La scienza nel Seicento. Isaac Newton

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Newton nasce nello stesso anno in cui muore Galilei: 1642. Di lui portò a compimento una rivoluzione scientifica che resterà in vigore sino alla fine dell’Ottocento.

Prima d’interessarsi di astronomia lavorò al Trinity College di Cambridge sul calcolo infinitesimale (1661), mettendo a punto un metodo detto delle “flussioni”, secondo cui le grandezze geometriche sono generate da un movimento: p.es. le linee sono generate dal movimento continuo dei punti, i solidi da quello delle superfici, gli angoli dalla rotazione dei lati, i tempi da un flusso continuo. Pertanto le grandezze che aumentano in tempi uguali sono più grandi o più piccole a seconda della loro velocità e questa velocità può essere misurata. La flussione è molto simile all’attuale concetto di “derivata” e comunque dal calcolo delle flussioni sarebbe derivato quello infinitesimale.

Tutte le principali scoperte scientifiche di Isaac Newton (1642-1727) avvennero nel biennio 1665-66, quando, a causa della peste che stava devastando l’Inghilterra, fu costretto a lasciare il Trinity College di Cambridge, dedicandosi così ai propri interessi. Naturalmente la rivoluzione inglese influì notevolmente sul suo pensiero filosofico e scientifico, in quanto i puritani, che vedevano in Francis Bacon un punto di riferimento obbligato, erano attratti dagli studi scientifici. Fu così anche in Olanda, dopo che il Paese si era liberato dal dominio spagnolo (1585).

Newton nel 1663 era affascinato dall’atomismo di Gassendi e rifiutava la definizione cartesiana della materia come un plenum che si estende all’infinito, poiché, secondo lui, se tutto l’universo fosse pieno di materia, non resterebbe posto per il moto (e neppure per Dio). L’atomismo invece ammetteva uno spazio vuoto tra le particelle. In particolare egli temeva la definizione cartesiana secondo cui i corpi hanno una realtà completa, assoluta e indipendente in se stessi. Una definizione del genere impediva, secondo lui, che Dio muovesse la materia, di per sé “stupida”, in maniera intelligente. E Dio lo fa utilizzando due elementi che nessun ente materiale può modificare: lo spazio e il tempo, che sono assoluti, completamente indipendenti da qualunque cosa. La gravitazione, per lui, non era tanto una proprietà inerente (intrinseca) alla materia, quanto piuttosto una conseguenza di forze immateriali presenti nell’universo, predisposte da Dio per dare un ordine alla materia. La sua filosofia restava sostanzialmente neoplatonica, avversa a ogni idea di materialismo.

Non dimentichiamo che Newton era molto più religioso di tutti gli scienziati della rivoluzione del Seicento. Credeva nel millenarismo, odiava a morte il cattolicesimo-romano, teologicamente era un anti-trinitarista, scrisse voluminosi testi di teologia, di storia ecclesiastica, era ossessionato dalle profezie bibliche sugli ultimi giorni e dall’Apocalisse del Nuovo Testamento. Aveva guidato l’opposizione anti-cattolica contro il re Giacomo II a Cambridge e aveva dato il suo beneplacito alla rivoluzione del 1688-89 (i Princìpi furono pubblicati nel 1687, cioè poco prima che il re venisse cacciato dal trono). Dopo il 1689 la sua filosofia scientifica costituì il puntello degli anglicani contro i puritani, da lui giudicati troppo radicali. Infatti Newton non fu mai favorevole alla repubblica.

Kant lo considerò come l’esempio per eccellenza della possibilità di una conoscenza universale. Il suo metodo costituì il modello epistemologico di riferimento non solo delle scienze della natura, ma anche di quelle sociali. Fu criticato dall’idealismo tedesco solo perché ritenuto incapace di spiegare gli organismi viventi, il magnetismo, l’elettrologia, il divenire storico degli uomini…

*

Il primo interesse che, durante la peste, lo portò a rivoluzionare le concezioni scientifiche della sua epoca fu quello della luce e dei colori. Le prime ricerche riguardano infatti l’ottica. Egli si opponeva alla teoria ondulatoria di Robert Hooke (1635-1703), cui questi era pervenuto grazie agli studi sui fenomeni di diffrazione e interferenza, pubblicati nella sua Micrographia (1665). Secondo Hooke i colori derivano dalla rifrazione su materiali di diverso tipo da parte dei raggi luminosi, che per loro natura sono bianchi. (1)

La tesi di Newton invece si basava su un esperimento piuttosto semplice ma molto efficace. Posta una stanza buia, in grado di ricevere la luce solo attraverso un piccolo foro da una finestra, egli dimostrò che se il raggio di luce finisce in un prisma di vetro trasparente, la luce si scompone in sette colori fondamentali (quelli dell’arcobaleno), e la forma oblunga che si ottiene nella parte della stanza indica il diverso grado di rifrazione dei raggi luminosi, che così si può misurare. Nonostante ancora non si sapesse che la luce del Sole effettivamente è bianca e che assume dei colori diversi solo quando attraversa l’atmosfera, l’esperimento era inoppugnabile.

Quindi la sua tesi scientifica era la seguente: la luce bianca, corpuscolare, si propaga nell’etere a densità variabile, cioè raggi diversi si rifrangono in maniera diversa; i colori quindi dipendono da un certo grado di rifrazione, che può essere misurato. Questo lo portò a creare un telescopio non più a rifrazione (che tendeva a distorcere le immagini) ma a riflessione, in cui la luce non viene raccolta da una lente ma da uno specchio concavo di metallo. “Un universo pieno – diceva – costituirebbe un fattore di resistenza al moto di qualunque cosa”.

Dopodiché passò all’aritmetica e all’algebra, tenendo corsi accademici dal 1673 al 1683, e poi alla meccanica, nei corsi del biennio 1684-85. Quando studia la meccanica aveva già capito che con la formula della forza gravitazionale che si esercita tra due corpi, secondo cui la forza è direttamente proporzionale alla massa e inversamente proporzionale al quadrato della distanza, si poteva spiegare il motivo per cui i pianeti hanno un’orbita ellittica, come voleva Keplero. Tuttavia, solo quando l’astronomo francese Jean Picard (1620-83) determinò un raggio terrestre sufficientemente preciso, egli poté estendere la sua formula all’intero universo. (2)

Grazie all’interessamento dell’astronomo e matematico Edmond Halley, membro della Royal Society e suo personale amico, Newton, mentre già si era messo a studiare il crollo delle monarchie antiche e il testi apocalittici dell’Antico e del Nuovo Testamento, decise, nel 1687, di pubblicare la sintesi di tutti i suoi corsi nella sua opera fondamentale, Principi matematici della filosofia naturale, che segna la completa definizione della meccanica razionale, cioè della stretta correlazione tra tre discipline: matematica, fisica e astronomia. I costi della pubblicazione furono sostenuti dallo stesso Halley.

