo assassino. Chi ha subito ingiustamente un torto va in qualche modo risarcito, proprio per permettergli di guardare avanti con serenità. Dobbiamo togliere dall’angoscia della maledizione le vittime della storia. E dobbiamo farlo senza cadere nella retorica cristiana degli eletti o in quella patetica del giudizio universale, e senza neppure fare del pietismo di maniera. Dobbiamo escogitare qualcosa di inedito.

La cosa che dovremmo cercare di capire è il motivo per cui il nostro pianeta, in cui vive il genere umano, risulti essere un punto infinitesimale dell’universo che lo contiene. In astratto non ci sarebbe stato alcun bisogno di un contenitore così spropositato per un contenuto così minimo. Vien quindi da pensare o che il contenitore sia destinato ad essere progressivamente riempito o che il contenuto non sia affatto così minimo, se non all’apparenza, oppure entrambe le cose, il cui legame però al momento ci sfugge.

La vastità del contenitore potrebbe essere dipesa da una previsione del suo futuro utilizzo da parte del principale contenuto dell’universo, che è appunto il genere umano. Se essa è destinata a essere riempita grazie all’apporto degli umani, allora vuol dire che questi dispongono di almeno un elemento in grado di svolgere il compito, e questo non può essere che la coscienza, la cui profondità può essere paragonata alla vastità dell’universo.

Dunque se le due cose sono in relazione, il nostro pianeta va considerato come una sorta di modello da imitare. Cioè l’universo ha dato il meglio di sé non nel momento del big bang ma nel momento in cui ha prodotto la terra e in particolare nel momento in cui ha generato l’essere umano, il cui fine sembra essere quello di rappresentare l’autoconsapevolezza dell’universo. Noi assomigliamo a un feto nel ventre della madre. Stiamo crescendo in attesa di uscire da una dimensione per entrare in un’altra, dove le possibilità di azione sono infinitamente superiori. Il feto si mette nella giusta posizione soltanto quando avverte che quella dimensione non è più adeguata alle sue esigenze.

Poiché è solo la profondità della coscienza che può far sentire familiare la vastità dell’universo, è sullo sviluppo di questo elemento spirituale, tipicamente umano, che dobbiamo lavorare. Dobbiamo approfondire l’umanità della coscienza per poter riempire di contenuto la vastità dell’universo. E non c’è modo di approfondire questa umanità senza recidere il cordone ombelicale che ci tiene uniti al nostro contenitore. E l’unico modo per poterlo fare è sviluppare una coscienza di tipo ateistico, in virtù della quale l’essere umano possa attribuire solo a se stesso il destino che l’attende.

*

Per risolvere al meglio la questione delle relazioni sociali, l’ideale sarebbe che nell’universo vigesse il principio di equivalenza tra passato e presente, così come prospettava Einstein. Cioè avremmo assolutamente necessità che il tempo non fosse una linea ma un punto, in maniera tale che fosse possibile incontrarsi con chiunque.

Certo, per chi è stato un dittatore feroce può essere un problema incontrare di nuovo le sue vittime, ma poiché nell’universo vige la libertà di coscienza, niente e nessuno potrà obbligarvelo. L’importante è che il carnefice sappia dell’esistenza di questa possibilità: in fondo riconciliarsi con le proprie vittime è un modo di riconciliarsi con se stessi.

Questa modalità dovrebbero adottarla anche nelle carceri di tutto il mondo, come forma di recupero del condannato, e anche, se vogliamo, come forma di relativizzazione dell’innocenza della vittima, in quanto nessuno può mai aver la pretesa di dirsi “totalmente innocente”, come nessuno è mai “totalmente colpevole”. Se il genere umano fosse divisibile in maniera così manichea, il crimine non potrebbe neppure essere giudicato, in quanto le sue cause dovrebbero essere ritenute imponderabili.

Forse una problematica del genere può apparire astrusa a una coscienza che professa l’ateismo, ma se c’è un mito che dobbiamo sfatare è proprio quello dell’equivalenza di ateismo e nulla eterno. Il nulla è solo una componente dell’universo; l’altra è l’essere, e questo, come quello, è eterno.

