La scienza nel Seicento. Per un nuovo rapporto tra scienza ed etica

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I

Il nuovo modo di vedere la natura, da parte degli scienziati del Seicento, è abbastanza curioso. Da un lato dicono che la natura è un ordine oggettivo, caratterizzato da proprie leggi stabili, coerenti, indipendenti dalla volontà umana; dall’altro però pretendono di fare della scienza e della tecnica gli unici strumenti con cui conoscerla e dominarla. La spogliano di qualunque attributo, valore o qualità umana, e poi la violentano.

Non solo, ma sono anche convinti che Dio abbia messo la natura a loro completa disposizione, proprio perché l’uomo può farne ciò che vuole. Si tratta soltanto di conoscerla sino in fondo. In questo senso han fatto un passo indietro non solo rispetto agli umanisti del Quattrocento, ma addirittura rispetto ai filosofi greci pre-socratici, che consideravano la natura un “corpo vivente”, dotato di “anima” (panpsichismo, ilozoismo). L’hanno resa praticamente un corpo inerte. Cartesio la equipara alla mera “estensione”, analizzabile nelle sue componenti meramente materiali o geometriche.

Se vogliamo, l’uomo smette d’essere un “ente di natura” e aspira a diventare, in virtù della scienza, un ente sovrannaturale, una sorta di divinità che guarda la natura soltanto con gli occhi di chi la vuole sfruttare. Indubbiamente gli scienziati fanno bene a ritenere assurda l’idea che Dio, di tanto in tanto, si serva dei fenomeni naturali per punire l’arroganza degli uomini, o che possa servirsi delle stelle per condizionare, astrologicamente, i destini delle singole persone. Tuttavia essi sono convinti che la natura non avrà mai in sé la forza per opporsi al dominio da parte dell’uomo, come non l’aveva Polifemo o la maga Circe nei confronti dell’astuto Ulisse. Il suo destino, ora che si conoscono i suoi segreti, è segnato: sarà una schiava nelle mani degli uomini avidi delle sue risorse.

La scienza ha spersonalizzato la natura per poterne fare ciò che voleva. E in questo atteggiamento assurdo ha avuto la pretesa di conoscerla integralmente, preoccupandosi, in maniera esclusiva, della sola causa efficiente. Galileo disse chiaramente che gli interessavano solo le cause che indicano un rapporto costante e univoco tra due o più fatti, dei quali uno è causa necessaria dell’altro, per cui se si toglie uno si toglie anche l’altro.

Che cos’è questo se non un modo meccanicistico di osservare i fenomeni o i processi naturali? In realtà la natura va guardata come un tutto unico, come un qualcosa di integrato su tutto il pianeta. La violenza ch’essa subisce in una parte qualunque del globo terracqueo avrà un inevitabile riflesso in altre parti. Il famoso paradosso, secondo cui il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo, oggi è una locuzione presente nella teoria fisica del caos, chiamata appunto “effetto farfalla”.

La natura non può essere affrontata in maniera semplicemente fenomenica. Ci vuole una visione olistica. Il rapporto causa / effetto può andar bene in un esperimento da laboratorio. Noi umani siamo parte integrante della natura. Qualunque violenza compiuta ai suoi danni, cioè alla sua integrità, avrà una ricaduta negativa sulla nostra identità.

La natura non può essere osservata soltanto con gli occhi dello scienziato, il quale, in genere, non è minimamente interessato a vederla come un’essenza. Lo scienziato vede soltanto delle relazioni causali tra fenomeni. Ecco perché non gli si dovrebbe permettere di fare esperimenti sulla natura o di costruire delle macchine che possono impedirle una riproduzione spontanea, non forzata. Uno scienziato dovrebbe essere sempre affiancato da una comunità locale di riferimento. Non dovrebbe muoversi in autonomia o perché pagato da qualche speculatore privato.

Il più delle volte lo scienziato non ha una vera e propria sensibilità etica. È convinto che le sue alte cognizioni scientifiche lo autorizzino a esimersi da un impegno del genere, tant’è che è solito affermare che non dipende da lui come verranno usate le sue ricerche. Non ha interesse a sapere che fine farà una comunità territoriale che vive di risorse locali, autogestite. Basterà dirgli che, inventando, p.es., la bomba atomica, salverà la vita a molti soldati americani che neppure conosce, e che se per ottenere questo, dovranno morire decine di migliaia di civili che neppure conosce, ciò andrà considerato come un inevitabile effetto collaterale, indipendente dalla volontà di chi deciderà di sganciare la bomba sulla testa di donne, vecchi e bambini.

Uno scienziato non ammetterà mai l’idea che l’uomo, per essere tale, deve “dipendere” dalla natura. Non ammetterà neppure l’idea che la natura gestisca le proprie leggi in maniera diversa da come pretende l’uomo. La natura, che è un prodotto terreno della materia cosmica, gestisce le proprie leggi in autonomia, essendo indipendente dalla volontà umana. Non tutto ciò che fa può essere previsto, meno che mai se si influisce direttamente sui suoi processi riproduttivi. È vero, i fenomeni naturali sono governati da leggi che obbediscono a regole uniformi, ma se si pretende di spersonalizzare la natura, per meglio antropomorfizzarla, le sue leggi non saranno più naturali, ma artificiali; e quindi solo molto relativamente anticipabili, proprio perché quanto più l’uomo esaspera la natura con la tecnologia, tanto meno le leggi di quest’ultima potranno determinare comportamenti prevedibili. La natura ha preceduto di molto la comparsa dell’uomo sulla Terra. Sul piano materiale è l’uomo che ha bisogno della natura, non il contrario.

II

Il progresso tecno-scientifico (specie in campo militare), nonché la crescente azione negativa della produzione economica sull’ambiente, sul clima, sulla salute e sull’alimentazione degli esseri umani e animali, la prospettiva reale di un esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili (o di una loro concentrazione in pochi luoghi del pianeta, tale per cui le tensioni bellicistiche degli Stati non faranno che aumentare), i clamorosi incidenti nucleari che hanno comportato conseguenze catastrofiche anche su territori non immediatamente limitrofi: tutto ciò sta privando l’umanità del diritto all’errore, rendendo sempre più urgente uno stretto legame tra scienza ed etica.

