Per un socialismo autogestito

Se fosse chiaro a tutti che nessuno può essere o
sentirsi obbligato a “vendersi”, cioè a vendere la propria
capacità lavorativa, fisica o intellettuale, per poter vivere,
indipendentemente dalla forma o entità del corrispettivo che si
ottiene; se a tutti fosse chiaro che questa forma di “prostituzione”
è indegna per qualunque persona, è immorale sotto ogni punto di
vista (anche se ovviamente non per quello economico della borghesia)
e che, per il bene complessivo della società, andrebbe aspramente
combattuta, anzi, assolutamente vietata, nulla potrebbe impedire
l’esistenza della proprietà privata dei mezzi produttivi.

Infatti non è la proprietà “in sé” (pubblica o
privata) che fa nascere o che impedisce l’antagonismo sociale,
proprio perché tale antagonismo sorge quando uno si serve dei propri
mezzi produttivi per sfruttare il lavoro altrui. Non serve a niente
costruire una comunità in cui, pur essendo vietata la proprietà
privata dei singoli suoi componenti, la comunità, nel suo insieme,
può assumere un personale lavorativo privo di proprietà, che viene
pagato, in qualsivoglia forma, per il lavoro che svolge, e che può
essere licenziato quando tale lavoro è ultimato. Non ha senso
vietare la “prostituzione lavorativa” all’interno di una
comunità, e legalizzarla nei rapporti col mondo esterno.

Non solo quindi tutti devono avere la proprietà dei
mezzi lavorativi, ma nessuno dovrebbe impiegarli per sfruttare il
lavoro di chi non ha proprietà, cioè il lavoro di chi ha perduto,
per qualche motivo, tale proprietà o, per qualche motivo, non è in
grado di metterla a frutto in maniera sufficiente per la propria
esistenza. Questo vuol dire che, in presenza di una proprietà
privata, tutti dovrebbero accontentarsi di ciò che serve per
riprodursi, per avere quanto è necessario per vivere.

In presenza di proprietà privata ci si dovrebbe
accontentare di una società basata sull’autoconsumo e sul
baratto delle eccedenze (compiuto solo tra persone ugualmente
proprietarie e quindi libere). Parlare di “libertà” senza
“proprietà” è un controsenso, ma anche parlare di “proprietà”
e di “libertà giuridica”, cioè quella libertà formale,
inventata dalla borghesia, che non implica, di necessità, il
possesso di una proprietà. Non ha senso che una libertà giuridica
implichi il libero possesso del proprio corpo, per poi essere
costretti a vederlo, subito dopo, rendendolo schiavo per mancanza di
proprietà. Non conta niente, quindi, ai fini della libertà
personale, che una proprietà sia sociale o privata: conta che non
venga usata per sfruttare il lavoro altrui o per togliere agli altri
la legittima proprietà.

Semmai è un’altra cosa che ci si deve chiedere: in
presenza di proprietà privata, equamente distribuita in base alle
necessità dei soggetti che la lavorano, quali sono le garanzie che
permettono a un sistema del genere di funzionare nel tempo? Purtroppo
non esistono garanzie “assolute”. La storia ha dimostrato che
laddove si afferma la proprietà privata, pur in assenza di
sfruttamento del lavoro altrui, possono sempre accadere eventi
imprevedibili, come p.es. la morte per malattia di un componente
(animale o umano) della comunità, oppure un disastro ambientale. In
casi del genere, se la comunità è piccola e quindi debole,
facilmente si finisce nella tragedia. Un evento fortuito può portare
qualunque persona, che fino a un momento prima stava bene, ad essere
costretta a chiedere un lavoro dietro compenso.

Questo spiega il motivo per cui la concessione dei mezzi
produttivi in proprietà privata a nuclei troppo ristretti di
persone, non è conveniente. Il concetto di “famiglia” è
un’astrazione priva di senso. Quanto meno si deve parlare di una
comunità composta almeno da 50-100 elementi. Molte famiglie, poste
di fronte ai principali mezzi produttivi, gestiti collettivamente,
possono garantire a tutti la sopravvivenza, previa rinuncia a
qualunque proprietà privata (al massimo è possibile tollerare una
proprietà “personale”, relativa a mezzi che non sono di uso
comune o che comunque non incidono ai fini della sopravvivenza
dell’intera comunità).

Cerchiamo ora di spiegare bene questo punto, poiché la
differenza da questa forma di socialismo autogestito a quella
del socialismo industriale o mercantile o statale o “scientifico”,
è netta.

L’assenza totale di proprietà privata nell’ambito di
una vasta comunità di famiglie, in relazione esclusiva ai mezzi
produttivi che garantiscono la sussistenza, va vista come una
questione interna a tale collettivo, che solo quest’ultimo è
titolato ad affrontare. Non possono esserci direttive piovute
dall’alto, siano esse politiche o economiche. La coordinazione degli
interessi trasversali alle varie comunità va affrontata
autonomamente dalle stesse comunità, che si terranno in rapporto tra
loro. Quindi lo Stato va eliminato, come pure tutte le istituzioni
che lo rappresentano, per non parlare dei Mercati, che ci
condizionano sin nei più piccoli particolari.

Non solo, ma le comunità rurali non possono sentirsi
vincolate al mantenimento delle comunità urbane, neppure se queste
offrissero in cambio mezzi tecnici sofisticati con cui sfruttare la
natura. L’idea di avere mezzi e strumenti tecnici del genere, da
usare nel nostro rapporto di dominio con la natura, è completamente
sbagliata: è nata nell’ambito delle civiltà antagonistiche e, come
tale, va rimossa. L’esigenza riproduttiva della natura va considerata
superiore a quella produttiva degli esseri umani, proprio perché noi
siamo “enti di natura” e non è la natura che appartiene a noi,
ma il contrario.

Un altro aspetto di fondamentale importanza è che la
vita urbana, priva di riferimenti alla natura, va considerata come
una forma di “alienazione”. Bisogna pertanto pensare a come
chiudere le città, a come trasferire i suoi abitanti nelle campagne,
a come far di nuovo crescere i boschi e le foreste, a come proteggere
da qualunque forma d’inquinamento l’aria e l’acqua. L’industria va
ridotta al minimo indispensabile, anzi, possibilmente va ricondotta
ai limiti dell’artigianato. Dobbiamo recuperare tutte le aree
agricole abbandonate da uno sviluppo scriteriato
dell’industrializzazione. Dobbiamo smantellare progressivamente il
macchinismo applicato all’industria, poiché esso è la fonte
principale dell’inquinamento del pianeta, ed è illusorio pensare che
si possa risolvere un problema tecnologico con una nuova tecnologia,
ancora più sofisticata della precedente. Il vero problema è come
ripensare completamente le categorie tipiche della nostra attuale
forma mentis: “benessere”, “comodità”, “agio”,
“sviluppo”, “crescita”, “sicurezza materiale”…

Ci vorrà un tempo lunghissimo per tornare a un tipo di
esistenza simile a quella del “comunismo primitivo”, ma se non
facciamo partire la transizione, se non cominciamo a pensarci da
adesso, ci vorrà un tempo molto più breve per arrivare a
un’apocalisse di immani proporzioni. Ed è evidente che per pensare a
una transizione del genere, inconcepibile ai più, occorre rovesciare
con la forza qualunque forma di potere che rende schiavi gli esseri
umani.


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