Noi e l’universo

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Il nostro compito è quello di rendere tutti i pianeti dell’universo simili al nostro. Noi adesso stiamo sperimentando varie opzioni di forme di vita, di cui quelle più recenti, legate allo sfruttamento indiscriminato dell’uomo e della natura, non sono praticabili dall’universalità del genere umano.

Quando arriveremo a capire che la forma migliore di vivibilità è stata quella in cui l’uomo si sentiva parte della natura, noi saremo davvero pronti per iniziare la nostra avventura nel cosmo.

Se la Terra fosse stata dotata di molte meno risorse, ci avremmo messo meno tempo per accorgerci dei nostri errori. Non solo, ma questo pianeta per moltissimo tempo ci è parso incredibilmente vasto, con territori per noi addirittura irraggiungibili.

Ora però i confini si stanno restringendo e anche le risorse non sono più così abbondanti. Probabilmente l’essere umano deve andare incontro a immani catastrofi prima di poter capire che i suoi comportamenti sbagliati possono avere effetti irreversibili sull’ambiente.

Noi siamo destinati a vivere, ma questo non ci esime dal compito di ricercare le condizioni naturali migliori per poterlo fare.

L’autocoscienza dell’universo

L’intelligenza dell’universo s’è espressa in forma evolutiva. Cioè fino a quando non sono state poste, dopo averle collaudate per tantissimo tempo, le condizioni utili alla vivibilità dell’essere umano, questo non è riuscito a nascere, non ha potuto farlo.

L’essere umano sembra il risultato di un lunghissimo lavoro scientifico da parte dell’intelligenza dell’universo, che probabilmente ha proceduto secondo il criterio del provare e riprovare, facendo tesoro degli errori compiuti.

Il concetto di evoluzione dell’universo esclude inevitabilmente l’idea di un dio onnipotente che sa già a priori quello che deve fare. L’universo si è evoluto lentamente, migliorandosi costantemente, giungendo progressivamente a darsi delle leggi sufficientemente valide a permettere la nascita di un elemento molto particolare: l’essere umano, che avrebbe avuto la possibilità di comprendere i meccanismi dello stesso universo.

L’uomo e la donna sono l’autocoscienza dell’universo, la cui intelligenza non può che essere umana e non può che essere un tutt’uno con la sensibilità. Il nostro destino è quello di vivere l’umanità universale, di essere noi stessi nell’universo e la Terra rappresenta per noi soltanto un laboratorio in cui sperimentare le varie opzioni esistenziali, al fine di poter capire quale di esse sia la migliore. Capito questo, avremo come compito quello di diffondere nell’intero universo la migliore opzione di vita.

Noi non siamo fatti per vivere in eterno nella sola Terra, proprio perché non può essere un singolo pianeta e neppure un intero sistema solare a delimitare i confini della nostra coscienza. L’intelligenza che ci ha creati è umana come noi: la differenza che al momento ci separa è analoga a quella di un padre nei confronti del proprio figlio. Il figlio però sta crescendo e un giorno arriverà a capire che tra lui e suo padre vi sarà piena uguaglianza. Noi nasciamo umani, ma con l’esperienza possiamo diventarlo ancora di più.

Quindi se il fine dell’universo è la nascita dell’essere umano, un altro essere umano ha fatto nascere l’universo. All’origine di tutto esiste un extraterrestre quasi identico ai terrestri: una forma di energia umana che ad un certo punto ha deciso di manifestarsi in forma materiale, e questa forma si è evoluta sino al punto in cui è potuto nascere un modello analogo al suo prototipo.

Quando gli ebrei dicevano: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”, avevano perfettamente ragione. Hanno poi sbagliato a dare al soggetto sottinteso il nome di “dio”, ma questo è dipeso dal fatto che nella loro cultura è prevalso l’elemento religioso. Non c’è in realtà nessun dio a capo dell’universo, ma una forma sensibile e intelligente in cui noi possiamo riconoscerci molto facilmente, essendone parte costitutiva. Nell’universo vi è una sorta di “apeiron”, la cui illimitatezza ha voluto esprimersi in una forma che è limitata sino a un certo punto, in quanto noi percepiamo che possiamo andare oltre questo punto.

