La scienza nel Seicento. Per una nuova cosmologia

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I

Nella concezione della natura vi è una certa differenza tra i filosofi umanistico-rinascimentali e gli scienziati del Seicento. Di simile vi è sicuramente la volontà di “dominarla”, un’esigenza tipicamente borghese, che naturalmente va di concerto con la necessità di ridimensionare il potere della Chiesa romana e della religione in generale. Impadronirsi della natura (non importa se tramite astrologia, alchimia e magia o attraverso la matematica applicata alla fisica e alla tecnologia) era l’obiettivo comune di chi, non avendo una rendita feudale, né una vocazione religiosa, doveva fare fortuna in altro modo.

Forse il vero punto d’incontro, sul piano pratico, tra quelle due culture può essere trovato nell’uso della prospettiva, che, anche se applicata, nei secoli XV e XVI, soltanto alla pittura, alla scultura e all’architettura, richiedeva comunque precisi calcoli matematici e conoscenze della geometria (ciò che nel Seicento si trasferirà agli studi della fisica e dell’astronomia). Che nella pittura l’arte si sposasse alla scienza e alla tecnica poteva dimostrarlo concretamente e teoricamente un personaggio esemplare, unico a livello mondiale: Leonardo da Vinci, le cui idee però si ritrovano anche in Piero della Francesca, Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti. Nel suo Trattato della pittura Leonardo afferma che la pittura, questa “sottile invenzione”, permette all’uomo di imitare tutte le opere della natura e di descriverne forme e qualità, riconducendo ciò che viene indagato a proporzioni e rapporti matematici.

Il pittore analizza “anatomicamente” ogni realtà per coglierne la struttura geometrica e, nel far ciò, usa la prospettiva come tentativo di trasformare la realtà in maniera intellettuale, o almeno offrendo la percezione che è possibile farlo. È un’operazione razionalistica, tipicamente borghese, estranea alla mentalità cristiana anteriore al Mille, e che la pittura bizantina non accetterà mai proprio per motivi religiosi.

Dunque, prescindendo da queste finalità generali, che sono indubbiamente simili tra scientismo tecnico e umanismo razionalistico, tutto il resto pare profondamente diverso, soprattutto nei mezzi e metodi impiegati. Se la Chiesa romana non avesse proibito, nell’alto Medioevo, la diffusione della lingua greca e la traduzione dei testi greci (cristiani e pagani), probabilmente la rivoluzione scientifica si sarebbe verificata con qualche secolo d’anticipo, considerando che la borghesia italiana si era sviluppata in Italia sin dal tempo dei propri statuti comunali. È assodato, infatti, che la rivoluzione scientifica è avvenuta soltanto dopo che i teologi islamici presenti in Spagna avevano iniziato a tradurre in latino tante opere pagane scritte in greco, antecedenti alla nascita del cristianesimo.

II

È stato detto che l’affermarsi della civiltà urbano-borghese e lo sviluppo della tecnica (di cui l’esempio concettuale più eloquente fu l’opera di Leonardo da Vinci) rappresentano la molla storico-sociale della rivoluzione scientifica. Ma è stato anche detto – assai giustamente – che la cultura tardo-scolastica e rinascimentale ne rappresentano le premesse ideali. Basta infatti vedere i contributi antiaristotelici di Ockham, Buridano, Nicola d’Oresme, Ruggero Bacone, Duns Scoto… a favore dell’empirismo basato su sensi ed esperienza.

La riscoperta “laica” dell’aristotelismo, da parte della Scolastica, indotta a considerare la ragione non meno importante della fede, portò la stessa Scolastica, nell’ultima fase della sua esistenza, a dare molta più importanza alla ragione che non alla fede. Fu un processo del tutto naturale, poiché una fede ampiamente razionalizzata, con tanto di “prove logiche” dell’esistenza di Dio, alla fine non ha più nulla di religioso.

