La scienza nel Seicento. Galileo Galilei

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Premessa storica

Nel Seicento la crisi irreversibile della teologia scolastico-aristotelica e la sfiducia nel valore della fede religiosa (anche in conseguenza della devastante guerra dei Trent’anni), cioè la convinzione che non sarebbe stata un’idea religiosa (neppure quella protestantica e tanto meno quella controriformistica) che, di per sé, avrebbe potuto creare una valida alternativa allo stile di vita che si conduceva quando la tradizione cattolico-romana (o latina) risultava dominante in Europa occidentale, portarono a sviluppare un atteggiamento scientifico che, unendosi a una preoccupazione di verifica sperimentale di tipo tecnologico e laboratoriale, favorì nettamente il trionfo, su scala sempre più planetaria, del modo di produzione capitalistico. La consapevolezza maturata di poter fare a meno delle tradizioni e dell’autorità religiosa, si espresse non tanto in una battaglia politica vera e propria (come avverrà nei secoli successivi), quanto piuttosto nella ricerca di uno spazio autonomo di gestione degli interessi di una classe sociale sempre più emergente: la borghesia.

Si stava imponendo uno stile di vita indifferente alla religione, virtualmente agnostico, se non velatamente ateistico. Sul piano pratico sembravano contare cose molto diverse da quelle di epoca feudale: a) l’accumulo di capitali da investire in imprese produttive (commerciali e finanziarie, ma soprattutto manifatturiere); b) l’invenzione di due strumenti che avrebbero rivoluzionato molte scienze: il telescopio e il microscopio; c) un forte primato conoscitivo attribuito a una scienza in grado di sostituire la teologia e la filosofia e di applicarsi a qualunque realtà quantificabile: la matematica.

In queste condizioni le Chiese cattoliche e protestanti potevano essere considerate come delle realtà politico-istituzionali o come delle espressioni formali di taluni valori morali (personali e collettivi), ma nella sostanza la classe borghese stava ponendo le basi per una progressiva emancipazione da qualunque condizionamento religioso. Macrocosmo e microcosmo venivano a coincidere, mettendosi a disposizione della autonoma facoltà conoscitiva dell’uomo, che rendeva il concetto di “Dio” qualcosa di assolutamente marginale e ininfluente.

È in questo contesto storico che si pone l’opera di Galileo Galilei.

Biografia

Galileo Galilei nasce a Pisa nel 1564 da genitori della media borghesia (1), che si trasferirono a Firenze nel 1574. Per volere del padre fu costretto a iscriversi alla facoltà di medicina, ma l’unica disciplina che davvero lo interessava era, grazie a Ostilio Ricci (discepolo di Niccolò Tartaglia), la matematica applicata alla meccanica, tant’è che già nel 1583 aveva scoperto l’isocronismo delle oscillazioni pendolari (2), e tre anni dopo inventò una bilancetta idrostatica per determinare il peso specifico dei corpi. Uno dei suoi primi lavori scientifici fu appunto La bilancetta (1586). L’anno dopo aveva scoperto il centro di gravità di taluni solidi, migliorando di molto le tesi di Archimede.

A forza di studiare le grandi opere dei Greci (soprattutto Euclide e Archimede) ottenne nel 1589 un posto come “lettore di matematica” all’Università di Pisa, dopo che all’Università di Bologna gli avevano preferito l’astronomo padovano G. A. Magini sulla cattedra vacante di matematica, il quale diverrà poi un tenace avversario di Galilei e un grande esperto di studi geografici e cartografici. Galilei aveva piena fiducia (derivante dalla filosofica platonico-pitagorica) che la matematica fosse lo strumento più adatto, se unito a una fisica diversa da quella aristotelica, per conoscere la natura. Infatti nel De motu (1590), rimasto manoscritto, inizia a delineare i limiti dell’aristotelismo: qui mostra d’aver capito che i corpi cadono con la medesima velocità, a prescindere dal loro peso, se gettati nel vuoto, privo d’aria.

Nel 1603-4 s’interessò di vari problemi di moto lungo piani inclinati. Con l’esperimento del piano inclinato egli dimostrò che un corpo in caduta libera si muove di moto rettilineo uniformemente accelerato. Nel Seicento per spiegare la caduta dei gravi si faceva riferimento alla teoria di Aristotele, secondo cui la velocità di caduta è direttamente proporzionale al peso del corpo: una pietra di 10 kg sarebbe stata 10 volte più veloce di un sasso da 1 kg. Con l’esperimento del piano inclinato Galilei concentra l’attenzione sull’accelerazione, un livello del moto ignorato da Aristotele e dalla maggior parte dei suoi successori. Egli misurò il tempo di caduta di una sfera per diverse lunghezze del percorso. Poi, confrontando i tempi di discesa e le lunghezze, verificò che esiste una proporzionalità diretta fra le distanze percorse e i quadrati dei corrispondenti intervalli di tempo. Da ciò arrivò alla formulazione di una legge generale sul moto di caduta libera, secondo cui, se non ci fosse l’attrito con l’aria, tutti i corpi cadrebbero con un moto uniformemente accelerato, a prescindere dal loro peso. Il moto (in particolare la velocità) della sfera lungo il piano è indipendente dalla massa della sfera stessa, cioè tutti i corpi cadono con la stessa accelerazione, laddove sia trascurabile la resistenza opposta dal mezzo (l’aria). Siccome a quell’epoca non esistevano orologi né cronometri e i metodi disponibili non avevano la precisione necessaria a calcolare il tempo di caduta della sfera, Galilei dovette realizzare una sorta di orologio ad acqua, che però era difficile da usare con precisione su brevi intervalli di tempo.

Per 40 anni s’interessò al piano inclinato. Arrivò a capire la continuità del moto a velocità uniforme in linea retta (moto inerziale) solo per i gravi in moto per distanze relativamente brevi e vicino alla superficie terrestre. Nella sua fisica un grave deve acquistare velocità nell’avvicinarsi al centro della Terra o perderne nell’allontanarsi. Egli riluttava a estendere questa legge in un principio universale, poiché un moto rettilineo, indefinito, uniforme implicava l’idea di un universo infinito, in cui lui non aveva mai creduto. Inoltre egli era convinto che qualsiasi moto uniforme e perpetuo dovesse essere circolare. Ci vorrà Newton prima che qualcuno estendesse la legge d’inerzia a tutti i corpi dell’universo. Neppure Gassendi e Cartesio erano riusciti a immaginare una cosa del genere, ritenendola troppo astrusa.

Lo stipendio a Pisa era misero, perché la disciplina era considerata poco importante, sicché con la morte del padre, nel 1591, cominciò a trovarsi in serie difficoltà, anche perché dovette provvedere una dote generosa alla sorella maggiore Virginia. Ecco perché nel 1592 passò, sempre sulla cattedra di matematica (3), all’Università di Padova, ove rimase 18 anni, cioè fino al 1610, percependo inizialmente il triplo dello stipendio, sotto la protezione della Repubblica veneta (furono i migliori anni della sua vita, a suo dire). (4) Padova, in matematica, era seconda solo a Bologna. Qui insegnò gli Elementi di Euclide, l’Almagesto di Tolomeo, le Questioni meccaniche di Aristotele (5), il Tractatus de sphaera di Sacrobosco (il trattato di astronomia più diffuso nel Medioevo). Pubblicò anche il Trattato di fortificazione (1593) e fece circolare, manoscritto, un saggio di statica e dinamica, Trattato di Meccaniche, che verrà stampato in francese nel 1634 e in italiano nel 1649. Scrive anche nel 1656 il Trattato della sfera (Cosmografia), in cui espone il geocentrismo tolemaico, ma sin dal 1595-7 fa capire, in alcune lettere private (di cui una indirizzata a Keplero), che si sente chiaramente orientato verso l’eliocentrismo copernicano. Si lamentava della sorte riservata a Copernico, oggetto di scherno: l’aveva avvilito al punto da indurlo a non pubblicare nulla in sua difesa. A Padova s’impegnò anche nella progettazione di canali per l’irrigazione e regolamentazione dei corsi d’acqua.