Nel 1699 inizia una lunga controversia con Leibniz sulla paternità del calcolo infinitesimale, che si concluderà nel 1704 a suo favore. Dopo aver pubblicato l’Ottica (1704) egli si dedicherà, sino alla morte (1726), alla teologia, senza mai pubblicare alcunché.

Nell’Ottica, che fu pubblicata con le Quaestiones, raccolte in quasi trent’anni di lavoro, Newton ribadisce, contro Cartesio, l’esistenza del vuoto, cioè la necessità di un’estensione dello spazio privo di materia. Senza questa condizione la luce, secondo lui, non avrebbe potuto propagarsi in modo rettilineo, uniforme, a velocità costante.

La struttura dei Princìpi matematici

I Principia sono divisi in tre parti. La prima sezione sviluppa la scienza del moto a prescindere dalla resistenza dei mezzi. Nella seconda critica i vortici cartesiani. Nella terza risolve problemi di astronomia e di fisica (il moto dei pianeti e della Luna, la forma della Terra, la teoria delle maree ecc.).

Le tre parti sono precedute da due sezioni preliminari che costituiscono le fondamenta del suo edificio teorico e che contengono otto definizioni e tre leggi del moto.

Le definizioni sono le seguenti:

– La quantità di materia è la misura della medesima ricavata dal prodotto della sua densità per il volume.

– La quantità di moto è la misura del medesimo ricavata dal prodotto della velocità per la quantità di materia.

– La forza insita della materia è la sua disposizione a resistere; per cui ciascun corpo, per quanto sta in esso, persevera nel suo stato di quiete e di moto rettilineo uniforme.

– Una forza impressa è un’azione esercitata sul corpo al fine di mutare il suo stato di quiete e di moto rettilineo uniforme.

– La forza centripeta è la forza per effetto della quale i corpi sono attratti, o sono spinti, o comunque tendono verso un qualche punto come verso un centro.

– La quantità assoluta di una forza centripeta è la misura della medesima, ed è maggiore o minore a seconda della potenza della causa che la diffonde dal centro attraverso gli spazi circostanti.

– La quantità acceleratrice di una forza centripeta è la misura della medesima ed è proporzionale alla velocità che, in un dato tempo, essa genera.

– La quantità motrice di una forza centripeta è la misura della medesima ed è proporzionale al moto che, in un dato tempo, essa genera.

Alle definizioni segue lo scolio, in cui Newton pone quei concetti di tempo e di spazio assoluti che costituiscono il fondamento della sua fisica. Il tempo assoluto non ha relazione con qualcosa di esterno, scorre uniformemente ed è chiamato “durata”. Il tempo relativo è invece quello che usiamo al posto del tempo vero, e che si misura in ore, giorni, mesi ecc.

Anche lo spazio assoluto non fa riferimento a qualcosa di esterno, cioè resta sempre identico a se stesso e immobile. Lo spazio relativo non è che la misura o la dimensione mobile dello spazio assoluto, che cade sotto i nostri sensi, entrando in relazione coi corpi. Il luogo invece è la parte dello spazio occupato dal corpo e, a seconda dello spazio, può essere assoluto o relativo. Insomma tempo e spazio nell’universo sono degli “assoluti” in quanto non si possono misurare, sono dei postulati indimostrabili.

Il moto assoluto è la traslazione di un corpo da un luogo assoluto in un luogo assoluto; così vale per il moto relativo: da un luogo all’altro relativi. Nello spazio immobile e nel tempo costante il moto è rettilineo e uniforme, privo di accelerazioni, ma tempo e spazio assoluti non possono essere oggetto di osservazione, poiché qualunque misurazione fa sempre riferimento a qualcosa di relativo, pertanto vengono assunti come postulati teorici indimostrabili (teoria, questa, che verrà smontata da Einstein).

Le tre leggi del moto (assiomi) riguardano il principio di inerzia (di conservazione del moto rettilineo uniforme).

– La prima di queste leggi riprende quella galileiana (e cartesiana) sul moto uniforme: “Ogni corpo si mantiene nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, salvo che sia costretto a mutare quello stato da forze impresse”, cioè finché su di esso non agisce una qualche forza, che va spiegata fisicamente. La materia quindi, considerata in sé e per sé, non si muove in circolo, ma in linea retta indefinita, in modo uniforme, inerziale. Se un corpo si muove in circolo è perché in realtà sta conservando un determinato momento angolare, mentre viene attratto dalla forza gravitazionale di un altro corpo. In ogni caso ogni corpo che si muove in circolo tende ad allontanarsi dalla traiettoria curva. La traiettoria rettilinea è ovviamente possibile solo in uno spazio infinito (come per Cusano e Bruno): il principio di inerzia non può essere osservato sulla Terra, dominata com’è dagli attriti di altri corpi. Nel cosmo inerziale ed euclideo non vi sono accelerazioni, in quanto lo spazio è immobile e il tempo è costante, entrambi indipendenti dal movimento dei corpi. (3) Quindi per Newton le forze che si oppongono a un moto rettilineo uniforme sono un’eccezione: per lui è come se ogni corpo proceda per conto proprio, incontrando altri corpi in maniera del tutto casuale. In realtà nell’universo l’attività delle forze (che spesso si condizionano a vicenda) è sempre presente. Se c’è qualcosa di statico, è perché sta morendo, o meglio, si sta trasformando in qualcosa di diverso. Tempo e spazio si influenzano sempre reciprocamente.

– La seconda legge è una conseguenza della prima: “La forza è uguale al prodotto della massa per l’accelerazione, cioè l’accelerazione è proporzionale alla forza che ha agito sul corpo in movimento e ha la stessa direzione della forza agente, mentre è inversamente proporzionale alla massa del corpo”. Una legge implicita nella teoria di Galilei sul moto dei proiettili, anche se Galilei non aveva chiara la distinzione tra massa e peso (egli infatti trascurò di considerare che l’accelerazione può essere impiegata come un mezzo per misurare l’entità della forza produttrice del moto, cioè la massa della Terra). Con questa legge Newton stava praticamente dicendo che quando due corpi nel cosmo si scontrano, quello che ha una massa minore subirà una deviazione maggiore dal suo percorso rettilineo uniforme.