Dai tempi di Hiroshima e Nagasaki il divorzio della scienza dall’etica non ha più ragione di esistere. Non è più possibile sostenere che i problemi etici meritano d’essere affrontati soltanto quando le applicazioni della tecnoscienza si rivelano pericolose per la sopravvivenza del genere umano o di una sua parte significativa. I controlli sulla scienza vanno fatti a priori non a posteriori. Infatti è letteralmente impossibile, stante l’inscindibile nesso tra ricerca teorica e applicazione pratica, nonché tra applicazione pratica e interesse economico (di tipo soprattutto capitalistico), che lo scienziato possa procedere a uno studio descrittivo delle leggi della natura senza agire nel contempo su questa stessa natura. Il problema etico non può quindi riguardare solo l’applicazione pratica della ricerca scientifica, ma anche quest’ultima, in sé e per sé, da subito. Si potrebbe anzi dire che, essendo la ricerca scientifica strettamente legata alla produzione economica, gli effetti di tale nesso oggi diventano immediatamente sociali, cioè rilevabili da chiunque e in poco tempo.

Prima delle civiltà schiavistiche (quella attuale non è che uno schiavismo salariato in cui il lavoratore è giuridicamente libero), quando ancora esisteva l’autoproduzione e quindi l’autoconsumo della comunità locale autogestita, la responsabilità di qualunque azione ricadeva su un numero ristretto di persone, i componenti della stessa comunità. Oggi invece, in presenza di una mondializzazione dei mercati, qualunque cosa succeda in qualunque parte del pianeta, rischia di avere delle ripercussioni sull’intero pianeta (o comunque su una sua larga parte). Le responsabilità dei disastri e dei possibili miglioramenti a tali disastri ricadono, direttamente o indirettamente, su un numero incalcolabile di persone. Gestire delle responsabilità del genere è divenuto praticamente impossibile, data l’enorme complessità dei problemi. Le conseguenze negative di una qualunque scoperta scientifica rilevante (p.es. quelle della plastica) possono essere così gravi, in profondità ed estensione, che un semplice rimando alla responsabilità individuale non può in alcun modo essere considerato sufficiente per rimediare all’errore o per evitare che si ripeta. I mercati sono dominati dai monopoli, cioè da chi vende, e solo limitatamente dai consumatori, i quali, per avere un certo peso, devono organizzarsi collettivamente.

D’altra parte nella storia del genere umano vi sono state delle scoperte scientifiche di una portata talmente vasta (si pensi p.es. all’uso dei mezzi di trasporto e delle telecomunicazioni) da influire enormemente sui criteri tradizionali del pensiero e del comportamento umani. Si pensi anche al fatto che l’uomo si sta sempre più trasformando, nei paesi avanzati, da agente diretto della produzione a semplice controllore e regolatore, nel senso cioè che il lavoro fisico o intellettuale più stancante o pericoloso o noioso viene svolto prevalentemente dalle macchine. Il che non fa che aumentare il tempo libero, che non può certo essere sprecato in attività insignificanti.

Noi abbiamo bisogno di un approccio olistico, integrato, globale alla realtà, cioè di un criterio di analisi che sappia considerare lo sviluppo onnilaterale della persona, la quale non può delegare allo Stato o ad altre impersonali istituzioni (fossero anche i mercati gestiti dalle multinazionali) il significato della propria vita. Gli Stati, sottomessi come sono ai diktat dell’economia liberistica (produttiva e finanziaria), sembrano del tutto inadeguati ad affrontare i problemi globali, anche perché, il più delle volte, sono loro stessi co-responsabili di questi stessi problemi, o perché direttamente coinvolti nella produzione economica, o perché se ne restano indifferenti a guardare ciò che avviene sui mercati internazionali (e quando intervengono lo fanno a favore dei poteri forti). Oggi siamo arrivati al punto che un ripensamento qualitativo dell’attività scientifica deve andare di pari passo con un progressivo smantellamento dell’organizzazione statuale della società, la quale organizzazione si pone come concausa al sorgere e al proliferare incontrollato dei problemi.

Forse fino a qualche tempo fa si sarebbe potuto sostenere che in nessuna parte del mondo esistono condizioni sociali così negative da rendere impossibile una qualunque soluzione ai problemi provocati dalla tecnoscienza. Cioè si sarebbe potuto dire, in tutta tranquillità, che non esiste una forma di sviluppo scientifico irrimediabilmente negativa. Oggi invece si possono legittimamente nutrire dubbi al riguardo, proprio perché la consapevolezza dei gravi problemi ambientali, maturata a partire dalla fine degli anni Settanta, non ha prodotto, a tutt’oggi, risultati davvero significativi; anzi, con l’ingresso dei grandi colossi asiatici nei mercati capitalistici mondiali, si è semmai acutizzato il dissesto ambientale. In particolare oggi sembra essere diventato alquanto illusorio che a determinati problemi scientifici possano essere trovate soluzioni con gli stessi mezzi scientifici. È la centralizzazione stessa dei capitali, la concentrazione della produzione in mano a pochi monopoli mondiali che rendono la soluzione dei problemi tecnico-scientifici alquanto utopistica.

Oggi la tecnoscienza caratterizza così fortemente la nostra esistenza quotidiana che non abbiamo bisogno d’attendere le conseguenze negative di un suo eventuale abuso per comprendere la necessità di modificare le condizioni sociali in cui viviamo, anche perché siamo arrivati a dare talmente scontati gli abusi che tutti i tentativi di porre ad essi un argine non li consideriamo affatto risolutivi, ma solo provvisori o solo limitati nei loro effetti. È lo stesso sviluppo scientifico, in sé e per sé, che ci costringe a dubitare dell’efficacia positiva di tale sviluppo. I bisogni che la tecnoscienza soddisfa e quelli nuovi che fa sorgere spingono l’uomo a chiedersi, con sempre maggiore insistenza, se il tipo di società in cui vive corrisponde effettivamente alle sue esigenze, anzi, se queste stesse esigenze siano davvero determinabili, individuabili, rintracciabili, nella società (che è poi una “civiltà”) in cui vive. Il vero problema, infatti, non sembra più essere quello di far corrispondere i rapporti produttivi alle forze produttive (come voleva il marxismo classico), ma di come rinunciare al concetto stesso di “produzione” basato sulla tecnoscienza e sui mercati internazionali.

Negli anni Settanta si diceva che il monopolio delle conquiste scientifiche, nell’ambito del capitalismo, serve alla classe egemone, proprietaria dei principali mezzi produttivi, per conservare il suo dominio contro gli interessi della stragrande maggioranza dei lavoratori. Oggi il discorso critico dovrebbe radicalizzarsi. Non è più questione di socializzare i vantaggi della produzione tecnologica, di redistribuire i redditi basati su questo tipo di produzione: il vero problema è diventato quello di come uscire dal sistema globalmente inteso, cioè dal concetto stesso di “civiltà”.

