Terra e universo

Non
è così pacifico che la comparsa del genere umano sia frutto di
un’evoluzione “naturale”. È vero che tra noi e le scimmie
vi è solo un 2% di diversità genetica, ma è anche vero che questa
percentuale ci rende incredibilmente diversi non solo dalle scimmie
ma anche da qualunque altro animale.

Dunque
deve esserci stato nella storia dell’evoluzione naturale degli
animali un momento particolare, in cui è avvenuta una specie di
salto improvviso, imprevisto, del tutto “innaturale”, da
una condizione di vita a un’altra.

È
molto difficile pensare che l’essere umano sia un prodotto
“spontaneo” della natura. E la sua comparsa sulla Terra,
anche se è avvenuta in tempi geologici relativamente recenti, non
sta di per sé a significare la presenza di una linea evolutiva dal
semplice al complesso. Questa linea indubbiamente esiste, ma con
molta difficoltà la si potrebbe applicare al genere umano.

Osservando
la specifica peculiarità del genere umano, che è la libertà,
l’arbitrio, la coscienza di sé ecc., vien quasi da mettere in dubbio
che l’umano sia un prodotto della natura, la quale non conosce
affatto queste cose, e vien quasi da pensare che sia invece la natura
una forma espressiva dell’umano, un suo prodotto creativo. Nel senso
cioè che l’umano è in grado di produrre se stesso e “altro da
sé”, e questo “altro da sé” sarebbe appunto tutta la
natura.

Una
cattiva riproduzione di sé (p.es. con la creazione delle civiltà
antagonistiche) avrebbe portato a una cattiva riproduzione della
natura, che si sarebbe per così dire “ribellata” al
proprio creatore. Quando la natura si ritorce contro l’uomo è per
fargli capire che il suo stile di vita è anti-umano e quindi
contro-natura.

L’umano
dunque precede la natura come idea che dà senso alle cose, come
intelligenza dell’universo. L’umano ha creato la natura in tutte le
forme possibili, finché ad un certo punto ha “creato” se
stesso nelle forme terrene che vediamo; il “sé” dell’uomo
contiene, in nuce, tutta la natura, come il microcosmo contiene tutto
il macrocosmo.

L’umano
non va collegato al pianeta Terra più di quanto non vada collegato
alla dimensione dell’universo. Nell’universo c’è una tendenza
all’umano, allo sviluppo dell’umanità. La Terra è appunto il
pianeta in cui questa tendenza s’è estrinsecata. Non ci sono
duplicati identici nell’universo. La legge fondamentale che domina
l’universo è l’asimmetria.

Quindi,
sotto questo aspetto, non è neppure esatto dire che tra lo sviluppo
del genere animale e quello del genere umano vi è stata una rottura
inaspettata, imprevista. La comparsa sulla Terra del genere umano
sembra essere connessa all’esaurimento delle possibilità evolutive
del genere animale.

La
Terra è parte dell’universo; il genere umano, a differenza di quello
animale, è parte costitutiva, strutturale, organica dell’universo.
Fino ad oggi abbiamo guardato l’universo dalla Terra, dobbiamo invece
fare il contrario. Si rassicurino gli atei: in tutto questo dio non
c’entra niente. Non esiste alcun dio nell’universo. Esiste solo
l’uomo.

L’uomo
e l’universo

Oggi
sappiamo d’essere nell’universo un pianeta tra tanti, eppure
avvertiamo questo con una coscienza internazionale, come mai
prima d’ora era successo: sono tutti gli uomini della Terra che si
sentono “piccoli” nell’universo, e questa consapevolezza
mondiale ci fa sentire “grandi”, ci fa sentire “stretto”
l’universo, nonostante la sua immensità. Il destino degli uomini
della Terra sembra essere diventato unico, per cui non possiamo non
chiederci che fine abbiano fatto le generazioni precedenti. Abbiamo
sempre più consapevolezza che nell’universo nulla può andare
perduto. Quanto più ci accorgiamo d’essere parte di un tutto (che ci
sovrasta), tanto più desideriamo restare uniti e compatti. Quanto
più ci scopriamo essere in periferia (e non più al centro), tanto
più abbiamo bisogno di pensare che non siamo soli. Quanto più
pensiamo d’essere il prodotto finale della natura e dello stesso
universo, tanto meno riusciamo a rassegnarci all’idea di non poter
confrontarci direttamente con le generazioni che ci hanno preceduto.