Pubblicò invece nel 1606 Le operazioni del compasso geometrico et militare, una sorta di regolo calcolatore per l’istruzione del giovane principe Cosimo de’ Medici. Il compasso, a quel tempo già noto, fu il primo vero strumento di calcolo multifunzionale dell’età moderna, necessario soprattutto in guerra (sul puntamento delle armi da fuoco e le triangolazioni) e nella navigazione per calcolare le distanze sulle carte geografiche. Il libro fu stampato in sole 60 copie che venivano vendute in casa dell’autore insieme ad altrettanti esemplari di un compasso ch’egli aveva elaborato nel 1597 (fin dal 1599 aveva dovuto assumere un artigiano per far fronte alle numerose richieste di acquisto provenienti dai giovani nobili che seguivano le sue lezioni private di architettura militare, fortificazioni, topografia, meccanica…, non incluse nei corsi universitari). In quel frangente un certo Baldassarre Capra, allievo di Simon Mayr, in un opuscolo scritto in latino nel 1607 lo accusò di aver plagiato una sua precedente invenzione. Ma Galilei fece presto a ribaltare le accuse del Capra (il suo strumento lo vendeva sin dal 1597), ottenendone la condanna da parte dei Riformatori dello Studio padovano, dopo aver pubblicato una Difesa contro alle calunnie et imposture di Baldessar Capra milanese. Capra fu espulso dall’Università e il suo libro sequestrato.

Nel 1609, sfruttando la diffusione del cannocchiale nei Paesi Bassi (6), che lo usavano per navigare, decise di trasformarlo, con l’aiuto dei mastri vetrai di Murano, in un vero e proprio telescopio con cui osservare i cieli, aumentando la nitidezza di molte volte. Era in grado di descrivere le navi in arrivo a Venezia due ore prima che potessero essere scorte a occhio nudo. Solo per questo gli fu offerto un contratto a vita come docente con stipendio quasi raddoppiato alla scadenza dell’attuale contratto, senza possibilità di avere ulteriori aumenti. Sarebbe praticamente stato obbligato a insegnare a Padova per sempre.

Cominciò a interessarsi di astronomia attraverso lo studio delle maree, che secondo lui si producevano grazie alla combinazione dei due movimenti della Terra descritti da Copernico. A quel tempo, prima del telescopio, le prove di Copernico non sembravano molto persuasive. Dopo di lui l’astronomo più importante a livello europeo era Tycho Brahe, per il quale però la Terra era ferma, mentre gli altri pianeti giravano attorno al Sole. Brahe aveva smontato soltanto l’idea aristotelico-tolemaica delle sfere cristalline con la questione delle comete.

Quando nel 1597 poté leggere il primo libro di Keplero, Galilei disse di aver già accettato la teoria copernicana, anche se non la insegnava per non crearsi dei nemici che avrebbero potuto danneggiarlo finanziariamente (anche perché aveva promesso una dote sostanziosa alla sorella minore, Livia, che si maritò nel 1601). Keplero gli aveva chiesto se aveva strumenti adeguati per verificare il moto annuale della Terra per mezzo della parallasse stellare, ma lui fece le prime osservazioni astronomiche solo nel 1604 con un rudimentale cannocchiale.

Solo quando si costruì un telescopio per conto suo poté scoprire cose del tutto inedite, come p.es. le montagne e i crateri sulla superficie della Luna, fino ad allora ritenuta completamente liscia e perfetta, composta di materia celeste incorruttibile e di luce propria. Con l’osservazione delle luci e delle ombre proiettate dalla Terra sulla Luna, capì il movimento relativo fra i due corpi celesti. Identificò la Via Lattea come un enorme ammasso di stelle e corpi celesti (l’ammasso delle Pleiadi, nella costellazione del Toro, passò dalle sette stelle visibili a occhio nudo, a 36). Grazie alla scoperta di quattro satelliti ruotanti attorno a Giove (detti poi “pianeti medicei” in onore del Granduca di Toscana) stabilì che questo pianeta era simile alla Terra (a motivo del proprio satellite) e confermò, sulla scia di Brahe, che la teoria delle sfere cristalline non aveva alcun senso: infatti, ammesso che i cieli fossero sfere di materia trasparente e compatta, i satelliti di Giove avrebbero dovuto “forare” il cielo di questo pianeta. La costellazione di Orione la vide disseminata di oltre 500 stelle. Insomma Galilei aveva mostrato che l’universo è un unicum formato da sostanze identiche, nel senso che non è diviso da una parte perfetta e una imperfetta. Aveva rotto un incantesimo, una ingenuità colossale.

Ne diede notizia nel Sidereus Nuncius (Ragguaglio astronomico), pubblicato a Venezia nel 1610: aveva 46 anni, anche se già a 30 era un convinto sostenitore di Copernico. Naturalmente si attirò subito una miriade di critiche per aver difeso le teorie copernicane. L’astronomo boemo Martin Horký arrivò a dire che i satelliti medicei di Giove erano solo frutto di aberrazioni ottiche introdotte dalle lenti e che Galilei si era inventato tutto per vendere il suo strumento. (7) Tuttavia Keplero, dopo aver ricevuto un cannocchiale costruito dallo stesso Galilei, riconobbe l’esattezza delle sue scoperte e lo scrisse nel libro Discussione col Messaggero stellare. Fu così che, improvvisamente, egli divenne famoso in tutto il mondo, perfino in Cina. Tutti volevano avere lo stesso cannocchiale.

Ciò gli procurò a Pisa nel 1612 il posto di matematico e filosofo di corte del granduca Cosimo II de’ Medici, senza obbligo di tenere lezioni ma solo di fare ricerca sul moto dei corpi, come lui aveva preteso, oltre ad avere il titolo di “filosofo” e non solo quello di “matematico”, in quanto era consapevole che le sue osservazioni astronomiche, in linea con quelle copernicane, avevano un inevitabile riflesso sulla concezione filosofica e teologica dell’universo. Fu accolto in pompa magna a Roma, dove entrò a far parte della prestigiosa Accademia dei Lincei (fu questa a coniare la parola “telescopio”). In un primo momento anche numerosi prelati e studiosi gesuiti del Collegio Romano accolsero le sue scoperte dopo aver ricevuto da lui il telescopio, anche se Cristoforo Clavio, vincolato all’idea aristotelica che la perfezione extraterrestre dipendesse dalla quinta essenza (inesistente sulla Terra), sosteneva che la montuosità della Luna fosse un’illusione ottica. I corpi celesti, infatti, venivano considerati incorruttibili, inalterabili, impassibili, immortali, perfetti, sferici ecc. Anche Ludovico delle Colombe, convinto che la Luna fosse ricoperta di una sfera di cristallo trasparente, sostenne che Galilei aveva immaginato delle montagne sulla superficie, quando invece erano al di sotto della cupola. Pur non avendo una teoria completa di ottica con cui spiegare il funzionamento del cannocchiale, Galilei era convinto di poter superare definitivamente la scissione fra l’astronomia matematica e quella fisica.

Prima di trasferirsi a Firenze aveva scritto un trattato, andato perduto, sul continuo degli indivisibili, cioè le grandezze infinitesime nel calcolo infinitesimale: un argomento ripreso dal gesuato Bonaventura Francesco Cavalieri, il quale non solo dimostrò per primo la forma parabolica della traiettoria di un grave (anticipando in questo lo stesso Galilei), ma diede anche un contributo fondamentale al metodo degli indivisibili, usato per determinare aree e volumi. Questo metodo risultò decisivo per la futura elaborazione del calcolo infinitesimale, come risulta in Newton e Leibniz, sino all’opera di Georg Cantor (1849-1918). Galilei tuttavia, nei Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze, aveva già acquisito che insiemi infiniti sono equipotenti ai loro sottinsiemi propri e che l’infinito continuo è di tipo diverso dall’infinito numerabile. Fu anche l’analisi geometrica di tale continuo che portò Galilei a capire nel 1608 l’accelerazione uniforme nella caduta dei gravi. Quando Cavalieri spedì a Galilei alcuni studi che aveva fatto sulle spirali, questi cominciò ad apprezzarlo e in seguito appoggiò la sua candidatura per la cattedra di matematica a Bologna, che gli venne concessa nel 1629. Cavalieri passò così il resto della sua vita in questa città, tranne qualche breve periodo che trascorse ad Arcetri per far visita a Galilei, che considerava un suo maestro.