Il fatto che il processo scientifico si sia oggi esteso in modo tale che potrebbe essere utilizzato anche in funzione anticapitalistica (visto che il plusvalore presuppone un rapporto sociale), non è più così scontato, nel senso che non è affatto vero che la tecnologia sia indipendente dall’uso che se ne può fare. La presunta totale asetticità delle conoscenze scientifiche è soltanto un mito. Anzi, l’estensione internazionale del rapporto sociale connesso al plusvalore ha reso sempre meno possibile un uso anticapitalistico della scienza. L’umanità sembra vivere, sotto questo aspetto, in maniera abbastanza fatalistica, non senza il timore che da un momento all’altro possa arrivare una nuova sciagura (bellica, finanziaria, epidemica) in grado di scuotere le fondamenta del sistema.

Molti ritengono assurda la divisione della scienza in “borghese” e “proletaria”, nel senso che la scienza non può essere che unica e la diversità sta semmai nella sua gestione. Tuttavia anche su questo ci sarebbe da discutere. Lo sviluppo della scienza borghese (sorta in seno alla borghesia sin dal tempo dei Comuni italiani del Mille) ha comportato una rivoluzione nello stile di vita. Si vogliono oggetti che rendano la vita più comoda, più agiata e coi movimenti più veloci. In un certo senso ci si identifica con gli oggetti che si possiedono. E si vuole che questo benessere si affermi a livello internazionale, fingendo di non sapere ch’esso dipende dal malessere della maggioranza dell’umanità.

Purtroppo il socialismo, prima utopistico, poi scientifico, pur ereditando dal cristianesimo l’aspetto collettivistico del vivere civile (trovandosi così in netta concorrenza con le Chiese cattolica e protestante), non ha mai messo in discussione i vantaggi della rivoluzione tecnico-scientifica della borghesia. E così oggi non viene neppure preso in considerazione per un’alternativa ecologica al capitale.

Al tempo del cosiddetto “socialismo reale” (di marca industriale nell’Europa dell’est, o di marca agricola nella Cina maoista) la scienza borghese veniva utilizzata per gli interessi di uno Stato autoritario. Quanto tempo sono durate quelle esperienze, che si dicevano contrarie al capitalismo privato? Pochi decenni. Di fatto il socialismo reale è crollato perché le popolazioni volevano maggiore benessere materiale, quello che si pensava fosse garantito nei paesi capitalisti dalla sola tecnoscienza.

Questo per dire che una “scienza proletaria”, che si confronta costantemente con una “borghese”, alla lunga perderà la partita. La scienza borghese non solo si vanta d’essere l’unica vera scienza, ma pretende anche che sia unico il suo utilizzo, che di naturale e di umano non ha nulla. È assurdo quindi contrapporre un uso diverso di una scienza nata sulla base di presupposti disumani e innaturali.

Il vero problema è quello di come uscire da questo concetto di “scienza”, che è strettamente connesso a quello di “civiltà borghese”, che prevede la democrazia formale, la fittizia libertà giuridica, il ruolo onnipervasivo dello Stato, delle forze armate, della burocrazia e dei mercati. In teoria sarebbe giusto affermare che è possibile un uso anticapitalistico della scienza, proprio perché essa ha per contenuto la verità oggettiva. Tuttavia oggi va messo in discussione che la verità oggettiva della scienza borghese sia quella di cui abbiamo davvero bisogno. Davvero una verità ottenuta da esperimenti di laboratorio, una verità che produce oggetti eco-incompatibili rappresentano l’oggettività di cui abbiamo bisogno?

La figura dello scienziato come porteur d’un sapere specializzato oggi non ha più senso. È stato questo tipo di ricercatore a far maturare l’idea di una neutralità etica o assiologica della scienza. Peraltro il rifiuto, da parte dello scienziato, di sottostare a ingerenze da parte dei non addetti ai lavori, ha determinato la sua sottomissione ai desiderata dei poteri forti. Il suo rifiuto d’intervenire in campi estranei alla propria settoriale competenza ha favorito l’idea, completamente sbagliata, di un orientamento avalutativo della scienza (su cui peraltro si è basata la filosofia neopositivistica). Di fatto lo scienziato borghese non ha fatto che piegarsi alla volontà di chi gli assicurava i mezzi e i finanziamenti necessari per proseguire le sue ricerche, le quali, per tale motivo, avevano sempre meno un obiettivo personale, un interesse soggettivo, e sempre più una finalità indipendente dalla volontà del ricercatore. D’altra parte nel socialismo reale la situazione non era migliore: tutti conoscono l’assurda strumentalizzazione dello stalinismo nei confronti della “scienza proletaria” lysenkiana contro la genetica, vista come “scienza borghese”.

Oggi non mancano esempi di scienziati che sentono di dover mettere al servizio dell’intera umanità, e non solo della produzione nazionale, la loro competenza e la loro professionalità: basta vedere l’impegno di quelli aderenti al movimento internazionale Pugwash. Ma nel complesso si tratta di eccezioni e con risvolti più che altro etici o solo indirettamente politici. In realtà servirebbe un intervento direttamente politico da parte degli scienziati negli ambiti in cui si prendono decisioni di carattere “globale”, riguardanti le grandi collettività umane, soprattutto le decisioni riguardanti la sicurezza e la cooperazione internazionale, ma anche l’ambiente e il clima.

Furono forse ascoltati gli scienziati che prima di Hiroshima si erano raccomandati di non impiegare il nucleare contro le popolazioni civili o di non applicarlo all’apparato militare? L’etica professionale dello scienziato dovrebbe implicare immediatamente, nel momento stesso in cui fa una qualunque ricerca, il problema della sua responsabilità verso la società. Dovrebbe però essere una responsabilità sostenuta da un ente collettivo, per non lasciare il ricercatore da solo di fronte alle minacce o ai ricatti dei poteri forti, anche perché una responsabilità così grande non può essere gestita né in modo individualistico, né in modo semplicemente morale. La scienza è sempre meno affare di ricercatori individuali, chiusi nel loro laboratorio, ed è sempre più affare di imponenti imprese industriali e commerciali, che investono enormi capitali. Basterebbe questo per comprendere la necessità oggettiva di un’azione della società sulla scienza e di una vasta eco dei risultati di quest’ultima sulla società. La scienza non può essere patrimonio di pochi eletti, anche perché oggi, pressati come siamo da interessi tra loro concorrenziali, molte cose vengono continuamente rimesse in discussione (basta vedere, p.es., quel che si dice sul piano dell’alimentazione). L’idea di un sapere cumulativo e incontrovertibile è semplicemente ridicola. Disse Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus: “Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le proposizioni e domande scientifiche hanno avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati”.