Curiosamente la storia del pensiero occidentale medievale si svolse in questi termini: pur facendo di tutto per abbattere l’islam, la Chiesa romana si trovò a che fare in Spagna con una cultura islamica molto avanzata (come probabilmente non lo sarà più in seguito), capace, con le proprie traduzioni dal greco all’arabo e dall’arabo al latino, di far penetrare in Europa una cultura che si era completamente dimenticata: quella pagana dell’antica Grecia e dell’ellenismo, che il mondo bizantino non aveva mai trascurato. Principale responsabile di questa censura fu la Chiesa romana, sempre in polemica con la Chiesa ortodossa. Tuttavia questa cultura pagana, pur metabolizzata in chiave cristiana, risulterà letale alla stessa teologia agostiniana, impostasi in maniera autoritatia nell’alto Medioevo, e trasformerà il cristianesimo latino in qualcosa di astratto, di intellettualistico: una sorta di “filosofia religiosa”, dove l’uso della ragione aveva assunto un aspetto nettamente superiore a quello della fede.

L’altro aspetto curioso è che la Chiesa romana, pur avendo sempre polemizzato contro la Chiesa ortodosso-bizantina, fino al punto in cui questa, insieme all’impero del basileus, cadde sotto l’egemonia ottomana, si trovò ad accettare, obtorto collo, l’ingresso degli esuli intellettuali bizantini in Italia, i quali, col loro enorme bagaglio culturale, riuscirono a favorire lo sviluppo del neoplatonismo in veste cristiana, o, se si preferisce, lo sviluppo del cristianesimo in forma neoplatonica.

Questo neoplatonismo cristiano porterà enormemente a valorizzare la natura, in maniera tale che la religione cristiana degli intellettuali borghesi perderà i propri riferimenti obbligati alla tradizione cattolico-romana. Gli umanisti neoplatonici si sentirono più liberi nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche. La Chiesa aveva combattuto con la forza delle armi sia l’islam che l’ortodossia bizantina, ma entrambe, per vie traverse e in forma dimessa (in quanto meramente culturale, senza ambizioni politiche), avevano portato in Europa occidentale una filosofia e una scienza che avrebbero contribuito a laicizzare notevolmente il cristianesimo.

L’Umanesimo come teoria e il Rinascimento come pratica volevano laicizzare il sapere e rivendicavano la libertà della ricerca intellettuale. Se non ci fosse stata la riforma protestante (che accelerò la reazione negativa del papato), probabilmente la Chiesa romana, nel suo complesso, non si sarebbe opposta agli sviluppi di queste correnti culturali ed espressioni artistiche borghesi, anche perché, essa stessa le utilizzava ampiamente nel proprio Stato territoriale. In fondo la più grande mecenate degli artisti borghesi fu proprio la Chiesa: cosa che scandalizzò enormemente i primi fondatori del protestantesimo. Il che però non può escludere che il pensiero politico borghese (già abbondantemente laicizzato in Machiavelli) non avrebbe potuto, prima o poi, con o senza luteranesimo, condurre l’intero Paese all’unificazione nazionale e quindi alla fine del potere temporale del papato.

Se ci pensiamo, è stata propria la rinascenza laico-umanistica dei secoli XV-XVI a riportare in auge opere del tutto trascurate in età feudale, in quanto considerate illecite, inidonee alla fede cristiana: p.es. la filosofia degli atomisti, le teorie eliocentriche dei pitagorici, le ricerche degli astronomi ellenistici ecc. Copernico si ricollegò proprio a questi classici del mondo pagano per poter formulare le proprie tesi matematiche e astronomiche.

Naturalmente tale filosofia umanistica è stata anche naturalistica, benché in senso borghese, cioè con la fondamentale preoccupazione di conoscere la natura per meglio dominarla. Telesio, p.es., faceva coincidere nettamente ciò che la natura manifesta con ciò che i sensi fanno percepire. La spiegazione della natura andava fatta senza riferimenti religiosi, semplicemente osservandola iuxta propria principia.