A Firenze Galilei si mise a molare lenti più potenti: ora poteva ingrandire gli oggetti di 30 volte e sperava di poter determinare le orbite e i periodi dei moti dei satelliti di Giove, cosa che Keplero riteneva impossibile da risolvere. In quegli anni iniziò a osservare anche le macchie solari, considerate materia fluida appartenente alla superficie del Sole e ruotante intorno ad esso proprio a causa della rotazione stessa della stella: il che escludeva la presunta immobilità dell’astro.

Mentre scriveva il libro di idrostatica e idrodinamica, il gesuita tedesco Christoph Scheiner pubblicò un libro sulle macchie solari contestando Galilei, in cui sosteneva ch’esse erano sciami di astri rotanti intorno alla Terra o al Sole, ostruenti la visibilità. Siccome però l’ordine temeva che le tesi risultassero erronee, egli fu obbligato a usare uno pseudonimo. L’editore spedì il testo a Galilei per sapere cosa ne pensasse. L’ex-allievo di Galilei, il Castelli, si mise a misurare il movimento giornaliero di una macchia. Ciò permise a Galilei di affermare in tre Lettere circa le macchie solari (Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti), edite a Roma nel 1613, a spese dell’Accademia dei Lincei, ch’esse dovevano essere per forza sulla superficie del Sole. Tutti i fenomeni celesti dovevano essere rapportati ad analoghi fenomeni terresti: non vi era un’essenzialità diversa, come voleva Aristotele. Questo era il suo mantra. La scienza doveva restare separata dalla filosofia e dalla teologia. A tale scopo egli era sicuro di poter predire le eclissi dei satelliti di Giove, cosa che non si poteva fare col sistema tyconiano. Anzi sperava di vendere un suo progetto per determinare la longitudine per mezzo dell’osservazione di tali eclissi.(8)

*

Continuando a esaminare il cielo col nuovo telescopio, Galilei nota che Saturno ha come due specie di appendici localmente opposte: questo perché non era ancora in grado di individuare gli anelli nella loro interezza. (9) Scopre che le fasi del pianeta Venere, inspiegabili all’interno del sistema geocentrico, diventavano facilmente comprensibili in quello eliocentrico usando il telescopio. Infatti sono analoghe a quella della Luna. Ne deduce che se questa presenta fasi diverse a causa della sua rotazione attorno alla Terra e al riflesso della luce solare, dalla Terra è possibile scorgere fasi analoghe del pianeta Venere proprio perché anch’esso ruota attorno al Sole. (10) Individua infine il pianeta Nettuno, che però lo confonde con una stella fissa.

A Firenze frequentava il salotto culturale del patrizio Filippo Salviati, in cui ebbe modo di discutere con Vincenzo di Grazia e Ludovico delle Colonne circa le cose galleggianti sull’acqua. Ciò lo portò a scrivere, difendendo Archimede contro Aristotele, Sulle cose che stanno in sull’acqua, che può essere considerato un testo fondamentale per l’idrostatica e l’idrodinamica.

Il successo, tuttavia, durò poco. I docenti universitari di idee tolemaiche (peripatetici) iniziano a prendersela soprattutto con un discepolo di Galilei, il benedettino Cristoforo Castelli, docente di matematica a Pisa, intimandogli di astenersi da ogni allusione alla teoria copernicana. Criticare direttamente Galilei, la cui fama era riconosciuta in tutta Europa, non era semplice. Le opere degli anni 1610-16 erano scritte in lingua italiana e lo saranno anche le successive, scontentando di parecchio gli ambienti clericali, che volevano mantenere il dibattito a livello accademico. Galilei infatti aveva una prosa vivace, densa di spirito arguto, in grado di interessare il vasto pubblico (diceva di ispirarsi all’Ariosto), e la lingua italiana era conosciuta da moltissimi intellettuali in tutta Europa. Inoltre egli preferiva il genere del dialogo platonico al trattato aristotelico. Il che non vuol dire che per leggere i suoi libri non occorressero delle competenze specifiche a livello matematico, fisico e astronomico. Anzi, per verificarle personalmente bisognava anche dotarsi di mezzi abbastanza sofisticati e, se vogliamo, costosi. Con lui infatti nasce una scienza che non si basa più sul “senso comune”, ma che presume delle cognizioni specialistiche e delle dotazioni tecniche.

Furono proprio le opere di quegli anni che gli procurarono i primi sospetti di eresia da parte dei domenicani (Tommaso Caccini e Nicolò Lorini), i quali lo denunciarono all’Inquisizione, sulla base della motivazione che la Bibbia non può essere smentita: la Terra è ferma e tutto il resto le gira attorno. (11) I matematici gesuiti del Collegio Romano rispondono a una richiesta di chiarimenti da parte del cardinale Bellarmino e gli confermano che nella Via Lattea e nelle “nuvolose del Cancro e delle Pleiadi” vi sono innumerevoli stelle, invisibili a occhio nudo. Confermano anche che Saturno non è tondo come Giove e Marte, ma di figura “ovata e oblunga” (a causa degli anelli, che però ancora non si riusciva a vedere nella loro interezza). Confermate anche le fasi di Venere e la “grande inegualità della Luna”, anche se Cristoforo Clavio (il più autorevole matematico e astronomo gesuita di origine tedesca) sostiene che si tratti di una “diversa densità”. Confermano infine la presenza di quattro satelliti attorno a Giove, che non possono essere stelle fisse.

Galilei risponde a questi attacchi scrivendo, fra il 1613 e il 1615, le cosiddette “quattro lettere copernicane”, fatte circolare privatamente (12), in cui sostiene che i due “libri” scritti da Dio (natura e Scrittura) non possono contraddirsi, e nel caso in cui ciò avvenga (quando p.es. la Scrittura si adatta a un popolo incolto), spetta ai teologi trovare l’autentico significato (simbolico-metaforico) dei passi controversi, che se fossero interpretati alla lettera sarebbero facilmente smentiti dalle osservazioni razionali basate su una strumentazione tecnico-scientifica. Quindi fede e scienza, pur avendo lo stesso fine, devono procedere su binari separati: la Scrittura si occupa di Dio e della salvezza dell’uomo, e i suoi contenuti morali non vengono messi in discussione, ma è evidente ch’essa non può darci risposte esaurienti sulla realtà circostante, in quanto le verità naturali vanno ricercate attraverso mezzi e metodi che non hanno bisogno dell’intervento della Chiesa. “Come andare in cielo” o “come va il cielo” non sono esattamente la stessa cosa, anche se l’obiettivo è lo stesso: salvare l’uomo dalla perdizione e dall’ignoranza.(13) Tra Scritture e Scienza non doveva esserci contraddizione alcuna proprio perché dovevano restare separate, non perché dovevano trovare a tutti i costi un compromesso.

Galilei non sembrava rendersi conto che per la Chiesa romana (di quel tempo) era impossibile fare differenza tra le due tipologie di “cielo”. Ciò in quanto quello fisico-astronomico trovava la sua ragion d’essere, in ultima istanza, in quello metafisico di Aristotele e Tolomeo, ribattezzato in senso cristiano. Inutile dire, come fece a Pietro Dini, che la dottrina copernicana poteva essere o accettata o rifiutata e che non era possibile considerarla valida solo ipoteticamente dopo le osservazioni astronomiche fatte col telescopio. La Chiesa era un’istituzione totalitaria, dotata di un grande potere politico ed economico: non avrebbe mai potuto considerare vero il sistema copernicano, né tenere la scienza separata dalla fede.

Il domenicano Niccolò Lorini, nel 1615, trasmise al prefetto della Congregazione romana dell’Indice la lettera privata spedita da Galilei al Castelli, sperando che la denuncia portasse a una condanna. Ma il prefetto non vide gli estremi per procedere. Lo stesso Galilei spedì la medesima lettera ai gesuiti di Roma e al cardinale Bellarmino. Solo quando il secondo domenicano, Tommaso Caccini, pressato dai professori di filosofia e smanioso di far carriera a Roma, presentò una nuova denuncia, si avviò l’istruttoria. (14) Caccini andò addirittura a Roma offrendosi come testimone contro Galilei. In ciò era sostenuto da tantissimi filosofi peripatetici.