– La terza legge è quella dell’uguaglianza tra azione e reazione: “A ogni azione si oppone sempre una reazione uguale e contraria, cioè le azioni reciproche fra due corpi sono sempre uguali per intensità e dirette in senso opposto”. Non si può parlare di “forze” se non mettendo i corpi in relazione tra loro. L’importante però è affermare il principio della conservazione della quantità di moto. Questa legge gli permetterà di formulare nella terza parte del libro quella della gravitazione universale. (4) Anche di questa legge si trovano tracce in molte ricerche di Galilei. La gravità è una forza attrattiva universale che agisce su tutti i corpi. Il movimento dei corpi sulla Terra, della Luna intorno alla Terra e dei pianeti intorno al Sole ha un’unica causa: una forza universale di attrazione gravitazionale, direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato delle loro distanze. Quindi più i corpi sono massicci e vicini, più intensa è la forza di attrazione di quelli grandi nei confronti di quelli più piccoli, ma anche quelli più piccoli possono esercitare una forma di gravitazione nei confronti di quelli più grandi, come succede p.es. con la Luna nei confronti della Terra per il fenomeno delle maree. La forza totale esercitata dalla Terra sulla Luna deve essere uguale, ma di senso opposto, alla forza totale esercitata dalla Luna sulla Terra, ma siccome la Terra ha una massa superiore, la sua forza prevale.

A) Nella prima sezione dei Principi Newton fa capire che l’esame fisico dei comportamenti dei corpi sulla Terra, nelle loro reciproche influenze, è applicabile anche ai corpi nei cieli. La spiegazione delle leggi dell’universo non è che una proiezione delle spiegazioni date a fenomeni meccanici osservati sulla Terra. Infatti, prima ancora di parlare di astronomia, Newton sostiene che “se tutti i punti di una data sfera sono sottoposti a uguali forze centripete, che diminuiscono in ragione doppia delle distanze da questi punti, una sfera eserciterà su una qualsiasi altra sfera, composta di parti omogenee fra di loro, un’attrazione inversamente proporzionale ai quadrati delle distanze dei loro centri”. Non solo, ma egli era arrivato alla conclusione che quanto era vero sul piano macroscopico, doveva esserlo anche su quello microscopico. In sostanza aveva dato una dimostrazione matematica a ciò che già si era intuito, in chiave filosofica, durante l’Umanesimo. La forza di attrazione che tiene uniti i corpuscoli (o gli atomi) era sostanzialmente identica a quella gravitazionale.

B) Nella seconda sezione Newton parla di meccanica dei fluidi (idrostatica e idrodinamica), cioè del moto dei corpi nei mezzi resistenti, criticando i vortici cartesiani. Egli vuole verificare la forza di gravità in altra maniera, poiché è a questa forza che vuole ricondurre tutto. Sul piano astronomico infatti sostiene che i pianeti non possono essere trasportati da vortici di materia, ma solo da movimenti regolari, percorrendo aree proporzionali al tempo, come vuole l’orbita ellittica. I vortici possono avere senso in uno spazio libero dalla gravitazione.

C) La terza sezione, dedicata al “sistema del mondo” (cosmico), approfondirà questo argomento. La Luna è, in un certo senso, “prigioniera” della Terra, poiché è costantemente deviata dal moto rettilineo in virtù della forza di gravità del nostro pianeta. Questa forza riguarda tutti i pianeti e tutti i loro satelliti, ed è una forza proporzionale alla quantità di materia che ciascuno di essi contiene. Tutti i corpi s’attirano tra loro con una forza direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza che li separa. Vengono così spiegate le orbite ellittiche di Keplero, che non potevano essere frutto del caso. Tuttavia Newton non era in grado di spiegare perché tutti i corpi si attraggono reciprocamente: questo lo spiegherà Einstein.

Regole del filosofare

Questa terza parte dei Princìpi era stata introdotta dalle quattro Regole del filosofare. (5)

1 – Semplicità della natura. Delle cose naturali non devono essere ammesse cause più numerose di quelle che sono vere e bastano a spiegare i fenomeni.

Detto altrimenti: la natura, nella sua essenzialità, è rigorosa nelle sue leggi, non fa nulla senza uno scopo preciso, e ciò che fa in poche cose non viene fatto in molte cose. Viene qui riproposto il criterio di economicità assunto da Guglielmo d’Ockham, il quale peraltro evitava ipotesi metafisiche. Newton è quindi contrario non solo alle spiegazioni metafisiche ma anche alle ipotesi astratte: hypotheses non fingo. Ciò che non può essere dedotto dai fenomeni, è un’ipotesi. Il problema è che per “fenomeno” egli intendeva solo quello naturalistico o quantitativo, interpretabile in chiave matematica.

2 – Uniformità della natura. Perciò, finché può esser fatto, le medesime cause vanno attribuite ad effetti naturali dello stesso genere.

È questo il fondamento per la formulazione di leggi universali, valide anzitutto sull’intero pianeta, ma possibilmente anche per l’intero universo (la materia possiede qualità universali).

3 – Omogeneità della natura. Le qualità dei corpi che non possono essere aumentate e diminuite, e quelle che appartengono a tutti i corpi sui quali è possibile impiantare esperimenti, devono essere ritenute qualità di tutti i corpi.

Cioè in sostanza le qualità dei corpi si possono conoscere solo per mezzo di esperimenti scientifici, sicché devono essere considerate generali solo quelle che concordano con tali esperimenti. Quelle che non possono essere aumentate, non possono nemmeno essere sottratte.

4 – Nella filosofia sperimentale, le proposizioni ricavate per induzione dai fenomeni, devono, nonostante le ipotesi contrarie, essere considerate vere o rigorosamente o quanto più possibile, finché non interverranno altri fenomeni, mediante i quali o sono rese più esatte o vengono assoggettate ad eccezioni.

Il che in sostanza voleva dire che la natura procede in maniera regolare, si comporta sempre nello stesso modo e la materia possiede delle qualità universali. La generalizzazione è dunque legittima, anche quando è tutt’altro che dimostrata empiricamente.

Che commento fare di queste leggi? Diciamo che può far comodo pensare che la natura sia “semplice” per escludere ipotesi di tipo metafisico con cui spiegare i fenomeni naturali. In realtà oggi diciamo che la natura è in grado di sostituire qualunque concezione metafisica dell’universo proprio a motivo della sua incredibile complessità. Si pensi solo al fatto che è proprio grazie alla sua complessità che essa è in grado di ovviare, sempre meno purtroppo, ai disastri ambientali provocati da un altro essere non meno complesso: l’uomo. Fa comodo pensare alla semplicità della natura per meglio dominarla con gli strumenti matematici e tecnologici. Tuttavia, ogni danno arrecato alla natura, l’uomo lo arreca a se stesso, poiché egli è anche un ente di natura. In ogni caso una regola che si pensa possa essere applicata alla natura, non è detto che possa valere anche per l’essere umano. Non si può aver la pretesa di affrontare la complessità dei fenomeni umani con la stessa pretesa di sottoporre i fenomeni naturali, aventi leggi universali e necessarie, all’analisi matematica o fisica, nell’illusione di poter ottenere sempre delle evidenze incontestabili.