La differenza tra la filosofia naturalistica e la scienza sperimentale stava appunto negli esiti mistico-magici della prima, privi di cognizioni matematiche e di sperimentazione tecnologica. Tuttavia bisogna dire che anche nei confronti della stessa scienza, delle sue possibilità conoscitive e manipolative della natura, spesso la borghesia assumerà atteggiamenti di tipo mistico-magico. Gli strumenti operativi erano diversi, ma la finalità ultima la stessa: emanciparsi con una prassi borghese dal soffocante predominio dell’aristocrazia laica ed ecclesiastica.

In fondo la scienza sperimentale arriverà a dire che la natura può essere capita solo in chiave matematica e dominata solo in chiave meccanica (o tecnologica), semplicemente perché nella maniera precedente, quella filosofico-umanistica, si erano conseguiti risultati apprezzabili solo sul piano artistico e architettonico. (1) Lo scienziato, e il borghese ch’egli rappresentava, volevano molto di più. Volevano scardinare gli esagerati poteri della teologia nelle Università, e delle autorità ecclesiastiche nella vita civile.

Gli scienziati sentivano di non aver bisogno di compiere una riforma protestante (la quale peraltro, nella fase iniziale, era nettamente contraria alle idee di Copernico, più ancora del papato), proprio perché la loro ideologia era già ampiamente favorevole alla laicizzazione del sapere. Essi tendevano a separare il più possibile la ragione dalla fede, ovviamente cercando di evitare il rischio d’apparire “eretici”, meritevoli di una condanna esemplare, sia da parte cattolica che protestantica. L’idea dell’uomo come “signore delle forze naturali” era assolutamente irricevibile per una mente religiosa, poiché solo Dio poteva esserlo: l’uomo non avrebbe neanche dovuto aspirare a diventarlo. La scienza che voleva scalzare la teologia dal trono del sapere non era la filosofia del periodo umanistico, e neppure l’estetica del periodo rinascimentale, ma coincideva con la matematica applicata alla fisica, all’astronomia, quella che poi, con l’invenzione del microscopio avrebbe trasformato l’alchimia in chimica.

III

Arthur Lovejoy disse che nel Seicento vi erano state cinque tesi cosmologiche davvero innovative: l’idea che altri pianeti del sistema solare fossero abitati da altri esseri viventi; il rifiuto delle “mura esterne” del cosmo e la dispersione nello spazio delle stelle che la tradizione aristotelica considerava come fisse; la convinzione che le stelle fossero il centro di sistemi planetari simili al sistema solare; l’ipotesi che anche in tali sistemi planetari esistessero forme di vita razionale; l’idea dell’infinità dell’universo e dei mondi.

Peccato che di queste idee nessuna fosse davvero scientifica! Bisognerebbe infatti intendersi sul significato nella parola “scienza”. È forse scientifico solo ciò che decide la matematica? O forse è più scientifico l’atteggiamento di chi rispetta la natura per quello che è? Per arrivare alle suddette tesi cosmologiche era davvero necessario sviluppare una matematica che togliesse alla natura ogni legittima autonomia? In virtù dell’esattezza della matematica si sono volute smontare tutte le convinzioni della teologia cristiana; dopodiché non solo unendo la matematica alla tecnologia si è cominciato a devastare la natura, ma si è finiti anche col fare della stessa matematica una nuova religione.

Infatti alcuni scienziati (o filosofi influenzati dalle loro scoperte) han preso a dire, come fossero nuovi sacerdoti, che nell’universo esistono altri pianeti abitati come il nostro, composti di esseri viventi simili o diversi o proprio uguali a noi. Come se di questo potessimo avere una qualche prova! Scienziati e filosofi della scienza che assomigliavano tanto agli evangelisti cristiani quando parlavano di “resurrezione” del Cristo dopo essersi inventati tutti i racconti della sua riapparizione.

Nel Seicento gli europei erano già così schifati del pianeta in cui vivevano, che se ne immaginavano altri del tutto migliori. Detestavano così tanto i poteri costituiti che, invece di pensare ad abbatterli, sognavano, in maniera del tutto fantasiosa, di vedere altri pianeti totalmente privi delle contraddizioni terrene.

