Il rapporto tra Tempo e Storia

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Il tempo ha due aspetti concomitanti, molto difficili da definire. Sono come cerchi concentrici, di cui quello più esterno è percepibile solo per intuito. Hanno un medesimo movimento ciclico, rotatorio, strutturale alla materia-energia dell’universo, la quale, come noto, si evolve secondo la dinamica della nascita-sviluppo-morte-rinascita (già individuata nelle filosofie induiste).

Nell’universo vige la legge della perenne trasformazione della materia, che è determinata dall’energia. Questa legge riguarda ogni elemento dell’universo, dal più piccolo al più grande, incluso l’essere umano (esser-ci).

Il problema tuttavia si pone proprio per l’esserci, quale unico elemento naturale dell’universo ad avere non solo consapevolezza dello scorrere del tempo, cioè del fluire di una memoria storica, ma anche la percezione di un tempo non-finito, ciclico, ripetitivo, con variazioni dal contenuto significativo. La raffigurazione più esatta di questa particolare concezione del tempo è quella della spirale, che consta di cerchi concentrici sfalsati all’interno di una linea retta.

Si ha infatti consapevolezza piena che nella reiterazione dei cicli le cose non si ripetono in maniera uguale o identica. Il trascorrere del tempo incide sulla tipologia delle forme in cui lo si vive come esperienza. L’esperienza del tempo come valore storico ed esistenziale è assolutamente tipica dell’esserci, definisce l’essere umano in quanto tale.

I fatti dimostrano che la percezione di un tempo non-finito risulta contraddittoria alla constatazione dell’evento della morte. E sulla base di questo scompenso tende a formarsi una concezione religiosa che ritiene possibile o desiderabile l’esistenza di un dio assolutamente perfetto in qualsivoglia qualità. Dio viene considerato come una forma di compensazione alla presenza della morte, che viene appunto avvertita in contrasto con la percezione di un tempo illimitato.

È quindi da presumere che in presenza di una consapevolezza certa della illimitatezza del tempo, dovrebbe scomparire del tutto il desiderio di avere un’istanza superiore chiamata “dio”.

Nell’epoca preistorica non si aveva alcuna cognizione religiosa e quindi nessuna pretesa di raffigurarsi un ente del tutto superiore alla natura. Era infatti questa il dio dell’uomo primitivo. Storia e natura in un certo senso coincidevano dal punto di vista della natura.

Oggi questo non è più possibile. Dopo la rivoluzione tecnico-scientifica, che ha dato all’uomo la percezione d’essere superiore alla natura, è emersa la consapevolezza che la storia abbia assunto maggiore importanza rispetto alla natura. L’essere umano avverte una maggiore consapevolezza di sé, e quindi di quello che può fare autonomamente, rispetto alle condizioni imposte dalla natura.

Questo a prescindere dal fatto che nell’ambito del capitalismo la rivoluzione tecnologica ha prodotto una netta subordinazione della natura alla storia: il che, come noto, sta procurando enormi danni ambientali alla natura e non sta dando alla storia un’evoluzione democratica.

Il compito che ci attende non è soltanto quello di superare il capitalismo, il cui limite fondamentale sta nel porre l’individuo contro il collettivo, ma è anche quello di come coordinare la rivoluzione tecnologica col rispetto delle esigenze riproduttive della natura.

Lo sviluppo dell’ateismo è andato di pari passo con lo sviluppo della scienza e della tecnica e col primato della storia sulla natura. Si tratta di un ateismo diverso da quello dell’uomo primitivo, ch’era di tipo naturalistico e collettivistico, connesso alla proprietà comune dei mezzi produttivi, usati in maniera eco-compatibile. L’ateismo borghese infatti resta ambiguo, in quanto sul piano pratico ha bisogno della religione o comunque dell’illusione per il controllo delle masse sfruttate.

Il senso della storia non è nato solo a partire dalla rivoluzione tecnologica, ma anche a partire dalla formazione delle cosiddette “civiltà”, che è avvenuta sempre contestualmente alla negazione arbitraria, violenta, della struttura della comunità primitiva. La storia, ad un certo punto, è diventata storia di lotta di classi, di ceti tra loro antagonistici, una storia di sofferenze inaudite in cui alla prassi dello sfruttamento si è cercato di opporre, in varie forme e modi, quella che può essere definita una “istanza di liberazione”, che a volte diventa anche “prassi o esperienza di liberazione” e che immancabilmente purtroppo subisce una sorta di negativa involuzione, il tradimento dei valori originari che avevano spinto le masse sfruttate a ribellarsi ai loro oppressori.

La storia di cui si ha consapevolezza è storia di una negatività espressasi in varie forme, sempre più sofisticate e difficili da individuare o da combattere. Il tempo storico è il tempo di un’evoluzione di questa negatività, che dallo schiavismo è passata al servaggio e da questo al lavoro salariato.

Le civiltà non vanno esaminate solo in modo cronologico (col rischio che la nostra appaia migliore delle precedenti, avendo il presente un primato sul passato: un’evidenza maggiore), ma anche in maniera trasversale, collocandole dentro criteri ermeneutici più generali, che riguardano la storia del genere umano in quanto tale. O si analizza la storia in maniera universale o non la si comprende affatto.

Le civiltà vanno inserite nel concetto di “formazione sociale”, che permette a tutte le civiltà d’essere esaminate in maniera orizzontale, a prescindere dalla loro collocazione temporale.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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