Intanto un teologo napoletano viene in aiuto di Galilei, il carmelitano Paolo Antonio Foscarini, il quale pubblicò una Lettera sopra l’opinione de’ Pittagorici e del Copernico, della mobilità della terra e stabilità del sole, e del nuovo Pittagorico Sistema del Mondo, con cui volle mostrare come la rotazione e la rivoluzione della Terra non contraddicevano le Sacre Scritture, all’ovvia condizione di non interpretare certi passi alla lettera. In ogni caso – diceva – Galilei parlava ex suppositione: di lui si sarebbe potuto accettare tranquillamente, a vantaggio dei calcoli astronomici, che la Terra sia mobile e che il Sole stia fermo, anche se non per questo si doveva intendere quest’ultimo al centro dell’universo. Sosteneva ciò sulla scia del Commento al libro di Giobbe, pubblicato dal teologo agostiniano spagnolo Diego López de Zúñiga a Toledo nel 1584.(15) Fu l’unico autore spagnolo a difendere la teoria eliocentrica in modo pubblico e inequivocabile come espressione della vera configurazione dell’universo.(16)

Nel 1616, per ordine del papa Paolo V, Galilei viene ammonito dal cardinale Bellarmino di non professare in alcun modo il copernicanesimo, anche perché il De Revolutionibus orbium coelestium si era deciso di metterlo all’Indice dei libri proibiti, finché non fosse stato corretto. Erano stati proprio gli scienziati dei Lincei ad affermare che se la teoria eliocentrica fosse stata vera, avrebbe contrastato con il brano dell’Antico Testamento in cui si afferma che il Sole fu “fermato” da Dio per un giorno (Gs 10,12-13). (17) E secondo il Bellarmino (che aveva già mandato al rogo Giordano Bruno) non esistevano prove convincenti che il sistema copernicano fosse da preferire a quello tolemaico, per cui non aveva senso rivedere l’interpretazione letterale data a taluni passi dell’Antico Testamento. Le quattro lettere copernicane non vennero incriminate perché considerate un fatto privato, anche se alcune ampiamente diffuse. Il papa, ostile a tutti gli intellettuali, voleva troncare sul nascere qualunque discussione che in qualche modo potesse essere strumentalizzata dai protestanti.

Dunque Galilei, che per un momento si era illuso che sulle questioni astronomiche la Chiesa non avrebbe fatto una questione di fede, doveva accontentarsi di parlare per ipotesi. Quella che per lui era una delle prove decisive (le fasi di Venere), essendo inspiegabile nel sistema tolemaico, era compatibile anche col sistema misto di Tycho Brahe, che Galilei non prese mai in considerazione. C’è da dire ch’egli attribuiva un’importanza decisiva non alle prove astronomiche, bensì a quelle fisiche e meccaniche riscontrabili sulla Terra. Aveva solo “prove prevalenti”, suscettibili di ulteriori e migliori conferme o di clamorose smentite, non aveva prove “inconfutabili”. Se avesse dato importanza a quelle astronomiche, avrebbe dovuto accettare la traiettoria ellittica dei pianeti elaborata da Keplero. Invece considerava più importante la sua teoria delle maree, su cui scriverà nel 1616 il Discorso sul flusso e reflusso del mare, che però non pubblicò (si limitò a una lettera indirizzata al cardinale Alessandro Orsini). Egli spiegava tale movimento periodico degli oceani con la variazione quotidiana della velocità risultante dalla composizione delle velocità dei due movimenti terrestri, di rivoluzione e di rotazione, che ora si sommano, ora di detraggono. Non si rese conto che l’ampiezza del movimento delle acque marine, dovuto a tale fenomeno, era solo dell’ordine di qualche centimetro. In realtà aveva ragione Keplero quando parlava dell’attrazione lunare: cosa che confermò Newton nel 1686, aggiungendovi anche quella solare. Ma ci vorrà la teoria dinamica di Laplace prima di arrivare a una descrizione esatta dell’effettivo comportamento delle maree oceaniche, benché per l’aspetto predittivo delle maree bisognerà attendere gli studi di William Thomson Kelvin nel 1860.

Anche la spiegazione che Galilei aveva dato dei venti alisei era insufficiente, in quanto la ragione principale stava nell’esistenza di enormi correnti di convenzione, provocate dalla differenza delle temperature tra le regioni polari e quelle equatoriali. Questo per dire che un vero sistema planetario coerente fu dato solo da Newton. Prove incontrovertibili della rivoluzione della Terra attorno al Sole furono trovate solo nel 1838, quando Friedrich Wilhelm Bessel poté calcolare con precisione la parallasse di una stella. E solo verso la metà di quel secolo il pendolo del fisico Foucault, oscillante in un piano fisso, diede la prova decisiva della rotazione quotidiana della Terra.

Galilei si accontentava di tenere separata la fede dalla ragione scientifica. Non voleva che la Chiesa adottasse un sistema astronomico contro un altro, ma che si tenesse fuori dal dibattito. Anche sant’Agostino chiedeva ai cristiani – diceva – di non interessarsi di argomenti scientifici. Sembrava non rendersi conto che nel Seicento il papato aveva da tutelare uno Stato territoriale, del tutto indipendente da altri Stati. Era difficile pensare che la Chiesa, in quel momento storico, in cui il suo potere era sempre più minacciato dal protestantesimo (cosa che porterà di lì a poco alla guerra dei Trent’anni), potesse separare le questioni teologiche da quelle scientifiche.

Il nome di Galilei non compariva nella condanna del libro di Copernico. Stimato da molti ecclesiastici, tra cui il futuro papa Urbano VIII, gli venne soltanto comunicato privatamente di non insegnare come sicura la teoria copernicana e gli fu ingiunto di rimuovere i passi scritturali dalle nuove edizioni del Sidereus Nuncius, che però durante la sua vita, dopo le due edizioni del 1610, non fu più ripubblicato (e comunque il libro venne messo all’Indice).

Il diritto canonico prevedeva tre possibili procedure: la semplice ammonizione, l’ingiunzione formale e l’imputazione seguita dall’arresto. Nel caso di Galilei si scelse la prima, anche se il Commissario generale, il domenicano Michelangelo Seghizzi, aveva preparato un’ingiunzione formale (non firmata da nessuno) che fu allegata successivamente alla pratica, e che fu poi esibita come capo d’accusa nel processo del 1633.

Il Sant’Uffizio non riusciva assolutamente ad accettare l’idea che la Scrittura potesse essere interpretata liberamente e che le competenze del Magistero dovessero ridimensionarsi di molto, come volevano i protestanti col loro principio del “libero esame”. La teoria eliocentrica poteva al massimo essere accettata come ipotesi matematica per interpretare taluni fenomeni, non come una verità sul piano della filosofia naturale: la Terra doveva restare fissa al centro dell’universo e il Sole girarle attorno.

La censura era doppia: teologica e scientifica, ed era tutta basata sul senso comune. Papa Paolo V (1605-21) si augurava che tutta l’opera copernicana venisse giudicata eretica. Furono i cardinali Bonifacio Caetani e Vincenzo Maffeo Barberini (il futuro Urbano VIII) ad opporvisi: per loro, andava considerata “falsa” non “eretica”. (18) Il De revolutionibus venne quindi messo all’Indice solo finché non fosse stato corretto in alcuni suoi passi.

Conseguenza di tale ammonizione fu che Galilei si astenne per sette anni dal difendere la causa copernicana. Nei primi tre si occupò di magnetismo nella misurazione del calore e nella determinazione della longitudine. Fu la comparsa di tre comete, nel 1618, che gli diede occasione di riprendere il tema astronomico. Per lui era impossibile tenersi fuori da questa diatriba, forte del sostegno sul piano scientifico da parte di insigni religiosi.