Questo per dire ch’era assolutamente giusto considerare l’essere umano al centro dell’universo, come voleva la teologia cristiana, ma nella convinzione che non solo non esiste alcun dio che non sia l’uomo, ma anche che la materia dell’universo è assolutamente eterna, dotata di proprie leggi, che non dipendono dalla volontà umana, e che, ciononostante, nell’universo esiste un’essenza umana che rappresenta l’autoconsapevolezza della stessa materia. Per arrivare a una convinzione del genere non occorreva né lo sviluppo della matematica, né la sua applicazione antiecologica alla tecnologia.

Dunque, esistono davvero altri mondi abitati come il nostro? Se esistono, non possiamo metterci in contatto con loro, almeno finché abitiamo nel nostro. Quindi la domanda è oziosa. Persino nella parabola lucana del ricco epulone è scritto: “tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi” (16,26).

È forse lecito pensare che esistano altre forme viventi diverse da quelle umane? No, non esistono, e il motivo è molto semplice: l’essenza umana è coeterna a quella materiale. Anzi, l’essenza umana è dotata di una facoltà che la materia, pur con tutte le sue leggi universali e necessarie, non conosce: possiede la libertà di coscienza, e quindi quando questa libertà è vissuta in maniera umana e naturale, possiede la coscienza della libertà. La materia possiede leggi oggettive, assolutamente imprescindibili, e una di queste è la libertà di coscienza, che può essere vissuta solo in forma umana. Il senso della libertà non è una qualità che dipende dalla conoscenza, essendo piuttosto un dono di natura: nessuno può darcelo o togliercelo. Possiamo solo svilupparlo o mortificarlo, nel bene o nel male. Semmai la conoscenza ci permette di esercitare questa facoltà in modo migliore, ma sarebbe ridicolo pensare che il modo migliore per sviluppare questa facoltà sia quello di acquisire cognizioni matematiche. La matematica è soltanto una delle possibili forme del conoscere umano. Nessuna conoscenza è di per sé in grado di sviluppare il libero arbitrio o di far crescere la coscienza della libertà o di assicurarne l’esperienza. Occorre la relazione sociale, e in questa relazione un’esperienza in cui l’uomo si senta in pace con se stesso e con tutto il genere umano e in armonia con l’ambiente naturale.

Dunque se esistono altre forme di vita nell’universo, bisogna dire che siamo sempre noi in forma diversa, idonea a un contesto di spazio e di tempo che non è quello terreno.

IV

Oggi il rifiuto dell’eliocentrismo può apparire ridicolo, ma guardiamo le cose evitando di cadere nei pregiudizi che stigmatizzava Bacone. Il fatto di sapere con certezza che non è il Sole a girare attorno alla Terra, ma il contrario, non cambia sostanzialmente nulla alla vita quotidiana di una comunità che voglia vivere conformemente alle esigenze riproduttive della natura.

Semmai il problema è un altro. Riusciamo oggi a vivere in maniera naturale dopo la rivoluzione tecnico-scientifica iniziata nel Seicento? No. A causa dello sviluppo della matematica applicata alla tecnologia, sulla base degli interessi del capitale, abbiamo antropizzato così tanto il pianeta da non saper più distinguere il naturale dall’artificiale.

È dunque possibile tornare a vivere in maniera naturale grazie allo sviluppo della scienza e della tecnica? Anche qui la risposta è negativa. La tecnologia che abbiamo prodotto a partire dalla rivoluzione scientifica è incompatibile coi processi naturali, non è ecosostenibile, non è riciclabile in tempi ragionevoli. Abbiamo voluto la lavatrice, i cui detersivi però hanno inquinato fiumi e mari, generando il fenomeno dell’eutrofizzazione. Abbiamo voluto il frigorifero, che però a causa dei clorofluorocarburi che usa è diventato il principale responsabile di un buco nella fascia atmosferica dell’ozono.