Vita e morte nell’universo

Se
diamo per scontato che ogni cosa che ha avuto un’origine è destinata
ad avere anche una fine, dobbiamo dedurre che la morte è parte
costitutiva della vita dell’universo.

In
che modo però si può trarre la conclusione che, siccome anche
l’universo ha avuto un’origine, anch’esso è destinato a finire? È
davvero possibile credere che la morte, pur essendo una legge
dell’universo, lo sia al punto da minacciare la sopravvivenza
dell’universo stesso?

Oppure
dovremmo essere portati ad affermare il contrario, e cioè che
l’attuale configurazione dell’universo è strettamente correlata alla
conformazione della Terra, per cui il destino dell’universo è
analogo a quello della Terra?

È
cioè possibile ipotizzare l’idea che, essendo la Terra un prodotto
“finale” dell’universo, la sua evoluzione è
interdipendente, strettamente interconnessa, con quella dell’universo
e che pertanto la morte dell’attuale conformazione del nostro pianeta
coinciderà con la morte dell’attuale configurazione dell’universo?

In
una parola: la morte inevitabile che attende l’intero universo
comporterà la fine di ogni cosa o soltanto la sua trasformazione?

Se
si ponessero l’essere e il nulla sullo stesso piano, non si avrebbe
alcun vero inizio, a meno che non si volesse considerare il nulla
come parte dell’essere: ma allora i due principi non sarebbero
equivalenti.

Che
il nulla sia parte dell’essere è una legge dell’universo; non c’è
“essere puro” che non conosca la legge della trasformazione
della materia. Ma se c’è trasformazione c’è anche “non-essere”.
Cionondimeno bisogna affermare che l’essere ha una priorità
ontologica sul nulla, nel senso che non c’è “nulla” in
grado di distruggere l’essere. L’essere ha un primato che impedisce
alla morte di essere la fine della vita.

Se
essere e nulla coincidessero o si equivalessero, non si spiegherebbe
l’origine dell’universo, poiché non vi sarebbe una ragione
sufficiente (necessaria, non la “migliore possibile”, come
diceva Leibniz) che ne spieghi la nascita. Se invece il nulla è
parte dell’essere, lo è solo nel senso che la morte è finalizzata
alla conservazione o comunque alla trasformazione dell’essere. Cioè
vi è un’essenza che ha bisogno dell’essere e del non-essere
per sussistere.

Ma
se la morte ha questo scopo, essa non può avere la caratteristica
della permanenza eterna (invarianza). La morte va considerata come un
processo transitorio, un fenomeno temporale, interno a una
dimensione, i cui confini, per il momento, ci sfuggono (ancora
infatti non conosciamo il momento esatto in cui l’attuale
configurazione dell’universo è nata, né possiamo prevederne la
fine, sempre che ce ne sia una e che non sia una nuova
trasformazione).

Praticamente
l’attuale esistenza in vita del pianeta Terra rende irrilevante la
morte dei singoli individui che fino ad oggi l’hanno abitato. Finché
sussiste la condizione formale, estrinseca, che permette all’uomo di
riprodursi o comunque di evolvere, la morte del singolo non ha un
valore assoluto, nemmeno per chi l’ha vissuta, poiché fino a quando
la Terra sarà in vita, il significato della morte del singolo non
potrà essere disgiunto dal significato del nostro pianeta o comunque
dell’intero genere umano. La morte dei singoli non intacca
l’evoluzione del genere umano.

Una
morte potrebbe essere considerata assoluta, da tutti i punti di
vista, se si distruggessero definitivamente le condizioni formali
della sopravvivenza, cioè della riproduzione. L’uomo è in grado di
fare questo nell’ambito della Terra? Le leggi dell’universo glielo
permetterebbero? È forse possibile dimostrare la propria
indipendenza da tali leggi, autodistruggendosi? Non è forse questa
una contraddizione in termini?