Uno dei discepoli di Galilei, Mario Guiducci, pubblicò un Discorso delle comete, scritto, in parte, dallo stesso Galilei, in cui si sosteneva, seppur erroneamente, che le comete non fossero oggetti celesti, ma effetti ottici prodotti dalla luce solare su vapori sprigionantisi dalla Terra, con traiettoria rettilinea. Era un attacco contro il padre gesuita Orazio Grassi, professore di matematica del Collegio Romano, secondo cui nel libro Disputatio astronomica de tribus cometis anni MDCXVIII, denso di considerazioni scientifiche datate ed erronee, la cometa era un corpo celeste di natura stellare, ma privo di luce propria, orbitante circolarmente in una traiettoria posta tra la Luna e il Sole. Il modello geo-eliocentrico di riferimento doveva essere quello dell’astronomo danese Tycho Brahe, secondo cui la Terra è posta al centro dell’universo, con gli altri pianeti in orbita invece intorno al Sole.

Grassi replicò con la Libra astronomica ac philosophica del 1619, asserendo che il vero autore del Discorso era Galilei, sicché lo attaccò direttamente per il suo professato copernicanesimo, difendendo il sistema adottato dai gesuiti, quello tyconiano. Alla fine del 1623, dedicandolo al papa Urbano VIII (1623-44), Galilei decise di pubblicare Il Saggiatore (dal nome della bilancia di precisione usata dagli orefici), polemizzando col Grassi e attaccando il sistema tolemaico e quello di Tycho Brahe. Temendo che un movimento non circolare incrinasse il sistema copernicano, egli ribadì che non si trattavano di corpi celesti ma di illusioni ottiche di rifrazione, prodotte dai raggi solari negli strati superiori dell’atmosfera terrestre, al pari dell’arcobaleno e delle aurore boreali. Sbagliò completamente, ma questo errore fu riscattato dai tesori di intelligenza e di acume profusi nel testo, che nel suo insieme si presentava come il manifesto della nuova filosofia difesa dall’Accademia dei Lincei, che ne sostenne le spese editoriali. Viene impostato un metodo scientifico sconosciuto in quell’epoca: si pensi solo alla distinzione tra qualità primarie e secondarie, il primato del metodo matematico per interpretare la natura (quindi l’inutilità della filosofia e della teologia), il collegamento tra sensi ed esperimenti tecnico-scientifici, ecc. L’imprimatur fu concesso dal teologo domenicano Niccolò Riccardi. (19)

Nel 1624 il papa, in udienza privata, discute sull’intenzione di Galilei di poter riparlare di Copernico in un libro dove le due teorie vengono esposte obiettivamente. Il papa, che gli aveva mostrato benevolenza quand’era cardinale, gli chiese di non parteggiare per quella copernicana, ma di presentarla come un’ipotesi matematica. Galilei tornò soddisfatto a Firenze e sino al 1629 è intento a scrivere il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano.(20) La forma dialogica era molto usata nei libri didattici del Cinquecento, in cui parlavano un docente e un discente. Nel suo caso invece vi erano due esperti in gara per conquistare un terzo partecipante, Gianfranco Sagredo (1571-1620), ancora incerto. Un esperto, portavoce di Galilei, era Filippo Salviati (1583-1614); l’altro era Simplicio di Cilicia (commentatore neoplatonico di Aristotele (21)), i cui argomenti sono modellati su quelli di Cesare Cremonini e Ludovico delle Colombe.

Nel frattempo risponde a un attacco che gli era stato rivolto nel 1616 dal teatino Francesco Ingoli, professore di diritto civile e canonico e seguace del sistema di Brahe. I matematici gesuiti del Collegio Romano stabilirono che il libro di Copernico doveva essere emendato seguendo tutte le sue proposte. Keplero l’aveva contestato duramente, sicché anche tutta la propria opera fu messa all’Indice. Nella Lettera a Francesco Ingoli (1624) Galilei espone per la prima volta la teoria della relatività dei movimenti, facendo notare che su una nave che si sposta a velocità costante non si produce alcun effetto meccanico che possa aiutare il passeggero, chiuso nella stiva, a capire se è fermo o in movimento. I corpi, nel loro movimento, partecipano al movimento della Terra, per questo non vi è contraddizione. Ecco perché nessun esperimento può consentire di distinguere due sistemi di riferimento in moto rettilineo uniforme fra loro. Ogni moto può venire descritto solo rispetto a un osservatore, il quale si ritiene fermo in quanto è solidale con il sistema di riferimento che utilizza per le sue misure. Il che porta a dire che ogni osservatore, chiuso all’interno del proprio sistema di riferimento, non può sapere se è in moto o è fermo. Le obiezioni che gli rivolgevano (p.es. quella secondo cui non si riesce ad osservare alcun forte vento costante nel verso della rotazione della Terra, in grado di impedire agli uccelli di volare in senso inverso), non avevano alcun senso per lui. L’Accademia dei Lincei è convinta che Galilei abbia tutte le possibilità per detronizzare Aristotele.

Nell’entourage del papa vi erano prelati favorevoli a Galilei, come mons. Giovanni Ciampoli (suo discepolo a Pisa e principale informatore di quanto succedeva a Roma, nonché principale intercessore per la pubblicazione del Dialogo (22)) e padre Riccardi, maestro del Sacro Palazzo Lateranense, la cui corrispondenza epistolare con Galilei non è mai stata trovata. (23) Era favorevole anche l’ordine dei Chierici regolari minori. Nettamente contrari invece i gesuiti, i quali, peraltro, in quegli anni, spinsero il Sant’Uffizio a inscenare uno spettacolo macabro. Siccome l’arcivescovo di Spalato, Marco Antonio De Dominis, apostata eretico recidivo (24), era morto prima di finire sul rogo, decisero di far bruciare la sua salma insieme ai suoi libri. Nel 1622 ottennero anche la canonizzazione del loro fondatore, Ignazio di Loyola, nonché dell’apostolo delle Indie, Francesco Saverio. Ciò veniva ritenuto sufficiente perché il Collegio Romano rinnovasse gli attacchi contro Galilei e tutti i sostenitori del copernicanesimo.

Nel 1626 padre Orazio Grassi (che si nasconde dietro lo pseudonimo di Lotario Sarsi) fa una denuncia contro Il Saggiatore, non in riferimento a Copernico, ma alla teoria delle sensazioni, che Galileo interpreta col gioco delle “minime particelle”, molto simili agli atomi di Anassagora e Democratico (uno dei tabù principali della teologia cristiana). La teoria corpuscolare o atomistica rendeva impossibile concepire nell’eucaristia la trasformazione degli elementi del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo. Galileo non entra in polemica e la cosa finisce lì.

Un mediocre professore di matematica di Pisa, Scipione Chiaromonte, lo attacca invece sulla questione della rivoluzione annua della Terra attorno al Sole: se questa esistesse, le stelle – secondo lui – dovrebbero apparire spostate sulla sfera delle fisse. Tuttavia Galilei già da tempo aveva detto che la distanza della Terra dalle stelle è talmente grande che l’effetto della parallasse è quasi inosservabile.

Siccome la questione delle maree per Galilei è fondamentale come prova a favore del sistema copernicano, riprende le tesi elaborate nel 1616 e prova a pubblicarle nel 1629. Senonché padre Niccolò Riccardi, pur essendo un entusiasta sostenitore del Saggiatore, viene obbligato da Urbano VIII, al fine di concedere l’imprimatur, a pretendere la modifica del titolo, che diventa Dialogo dove nei congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, proponendo indeterminatamente le ragioni filosofiche e naturali tanto per l’una quanto per l’altra parte. Il papa infatti sapeva bene che con le maree Galilei voleva dare una prova scientifica al valore del sistema copernicano: con un titolo più neutrale si poteva dare l’impressione di considerare la teoria copernicana una semplice ipotesi matematica. Inoltre il Riccardi, sempre spinto dagli ambienti clericali romani, chiede a Galilei di aggiungere una prefazione in cui menziona l’obiezione teologica di Urbano VIII, secondo cui Dio era in grado di creare l’universo in maniera difforme da quello risultante dalle deduzioni razionali. Cioè nessuna teoria scientifica, per quanto empiricamente dimostrata, può mai offrire un sapere certo sulla reale struttura dell’universo, dal momento che non si può mai escludere che taluni movimenti dei corpi celesti, pur giudicati da una teoria scientifica poco spiegabili, potrebbero essere prodotti da Dio in maniera razionale tramite l’azione di cause a noi ignote. Era questo un modo di dire che le scienze esatte e la filosofia naturale non possono mai considerarsi superiori alla teologia.