Ateismo vuol semplicemente dire che a capo di tutto non c’è un dio ma l’uomo, o meglio, l’essenza umana, di cui l’essere umano, così come lo possiamo constatare su questo pianeta, è solo una delle sue forme. Peraltro la forma umana che ci appartiene è incredibilmente variabile, non solo nella sua conformazione fisica, ma anche nella sua caratterizzazione spirituale. Il che ci lascia pensare che l’identità ci sia più data dall’essenza umana che non dall’essere umano.

Noi non siamo mai uguali a noi stessi, neppure nell’ambito di una stessa giornata: quando siamo sul lavoro ci comportiamo in una determinata maniera; in casa nostra in un’altra; con gli amici in un’altra ancora, e così via. Sono mille le situazioni in cui siamo diversi. Se guardiamo l’intera nostra vita sono praticamente illimitate, così come lo sono i mutamenti fisici del nostro corpo, che avvengono, seppur in maniera impercettibile, con costanza quotidiana, finché ad un certo punto ci rendiamo conto (come se improvvisamente decidessimo di fare un bilancio della nostra vita) che, sotto vari aspetti, non siamo più quelli di prima: i capelli bianchi, le rughe, la stanchezza, l’affanno, la perdita della memoria ecc.

Per tutta la nostra vita assistiamo a mutamenti incredibili del nostro fisico e del nostro spirito (o della nostra mente, come preferiscono dire gli anglosassoni). Dunque per quale motivo dovremmo credere che la morte debba por fine a questo processo di trasformazione, indipendente dalla nostra volontà e che ci caratterizza nella nostra umanità?

In natura, in genere, è proprio la morte che inaugura una nuova vita. Se il seme non muore, non porta frutto. Questa massima evangelica (che così tanto somiglia alla dialettica hegeliana) può essere applicata a qualunque cosa, persino agli imperi della storia: quando morì quello romano nacquero i regni barbarici in Europa, che non praticavano lo schiavismo.

Se l’ateismo non fa propria la legge della trasformazione della materia, che prolunga l’esistenza terrena a livello cosmico, non riuscirà mai a superare la religione, che vuole incatenarci alle sue idee non solo su questa terra ma anche nell’aldilà. I credenti infatti non vedono l’ora di dimostrarci, in maniera evidente, che avevano ragione; non vedono l’ora di prendersi la rivincita nei confronti dello scetticismo e del materialismo, e non sanno che sarà proprio la dimensione dell’universo a smentirli clamorosamente.

Non esiste alcun dio onnipotente e onnisciente, ma solo l’essenza umana con la sua libertà di coscienza. Qualunque discorso su “dio”, fatto su questa terra, andrebbe considerato come un non-senso o quanto meno come una stravaganza dovuta alla limitatezza del pensiero. L’ateo non deve fare ragionamenti su ciò che non esiste (perderebbe il suo tempo), ma solo sull’uomo.

Noi dovremmo convincerci di una cosa, che se lo spazio e il tempo sono eterni e infiniti (e per noi percepirli come tali non costituisce una difficoltà insormontabile, anche se su questa terra spesso siamo portati a ritenere il contrario), allora vuol dire che anche l’essenza umana è eterna, per cui noi, in un certo senso, non siamo mai nati, almeno non lo siamo così come lo intendiamo su questa terra.

Le parole assumono un significato molto diverso a seconda del contesto spazio-temporale cui fanno riferimento. La polisemia del linguaggio umano non è un limite che c’impedisce d’essere chiari e distinti, ma un’incredibile ricchezza, che ci permette moltissime sfumature. Noi dovremmo sfruttare massimamente le ambiguità del nostro linguaggio (che per fortuna non ha nulla a che fare col linguaggio-macchina), perché solo in tal modo riusciremo a tenerlo sempre vivo, nonostante il passare del tempo lo porti inevitabilmente a invecchiare.

Una linea infinita è composta da punti infiniti, che messi tutti insieme producono qualcosa che dobbiamo chiamare col termine “linea”, ma che avremmo potuto chiamare “puntinsieme” (insieme di punti). Se l’avessimo fatto, avremmo dato l’impressione che nell’universo esistono solo infiniti punti, i quali, messi insieme, producono linee di tutti i tipi, e queste linee generano figure geometriche di tutti i tipi, e così via.