Quanto al secondo principio, va detto che la relatività di Einstein lo mise profondamente in discussione, in quanto introdusse il tema del punto di vista dell’osservatore. Inoltre arrivò a dire che l’universo non è tridimensionale ma quadridimensionale, in quanto la categoria dello spazio-tempo è importante non meno delle altre tre geometriche. Quando poi si scoprirà che in realtà l’universo è pentadimensionale (nel senso che vi è anche l’elemento della libertà di coscienza da considerare), chissà quante altre leggi conosceremo. In ogni caso sul piano economico già Marx aveva constatato, a più riprese, che questo principio “newtoniano” è sbagliato, poiché, pur esistendo commerci molto sviluppati nell’area islamica e bizantina, solo nell’Europa occidentale si sviluppò il capitalismo. Tutti gli altri Paesi del mondo dovettero importarlo.

Il terzo principio è da reputarsi falsissimo. Questo perché la complessità della natura va oltre qualsiasi esperimento da laboratorio. Definire la natura con aggettivi come regolare, stabile, prevedibile… è un atto di imperio del metodo induttivo, che pretende verità assoluta anche quando questa verità è in netto contrasto coi sensi. Gli esperimenti non sono veri semplicemente perché la natura è sempre identica a se stessa e non può contraddirli.

L’ultimo principio – bisogna ammetterlo – è piuttosto paradossale. Mentre in quelli precedenti Newton faceva capire che la scienza è vera in forza della semplicità e regolarità e uniformità della natura, ora invece essa sembra essere vera di per sé, a prescindere dalla natura, a meno che un esperimento scientifico non sia in grado di porre obiezioni a un altro esperimento compiuto in precedenza. La natura non è in grado di fare alcunché. Siamo in piena autoreferenzialità della scienza matematica e fisica.

Newton aveva unificato tutta la fisica: le stesse leggi che valevano per la Terra, valevano anche per i cieli. L’ordine gerarchico del cosmo, stabilito da Aristotele, veniva definitivamente infranto. I cieli non erano che una “proiezione” della Terra e l’universo risulta del tutto omogeneo. (6)

Metodologia scientifica

A) Newton afferma che da un numero limitato di osservazioni non è possibile dedurre certezze indiscutibili o proposizioni sicuramente vere, ma poi si comporta proprio così e senza voler sottoporre a un dibattito pubblico le sue scoperte.

B) Afferma di poter spiegare la forza di gravità nel suo funzionamento ma non nella sua motivazione: d’altra parte nessun esperimento è, secondo lui, in grado di rivelare la natura dei corpi o delle forze. Questo perché esiste, per la fisica, solo ciò che è traducibile in termini matematici o quantitativi. E l’astronomia non è altro che la fisica più la matematica. (Su questo vedi il commento più avanti.)

C) Le leggi individuate per via induttiva possono spiegare anche quei fenomeni che per via deduttiva risultano unificati, cioè che ricadono nell’ambito di quelle leggi (metodo induttivo-deduttivo).

D) Sostiene che il movimento nel cosmo (incluso quello della luce) deve aver avuto un’origine (una causa), perché i movimenti dei corpi, quando si urtano, subiscono una entropia (una parte della loro forza si disperde, o addirittura essi si fermano e, se riprendono il movimento, questo è più debole del precedente). L’universo quindi sembra tendere verso la quiete, verso uno stato di progressiva diminuzione del moto complessivo, fino a raggiungere un equilibrio stabile. Dunque cosa può impedire all’universo di collassare su se stesso? Di qui la necessità di una intelligenza cosmica (Dio) che ristabilisca l’equilibrio compromesso dall’entropia (e, secondo Newton, lo farebbe attraverso lo strumento delle comete). Dio quindi non aveva solo creato il mondo e, come voleva Cartesio, dato inizio al movimento, ma, di tanto in tanto, doveva intervenire per impedire che il movimento si fermasse (usando p.es. lo strumento delle comete). Leibniz criticherà questo modo di considerare la divinità come una sorto di orologiaio poco esperto. (7) In ogni caso per Newton non era possibile che la coscienza e l’intelligenza derivassero dalla materia, essendo questa troppo semplice e uniforme, anche se Dio può porre nelle leggi matematiche della natura l’essenza razionale di sé.

E) Oggi, secondo le teorie di Einstein, siamo arrivati alla conclusione che la gravità, in un certo senso, è un’illusione. In realtà è un effetto della curvatura dello spazio sui corpi in movimento. I corpi sono in libera fluttuazione, il loro movimento naturale nello spazio segue traiettorie rettilinee. La Terra ruota attorno al Sole non perché se ne sente attratta dalla sua forza di gravità, ma perché il Sole, a causa della sua grande massa ruotante su se stessa, incurva lo spazio circostante e questa curvatura si trasmette fino a grandissime distanze. La Terra, se finisce col muoversi all’interno di questo spazio curvo, non può che seguire una traiettoria curva, e lo stesso fa la Luna. In poche parole lo spazio dice alla materia come muoversi e la materia dice allo spazio come incurvarsi. Questo vuol dire che lo spazio non è assoluto, ma può restringersi o espandersi e quindi anche il tempo può dilatarsi o contrarsi, e non è possibile parlare dell’uno senza parlare dell’altro.

F) La teoria della gravitazione universale mostra tutti i suoi limiti in presenza di campi di gravità molto intensi, cioè in presenza di intense curvature dello spazio, come p.es. quella in cui si trova Mercurio, essendo molto vicino al Sole. Infatti il perielio di Mercurio si muove più velocemente di quanto prevedeva Newton.