Galilei acconsente, ma, temendo altri impedimenti insopportabili (l’improvvisa morte del principe Cesi aveva disorganizzato l’Accademia dei Lincei), invece di far stampare il libro a Roma, decide di farlo a Firenze nel 1632, con tutti i permessi necessari ma senza aspettare il placet da Roma. Tuttavia, pur facendo uso di alcune metafore tipiche dell’arte dissimulatoria, lasciandosi andare a un gioco dell’equivoco, abile e sottile, egli fa capire di stare dalla parte del sistema eliocentrico, nonostante trascuri del tutto l’ottima teoria delle orbite ellittiche formulata da Keplero, cui questi giunse dopo aver costruito, in forza delle proprie cognizioni di ottica geometrica, un telescopio ancora più potente. A suo giudizio era venuto il momento di elaborare una sola teoria fisica, valida sia per il mondo terrestre che per quello celeste, visti nel loro insieme. Non rinuncia ovviamente alla sua teoria delle maree, che però risultava erronea, anche perché non teneva in considerazione quella di Keplero, formulata nel 1609, secondo cui le maree erano causate dall’attrazione gravitazionale della Luna. La parte migliore del Dialogo, sul piano fisico, sta nel principio della relatività dei movimenti, nell’idea che il moto è uno stato, come la quiete, e non un processo, come per gli aristotelici, e nella tesi dell’inerzialità dei moti (circolari). Il che lo portava a rifiutare il sistema geocentrico.

I protagonisti principali sono tre, di cui i primi due, amici di Galilei, erano già morti qualche anno prima: Salviati (portavoce di Galilei), Sagredo (che solleva domande intelligenti e che in genere si lascia convincere dai ragionamenti di Salviati) e Simplicio di Cilicia (matematico e astronomo bizantino del VI sec. d.C., commentatore di Euclide e Aristotele), che difende, senza alcun successo, il sistema tolemaico: egli rappresenta lo scienziato-filosofo rinascimentale, ancora legato al principio d’autorità e al rispetto deferente della filosofia scolastica, anche quando questa è in evidente conflitto con i dati empirici.

Nella prima giornata viene dimostrato che la distinzione aristotelica tra regione celeste e regione terrestre (sublunare) va superata. La Terra è parte di un universo avente le medesime caratteristiche essenziali, per cui le idee sul moto (rettilineo, al di sotto della Luna, e circolare, al di sopra) non hanno senso. Nella seconda si confutano le obiezioni contro la rotazione diurna della Terra e si afferma la relatività del moto, che cambia natura rispetto al punto d’osservazione. Il che spiega perché, ammettendo il movimento rotatorio, i gravi cadono lungo la perpendicolare, invece d’essere scagliati lungo la tangente alla superficie terrestre. Nella terza si parla di macchie solari, di stelle nuove, che contraddicono la teoria aristotelica dell’immutabilità dei cieli; si spiega come si muovono i pianeti nel sistema copernicano e che significato ha l’inclinazione dell’asse terrestre. Altri argomenti sono la distanza della Terra dalle stelle fisse, la vastità dell’universo, il magnetismo terrestre ecc. Nella quarta si discute la questione delle maree e dei venti alisei, quelli che in maniera regolare soffiano nell’Atlantico da est a ovest, aggirando l’anticiclone delle Azzorre. La questione delle maree, argomento che per lui doveva essere decisivo per spiegare il moto della Terra, risulta essere sbagliata in quanto impostata male: esse non sono il frutto della combinazione dei due movimenti della Terra. Insomma Galilei aveva chiaramente fatto capire che la scienza tradizionale andava superata. Il successo del Dialogo appare immediato, anche perché l’astronomia copernicana era stata semplificata al massimo: nel 1635 viene tradotto in latino in Olanda.

Pressato però dai domenicani e probabilmente dallo stesso Scheiner, Urbano VIII chiede di togliere il libro dalla circolazione e convoca Galilei a Roma per interrogarlo. Al papa non era piaciuta per nulla l’idea di mettere la frase sull’indipendenza dei decreti divini dalle esigenze della ragione umana in bocca a Simplicio, che non capiva nulla dell’astronomia copernicana. L’opera appariva più perniciosa della dottrina luterana e calvinista!

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Qui possiamo aprire una piccola parentesi. Se nelle preoccupazioni apologetiche del papato si omette la parola “Dio”, che sul piano simbolico altro non voleva dire, in quel momento, che l’universo è più complesso di ciò che possiamo recepire dalla prospettiva terrena, non era completamente sbagliato il discorso teologico. Semmai il problema stava nel fatto che il papato voleva controllare la scienza in quanto scienza, a prescindere dalle conseguenze delle sue scoperte. La posizione della Chiesa non può essere definita, propriamente parlando, “religiosa”, cioè indifferente alla scienza in sé e preoccupata soltanto di tutelare gli aspetti umani rispetto alle possibili conseguenze anti-etiche delle scoperte o invenzioni scientifiche. Semmai questa può essere definita una posizione “totalitaria”, in quanto poneva la teologia, basata su dogmi scientificamente indimostrabili, al di sopra di qualunque scienza umana o scienza esatta, il cui metodo d’indagine non aveva nulla a che fare con quello teologico. In particolare la Chiesa, con una nuova teologia, logico-razionalistica, basata sul superamento dell’agostinismo in nome della riscoperta dell’aristotelismo, pretendeva di dettar legge agli statuti epistemologici di tutte le altre discipline.

Ma non meno “totalitaria” era la posizione galileiana, soprattutto là dove sostiene che l’intelletto umano, quando ragiona matematicamente, è uguale a quello divino, con la sola differenza che Dio possiede le verità tutte intere, mentre l’uomo le ha limitate. La pretesa “totalitaria” non sta tanto nell’aver messo il sapere matematico sullo stesso piano di quello teologico, quanto piuttosto nell’aver astratto il sapere matematico dalle istanze sociali che dovrebbero legittimarlo. Pretendere che la matematica esprima verità assolute che si impongono di per sé, significa avere un atteggiamento feticistico nei confronti di questa disciplina. Per lui la matematica non aveva un semplice valore simbolico di utilità ma aveva un valore epistemologico di verità indiscutibile, che autorizzava lo scienziato a ergersi “giudice” di chi non possedeva gli stessi strumenti. Al massimo la matematica poteva essere contestata in forza di nuovi e più potenti strumenti tecnologici.

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Intanto a livello internazionale imperversava la guerra dei Trent’anni. Il papa temeva che l’accordo tra gli Asburgo di Spagna e dell’Impero avrebbe ridimensionato il potere politico dello Stato della Chiesa. Per questo preferiva appoggiare la politica francese, cercando altresì di staccare dall’Austria il Duca di Baviera; sosteneva anche la neutralità della lega cattolica di Germania, entrando in conflitto con l’imperatore Ferdinando II. Il sacco di Mantova compiuto dalle truppe imperiali lo preoccupò così tanto che assecondò l’intervento francese in Italia nella lotta per Mantova e il Monferrato. Favorì l’alleanza tra gli svedesi di Adolfo, i francesi di Luigi XIII e Massimiliano di Baviera. Per Urbano VIII si trattava di una guerra politica, in cui l’elemento religioso andava considerato del tutto secondario, per cui rifiutava di porsi alla testa di una lega di tutti i cattolici o degli Stati cattolici europei. Non gli interessava difendere degli interessi di tipo dinastico. Nel 1632 gli Imperi cattolici erano stati sconfitti a Lützen in Sassonia dai protestanti guidati da Gustavo II Adolfo di Svevia, che però morì sul campo. (25) Urbano VIII era avversato dal cardinale Borgia, ambasciatore del re spagnolo presso la Santa Sede e membro del Sant’Uffizio. Anche gli Asburgo gli erano ostili, avendo egli espulso da Roma il cardinale Ludovisi perché filoborgiano.