Tutto dipende da un punto, che contiene in sé gli elementi opposti che si attraggono e si respingono. Ogni cosa che dipende da questo punto è come il punto, avendo le sue stesse caratteristiche. Dal punto di vista dell’essenza umana c’è forse differenza tra un padre e un figlio? Noi non possiamo dire che il padre ha qualcosa di qualitativamente superiore al figlio. L’unica differenza sta nella generazione, ma anche il padre è stato, a sua volta, figlio, e anche il figlio può essere diventato padre, per cui dovremmo parlare di infinita successione generazionale, che ci impedisce di credere che in origine sia esistito qualcuno assolutamente diverso da noi, dalla nostra essenza umana.

Noi non siamo stati creati da nessun dio, ma non proveniamo neppure dalle scimmie. Noi semplicemente ci siamo autocreati. Questo è così vero che quando p.es. parliamo di “era dei dinosauri”, dovremmo parlarne come di una sorta di “infanzia dell’umanità”. Nel senso cioè che l’essenza umana esisteva già al tempo dei dinosauri, ma non aveva ancora raggiunto la piena maturità per poter vivere sulla terra.

La terra è un prodotto dell’universo e siccome sulla terra il prodotto più significativo è l’uomo, allora vuol dire che lo eravamo già anche nell’universo, prima dell’esperienza terrena, e che l’evoluzione si applica a qualunque cosa, escluso l’uomo, e se vogliamo applicarla anche all’uomo, possiamo farlo solo in rapporto alle nostre forme esteriori, non alla nostra essenza.

Quando ci si convincerà di questo, si smetterà di dire che esistono degli extraterrestri totalmente diversi da noi, assolutamente nemici del genere umano, per i quali occorre sottomettersi alla potenza terrestre in grado di eliminarli. Se esistono degli extraterrestri, non possono essere che come noi. Non abbiamo bisogno d’inventarci degli alieni cosmici per giustificare la nostra alienazione sociale: l’han già fatto i credenti sin dalla nascita delle religioni.

Non è da escludere che se non esiste “passato” e “presente”, non esistono neppure, nell’universo, concetti come alto e basso, destra e sinistra, e così via. Tutto dev’essere possibile nei limiti della libertà di coscienza, che in sé non ne ha, avendone solo in rapporto a ciò che è altro da sé.

Qualunque tipo di rapporto umano non può essere escluso a priori, a meno che appunto non vi si opponga la coscienza. Se io voglio parlare con Garibaldi, chiedendogli perché ha detto al re “obbedisco”, senza porre alcuna condizione, devo poterlo fare. Dovrà esser questa la legge fondamentale dell’universo: rispondere spontaneamente alla chiamata di qualcuno che vuole incontrarci. Come i lupi di notte, con la luna piena, che si parlano ululando, a grandi distanze, senza che nessuno ve li obblighi. Dobbiamo in un certo senso saper riconoscere il “richiamo della foresta”, perché è da qui che siamo usciti, per poi perderci senza speranza, smarrendo la “diritta via”.

La selva non è oscura, ma luminosa, ci illumina dentro, ci mette a contatto con l’essenzialità, con noi stessi. Non è come il deserto, dove le condizioni di vita sono così dure che facilmente nascono visioni mistiche, fanatismi religiosi, orgogli interiori… La foresta è ciò che rende l’uomo se stesso: non è una prova da superare per poter vivere meglio altrove, come nelle antiche fiabe.

Noi non siamo fatti né per i deserti né per le città, ma per la terra, per una terra libera, non recintata, dove il rapporto con la foresta sia organico e non di mero sfruttamento. In origine l’uomo era “custode di un bosco”, cioè di una foresta, e ciò che lo tradì fu qualcosa di artificioso, che gli appariva migliore dei frutti naturali, migliore di una vita basata sulla sobrietà, sulle cose essenziali, sul lavoro di gruppo, sulla condivisione di mezzi e strumenti di lavoro, di conoscenze abilità competenze da trasmettersi di padre in figlio, di madre in figlia, su una distinzione di ruoli nient’affatto imposta da qualcuno.