G) Da notare che quando Newton chiude il percorso della rivoluzione scientifica di tipo meccanicistico, la matematica si era così sviluppata che, sul piano astronomico, non ebbe bisogno di elaborare nuove teorie usando lo strumento del telescopio. Anzi, tutte le leggi ch’egli elabora, se si escludono quelle ottiche, non dipesero da particolari esperimenti compiuti, ma semplicemente da riflessioni di tipo logico-matematico. Paradossalmente, proprio in campo astronomico egli pose le basi di un metodo più deduttivo che induttivo, arrivando a dire che i fenomeni possono essere ricavati da leggi generali, impostate in maniera matematica (in cui un certo ruolo l’avrebbe avuto la statistica, per trovare le ricorrenze, le invarianze nel tempo). Insomma, posta l’identità di fisica terrestre e fisica celeste, che è il postulato fondamentale di tutta la scienza meccanicistica (poi clamorosamente smentito dalla scienza quantistica e relativistica), il compito dell’astronomo, già a partire dal contributo dato da Newton, si riduceva semplicemente alla precisazione di princìpi fisico-matematici stabiliti in precedenza (nella fattispecie le teorie di Galilei e di Keplero). Alla fine ciò che davvero Newton era riuscito a scoprire era che il peso di un oggetto di uguale massa cambia sulla superficie dei diversi pianeti proprio perché questi esercitano una diversa forza di gravità. Inoltre egli era stato in grado di spiegare meglio l’irregolarità del moto di alcuni pianeti rispetto a orbite ellittiche non perturbate. Infine dava una spiegazione sufficientemente esauriente al fenomeno delle maree.

Commento al punto B)

Newton affermò che nessun esperimento è in grado di rivelare la natura dei corpi o delle forze. Ma che cos’è questa “natura”? L’affermazione è piuttosto strana. Si pensi solo al fatto che le leggi universali della dialettica furono scoperte da Hegel in maniera puramente filosofica, senza fare alcun esperimento scientifico. Perché dunque privarsi della possibilità di comprendere la natura al di là di ciò che si può capire da un esperimento scientifico.

Questa sua ontologia matematica non arricchisce la comprensione della natura, ma la svilisce, riducendola a qualcosa di meccanico. Si badi, non era sbagliata l’idea di trattare in modo matematico solo ciò che è quantificabile. Era sbagliata l’idea di considerare la natura soltanto come un fenomeno traducibile in un linguaggio matematico.

La gravitazione definita come una forza direttamente proporzionale alle masse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza, secondo la formula F = g (m1·m2) / d2, è tutto ciò che, in ambito scientifico, può essere detto della gravitazione. Il metodo matematico-geometrico diventa il fondamento della conoscenza. Tuttavia, se tutto ciò che non è riducibile a rapporti matematici, non viene considerato “scientifico”, è evidente che la matematica si trasforma in una nuova teologia dogmatica.

Come diventa la comprensione della realtà umana secondo questi princìpi meccanicistici? Diventa riduzionistica, semplificata a proposizioni ritenute incontrovertibili, le quali, proprio per questa pretesa schematica, diventano arbitrarie. Ci si deve abituare a considerare veri solo gli esperimenti scientifici. E le regole considerate valide sul piano scientifico vengono usate anche per interpretare qualunque tipo di fenomeno.

Il problema purtroppo è che sul piano sociale le regole per interpretare i fenomeni sono date, nei sistemi antagonistici, dai poteri dominanti. Basarsi sul senso comune “scientifico”, sull’abitudine a considerare veri solo i risultati di laboratorio o solo i ragionamenti matematici non ha alcun senso se non si scoprono le dinamiche che sottostanno ai conflitti sociali. Alla fine la scienza resta induttiva (nel migliore dei casi) quando si affrontano i fenomeni naturali, ma ridiventa deduttiva quando si affrontano quelli sociali.

Se Newton avesse guardato la gravitazione con occhi filosofici, probabilmente avrebbe capito in maniera più semplice e diretta ch’essa non è una forza che proviene dalla massa in sé dei corpi, bensì dal loro movimento rotatorio, che intrappola, in una specie di vortice, i corpi che hanno una massa meno pesante. I corpi non sono sospesi in uno spazio vuoto perché immobili, ma perché si muovono, a velocità astronomiche, in linea retta o secondo una linea circolare. Quando sono catturati da corpi più pesanti, conservano comunque la loro forza centrifuga. Nell’universo vi sono gerarchie da rispettare, ma è ben visibile anche un’autonomia di movimento.

I concetti di tempo e spazio assoluti

Sulla concezione newtoniana del tempo e dello spazio assoluti ci sarebbe molto da discutere, ma rimandiamo a quanto già scritto su questi due concetti nel libro Spazio e tempo (ed. Amazon). Abbiamo già visto che secondo Newton lo spazio e il tempo sono realtà-limite, asintotiche, inattingibili ai sensi, presupposti assoluti che garantiscono il movimento inerziale dei corpi.

Qui però potremmo aggiungere queste considerazioni. Il tempo e lo spazio ci appaiono assoluti anche nel caso in cui non devono essere necessariamente considerati eterni e infiniti: ci basta sapere ch’essi sono così estesi da risultare incalcolabili. Cioè l’idea che tempo e spazio possano aver avuto un inizio non ci impedisce di considerarli illimitati. A noi umani basta sapere ch’essi sono una garanzia sicura per la nostra libertà di movimento, per la piena realizzazione della nostra identità personale. Non possono esistere uno spazio e un tempo così assoluti o così relativi da obbligare o impedire a noi di essere quel che dobbiamo essere: umani e naturali.

Sembra che sulla Terra noi si debba vivere un’esistenza provvisoria a motivo del fatto che abbiamo posto delle condizioni troppo difficili da essere vissute in maniera equilibrata. Cioè col tempo abbiamo creato un inferno, dal quale, se non vogliamo perderci, sarebbe meglio uscire il più presto possibile. Forse è per questo che preferiamo considerare relativi lo spazio e il tempo e considerarli assoluti solo in relazione all’universo, ma all’inizio del nostro arrivo su questo pianeta dovevamo avere una percezione piuttosto diversa, in virtù della quale non facevamo differenza tra Terra e Cosmo. La rivoluzione scientifica, in un certo senso, è stata il tentativo di recuperare una somiglianza di tutta la materia cosmica, un’uguaglianza degli elementi che la compongono, prescindendo dal tempo e dallo spazio. Solo che ciò è stato fatto dal punto di vista di una matematica che in mano alla borghesia ha reso l’inferno ancora più invivibile.

Tempo e spazio per questo tipo di scienza hanno senso solo in quanto misurabili. Non sono considerati come elementi di vita, altrimenti gli scienziati si sarebbero accorti che la vita non è matematizzabile, se non a condizione di compiere una riduzione, una delimitazione di campo (di indagine). Il problema è che tale scienza, proprio in forza di tale riduzionismo, ha la pretesa di porsi in maniera oggettiva. Bisognerebbe in realtà dire il contrario: si è tanto meno oggettivi, quanto più si circoscrive il sapere a pochi enunciati.

In che cosa consiste il metodo scientifico?