Galilei era convinto che, in ultima istanza, il papa non avrebbe avviato contro di lui una procedura inquisitoriale, in virtù della reciproca stima che li legava. Invece la ragion di stato prevalse. Già settantenne Galilei si presenta davanti al Sant’Uffizio nel febbraio 1633. La commissione, presieduta dal nipote del papa, il cardinale Antonio Barberini, comprende il suo teologo personale, Agostino Oreggi, nettamente antigesuita, padre Zaccharia Pasqualigo, teologo antiseguitico dei Teatini, e padre Melchiorre Inchofer, amico di padre Riccardi, ma gesuita.

Dopo cinque riunioni Galilei viene formalmente accusato di aver infranto il divieto di difendere la teoria copernicana. Non si tratta di un’eresia dottrinale vera e propria, ma di un’infrazione disciplinare a un precetto ecclesiastico. La commissione invia la pratica al Sant’Uffizio, che fa iniziare il processo un mese dopo. Galilei compare tre volte davanti ai giudici. Contesta il documento presente nella pratica, che parla di ingiunzione formale ad abbandonare immediatamente le tesi copernicane, notificata dal cardinale Bellarmino nel 1616, ed esibisce una lettera che lo stesso cardinale gli aveva inviato, nello stesso anno, notificandogli, molto semplicemente, la decisione che allora era stata presa dal Sant’Uffizio, la quale non escludeva ch’egli potesse parlare delle teorie copernicane considerandole come semplici ipotesi. Purtroppo per lui Bellarmino era già morto. Una cosa infatti era considerare la teoria copernicana come una semplice ipotesi matematica, che poteva essere discussa esclusivamente negli ambienti scientifici; un’altra era considerarla eretica: in tal caso Galilei si trovava in una posizione ex-lege. Si pensa che il responsabile di questa falsificazione del documento del Bellarmino sia stata fatta dal gesuita Scheiner.

Il commissario Vincenzo Maculano, domenicano, si reca personalmente da Galilei per un colloquio privato, senza testimoni, in cui lo invita a dichiararsi colpevole, se non vuole peggiorare la sua situazione. In cambio avrà un trattamento di favore. Galilei accetta: aveva capito che lo si voleva colpire indipendentemente dal fatto che aveva ottenuto dall’autorità ecclesiastica la licenza per pubblicare il Dialogo. Sicché compie l’autocritica nel corso della seconda seduta. Il 22 giugno 1633, nell’ultima seduta, il tribunale emette il verdetto di colpevolezza: tre cardinali su dieci si oppongono. In ginocchio, con la mano sui vangeli, l’imputato recita la formula dell’abiura. Il Dialogo è proibito. (26) Galilei è condannato alla carcerazione, che consiste però in un domicilio coatto, prima nel palazzo dell’arcivescovo di Siena, poi nella sua villa ad Arcetri, vicino a Firenze.

La condanna fu annunciata a tutte le grandi potenze europee. Monsignor Giovanni Ciampoli, che aveva favorito la pubblicazione del Dialogo e parteggiava per la fazione borgiana, fu destituito dalla segreteria vaticana e trasferito a governare le città di Norcia, Civitanova Marche e Jesi. Anche padre Orazio Grassi fu rimosso dai suoi incarichi e inviato in esilio a Savona, almeno fino a quando il papa non morì.

Ad Arcetri Galilei scriverà l’ultimo suo importante libro, dedicato al conte François de Noailles, suo allievo a Padova, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica e ai movimenti locali, pubblicato a Leida in Olanda nel 1638, anno in cui stava diventando completamente cieco, a causa del glaucoma o della cataratta. Il libro poté essere pubblicato all’estero grazie al fatto che nel 1636 il conte vide Galilei a Poggibonsi, dove ricevette una copia manoscritta dei suddetti Discorsi: in tal modo si era potuta aggirare la censura ecclesiastica, che cercava di bloccare la circolazione delle sue opere con un divieto generale di pubblicazione. Due parti dei Discorsi furono scritte con la collaborazione di Vincenzo Viviani ed Evangelista Torricelli. Un’altra parte, scritta da quest’ultimo, fu aggiunta al testo nel 1674 a Firenze, a cura di Viviani: Sopra le definizioni delle proporzioni di Euclide. Un’altra ancora, scritta da Galilei e curata da Viviani, fu pubblicata nel 1718: Della forza della percossa. L’opera nel 1639 venne tradotta in francese.

Il testo sulle Due nuove scienze fu epocale, in quanto nessuno aveva mai discusso la struttura della materia appoggiandosi alla matematica e sviluppando una teoria della forza di rottura dei materiali. Fu lui a scoprire che esiste un limite alle dimensioni di ciò che può essere costituito del medesimo materiale e con le medesime proporzioni. Inoltre nessuno prima di lui aveva scoperto la legge dell’accelerazione dei corpi in discesa naturale, né riconosciuta la composizione dei moti indipendenti che permetteva di descrivere le traiettorie dei proiettili.

L’ultima opera fu dettata al figlio, Operazioni astronomiche, nella quale indica agli scienziati la strada da seguire utilizzando il telescopio e il pendolo. Detta infine la lettera Sopra il candore della Luna.

Nel 1634 il cardinale Richelieu in Francia aveva nominato una commissione di scienziati per risolvere il problema della determinazione della longitudine. Galilei aveva già affrontato il problema nel 1616. Il caso volle che proprio in quel momento Ugo Grozio si trovasse a Parigi. Ebbene fu proprio lui che chiese al proprio governo olandese di prendere in considerazione il metodo galileiano di determinazione delle longitudini, il quale consisteva nell’usare Giove come una specie di orologio, coi satelliti in funzione di lancette (anche le eclissi dei satelliti potevano essere usate per determinare la longitudine). Il governo, dopo averlo messo in pratica, volle ringraziare Galilei consegnandogli una catena d’oro, ma l’inquisitore fiorentino impedì che l’inviato olandese potesse incontrare lo scienziato agli arresti domiciliari. (27)

Pochi anni prima di morire, cosa che avverrà nel 1642, assistito prima dalla figlia Virginia (fino al 1634) (28), poi da alcuni discepoli, Torricelli e Viviani (quest’ultimo, che nel 1638 andò a vivere nella casa di Galilei, con la funzione di scrivano, scrisse la prima biografia del suo maestro). Galilei aveva suggerito al figlio Vincenzo (1600-49) di applicare un pendolo agli orologi. Tuttavia l’uso di questo tipo di orologio diverrà consueto solo dopo la pubblicazione dell’Horologium oscillatorium di Christiaan Huygens (29) nel 1673, una delle tre opere più importanti sulla meccanica del XVII sec., insieme ai Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze di Galilei (1638) e ai Philosophiae Naturalis Principia Mathematica di Newton (1687).

Nei suddetti Discorsi il passaggio dal teleologismo metafisico al funzionalismo scientifico è netto. Galilei affronta il problema del movimento dei corpi (uniforme, accelerato e violento) e della loro resistenza alla frattura. Particolarmente interessante è la trattazione dell’argomento del vuoto, che per gli scolastici non poteva esistere, altrimenti si sarebbe venuta a negare l’onnipotenza divina. Invece per Galilei il vuoto è una forza misurabile (p.es. nella pompa pneumatica rispetto a un liquido). Egli afferma che nei corpi solidi deve esserci una struttura atomica, in cui le singole parti, separate da piccole spazi vuoti, sono tenute insieme. Quanto maggiore è il numero di questi spazi, tanto più con forza sono gli elementi che compongono il corpo tenuti insieme. La materia non va definita in rapporto alla forma ma in rapporto alle forze fisiche che la compongono. La meccanica diventa nettamente atomistica. Esistono piccoli e infiniti spazi vuoti intercorpuscolari, come voleva Democrito, il quale era stato oscurato dall’idealismo platonico. Dopo tanti secoli atomismo e matematismo tornavano a unirsi in forma sperimentale. Si pongono le premesse del calcolo infinitesimale. Si intuisce l’estrema complessità della materia. La materia non è più, come nel peripatetismo, la sfera dell’accidentale e dell’irrazionale, ma diventava fine a se stessa, determinata da leggi universali e necessarie, che ne garantiscono la conservazione. Il vuoto del corpo è sottratto a ogni finalismo, viene studiato solo in chiave meccanica e dinamica. Il concetto di forza non esprime più la causa della variazione di posizione dei corpi, ma la causa dell’accelerazione, cioè della variazione di velocità. I corpi si muovono sempre: non c’è un Dio che dà loro una spinta. Il principio di inerzia è fondamentale, come quello di gravità. Galilei aveva fissato nell’ultima sua opera i princìpi fondamentali della dinamica.