Nell’universo non c’è solo l’essenza umana ma anche quella naturale, poiché siamo fatti di spirito e materia, e chi non è capace di vivere su questa terra, non vi riuscirà da nessun’altra parte, se non recupera lo stile di vita dell’uomo primordiale o ancestrale, chiamato con disprezzo, dagli storici, col termine di “uomo primitivo” o “preistorico”: da quegli storici che assurdamente fanno iniziare la storia con la scrittura, la proprietà, la stanzialità, la città, i metalli, la moneta, i commerci ecc.

Noi abbiamo il compito di ricostruire nell’universo le condizioni per cui sia possibile ritornare a vivere come sulla terra al tempo delle foreste, la cui pericolosità era infinitamente minore rispetto a quella delle nostre jungle d’asfalto e di cemento.

Il nostro pianeta non è uno dei tanti pianeti in cui sia possibile vivere l’essenza umana: al momento è l’unico in tutto l’universo. Se in futuro ve ne saranno altri, dovranno essere come la terra, poiché essa rispecchia adeguatamente tutte le condizioni in cui noi possiamo vivere.

Non ha alcun senso pensare a un’esistenza cosmica priva di materia e di natura. Se noi dovessimo distruggere il nostro pianeta, nell’universo avremmo comunque il compito di costruirne un altro analogo, e il nostro resterà disabitato a testimonianza della nostra insipienza, come già oggi sulla terra i tanti deserti ci indicano il male che arrechiamo all’ambiente.

L’universo è fatto per essere abitato dall’uomo. Einstein si meravigliava ch’esso fosse così “comprensibile”, ma lo è proprio perché noi lo si possa abitare ovunque vi siano le condizioni adatte alla nostra riproduzione. Gli esseri umani possono vivere solo in un universo “comprensibile”, e quello che abbiamo lo è, sempre di più, per cui prepariamoci a uscire dal nostro pianeta per popolarne tanti altri adatti alla nostra sopravvivenza.

*

“Non c’è più tempo” – è frase che diciamo con significato negativo. Ma se l’avvertiamo così è perché vorremmo il contrario, cioè che noi appartenessimo al tempo. Vorremmo un tempo nell’essere non un essere nel tempo. Così potremmo dire: “C’è sempre tempo”. Ovviamente non per non fare, ma per fare anche quel che non si vorrebbe o quel che appare impossibile, compatibilmente alla volontà altrui e alle leggi dell’universo.

Apparentemente sembra che il tempo abbia un inizio e una fine; invece il tempo non ha tempo, proprio perché è eterno. E se noi avvertiamo questo, significa che anche noi siamo senza tempo. La vita terrena non è che una porzione del tempo universale, che è eterno per definizione, essendo il cosmo uno spazio senza fine.

Là dove lo spazio è illimitato, deve per forza esserlo anche il tempo, e ciò che in noi avverte l’infinità di entrambi è la nostra coscienza, la cui libertà è assolutamente insondabile. Noi non riusciamo neppure ad avere piena consapevolezza di tale insondabilità, proprio perché non abbiamo creato noi stessi, ma siamo figli dell’universo, cioè di uno spazio-tempo illimitato.

La coscienza, con la sua libertà, è il contenuto più adeguato di un contenitore che ci sovrasta e che attende d’essere vissuto e conosciuto da noi, in un processo che non avrà mai fine.

L’essere umano è un microcosmo che ha il compito di umanizzare il macrocosmo. L’universo, infatti, è soltanto la condizione in cui l’essere umano può manifestarsi.

Vi sono sicuramente leggi di natura universali e necessarie, cui neppure l’essere umano può prescindere; ma la libertà di coscienza contiene qualcosa di peculiare, che nessuna legge naturale può manifestare. Noi non siamo solo enti di natura; siamo anche l’autoconsapevolezza della natura. Siamo la natura che sa di essere quel che è.

A nessuno si può impedire d’essere quel che è. A nessuno di può impedire di diventare quel che vuole diventare.

[printfriendly]
RSS
Follow by Email
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
YouTube
INSTAGRAM

Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

Lascia un commento