Il fatto che in questo momento, con la tecnologia di cui disponiamo, andiamo a cercare altri pianeti in cui sia possibile la vita come quella terrena, è semplicemente assurdo, poiché lo facciamo con quegli stessi strumenti che sulla Terra stanno rendendo impossibile la vita. Noi umani, per come siamo fatti, qui ed ora, non possiamo vivere in nessun altro pianeta diverso dal nostro. È quindi giusto essere “geocentrici”, anche se è sbagliato pensare di poter esportare su altri pianeti il nostro “geocentrismo tecnologico”, proprio perché sul piano metodologico e strumentale lo viviamo in maniera sbagliata.

Questo non vuol dire che l’essere umano non sia autorizzato a sviluppare la tecnologia, ma semplicemente che non può farlo violando le leggi della natura, cioè rischiando di desertificare il pianeta. Anche nel caso in cui vivessimo al di fuori della Terra, e fossimo capaci di vincere le forze gravitazionali o di viaggiare alla velocità della luce, dovremmo comunque chiederci sempre se le nostre azioni sono compatibili con le leggi della natura. E questo, sul nostro pianeta, dai tempi della rivoluzione scientifica ad oggi, abbiamo dimostrato di non saperlo fare, per cui, al momento, non siamo i soggetti più titolati a popolare l’universo.

Noi non possiamo assolutamente pensare che, nonostante i nostri madornali errori, sia sempre possibile trovare nell’universo, grazie a qualche intervento “divino”, la presenza di condizioni abitative ottimali, perfettamente compatibili con l’essenza umana e naturale che caratterizza l’universo. Tali condizioni non possono essere il prodotto di entità diverse da quella umana, che per noi è l’unica certa, l’unica di cui abbiamo esperienza. Nell’universo non esiste un dio che possa dire all’uomo come deve comportarsi. Ciò violerebbe immediatamente la libertà di coscienza di cui, per natura, siamo dotati.

È sul nostro pianeta che dobbiamo capire quale sia il modo migliore per vivere in maniera umana e naturale. Sono 6000 anni, cioè da quando è nato lo schiavismo, che non lo sappiamo più. Siamo stati soltanto capaci di passare da una forma di schiavismo a un’altra (il servaggio) e poi a un’altra ancora (l’operaio salariato, giuridicamente libero). Noi dobbiamo arrivare al punto in cui non esista alcuna forma di salario, in quanto il lavoro non è qualcosa che possa essere venduto e acquistato sul mercato. L’aver trasformato il lavoro in una merce, pur nel rispetto della formale libertà giuridica, costituisce una violazione della libertà di coscienza.

Non esistono nell’universo intelligenze più perfette di quella umana. Non esistono extraterrestri che non siamo umani, che possano impedirci d’essere umani o che possano obbligarci ad esserlo. La libertà di coscienza è, sul piano umano, la principale legge dell’universo, assolutamente inviolabile.

V

Quando si dice che la scienza è un sapere sperimentale perché si fonda sull’osservazione dei fatti, si vuole intendere, con una certa presunzione, che solo “osservando” i fatti si può esprimere un giudizio obiettivo, non viziato da pre-comprensioni ideologiche o non religiose. Si dice questo come se bastasse “osservare” i fatti per poterli capire obiettivamente. Come se, nel mentre vengono osservati, non lo si facesse con le proprie pre-comprensioni, che spesso altro non sono che pre-giudizi.

Dire che la scienza osserva i fatti (naturali, nel Seicento, ma anche sociali col passar dei secoli) per quello che sono, è frase senza senso. Almeno per due ragioni, di cui una l’abbiam già detta: non esiste un’osservazione neutra, distaccata, poiché si parte sempre da un pregresso cognitivo e culturale. Anzi, se l’osservazione fosse davvero neutra, sarebbero banalissime le domande da porre ai fatti, di fronte ai quali si potrebbero dare interpretazioni assolutamente opposte. E qui veniamo alla seconda ragione: i fatti stessi non si lasciano mai interpretare in maniera univoca, né quelli naturali, né, tanto meno, quelli umani, che presentano sempre molte sfaccettature.