Lo scienziato non è un teologo, che ha già la risposta pronta per ogni domanda di carattere etico-religioso, potendosi avvalere non solo della Bibbia ma anche di una infinità di testi edificanti o dogmatici. E non è neppure un filosofo, che cerca sempre di relativizzare i problemi di ordine etico o politico, in maniera tale da trovare una risposta che, nella sua astrattezza, è sufficientemente condivisibile. Non è neppure un giurista, che per risolvere determinati problemi deve prima consultare vari manuali, attenendosi scrupolosamente ai tanti articoli di legge o cercando di interpretarli come gli conviene. Lo scienziato ha una mente più empirica: parte da una domanda che ancora non ha trovato risposta nella società. E la domanda non è tipo etico ma tecnico. Cioè non riguarda né i massimi sistemi né le opzioni di tipo morale, ma semplicemente i mezzi e i metodi scientifici con cui soddisfarla.

Lo scienziato procede subito a compiere osservazioni sistematiche (accurate operazioni di misura), al fine di raccogliere molti dati quantitativi. Analizza i dati mettendoli in relazione tra loro. Formula ipotesi che hanno la forma di relazioni matematiche. L’ipotesi è una soluzione provvisoria del problema. Avendo un valore probabilistico, essa, una volta confermata, dovrà non solo spiegare i fatti conosciuti, ma anche predirne altri. Basandosi sull’ipotesi lo scienziato cerca altri indizi, osservazioni: si comporta come un detective. È convinto di avere un modello interpretativo con cui, prima o poi, troverà una giusta soluzione. Mette in preventivo di poter essere costretto a formulare e verificare più ipotesi, prima di risolvere un problema.

Quando è in grado di dedurre le prime conseguenze dal suo lavoro, ecco che sorgono nuove domande o nuove ipotesi. Per controllare le quali procede con l’esperimento, che consiste in una esecuzione accurata e ripetuta di determinati processi, al fine di ottenere una certa reiterazione. Se l’ipotesi resiste a ripetute verifiche, può ambire a diventare una teoria. Statisticamente lo scienziato è convinto che quanto più le cose si ripetono tanto più sono vere. Dopodiché procede alla elaborazione di una legge univoca o di una teoria ben definita. La stessa ipotesi di partenza viene riformulata in maniera sintetica. Questo metodo è considerato “scientifico” nel senso che alla fine un determinato effetto risulta essere la conseguenza di una determinata causa.

La razionalità quindi è quella matematica che si avvale di esperimenti scientifici, supportati da mezzi tecnologici. È reale solo ciò che è osservabile in maniera quantitativa e può essere manipolato con strumenti che vanno al di là dei cinque sensi. Il non-senso etico della vita borghese viene sublimato in chiave matematica. Lo scienziato diventa infallibile come il pontefice romano. Paradossalmente l’esperimento viene ad assumere i connotati di un’esperienza magica.

Con la scienza sperimentale nasce la divisione del sapere, nonché la divisione dell’oggetto del sapere dal soggetto dell’esperienza scientifica. Fu giusto operare il superamento del sapere astratto (teologico e filosofico), ma lo si fece imponendo una nuova separazione, quella tra chi conosceva le scienze esatte e chi quelle umanistiche, tra chi poteva disporre di strumenti tecnologici avanzati e chi no. Col sapere scientifico si diffonde la convinzione che si tratti di un sapere neutro, indipendente dalla volontà del soggetto, dalla sua personalità e da tutto ciò che non è scientifico. La stessa etica viene fatta passare per qualcosa di opinabile, di indimostrabile, di soggettivo. L’apparente neutralità del sapere scientifico viene sbandierata come forma oggettiva dei suoi contenuti: in tal modo si celavano gli stretti rapporti tra scoperte scientifiche e interessi economici.

Il vero problema, che la scienza esatta non è in grado di risolvere, sta nel fatto che nel mondo umano non esiste così facilmente la possibilità di determinare delle cause univoche. Un determinato effetto sembra per lo più essere la conseguenza di molteplici cause, che a volte si sommano, restando distinte, ma altre volte si sovrappongono, si giustappongono, confondendosi. La vita è sostanzialmente fatta di concause, di cui la principale o la decisiva non è sempre così facile da individuare.

La scienza considera la natura qualcosa di “oggettivo”. Per essa un “fatto” non è altro che un’osservazione confermata da più persone sulla base di evidenze (evidenze che dipendono dai sensi o dagli esperimenti). Tuttavia, se prendiamo in esame il comportamento umano, bisogna dire che di “oggettivo” vi è solo la libertà di coscienza, che di sicuro non può essere oggetto di misurazione. Questo per dire che i risultati ottenuti dalla scienza nei confronti della natura sono ben poca cosa rispetto a quelli che può ottenere l’etica nei confronti della coscienza.

La scienza moderna non è così “innocente” come quella greca, non nasce dalla curiosità pura e semplice o da osservazioni accidentali, limitate da una tecnologia primitiva. Questo senza nulla togliere al fatto che nel VI sec. a.C. il pensiero razionale greco o ellenistico fu espressione delle classi mercantili, in opposizione a quello mitologico delle classi aristocratico-schiavistiche.(8) La scienza sperimentale borghese è intenzionata, sin dall’inizio, a contrapporsi alla teologia scolastica e alla filosofia peripatetica, che dominavano in tutti gli ambienti universitari e nella cultura dominante. Di queste discipline non vogliono salvare nulla, se non quello che occorre per non finire d’essere accusati d’eresia e condannati al rogo. Questa scienza, che in nome della tecnologia ha preteso di basarsi sull’evidenza, ha fatto delle proprie scoperte qualcosa di “teologico”, spacciandole come verità inconfutabili.

Il che non vuol dire che nell’uso tecnologico della scienza l’istanza emancipativa nei confronti delle autorità costituite non fosse profondamente giusta. I fatti però hanno dimostrato che quella istanza, non essendo stata associata a una rivoluzione politica, che scardinasse le fondamenta del sistema, ha soltanto fatto gli interessi della nuova classe emergente: la borghesia. È stata un’istanza a favore del popolo, tradita da una classe particolare, quella stessa classe che nel Settecento farà le rivoluzioni politiche in Inghilterra, Stati Uniti e Francia, con cui superare in maniera irreversibile l’ancien régime, senza per questo creare un vero sistema democratico-popolare.