In
ogni caso, finché le condizioni della sopravvivenza restano
inalterate, la morte di ogni singolo essere umano non può essere
considerata che come una prefigurazione della futura morte e del
pianeta Terra e dell’universo attuale, almeno di quello che possiamo
osservare o percepire. La differenza sostanziale sta nel fatto che la
morte del singolo essere umano non può mai avere quel carattere di
assolutezza che può avere la morte del nostro pianeta e dell’attuale
universo.

Finché
moriranno solo i singoli, noi saremo costretti a pensare che il
significato della loro vita (e quindi della loro morte) rientra nel
più generale significato dell’universo e del suo prodotto finale: la
Terra. Nel senso che la morte del singolo essere umano rientra nel
destino complessivo, globale della Terra e, di conseguenza, in quello
dell’attuale universo.

L’universo
pare abbia un progetto sulla Terra, quello di portarla a distruzione
(il che implica una trasformazione e non un annullamento). La
realizzazione di questo progetto comporta però una retroazione sulla
stessa attuale configurazione dell’universo, nel senso che anche
l’universo subirà una corrispondente trasformazione.

La
morte del nostro pianeta rientra dunque in un progetto che è
sostanzialmente di vita. La morte, in senso stretto, non è che un
passaggio, una transizione da una forma di vita a un’altra, in cui
nulla del passato viene perduto. L’identità infatti sta nella
memoria, oltre che nel desiderio.

Questo
significa che all’origine dell’universo c’è l’essere, cioè la vita,
non la morte. La morte è un processo della vita, che aiuta la vita a
perfezionarsi, a evolvere verso qualcos’altro. La morte è una sorta
di trasformazione della materia che rende la materia più complessa,
più perfetta.

Oggi
riusciamo ad avere coscienza di una grande complessità delle cose.
Ciò sta a significare che l’esperienza della morte dei singoli
individui non c’impedisce di comprendere sempre meglio la complessità
o comunque la vera essenza delle cose.

Praticamente
il genere umano non muore mai come genere. Progredisce all’infinito,
in forme e modi che per il momento non possiamo sapere. Il genere
umano potrebbe progredire così tanto, potrebbe maturare una
coscienza così grande da avvertire come troppo stretti, troppo
angusti, i confini dell’attuale universo.

È
probabile, sotto questo aspetto, che lo scopo dell’universo sia
quello di far prendere coscienza all’uomo della propria infinità.
C’è dunque nell’universo un finalismo che solo dal punto di vista
dell’uomo possiamo comprendere. Microcosmo e macrocosmo si
equivalgono.

Non
dobbiamo quindi dimenticarci che quanto più ci avviciniamo alla
comprensione di tale finalismo, tanto più avvertiamo l’universo come
troppo piccolo per la nostra coscienza. Esiste quindi una
responsabilità cui non possiamo sottrarci: l’umanità ha il compito
di evolvere verso l’autocoscienza. Qui forse sta il senso
della irreversibilità del tempo.

*

Gli
scienziati dicono che le comete sono gli spermatozoi dell’universo…
La Terra allora che cos’è: un ovulo fecondato? E gli esseri umani?
Il feto dentro il ventre dell’universo? E a chi appartengono questi
spermatozoi? Avevano forse ragione gli antichi quando parlavano di
logos spermatikos“? Il “Big Bang” è
forse un altro modo di dire che all’inizio di tutto c’è stato un
rapporto di sesso e amore? Dobbiamo uscire dal ventre dell’universo
per sapere chi è questo “logos spermatikos” o
possiamo saperlo sin da adesso? Nel ventre dell’universo ci resteremo
fino a quando non lo sentiremo troppo stretto? Cosa significa che
“Tutta la creazione soffre le doglie del parto”? L’universo
è in fase di espansione perché il feto umano sta crescendo? E sarà
in fase di contrazione quando il feto umano starà per nascere? Ma è
possibile che l’universo sia così strettamente legato al feto umano?
Il nostro destino è il destino dell’universo?



[printfriendly]