L’onere di un corretto uso della scienza deve ricadere sull’intera società, ma siccome in nessuna società è praticata la democrazia diretta, occorre che anzitutto si modifichi qualitativamente la gestione della società, superando i limiti della democrazia meramente rappresentativa. Lo scienziato ha il diritto di sapere a priori come verranno utilizzate le proprie ricerche. Con questo non si vuol dire che occorre elaborare un codice normativo o deontologico valido in ogni tempo e per qualsiasi situazione. La scienza è sempre ricerca d’un sapere nuovo: di conseguenza essa conduce a situazioni inedite, anche in campo morale, tali che nessun codice etico è in grado di prevedere. Semmai si potrebbe dire che la scienza dovrebbe tutelare i saperi acquisiti, quando questi sono conformi a esigenze umane e naturali. Le responsabilità della scienza sono enormi, proprio perché i nessi con la tecnologia si realizzano in tempi sempre più stretti, specie se prospettano guadagni più o meno immediati. Disse Max Planck, iniziatore della fisica quantistica: “L’uomo ha bisogno di princìpi per decidere ciò che deve fare e ciò che non deve fare, ne ha un bisogno assai più urgente che non della conoscenza scientifica… La scienza conduce a un punto oltre il quale non ci può guidare”.

III

A cosa ci è servito sapere che dal punto di vista del sistema solare le cose stavano in maniera molto diversa da ciò che ci appare dal punto di vista del nostro pianeta?

Le risposte che si possono dare a questa domanda non sono semplici. Indubbiamente a partire dal telescopio (e poi dal microscopio) la nostra vita è completamente cambiata. Ma potremmo dire con sicurezza che è cambiata in meglio? Per tutti gli abitanti del pianeta? I miglioramenti che abbiamo avuto noi europei sono forse stati condivisi da tutte le altre popolazioni? Se solo ci limitiamo a guardare i vantaggi della scienza con gli svantaggi della devastazione ambientale (a livello planetario) e con tutte le alienazioni (tipicamente “borghesi”) connesse all’uso della tecnoscienza, dovremmo rispondere di no. Oggi in realtà ci sentiamo molto più insicuri che all’epoca pre-scientifica, proprio perché sappiamo che gli effetti negativi della tecnoscienza sono di tipo “globale” e apparentemente irreversibili, cioè non facilmente risolvibili.

D’altra parte avremmo potuto limitarci a fare delle nuove scoperte scientifiche per poi arrivare a dire che la vita può andare avanti in maniera accettabile anche senza di esse? La storia del genere umana dimostra che, una volta compiuto un certo percorso, tornare indietro è praticamente impossibile, a meno che non intervengano delle forze in controtendenza molto potenti, in grado di bloccare quel percorso in nome di un ideale molto convincente, accettato da una grande maggioranza della popolazione. I cosiddetti “barbari” rinunciarono a molte cose della civiltà romana, senza per questo sentirsi a disagio. Questo però ci porta a credere che non tutto ciò che chiamiamo “progresso” è giustificabile. Non è importante avere comodità, molti beni materiali, oggetti di lusso, ecc., ma è importante essere umani e naturali, e questo diventa difficile quando si possiedono più cose del necessario. Il superfluo rovina chiunque.

Passando da una percezione terrestre a una percezione cosmica abbiamo compiuto il passo più lungo della gamba, anche se abbiamo capito che le cose possono essere osservate in maniera molto diversa. Probabilmente saremmo arrivati lo stesso a capire come stanno le cose nel nostro sistema solare, ma l’avremmo fatto a tempo debito. Oppure possiamo dire che sarebbe stato meglio fare questa scoperta astronomica vivendo in un sistema sociale democratico, non conflittuale. Infatti, vivendo nell’ambito del capitalismo gli scienziati non hanno fatto che mettere al servizio di questo sistema tutte le loro scoperte e invenzioni. In tale maniera hanno reso quel sistema ancora più invivibile, soprattutto perché han fatto della natura una mera risorsa da sfruttare.

D’altra parte prima del capitalismo non esisteva alcuna democrazia, anche se il rapporto con la natura era più stretto. Nel Medioevo dominavano il servaggio e il clericalismo. Le scoperte degli scienziati moderni, pur non aprendo la strada a un’autentica democrazia sociale, han contribuito a smantellare i limiti della civiltà precedente. La Chiesa ha capito che non deve interferire nella ricerca scientifica.

Anche questa però è stata un’acquisizione non del tutto corretta. È giusto infatti affermare che la religione, basata su presupposti indimostrabili, non può porre alla scienza dei limiti epistemologici, ma è stata sbagliato sostenere che, nel fare ricerca, la scienza deve sentirsi libera da qualunque controllo, sia religioso che etico. La rivoluzione scientifica del Seicento ha contribuito a sviluppare il capitalismo separando la ragione non solo dalla fede ma anche dalla morale.

Chi dimentica di evidenziare questi gravi limiti della scienza sperimentale, inevitabilmente è portato a trasformarla in una nuova religione, autoreferenziale. Gli scienziati diventano i nuovi sacerdoti, i cui committenti sono gli imprenditori industriali. La matematica (prima applicata alla fisica e all’astronomia, poi all’economia) prende il posto della teologia. Questo per dire che se è vero che i nostri sensi percepiscono cose che nella realtà possono essere molto diverse, è anche vero che non abbiamo bisogno di fare delle verifiche sperimentali da laboratorio per capire come davvero stanno le cose. Se i sensi ci ingannano, l’errore non sarà mai così grave da impedirci d’essere umani e naturali. In fondo l’uomo esiste da milioni di anni e non è possibile affermare che prima della scienza sperimentale viveva in una totale ignoranza della realtà naturale.

Uno scienziato non può pretendere di avere più ragioni di tutti gli altri cittadini solo perché usa mezzi più sofisticati, che solo lui possiede, in quanto se li è fabbricati da solo; oppure perché è in grado di fare calcoli di una certa complessità. Uno scienziato è anzitutto un cittadino di una collettività di riferimento: non può fare le ricerche che vuole. Occorre che le finalizzi al bene comune.