Infatti uno dei risultati più catastrofici della scienza sperimentale, che sin da allora si poteva tranquillamente verificare, fu l’assoluta parcellizzazione del sapere, dove ogni campo d’indagine è spesso incomunicabile con gli altri. Si era persa quella visione olistica delle cose che ancora esisteva al tempo dell’Umanesimo. Ancora oggi possiamo avere un ricercatore che sa tutto sui virus e nulla sui batteri. Quanto più ci si specializza in modo settoriale, tanto più si perde la visione globale della realtà, e sempre meno si è capaci di porre domande sulla scienza in sé, sulla vita e su se stessi. Con lo specialismo è finito il processo integrativo. Poste queste premesse, non ha davvero alcun senso parlare di pretesa universale della scienza. È persino molto grave il disinteresse che la scienza pura mostra verso la tecnica e le applicazioni in generale delle scoperte scientifiche. Oggi fa sorridere il fatto che Fermi e Oppenheimer non avessero previsto che la scissione dell’atomo poteva portare alla bomba atomica. Ancor più insopportabile è la pretesa della scienza di manipolare le masse, rendendole oggetto di esperimenti da laboratorio o di analisi comportamentali.

Per queste ragioni va demistificata completamente l’equazione sapere = liberazione, che già troviamo nella cultura classica del mondo greco, per quanto, almeno fino a Pitagora, si cercasse di vivere un’esperienza unificante (comunitaria) tra discipline e persone. Il luogo che invera la scienza non può essere quello della conoscenza ma solo quello del soggetto, proprio per evitare il rischio di stabilire una falsa neutralità. La scienza, come fenomeno che teorizza l’abolizione del soggetto dal contenuto delle sue ricerche, fatto passare per oggettivo proprio in forza di tale separazione, va nettamente superata. La scienza resta sempre intrisa di ideologia, che quanto meno si pone come inconfessata precomprensione, come riflesso, più o meno inconscio, di una cultura dominante. All’origine del sapere scientifico non c’è più una domanda ingenua, basata sulla curiosità (come nelle civiltà pre-schiavistiche), ma ci sono interessi affaristici, pregiudizi ideologici, che non possono essere facilmente eliminati, come voleva Bacone. L’osservazione è sempre comandata da un’aspettativa che nasce dalla cultura dominante.

È solo la relazione sociale finalizzata al bene comune che può rendere “scientifica” la scienza. Dobbiamo trasformare il sapere scientifico, intellettualistico, in “sapienza”, che è quella conoscenza che include aspetti etici, olistici, sociali. Certo, possono esistere ipotesi scientifiche in grado di dare di se stesse le chiavi della propria verifica, ma solo su problemi concreti, al massimo, non sul modo di vivere la libertà, sui valori umani in generale. La scienza, per essere davvero “scientifica”, dovrebbe quanto meno premettere che siamo sempre condizionati da interessi borghesi o da pregiudizi ideologici (anticomunisti, p.es.). Sarebbe addirittura meglio dire che non esiste un sapere “scientifico” sull’uomo, in quanto la libertà umana non si lascia intrappolare da alcun sapere.

Va inoltre detto che nel mondo greco la scienza (l’episteme), pur negando giustamente valore di conoscenza al mito, quale espressione della cultura aristocratica, ebbe però torto nel qualificarlo con aggettivi come “nebuloso”, “leggendario”, “ingenuo”… La pretesa di un sapere epistemico, quella di ottenere un sapere “oggettivamente valido” per tutti, si tradusse nel mondo greco nell’uso astratto della logica e della dialettica, che produssero la metafisica. Il sapere sulla natura (fisica) nasceva addirittura dalla metafisica. La crisi definitiva di tale sapere, che nel Medioevo si era trasformato in teologia, avvenne con la scienza sperimentale del Seicento.

Il mito in realtà è conoscenza “simbolica” (unificante) di come le cose erano all’inizio, così come ha scoperto l’antropologia culturale. Va semplicemente depurato dalle incrostazioni ideologiche della classe dominante. Il mito non pretendeva, nelle società pre-schiavistiche, di esaurire il significato ultimo della realtà. Il “già-dato” cui si riferiva non permetteva all’uomo di modificarlo a proprio piacimento. Infatti il presupposto culturale di partenza, indipendente dalla volontà umana, dovrebbe essere quello secondo cui la natura ci è data e non possiamo modificarla a nostro piacimento. Per potersi dare, la natura ci ha messo, sulla Terra, oltre quattro miliardi di anni. La lunghezza spropositata di questo tempo dovrebbe indurci a considerarla non come un oggetto da sfruttare, ma come un’entità da rispettare in tutte le sue forme. Noi non sappiamo più cosa sia un’esistenza umana, conforme a libertà, proprio perché non sappiamo più cosa sia un’esistenza naturale.

La scienza moderna invece vuole ordinare la realtà umana e naturale per dominarle. Per farlo, deve prima ridurre la totalità del reale ai suoi singoli componenti, che vengono analizzati separatamente e quindi arbitrariamente. Sotto questo aspetto neppure la filosofia è in grado di stabilire una linea di demarcazione tra ciò che è scientifico e ciò che non lo è: non tanto perché la filosofia ha meno capacità della scienza, quanto perché non è mai un tipo di “sapere” che può dire a un altro sapere dove sta la verità ultima delle cose.

Per lo scienziato ciò che l’esperienza non determina in modo univoco (inequivocabile) è considerato opinabile (filosofico). Ma questo è un modo ideologico di affrontare la realtà e la conoscenza. Se un’ipotesi si può controllare solo in chiave matematica, non c’è alcuna garanzia che la correttezza di una teoria possa essere applicata al di fuori di quella teoria stessa. Laddove manca l’uso della facoltà di scelta, la correttezza di una teoria incontra dei limiti insuperabili per qualunque tipo di conoscenza.

Si noti che per lo scienziato il “dato” è soltanto il frutto di una costruzione teorica. Cioè quando l’esperienza viene elaborata a un punto tale da poter essere concettualizzata (una teoria scientifica), ecco che allora viene considerata come un “dato”. Oggetto della scienza non è tanto la realtà in sé, ma una conoscenza scientifica della realtà. Gli oggetti non vengono colti nella loro immediatezza, ma attraverso un’elaborazione quantitativa dell’esperienza immediata.

Oggi la matematica, trasformatasi in infotelematica, ha assunto un ruolo totalizzante, essendo in grado d’interferire in qualunque comportamento umano. In un certo senso ha smesso d’essere un linguaggio specialistico. La sua stessa universalità non è stata ottenuta col concorso della filosofia, ma autonomamente, per un sviluppo tutto interno ai suoi presupposti e alle sue procedure. La matematica ha inventato relazioni virtuali che presumono d’interpretare obiettivamente la realtà. Essa stessa diventa, paradossalmente, coi suoi complessi algoritmi, operatrice di scelte. Il soggetto che fa matematica diventa del tutto irrilevante. Ciò che più conta è garantire al sapere scientifico uno sviluppo autonomo. La comunicazione sociale favorita dalla matematica (i cosiddetti “social”) coincide col luogo in cui il soggetto è irrilevante. La matematica è al servizio dei grandi capitali. Le istituzioni pubbliche non dispongono più dei mezzi economici per sostenere costose ricerche (p.es. nel campo farmaceutico). Sicché non è raro che le pubblicazioni scientifiche da parte delle industrie private contengano aspetti del tutto falsi. Queste aziende oggi sono persino in grado di condizionare gli enti di controllo e le Università.