Ci si dovrebbe semplicemente limitare a dire che l’esistenza di una cosa, di un fenomeno, di un processo è oggetto di osservazione (non di una logica precostituita) e che però gli strumenti matematici di tale osservazione non sono in grado di dimostrare, in maniera inequivocabile, che quella cosa, quel fenomeno, quel processo esiste veramente. Il fatto che 2+2 fa 4 non può autorizzarci a pensare che tutta l’esistenza sia qualcosa di razionalizzabile in maniera quantitativa. Meno che mai possiamo affermare che tutto ciò che è possibile sul piano matematico, esiste veramente (da qualche parte). Per es. l’universo fisico è probabilmente solo uno degli universi possibili; di sicuro è soltanto l’unico che possiamo osservare e in maniera molto limitata. Sappiamo che le dimensioni di questa porzione di universo sono finite, in espansione (le galassie si allontanano tra loro), ma, essendo una ipersfera a quattro dimensioni, praticamente risulta illimitata, in quanto su una qualunque sfera ogni linea tracciata non ha né principio né fine. Noi non siamo assolutamente in grado di rintracciare nell’universo fisico la causa delle costanti universali nel loro insieme. Da dove viene tutto questo ordine cosmico? E perché il disordine, che pur esiste, non lo annienta? Per quale motivo gli atomi, le particelle elementari che formano la materia ubbidiscono a determinate simmetrie? Noi non sappiamo esattamente neppure cosa sia la vita, cioè perché un corpo vivo sia vivo. Perché su Marte, dove gigantesche fiumane d’acqua vi hanno scavato immensi canyons, la vita non si formò mai? Il nostro sistema solare sembra essere composto da vari tentativi vitali abortiti, di cui solo uno, per motivi ignoti, è riuscito perfettamente. Quante probabilità c’erano che la vita comparisse sul nostro pianeta? Guardando quel che è accaduto negli altri pianeti che conosciamo, dobbiamo dire che la probabilità era quasi nulla. Cosa può dire la scienza su un avvenimento praticamente unico nel suo genere?

La scienza è abituata a ragionare su avvenimenti che costituiscono una “classe”, nel senso che ci deve almeno essere una reiterazione, anche minima, non ipotetica, per formulare una teoria scientifica. Ma se la vita sulla Terra è stata un fenomeno necessario, perché non si è ripetuta altrove? Se è stata un fenomeno casuale, dobbiamo considerarlo unico o ripetibile altrove? Nel caso fosse ripetibile, quali sarebbero le condizioni? Il fatto che la vita, da quando è nata sulla Terra, non sia apparsa anche in altri pianeti, come dobbiamo interpretarlo? È una stranezza questa mancanza di replicazione, oppure, essendo la vita il frutto di condizioni molto particolari, è un fatto del tutto normale? È in grado l’essere umano di ricreare le condizioni che permettono di riprodurre la vita su altri pianeti?

In forma astratta potremmo anche sostenere che l’universo è preposto a creare delle forme di vita, ma, guardando il nostro pianeta, la vita sembra piuttosto essere un’eccezione, e un’eccezione che ha avuto bisogno di un tempo incredibilmente lungo (rispetto alla nascita del cosmo) per potersi imporre. Cioè se in un pianeta fossero esistiti solo certi tipi di animali o di piante, differenti da quelli di altri pianeti, avremmo potuto dire che la possibilità di avere forme di vita non è eccezionale nell’universo. Al massimo avremmo detto che è una rarità. Invece, guardando ciò che è accaduto sulla Terra, dobbiamo pensare a qualcosa di unico, di singolare, di eccezionale. L’universo è sì predisposto alla vita, ma solo virtualmente: di fatto sembra averla resa possibile solo una volta. Com’è possibile non essere antropocentrici? Com’è possibile non essere teleologici? Com’è possibile non pensare a un qualche “fine” su di noi? Considerando che l’essere umano è l’ente più complesso del nostro pianeta e che è apparso per ultimo, viene del tutto naturale pensare che quanto lo ha preceduto aveva lo scopo di farlo nascere in un ambiente adeguato sotto tutti i punti di vista. L’essere umano è il prodotto finito di un’evoluzione cosmica di cui non possiamo assolutamente conoscere l’origine. Al di fuori di noi, come esseri umani, e quindi prima di noi deve per forza esistere un’essenza umana dotata di capacità intenzionale.