Peraltro, da quando si è imposta la scienza sperimentale, scoperte e invenzioni si sono succedute a ritmo incalzante, non sempre confermando le acquisizioni fondamentali delle precedenti, ma anzi, spesso smentendole clamorosamente, come hanno fatto la relatività e la quantistica nei confronti della meccanica di Galilei e Newton. Ha forse senso dover continuamente sottostare a scoperte e invenzioni, a leggi ed esperimenti che portano a risultati così contraddittori? È vero, abbiamo bisogno di certezze (seppure in un contesto perenne di relativa provvisorietà), ma il prezzo da pagare oggi qual è: quello di rassegnarci a vivere col timore che da un momento all’altro può accaderci qualcosa di irreparabile?

La moderna scienza sembra essere nata per rendere la vita più facile e più comoda, ma, essendo strettamente connessa al capitalismo, ha prodotto solo una grande instabilità, al punto che sembra essere diventato impossibile attingere dalla realtà la vera oggettività dei fenomeni. Tutto sembra essere relativo a percezioni, le quali spesso non sono neppure condivise dalle grandi collettività, tant’è che quando lo diventano, è solo perché sono state imposte a livello politico da qualche scaltro demagogo. La percezione collettiva di come i fenomeni (naturali e sociali) funzionano, sembra essere dettata dall’orientamento dei mass-media. Noi abbiamo bisogno di tranquillità, almeno quel tanto che basta per non sentirci continuamente angosciati: non possiamo vivere in un sistema dove la frode e l’inganno sono la regola e non l’eccezione.

Il fatto che la scienza moderna abbia affermato, con sicurezza, che tutto è costantemente in moto, ha aggiunto o tolto qualcosa al desiderio che abbiamo d’essere in quiete? Per scoprire le leggi della dialettica (cioè l’attrazione e repulsione degli opposti, la trasformazione della quantità in qualità, la negazione della negazione, ecc.), avevamo assolutamente bisogno di compiere una rivoluzione tecnico-scientifica? Se tutto è relativo, a che pro cercare delle verità inoppugnabili sul piano scientifico? Anch’esse, prima o poi, verranno smentite, con la differenza però che, nell’ambito del capitalismo, prima che una verità scientifica venga smentita, i danni causati sull’ambiente da quella “verità” saranno stati enormi. Possiamo permetterci un prezzo del genere?

In fondo la fisica pre-moderna era la fisica del “buon senso” o del “senso comune”. È stato abbastanza ridicolo scardinarla con l’intenzione di superare i limiti del cattolicesimo-romano. Quei limiti andavano superati sul piano politico e sociale, realizzando una rivoluzione che ponesse fine al servaggio e al clericalismo, l’assurdità dei quali era ben visibile, indipendentemente dalle cognizioni scientifiche che si avevano. Si è forse voluta fare una rivoluzione scientifica per non fare quella politica, così come, un secolo prima, si era fatta quella religiosa del protestantesimo? Il che ovviamente non vuol dire che la visione aristotelica fosse migliore di quella galileiana. Il fatto stesso che i Greci considerassero il nostro pianeta il regno della imperfezione e della corruttibilità, mentre il mondo celeste rappresentava tutto il contrario, era sicuramente un segno della loro immaturità, che rifletteva i rapporti antagonistici basati sullo schiavismo.

La Chiesa aveva elaborato una soluzione ambigua: da un lato aveva aderito alla visione ebraica, secondo cui un Dio onnipotente aveva creato tutto perfetto, il cielo e la terra; dall’altro però aveva condiviso l’idea greca secondo cui sul nostro pianeta le cose non erano così perfette come fuori, in quanto l’uomo, col peccato originale, aveva rovinato tutto in maniera irreparabile, per cui l’unica possibilità che aveva di salvarsi era di sottomettersi alla gerarchia ecclesiastica. Nel Medioevo allo schiavismo si era semplicemente sostituito il servaggio, ch’era una forma di schiavitù meno violenta. In questa maniera, continuando a sostenere che il male sociale sulla Terra è non solo inevitabile, ma anche irrisolvibile, la Chiesa, con un papato monarchico, non faceva altro che giustificare l’oppressione sociale in quel momento dominante.

Ora, a tutto ciò quale alternativa è stata in grado di proporre la scienza sperimentale? Equiparando il mondo celeste con quello terrestre, essa ha tolto l’illusione di un mondo materiale migliore di quello presente sul nostro pianeta. Le leggi sono universali, valide per tutta la materia del cosmo. Tra macrocosmo e microcosmo non vi sono differenze sostanziali. Praticamente la scienza fece, dal suo punto di vista, la stessa cosa che fece il protestantesimo: si legittimò l’estensione dell’arbitrario individualismo che il papato viveva sul piano politico al piano sociale degli individui borghesi che andavano affermandosi nelle città europee. Dapprima lo si fece con la filosofia neoplatonica dell’Umanesimo, poi con la riforma luterana, infine con quella scientifica: non restava da fare altro, per la borghesia, che una rivoluzione politica vera e propria, magari debitamente anticipata da una rivoluzione culturale favorevole alle idee laicistiche. Sotto questo aspetto non può essere considerato casuale che la scienza moderna si sia più facilmente sviluppata nei paesi protestantizzati.

Semmai può apparire abbastanza strana l’idea medievale di un universo finito, chiuso, sferico, pieno e geocentrico. Credendo in un Dio onnipotente si sarebbe potuto azzardare qualcosa di più. Per es. si temeva che l’idea di “infinità della materia” avrebbe potuto comportare una riduzione dell’importanza del genere umano, considerato un unicum in tutto l’universo. Parlare di “universo infinito” significava avvalorare l’idea ch’esso non fosse “creato” (come appariva nel Genesi) ma “eterno”. Tutto ciò che veniva considerato “infinito”, inevitabilmente veniva associato a qualcosa di “eterno”: il che però portava a escludere l’esistenza di un Dio assoluto, che non ha bisogno di alcunché, neppure dello spazio e del tempo.

Nel mondo greco classico si accettava l’eternità dell’universo, ma non quella della sua infinità spaziale. Non avendo l’idea di un “Dio creatore”, la materia informe doveva essere per forza qualcosa di preesistente a tutto. Le divinità avevano la funzione di mettere ordine a un caos innaturale. In questo mondo, basato sullo schiavismo, le divinità si combattono tra loro e solo alla fine della guerra prevale un dio su altri (nella fattispecie Zeus o il Giove latino), attorniato da divinità inferiori a lui nella potenza o nella volontà o nella saggezza, ma non nella caratteristica dell’immortalità.