Questa energia s’è trasformata in materia, dando però a questa le sue stesse proprietà. Quando arriveremo a capire che tra materia ed energia non c’è differenza di sostanza ma solo di forma, che i processi sono reversibili, quando arriveremo a padroneggiare entrambi gli elementi (e questo implicherà uno sviluppo notevole non tanto della scienza quanto della coscienza), il prodotto umano derivato sarà all’altezza del prodotto umano originario. Dobbiamo unire Albert Einstein a Gregorio Palamas per arrivare davvero a capire il segreto della vita umana.

L’essenza dell’essere umano resta inconoscibile: non ci sono parole adeguate per poterla definire esattamente. Possiamo avvicinarci alla sua comprensione soltanto per via negativa, dicendo quel che non è.

Lo stesso dovremmo dire dell’universo, dove i punti di riferimento per comprenderlo sono le stelle, un’esplosione di luce perpetua. Così l’essenza dell’essere umano è una sorta di illuminazione. Ci si rapporta adeguatamente a un essere umano solo vivendo un’esperienza di splendore interiore, poiché questo è l’unico modo intelligente per poterlo comprendere.

La conoscenza è illuminazione dello spirito. Tant’è che anche nel linguaggio popolare lo si dice: “I tuoi occhi emanano una luce”. Noi non dobbiamo fare altro che togliere a questi ragionamenti il misticismo che da tempo li avvolge, come Marx l’ha tolto all’economia borghese.

L’universo siamo noi

Noi non abbiamo nessun elemento per poter ritenere che l’universo non sia eterno ed infinito. Se pensiamo che la Proxima Centauri, cioè la stella più vicina alla Terra, dista 4.243 anni luce (cioè 40 mila miliardi di chilometri), ci rendiamo conto che qualunque speculazione intellettuale si possa fare sull’universo non potrà mai trovare alcun riscontro concreto, alcuna verifica attendibile di tipo scientifico.

Se accettiamo l’idea che i livelli di profondità della coscienza sono insondabili, dobbiamo accettare anche l’idea che l’universo ci sovrasta in maniera incommensurabile, e qualunque empiria o qualunque metafisica noi si possa elaborare intorno ad esso, lascerà sempre il tempo che trova.

Ritenere che l’universo abbia avuto un inizio e che addirittura avrà una fine non è cosa che si possa desumere dalle distanze abissali che separano tra loro i corpi celesti. È in un certo senso puerile pensare che una cosa infinitamente più grande di noi debba essere stata creata da qualcuno ancora più grande. Dobbiamo smetterla di pensare che tutto quanto noi non riusciamo a fare di positivo su questa Terra, debba essere fatto altrove da qualcuno migliore di noi.

Questo modo di ragionare, applicato alla natura, viene chiamato col termine di “antropomorfismo”, cioè le cose apparentemente inspiegabili vengono interpretate in maniera mistica. I credenti non accettano l’idea che possano essere soltanto uno spazio infinito e un tempo eterno a caratterizzare la nostra esistenza: hanno bisogno di un “dio” padrone di entrambi. Temono che l’assenza di un dio perfettissimo, creatore e signore del cielo e della Terra, voglia dire non avere un preciso punto di riferimento, una certezza assoluta.

I credenti son come dei bambini: han sempre bisogno che qualcuno li guidi, che insegni loro come devono comportarsi. Non riescono ad accettare l’idea che nell’universo l’unico dio è l’essere umano in quanto tale. Hanno la coscienza atrofizzata, non essendo abituati a ragionare autonomamente. Partono dal presupposto che non vi sia alcuna speranza per il genere umano, ovvero che il cosiddetto “peccato originale” ci abbia guastati in maniera irreparabile e che l’unica salvezza possa esserci soltanto “data” nell’aldilà.