Insomma, il problema dell’uso del sapere scientifico non è incluso nel medesimo sapere scientifico, sia perché la liberazione dal sistema sociale oppressivo non è riconducibile a una mera conoscenza dell’uomo e della natura, sia perché la pretesa che il sapere scientifico ha di essere un sapere globale sull’uomo, è falsa. Non esiste un sapere “oggettivamente valido”, indipendente dal soggetto che lo deve mettere in pratica.

Le domande irrisolte

Alla fine dell’Ottocento si cercò di unificare la forza di gravità, che varia inversamente al quadrato della distanza, con quella elettromagnetica, che varia in maniera analoga. Ma le due forze trasmettono informazioni in modo diverso: l’azione della gravità è istantanea, quella elettromagnetica no. Inoltre l’attrazione gravitazionale di oggetti anche piccoli non si riduce mai a zero: non esiste un’antigravità da parte di un’antimateria. Ogni oggetto produce gravità e l’influenza gravitazionale è sempre di attrazione. L’elettromagnetismo è invece annullabile, in quanto un gruppo di cariche positive e negative in egual numero, produce una forza uguale a zero. Senza poi considerare che la forza elettromagnetica a volte attira (per oggetti di carica opposta), altre volte respinge (per oggetti di cariche uguali). Le forze gravitazionali sembrano essere indipendenti dal movimento dei corpi, quelle elettromagnetiche no.

Sulla base di questi problemi irrisolti nascerà la grande fisica del Novecento. Scriverà Einstein: “La formulazione di un problema è spesso più importante della sua soluzione, che può essere solo questione di perizia matematica o sperimentale. Porsi nuove domande, aprire nuove possibilità, considerare vecchi problemi sotto una nuova prospettiva richiede invece una immaginazione creativa e porta a un effettivo progresso della scienza”. La scientificità non sta nei risultati, ma nei metodi o procedimenti seguiti. Vero, ma se a questi metodi fosse stata affiancata un’adeguata etica, forse i risultati non sarebbero stati, il più delle volte, così catastrofici per gli esseri umani e naturali.

Note

(1) Si deve a Hooke la scoperta di quei fenomeni d’interferenza che oggi sono chiamati “anelli di Newton”: l’interferenza è dovuta alla rifrazione della luce (monocromatica o bianca) tra due superfici: una sferica e l’altra piana, adiacente alla prima. Newton diede di questo fenomeno una prima analisi quantitativa. Tuttavia, non credendo affatto nella natura ondulatoria della luce, non riuscì a fornirne una spiegazione scientifica soddisfacente.

(2) A onor del vero bisogna dire che già nel 1670 Robert Hooke aveva proposto di spiegare il moto dei pianeti e delle comete con una nuova meccanica basata su tre ipotesi: che tutti i corpi celesti si attraggano tra loro; che i corpi si muovano di moto rettilineo uniforme se non sono deviati da forze; che le forze di attrazione decrescano con la distanza (poi nel 1681 precisò che era il quadrato della distanza). Egli capì anche che da questa legge dovevano dedursi le leggi di Keplero, ma non riuscì ad effettuare la dimostrazione matematica, anche se non si risparmiò di accusare Newton di plagio.

(3) A dir il vero Galilei riteneva che un moto inerziale avrebbe assunto una direzione circolare, e non rettilinea come invece dedusse Newton. Infatti, secondo Galilei i pianeti si muovevano di moto circolare uniforme attorno al Sole senza subire alcun effetto, gravitazionale o di altro tipo. Egli non ha mai ammesso un’azione a distanza tra i corpi, come quella, p. es., teorizzata da Keplero.

(4) Da notare che Newton sostenne che l’idea di questa gravitazione universale gli era stata suggerita, prima ancora che da Hooke, dai lavori di Ismael Bullialdus e di Giovanni A. Borelli.

(5) Attenzione che nella prima edizione dei Princìpi (1687) tali regole erano considerate delle semplici “ipotesi”, cioè presupposti non dimostrati, ancorché plausibili. Per esempio, la forza di gravità si può descrivere come legge, ma la domanda sulla natura di questa forza è destinata a restare senza risposta. A Newton non interessava “inventare ipotesi” per descrivere l’origine ultima delle cose, ma gli bastava – come già in Galilei – descrivere il loro funzionamento. Solo che quando smetterà di scrivere testi scientifici e inizierà a scrivere quelli teologici, farà proprio il contrario! Una incoerenza in cui Galilei non cadrà mai.

(6) Sarà dopo la pubblicazione dell’Ottica (1704) che Newton, sino alla fine della sua vita, si dedicherà esclusivamente a studi religiosi, che volle mantenere inediti, evitando accuratamente d’essere coinvolto in dispute spiacevoli (il solo commento dell’Apocalisse lo tenne impegnato per 550 pagine!).

(7) Ricordiamo qui che per Leibniz se i corpi sono visti solo come estensione (era la tesi di Cartesio), anche se hanno ricevuto una spinta iniziale, tendono a fermarsi. Sicché arriva a dire che la materia si muove per conto proprio, sulla base di una propria forza o energia del tutto immateriale, cioè inestesa. Tra materia ed energia, tra estensione e forza esiste una certa equivalenza. La materia è una forza viva (un’entità metafisica), di cui l’estensione è solo una manifestazione: ecco perché il suo movimento è intrinseco, è una “potenza attiva primaria”. Un modo di vedere la natura, questo, molto vicino a quello rinascimentale, anzi a quello pre-socratico della filosofia naturalistica, allorché si parlava di panpsichismo o di ilozoismo.

(8) Se vogliamo, potremmo dire che l’astronomia 4-5000 anni fa è stata, insieme alla mitologia, la prima forma di ideologia utilizzata per giustificare lo schiavismo come sistema sociale. L’astronomia non serviva soltanto per predire i mutamenti della natura e delle stagioni o come guida per i naviganti (l’Orsa maggiore guidava i Geci, l’Orsa minore i Fenici), ma anche per dare prestigio ai sovrani, che potevano così circondarsi di un’aureola magica; dava prestigio anche ai sacerdoti, che fingevano di svolgere un’opera di mediazione tra il popolo e il sovrano.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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