Viceversa nella teologia ebraico-cristiana non esiste una guerra tra divinità, ma un unico Dio, che con l’aiuto dello Spirito (generalmente connotato al femminile (1)), dà origine a qualunque cosa. Il che non vuol dire che il “male” non esiste. Solo ch’esso è sulla Terra in forma indiretta, non umana, in grado d’indurre l’uomo e la donna in tentazione. Solo dopo aver disobbedito a un ordine ricevuto da Dio, che “passeggia” nell’Eden insieme alle proprie creature (prodotte a sua immagine e somiglianza), il male entra a pieno titolo nel mondo, dando origine alle civiltà schiavistiche, le quali implicano l’uscita dalle foreste e l’inizio dell’urbanizzazione presso grandi fiumi, quindi l’inizio della “storia”.

Anche nella teologia ebraico-cristiana, nonostante l’onnipotenza del Dio creatore, il cosmo resta finito, chiuso, sferico (segno geometrico di perfezione), pieno (perché se Dio c’è, non ci può essere il vuoto) e geocentrico (non per far sentire l’uomo più grande di Dio, ma perché coi sensi si ha la percezione che la Terra sia ferma e che tutto le giri attorno). Il geocentrismo non dipende dall’antropocentrismo (poiché il cristianesimo è teocentrico), ma dalla fisica naturale, relativa alla percezione sensibile, non dagli esperimenti laboratoriali.

Nella scienza moderna il mondo viene visto come una macchina, un orologio, un ingranaggio in cui Dio è l’orologiaio, l’ingegnere, l’architetto, ecc. Oppure si pensa che nell’universo non esista un Dio immateriale, bensì una forza materiale che, anche se in una fase iniziale è stata avviata da Dio, poi è in grado di procedere da sola. Il moto rettilineo, uniformemente accelerato, o inerziale, rende in un certo senso irrilevante la continua presenza divina. Non c’è più bisogno di ipotizzare un “motore immobile”, di aristotelica memoria, il quale, proprio perché fermo, mostra di non aver bisogno di nulla, mentre tutto il resto è costretto a girargli attorno. Il moto inerziale si sostiene da solo, facendo scomparire la differenza tra quiete e movimento. E se esiste un movimento circolare o ellittico, ciò dipende esclusivamente dalla gravità esercitata tra corpi che hanno masse enormi.

Tutta la molteplicità del reale pare riconducibile alla risultanza fenomenologica di due ingredienti: particelle (o corpuscoli) e movimento. La “quinta essenza” metafisica scompare, per non parlare della scala gerarchica degli esseri. Al posto del mondo aristocratico delle qualità subentra il mondo democratico delle grandezze misurabili, a disposizione di tutti. Il cosmo non è che una macchina da studiarsi con misurazioni geometrico-meccaniche (o fisiche): senza la matematica la natura diventa incomprensibile. La visione geocentrica e antropocentrica non è più privilegiata, in quanto tutto l’universo soggiace a medesime leggi naturali. La scienza va forgiandosi un proprio metodo di ricerca, basato sulla capacità di scomporre e di ricomporre gli elementi attraverso determinati esperimenti.

Il Movimento Pugwash

Il documento fondamentale del Movimento Pugwash è stato il Manifesto Russell-Einstein, apparso nell’aprile 1955, pochi giorni prima della morte di Einstein.

Tutto ciò avvenne per frenare la corsa agli armamenti nucleari, iniziata con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki da parte degli USA nel 1945. Per la prima volta gli scienziati si erano resi conto di come le loro scoperte potevano trasformarsi in strumenti di sterminio di massa. L’origine della vita sulla Terra restava nascosta, ma non il modo di farla cessare.

Quando nel 1949 l’URSS sperimentò la propria bomba atomica si capì ch’era finito il monopolio americano e che invece di rinunciare a questi ordigni devastanti, era cominciata una escalation che rischiava di non finire più. Verso la metà degli anni Cinquanta entrambe le superpotenze, tra armi all’uranio-plutonio e all’idrogeno, avevano a disposizione un potenziale distruttivo mille volte più potente di quello che aveva distrutto le due città nipponiche. La bomba all’idrogeno era anche più potente di quella all’uranio. L’avevano sperimentata gli americani nel 1954 nei pressi dell’atollo Bikini, e le sue radiazioni avevano finito per coinvolgere anche l’atollo Rongelap, devastando i nativi.(2)

La prima iniziativa contro questa insensata proliferazione nucleare fu promossa dal filosofo e matematico inglese Bertrand Russell, che pensò di coinvolgere gli scienziati di entrambi gli schieramenti politici contrapposti. Ora, siccome il maggiore degli scienziati viventi era Einstein, Russell gli scrisse a Princeton, ove viveva, invitandolo a lanciare un appello per convocare una conferenza dei più noti studiosi e vedere quali soluzioni escogitare per risolvere questo drammatico problema.

Einstein accolse subito la proposta, anche perché era stato proprio lui a suggerire al presidente Roosevelt di creare una bomba atomica per distruggere un grande porto nipponico. Chiese a Russell di redigere il testo della dichiarazione che i due, insieme ad altri scienziati, potessero sottoscrivere. Cosa che Russell fece.

Nell’aprile 1955, mentre stava volando in areo da Roma a Parigi, Russell apprese che Einstein era morto. Per fortuna quando arrivò a Parigi, trovò in albergo una lettera di Einstein che conteneva la dichiarazione che aveva firmato. Nelle settimane successive l’appello fu firmato da Max Born, Percy W. Bridgman, Albert Einstein, Leopold Infeld, Frédéric Joliot-Curie, Herman J. Muller, Linus Pauling, Cecil F. Powell, Joseph Rotblat, Bertrand Russell, Hideki Yukawa. Tutti premi Nobel tranne due (cinque fisici e due chimici). Rotblat fu l’unico degli scienziati coinvolti nel progetto Manhattan che abbandonò tale progetto a causa di contrasti di natura morale dopo aver appreso di Hiroshima. Rotblat diresse la conferenza stampa di presentazione del Manifesto a Caxton Hall, a Londra, il 9 luglio 1955. Fu sua la celebre frase (citata anche quand’egli ritirò il Nobel per la Pace nel 1995): “Ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto”.