Se i credenti fossero delle persone “ragionevoli” e non “fideistiche”, si renderebbero conto che l’infinità dell’universo è, in fondo, un nulla rispetto a quella dell’umana coscienza (o quanto meno non le è superiore). Si renderebbero conto che l’essere umano è destinato all’eternità non perché esiste un dio onnipotente e onnisciente, ma proprio perché non ne abbiamo alcun bisogno. Noi siamo dèi di noi stessi, e tutto il male e tutto il bene che possiamo fare dipendono esclusivamente da noi.

Scienza e coscienza in rapporto all’universo

L’illimitatezza fisica dell’universo è in stretta relazione alla profondità della coscienza umana. Questo rapporto tra il materiale e l’immateriale è noto sin dai primordi dell’umanità. È mutato solo il modo d’identificare l’immateriale, che è stato definito, di volta in volta, come natura, cosmo, universo, apeiron, essere, dio… Proprio per questa ragione dobbiamo pensare che la Terra sia, al momento, l’unico pianeta abitabile dell’universo. Non si tratta quindi solo di particolarissime condizioni ambientali (fisiche, chimiche ecc.) che hanno potuto renderlo abitabile, ma anche del fatto che l’essere umano è un prodotto unico e irripetibile dell’intero universo.

Se questo è vero, bisogna ammettere che, al momento, è più indispensabile sviluppare la coscienza che non la scienza. La vera “scienza” è quella che rende “umana” la coscienza. È solo una perdita di tempo sviluppare una scienza che a nulla serve per garantire la libertà di scelta, che è appunto quella fondamentale della coscienza. È infatti sotto gli occhi di tutti che, nonostante l’immane sviluppo tecnico-scientifico, gli antagonismi sociali sono rimasti, anzi tendono ad approfondirsi o quanto meno a diversificarsi nelle forme, senza mai risolversi.

In un contesto diviso tra classi e ceti contrapposti, un qualunque sviluppo della scienza fa anzitutto gli interessi della classe dominante, e anche quando di quello sviluppo traggono beneficio le classi subalterne, si tratta sempre di briciole, del tutto insufficienti a modificare qualcosa di significativo del sistema dei rapporti conflittuali. In un sistema del genere tutte le risorse impiegate per lo sviluppo della scienza sono sottratte ai tentativi di risolvere i problemi sociali relativi a giustizia, uguaglianza e libertà per tutti.

Qualunque riflessione cosmologica o fisica sull’universo, che non tenga conto della superiorità ontologica della coscienza, non serve a nulla e non andrebbe finanziata in alcun modo. Anche perché in una società fondata sull’antagonismo sociale qualunque finanziamento ha sempre una doppia finalità: una formalmente o ufficialmente scientifica; l’altra, nascosta ai più, di tipo politico o militare o economico o tutte queste cose insieme. P. es. negli Stati Uniti qualunque ricerca scientifica in campo cosmologico serve per sostenere – e si finge anche di dimostrarlo – che, in caso di pericolo proveniente dal cosmo, solo gli stessi Usa sarebbero in grado di salvare l’umanità. Più viene sbandierata la propria superiorità tecnologica, più la si usa come arma di minaccia, di ricatto, d’intimidazione, di pressione psicologica e anche, se necessario, di terrore.

La scienza viene sempre usata al servizio dei poteri costituiti, e gli scienziati si prestano al gioco semplicemente perché vengono lautamente finanziati. Peraltro qualunque spesa venga fatta negli Usa per sviluppare la ricerca scientifica, il risultato finale, che ovviamente rimane implicito, deve sempre essere quello di controllare la popolazione fin nei suoi più piccoli dettagli, in totale dispregio di qualunque riservatezza e privacy. Per i poteri forti la scienza ha appunto lo scopo di mortificare la coscienza.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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