Quali differenze tra cristianesimo sociale e comunismo?

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Condividere la proprietà “non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro”. L’ha detto il papa di recente, commentando il famoso passo degli Atti degli Apostoli che così recita: “Nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (4,34s.).

Non vorrei dir niente contro questo papa, di sicuro assai migliore di Wojtyla e Ratzinger. Tuttavia il comunismo dice qualcosa di più del cristianesimo, a prescindere dalle aberranti soluzioni statalistiche sorte dallo stalinismo in poi.

Il cristianesimo primitivo predicava un comunismo distributivo delle risorse monetarie che gli affiliati possedevano. Vendere case e proprietà immobiliari per impoverirsi, veniva fatto, nel migliore dei casi, da chi voleva entrare in un convento eremitico o cenobitico. In ogni caso non è mai stato predicato dal clero un comunismo relativo alla proprietà dei mezzi produttivi, se non appunto nelle suddette comunità isolate dal mondo. I pochi che, a livello urbano, l’hanno fatto sono stati considerati “eretici” e messi al rogo.

È questo il motivo per cui il cristianesimo è sempre stato definito dal marxismo come una specie di “socialismo utopistico”, in cui le disuguaglianze vengono risolte in maniera molto relativa. Tant’è che il cristianesimo sociale nell’antichità classica non ha mai messo in discussione l’istituto della schiavitù, e neppure la servitù della gleba nel Medioevo, e tanto meno la schiavitù salariata sotto il capitalismo.

Il massimo che questo cristianesimo può fare è quello di indurre eticamente i ricchi a fare la carità ai poveri. Ma perché questi ricchi si comportino così devono essere molto molto credenti. Purtroppo però è da un migliaio di anni che il cristianesimo si è imborghesito, a partire cioè dalla nascita dei Comuni italiani, e da allora è diventata molto forte nei borghesi la tentazione di dire che la povertà è un difetto non del sistema in sé ma della volontà personale del povero, per cui fargli troppa carità lo indurrebbe a non uscire dalla sua condizione.

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Di Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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