VI

Considerando che la natura è costretta a interagire con l’essere umano (e dobbiamo dire, suo malgrado, visto quello che le è stato fatto negli ultimi 6000 anni di storia), è inevitabile supporre che neppure sui fenomeni naturali sia possibile dare un’interpretazione incontrovertibile, se non in maniera approssimativa, o comunque, anche se in maniera oggettiva, sempre con la disponibilità a rivederla in toto. Gli stessi scienziati del Seicento, pur essendo tutti convinti della giustezza dell’eliocentrismo, han dato pareri molto discordanti sulla natura dell’universo, cioè sulle sue caratteristiche più generali.

Quando la scienza diceva di volersi fondare sull’osservazione dei fatti, faceva un discorso chiaramente di tipo ateistico, in quanto la religione parte sempre da presupposti del tutto indimostrabili. I fatti o i fenomeni (naturali e sociali) sono quelli che si possono osservare coi sensi e interpretare con la ragione. Ma nel caso della scienza moderna la ragione che si usa è soltanto un intelletto di tipo matematico, cioè meramente quantitativo, specializzato, sì, ma inevitabilmente riduttivo. Il fatto ch’essa, a differenza della scienza antica, si sia strettamente unita alla tecnologia, non l’ha certo resa più vera.

Nel Seicento la tecnologia più importante per la nascita della rivoluzione scientifica fu quella derivata dall’ottica, la quale permise la costruzione di lenti da applicare a un cannocchiale o telescopio. Infatti la scienza moderna non è solo un’osservazione di fatti naturali, ma anche una verifica delle ipotesi interpretative basata sulla meccanica, sugli esperimenti da laboratorio. Con lo sviluppo della classe borghese, avviato intorno al Mille, la scienza è passata dal calcolo matematico (presente anche nelle civiltà schiavistiche e servili), a un tipo di calcolo capace di dimostrare l’esattezza delle proprie asserzioni sulla base di esperimenti di tipo fisico. In tal senso il fatto ch’essa sia nata partendo dall’astronomia è incidentale: la rivoluzione sarebbe potuta avvenire anche con un microscopio. Diciamo che senza una matematica e senza una fisica applicata all’ottica, il telescopio non sarebbe potuto nascere e quindi non sarebbe stata l’astronomia il campo d’indagine il cui radicale rivoluzionamento ha comportato una profonda revisione delle concezioni filosofiche e teologiche di quel tempo.

C’è da dire che le esigenze relative ai viaggi colonialistici oltreoceano richiedevano, in un certo senso, un’astronomia più aggiornata. Non dimentichiamo che la scoperta dell’America da parte di Colombo fu puramente casuale e per risolvere il problema della longitudine, nella misurazione del tempo, si dovette aspettare la metà del XVIII sec. Persino l’utilizzo dei cronometri da marina, dell’orologio a pendolo ecc. richiesero molto tempo dopo il Seicento per funzionare egregiamente.

Qui ha pienamente ragione Alexandre Koyré, quando dice che sin dal Medioevo esistevano in Europa le condizioni tecnologiche per la costruzione di semplici microscopi e telescopi, poiché circolavano già le lenti convesse inventate dagli Arabi e utilizzate per gli occhiali. Eppure ci vollero quattro secoli prima di fare “scienza” nel significato moderno della parola. Infatti non bastano le condizioni tecniche: ci vuole la volontà di superare il confine dell’esperienza quotidiana e, per far questo, occorrono idee, interessi, esigenze con cui spingere la gente a cambiare determinati paradigmi interpretativi.