Il Manifesto era un invito ai governi a non usare mezzi bellici nucleari per risolvere le loro contese politiche, poiché una guerra del genere non poteva essere vinta da nessuno, anzi avrebbe potuto distruggere l’intero pianeta.

Tuttavia la prima conferenza per precisare, in maniera operativa, i contenuti del Manifesto poté essere convocata solo due anni dopo. Originariamente si era pensato come sede l’India, ma in seguito alla crisi di Suez questo progetto fu abbandonato. Aristotele Onassis si offrì di finanziare un incontro a Monaco, ma la proposta fu rifiutata. Infine, Cyrus Eaton, un imprenditore canadese che conosceva Russell dal 1938, si offrì di finanziare una conferenza nella sua cittadina di Pugwash, in Nuova Scozia. La Conferenza di Pugwash per la Scienza e gli Interessi del Mondo, tenutasi nel luglio 1957, ha ricevuto nel 1995 il Premio Nobel per la Pace.

I delegati erano 22, tutti scienziati eminenti: fisici, chimici, biologi, medici e un giurista. Unica donna Ruth Adams. Provenivano da USA, URSS, Cina, Regno Unito, Francia, Polonia, Austria, Australia, Giappone e Canada. Si presentarono come persone private, non come delegati governativi o di qualche specifica organizzazione. L’incontro si svolse a porte chiuse, per favorire un libero scambio di opinioni. Argomento all’ordine del giorno furono le radiazioni causate dai test nucleari, effettuati nell’atmosfera.

Gli scienziati sostenevano che il fall-out radioattivo andava considerato molto pericoloso e che non esisteva un limite al di sotto del quale non si riscontrava alcuna conseguenza dalle precipitazioni contaminate.

Altro importante argomento fu quello di come impedire non solo una guerra nucleare, ma anche la minaccia di farla scoppiare. Si cominciò a chiedersi come allentare la tensione nei rapporti tra paesi capitalisti e socialisti, come promuovere la comprensione tra i popoli, come arrestare la corsa agli armamenti, come creare un sistema di controllo in grado di favorire la protezione e la fiducia reciproche. Si arrivò a dire che la scienza non può svilupparsi bene se non si libera da pregiudizi ideologici, meno che mai da quelli imposti dai mezzi di comunicazione. Inoltre la scienza deve essere lasciata libera di mettere in discussione persino i propri presupposti.

Fu un risultato eccezionale, poiché a quel tempo la “guerra fredda” generava la propaganda dell’odio e impediva uno scambio pacifico delle idee. Uno scienziato occidentale che acconsentisse a un incontro con scienziati comunisti per discutere di pace e disarmo, veniva visto con un certo disprezzo. Invece in quella conferenza tutti gli scienziati riuscirono a porsi degli obiettivi comuni, che oltrepassavano i confini nazionali. Si capì chiaramente che una politica seria non poteva essere condotta senza il potenziale degli intellettuali.

Incoraggiati dal successo, i promotori pensarono di istituire un Comitato permanente, composto da Russell, Eugene Rabinowitch (USA), Dmitrij Skobeltsyn (URSS), Cecil Powell e Joseph Rotblat (Regno Unito). Sentiti centinaia di studiosi di tutto il mondo, il Comitato dispose la tipologia, le modalità e gli obiettivi delle Conferenze Pugwash per la scienza e gli affari mondiali.

A causa però del deterioramento della situazione politica, causato dai blocchi contrapposti, si decise che la seconda conferenza si tenesse ancora a porte chiuse, nell’aprile 1958, a Lac-Beauport in Canada, con 22 delegati. La terza invece fu tenuta nel settembre dello stesso anno a Kitzbühel in Austria, con 70 delegati.

Ci si convinse sempre più a realizzare degli incontri strettamente confidenziali, coinvolgendo soprattutto quegli scienziati che avessero potuto garantire una certa influenza sui propri governi. I giornalisti venivano esclusi. Gli stessi scienziati non dovevano manifestare pubblicamente dei pareri personali su quanto discusso, proprio perché si dava per scontato che i mass-media ne avrebbero travisato il contenuto. La dichiarazione finale doveva essere unica, sintetica, redatta ufficialmente dal Movimento, senza specificare i nomi dei partecipanti che avevano espresso opinioni contrastanti. Per il resto si lasciava ai singoli scienziati il dovere di dettagliare privatamente le risoluzioni prese ai rispettivi governi o istituzioni statali. Se proprio si volevano rilasciare interviste o pubblicare articoli, si poteva farlo rispettando il seguente principio: “Non dire nulla che corrisponda agli interessi di un singolo gruppo o sia in contrasto con gli interessi di altri gruppi”.

Ancora oggi si tiene, in genere, una conferenza all’anno, che può coinvolgere anche 200-250 persone. Tra l’una e l’altra avvengono simposi (a partire dalla conferenza di Ronneby nel 1967), seminari (a partire dal 1974), riunioni dei vari gruppi di ricerca, che analizzano profondamente una questione per volta, riguardante non solo la guerra atomica, ma anche quella chimica, biologica e convenzionale. Alla conferenza di Varsavia del 1982 il Movimento chiese alla NATO e al Patto di Varsavia di non utilizzare per primi, in caso di conflitto, alcuna bomba atomica e di limitarsi a una difesa con armi convenzionali (un principio che gli USA non hanno mai accettato, in quanto si dà per scontato che ha un vantaggio significativo chi comincia le ostilità nucleari per primo). Nel 1987 a Mrągowo, in Polonia, in un proprio simposio il Movimento disse che il concetto di “sicurezza universale” doveva sostituire quello di “deterrente nucleare”, giudicato troppo pericoloso; sicché si sarebbero dovute eliminare non solo le armi più adatte a un attacco di sorpresa, ma anche l’approccio militaristico nelle questioni politiche.(3)

Al posto del Comitato permanente ora vi è il Consiglio Pugwash, composto di circa 30 membri. Non vi è un regolamento scritto, anche perché non esiste un’iscrizione formale. Il Movimento resta un’associazione privata e autonoma e, generalmente, non intraprende azioni unitarie con altre organizzazioni. Gli studiosi partecipanti, divenuti varie migliaia, non appartenenti unicamente al campo delle scienze esatte, continuano a rappresentare solo se stessi. I due uffici principali sono quelli di Londra e di Ginevra. Il sitoweb ufficiale è pugwash.org. I gruppi principali si trovano in Afghanistan, Argentina, Canada, Croazia, Danimarca, Egitto, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, India, Iran, Iraq, Israele, Italia, Giappone, Giordania, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Palestina, Russia, Sud Africa, Corea del Sud, Spagna, Sri Lanka, Svezia, Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti. Non sono più presenti Brasile, Messico e Nigeria.

Il contributo di questo Movimento è stato rilevante in molte occasioni: l’accordo sul divieto delle prove nucleari nei tre ambienti naturali (1963); la convenzione sul divieto dell’arma biologica (1972); i trattati SALT 1 (1969-72) e SALT 2 (1972-79) per la limitazione delle armi strategiche; il Trattato di non proliferazione dell’arma nucleare (1970); il Trattato ABM contro i missili balistici (1972). Il Movimento diede un contributo fondamentale agli Accordi di Helsinki del 1975 (4) ed espresse anche energiche proteste contro le ricerche americane nel quadro della SDI (“Scudo stellare”) e contro l’interpretazione allargata (sempre da parte americana) del Trattato ABM. Nel 1978 il gruppo Pugwash ottenne il permesso di visitare l’impianto per la liquidazione di aggressivi chimici a Tooele, nello Stato americano dello Utah, in quanto aveva chiesto di vietare l’arma chimica.

Dal 1984 ad oggi il Movimento ha avanzato molte precise richieste: alla NATO e al Patto di Varsavia di elaborare delle dottrine militari semplicemente difensive; a Brasile e Argentina di non produrre l’atomica; alle maggiori potenze mondiali di realizzare un satellite internazionale destinato a ricerche esclusivamente pacifiche; a USA e URSS di abbassare di molto la potenza e la frequenza delle esplosioni nucleari sotterranee, nonché di ridurre del 95% il livello degli armamenti nucleari offensivi, e di individuare delle zone geografiche completamente denuclearizzate (5); a tutte le superpotenze di rinunciare alla dottrina del “deterrente nucleare”, in quanto la pace si ottiene di più di fronte al disarmo di tutti e alla fiducia reciproca, che non di fronte alla paura di essere distrutti.

Il Movimento lavorò molto anche per far approvare da USA e URSS il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF), firmato da Reagan e Gorbačëv nel 1987, con cui si eliminarono tutti i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5.500 km) con base a terra. Tuttavia, sotto la presidenza Trump gli USA sono usciti da questo trattato e si propongono di reinstallare in Europa quel tipo di missile. Da notare che mentre un missile nucleare USA a raggio intermedio schierato in Europa può colpire Mosca, un analogo missile schierato dalla Russia sul proprio territorio non può colpire Washington. La differenza è che oggi gli USA vogliono colpire anche la Cina, dislocando missili del genere nei Paesi asiatici loro alleati. All’Assemblea generale Onu (21 dicembre 2018), l’Unione europea ha bocciato la risoluzione con cui la Russia proponeva di preservare il Trattato stabilendo meccanismi di verifica e negoziati.

Oggi ci si rende conto che se anche si riuscisse a eliminare tutte le armi di sterminio di massa, resta sempre la cognizione su come produrle, per cui occorre assolutamente che si sviluppi un clima di fiducia reciproca. Peraltro le tecnologie nucleari per usi civili si sono dimostrate la porta per accedere alle tecnologie militari, poiché il dual-use è la caratteristica intrinseca e ineliminabile di questa tecnologia. Paradossalmente proprio l’idea di rendere possibile l’uso dell’energia contenuta nei nuclei atomici a fini pacifici, lanciata nel 1953 da un celebre discorso di Eisenhower: “Atoms for peace”, ha accelerato la proliferazione del nucleare anche per scopi militari. Civile e militare sono diventate due facce della stessa medaglia.

Ogni Paese teme di restare indietro rispetto agli altri. Il ragionamento che si fa è molto semplice: “Se non lo faremo noi, gli altri non si lasceranno sfuggire questa occasione. Ecco perché, se vogliamo evitare il ricatto, dobbiamo guadagnare tempo”. È sbagliata proprio la prospettiva del disarmo: non ha più senso creare prima gli armamenti e poi condurre faticosi negoziati per disfarsene. Il disarmo dev’essere preventivo, basato ovviamente sulla fiducia reciproca. Si è più sicuri se tutti si è disarmati. In assenza di questa fiducia il passaggio da una guerra con armi convenzionali a una con armi nucleari va dato per scontato.

Nota

(1) Lo si capisce dalla parola “facciamo”: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,24).

(2) Già nel 1946 l’atollo Bikini era diventato un poligono nucleare americano. Sia questo atollo che quello vicino Enewetak furono sottoposti a sessantasette esperimenti nucleari, con bombe all’uranio e all’idrogeno. Nel 1946, prima dell’inizio di questi esperimenti, la popolazione venne evacuata sull’atollo di Rongerik, con la promessa che sarebbe potuta ritornare alla fine dell’esperimento, ma non poté mai farlo. Attualmente le isole rimangono disabitate a causa dell’alta radioattività. Gli abitanti hanno mosso causa, infruttuosamente, agli Stati Uniti per essere risarciti. Dal 2013 gli ex-abitanti di Bikini sono coperti per le eventuali cure mediche e ricevono un sussidio di circa 550 dollari al mese per ogni individuo. Nel 2010 l’atollo è stato riconosciuto come patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco.

(3) Da notare che per gli USA la minaccia ai propri interessi vitali può sorgere in qualunque punto del mondo, sicché vogliono essere pronti in tempo reale a trasferire le loro truppe utilizzando la grande superiorità delle forze navali e aeronautiche in una qualunque delle tante basi militari sparse nel mondo.

(4) I princìpi di Helsinki furono i seguenti: uguaglianza sovrana, rispetto dei diritti inerenti alla sovranità, non ricorso alla minaccia o all’uso della forza, inviolabilità delle frontiere, integrità territoriale degli Stati, risoluzione pacifica delle controversie, non intervento negli affari interni, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo, uguaglianza dei diritti e autodeterminazione dei popoli, cooperazione fra gli Stati, adempimento in buona fede degli obblighi di diritto internazionale.

(5) Fu la Polonia, col “piano Rapacki” (dal nome del Ministro degli Esteri), che nel 1957 chiese per la prima volta all’ONU di creare in Europa una zona libera da armi nucleari, che avrebbe dovuto includere la Polonia e le due Germanie (successivamente anche la Cecoslovacchia). Il piano fallì per l’opposizione della NATO.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

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