Lo strumento ottico non è più l’utensile che rinforza l’azione della vista, ma acquisisce lo scopo di rimettere in discussione il mondo del senso comune. L’esattezza scientifica viene giudicata irraggiungibile coi semplici organi della percezione. Galilei si era costruito da solo i propri strumenti di lavoro, semplicemente utilizzando in maniera diversa le lenti che provenivano dall’Olanda. Per cambiare radicalmente atteggiamento nei confronti di un oggetto comune come le lenti, occorreva un odio piuttosto forte contro i poteri dominanti, economici e politici. Ma che uno scienziato pensasse davvero di poter comprendere la natura grazie al sapere matematico, questo fa parte dell’individualismo della classe borghese, che è, nel contempo, supponente, nella propria pretesa di conoscere la realtà fisica semplicemente osservandola con strumenti tecnologici, e arrogante, nella propria pretesa di finalizzare la conoscenza al dominio dei processi naturali.

Sostituire la “quantificazione” alla “qualificazione” è stata un’operazione sommamente arbitraria, che ha comportato conseguenze catastrofiche per l’integrità della natura e l’identità umana. La diatriba tra scienza e teologia si poneva soltanto come uno scontro tra “poteri”: nessuna delle due parti in causa aveva la benché minima consapevolezza dei “diritti” della natura, delle sue fondamentali prerogative. La Chiesa dominava la natura considerandola uno strumento nelle mani di Dio: in tal modo qualunque fenomeno potesse accadere, veniva interpretato a seconda degli interessi del momento. In genere si diceva che Dio si serviva della natura per punire i peccati degli uomini.

La borghesia invece voleva fare del dominio tecnico-scientifico della natura l’occasione per riscattarsi dalla sudditanza nei confronti dell’aristocrazia, laica ed ecclesiastica. “Sapere è potere” proclamava Bacone. Quando nei manuali di storia della filosofia si afferma che il fine della scienza sperimentale è la conoscenza oggettiva, anzi universale, del mondo e delle sue leggi, e che tale sapere è intersoggettivo, in quanto i suoi procedimenti possono essere controllati da tutti, praticamente gli autori fanno affermazioni totalmente prive di criticità. Davvero la scienza sperimentale, in virtù del fatto che la matematica non è un’opinione, può essere definita un sapere universale? Non si sta forse interpretando un fenomeno come i suoi stessi protagonisti volevano che fosse interpretato? Non si sarebbe forse dovuto ammettere che il sapere matematico di quel tempo non era affatto così “popolare” come si voleva far credere, ma altamente specializzato? Se durante il Medioevo la Chiesa romana doveva servirsi dei sermoni dei sacerdoti o delle immagini pittoriche per far comprendere ai fedeli le grandi verità dogmatiche, ora non era forse la borghesia, rappresentata dai propri scienziati, a indurre la popolazione a usare degli strumenti tecnologici senza poterne conoscere i meccanismi interni, senza poterli riparare in caso di guasto, senza poterli minimamente riprodurre? Da una forma di dipendenza puramente ideologica non si stava forse passando a una dipendenza anche materiale nei confronti dei prodotti di un mercato? Si pensi p.es. a tutti gli oggetti per misurare il tempo, per osservare i cieli, per navigare con relativa sicurezza…: grazie alla scienza sperimentale tutto ciò avrebbe avuto una notevole diffusione, E questo sarebbe stato solo l’inizio.

Nota

(1) A dir il vero già Leonardo da Vinci (1452-1519) aveva molto chiare queste cose. Per lui chi non usava la matematica otteneva solo conoscenze confuse sulla realtà naturale, che andava considerata come strettamente vincolata dalle proprie leggi, indipendenti da qualunque cosa, la maggior parte delle quali era ancora ignota. Addirittura egli pensava che non fosse sufficiente neppure l’esperienza per ottenere la conoscenza delle verità naturali, in quanto un’osservazione, senza tradursi in linguaggio matematico, e soprattutto senza essere verificata da un’applicazione meccanica, rischia di formulare soltanto giudizi errati. In sostanza per lui si deve partire anzitutto dall’osservazione metodica del fenomeno naturale, dopodiché con la ragione si deve capire perché quel fenomeno si comporta così e non altrimenti, infine l’applicazione tecnica deve servire per riprodurlo.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

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