Le conseguenze della condanna

Il processo e relativa condanna impressionarono così tanto gli intellettuali cattolici che l’autocensura, fino all’Illuminismo, divenne una costante. Lo stesso Cartesio, dopo aver lavorato assiduamente dal 1632 al 1633 al problema del calore e della luce, offrendo una spiegazione corpuscolare e difendendo l’eliocentrismo, decise di non pubblicare mai Il trattato del mondo e della luce.

Quanto a Torricelli (1608-47), successore di Galilei come matematico del Granduca di Toscana, rinunciò al titolo di “filosofo”. L’Accademia del Cimento, ove egli esibiva i propri esperimenti di fisica, fu fatta chiudere dal papato nel 1667. I Medici non riusciranno neppure a costruire un mausoleo ove ospitare le spoglie di Galilei: il veto fu tolto dall’Inquisizione solo nel 1734. I gesuiti infatti continuarono ad attaccare Galilei, Gassendi e Cartesio per molto tempo, soprattutto perché gli scienziati si stavano concentrando su altri argomenti non meno spinosi per la teologia cattolica a sfondo aristotelico, come p.es. l’esistenza del vuoto, la natura della luce, le teorie corpuscolari…

La biografia di Galilei, scritta dal Viviani, poté essere resa pubblica solo nel 1717, anche se il suo Dialogo sopra i due massimi sistemi poté essere ristampato nel 1710. Per tutto il XVIII sec. il caso Galileo fu sfruttato dai filosofi e dagli scienziati anticlericali contro il papato, al punto che con Benedetto XIV si provvide, nel 1753-7, a riformare la Congregazione dell’Indice. La prima decisione fu quella di abrogare il decreto del 1616 che metteva all’Indice le opere che sostenevano le tesi copernicane. D’altra parte le critiche provenienti dagli intellettuali francesi dell’Enciclopedia e persino del gallicanesimo erano molto forti. Ci si vantava che la Francia non pensava affatto che la Chiesa fosse infallibile e si sosteneva che il sistema copernicano poteva essere accettato senza alcun timore. Tuttavia, quando la teoria di Newton veniva insegnata nelle Università cattoliche, si evitava di usare la parola “teoria” e, per non essere licenziati, si usava la parola “ipotesi”.

La Congregazione per la Dottrina della fede (ex Sant’Uffizio) si pronunciò nel 1820 a favore della compatibilità della fede cattolica col sistema eliocentrico, sicché negli anni 1822-23 il papa Pio VII autorizzò la pubblicazione degli Elementi di ottica e di astronomia di Giuseppe Settele, un professore canonico dell’Archiginnasio romano favorevole all’eliocentrismo come teoria, non solo come ipotesi. Il papato però non affermò affatto di aver sbagliato nel condannare Galilei, anche se nel 1846 tutte le opere di Copernico vennero tolte dall’Indice. Si disse che la condanna era stata puramente disciplinare e che non ci fu mai, da parte della Chiesa, un pronunciamento di tipo dottrinale sull’eliocentrismo. Il cardinale Bellarmino, nel 1625, disse che se si fossero potute fornire delle prove scientifiche della rotazione terrestre attorno al Sole, si sarebbe dovuto ammettere di non essere capaci di leggere la Scrittura, piuttosto che affermare che in essa vi fosse qualcosa di contrario a quanto scientificamente dimostrato. (30) Curioso che un prelato si sentisse autorizzato a pretendere questo da parte di uno scienziato, quando di nessuna verità di fede la Chiesa può pretendere di dimostrare alcunché. In ogni caso solo nel 1882, sotto Pio VII, la Congregazione del Sant’Uffizio tolse le sue opere dall’Indice.

Nel 1963 molti scienziati cattolici chiesero di riabilitare Galilei. L’enciclica Gaudium et spes, del Concilio Vaticano II, ammetteva la legittima autonomia della scienza, la quale però non poteva non riconoscere che l’attività umana resta sempre corrotta dal peccato.

Nel 1968 il cardinale Franz König auspicava una riabilitazione ufficiale di Galilei. I teologi cattolici cominciavano a ritenere che la diatriba tra Galilei e la Chiesa fosse dovuta a malintesi, equivoci, al carattere polemico dello scienziato fiorentino, che non conosceva la prudenza di Copernico e di Tycho Brahe. Cioè, dati i tempi maturi, se Galilei avesse agito con più accortezza, la stessa Chiesa avrebbe condiviso l’idea di concedere più spazio di manovra alla scienza. Lo si accusava persino di essersi voluto dare, a bella posta, l’aureola del martire. Si disse che in fondo il suo metodo d’indagine non era molto diverso da quello aristotelico, pur beneficiando del telescopio e che egli semmai ce l’aveva coi professori peripatetici, che avevano atrofizzato il pensiero dello Stagirita, tant’è che proprio i docenti gesuiti presenti al Collegio Romano (negli anni 1589-91) lo sostennero nelle proprie ricerche. Si sostenne, per sminuire il valore della sua opera, che il suo contributo più grande lo diede alla meccanica, non alla matematica e neppure all’astronomia, salvo le scoperte ottiche fatte col telescopio.

Al Concilio Vaticano I ci si limitò a riconoscere alla scienza un tipo di autonomia molto relativa, poiché si escludeva ch’essa potesse trovarsi in contraddizione con l’etica cattolica. Nel 1893, con l’enciclica Providentissimus Deus, il papa Leone XIII, aperto alle idee liberali, riconosce che alla scienza non si può negare un’autonomia d’indagine, a condizione però ch’essa non superi i propri limiti, cioè non si avventuri a fare affermazioni contro la fede, nel qual caso sarà compito della Chiesa vagliarle. Di qui la convinzione che è solo la Chiesa che può stabilire quando il Dio che parla attraverso la Natura e la Scrittura non si contraddice.

Con questo papa progressista la Chiesa cattolica prendeva atto che lo sviluppo capitalistico della società era un processo irreversibile, al massimo regolamentabile sul piano etico-religioso (coi politici di area cattolica), ma non ostacolabile dalla Chiesa sul piano politico ed economico. L’intervento del papato sullo sviluppo delle scienze non sarebbe più avvenuto ex-ante ma solo ex-post, e solo qualora si fossero verificate delle conseguenze palesemente nocive agli interessi della religione o dell’umanità.

Con l’enciclica Divino afflante Spiritu, del 1943, Pio XII, condizionato dal grande sviluppo dell’esegesi protestante, arrivò ad ammettere che nella Bibbia esistono generi letterari differenti che necessitano di differenti interpretazioni. Ci vollero insomma 400 anni prima di capire che le interpretazioni letterali, in un testo come la Bibbia, sono in molti casi del tutto fuori luogo. Il papato arrivò a una conclusione così ovvia in un momento in cui l’esegesi laica aveva già esteso la necessità di rinunciare a un’interpretazione letterale persino per molti passi del Nuovo Testamento.

Anche al Concilio Vaticano II si ribadisce che la ricerca è “scientifica” solo nella misura in cui non si oppone alla fede. Le verità religiose non possono mai essere contestate. La Chiesa resta infallibile (anzitutto nella persona del pontefice), i dogmi sono eterni, e la scienza è vera solo quando conserva le cose “religiose” così come sono sempre state. Si dice questo senza neppure voler ammettere che persino nei rapporti tra Chiesa ortodossa e Chiesa romana le diversità teologiche e dogmatiche sono enormi.

In realtà il discorso galileiano sul metodo è del tutto contrario al razionalismo astratto o metafisico dei peripatetici scolastici, poiché la fisica di cui questi ultimi dispongono, essendo una semplice filosofia della natura, manca di fecondità, di progressività sul terreno della conoscenza. Della fisica, infatti, si trascura l’esperienza laboratoriale e, nello stesso tempo, viene tacitamente presupposta come vera quella biologica, quella dei sensi, la cui verità è per lo più ingannevole senza l’uso della ragione e della strumentazione tecnologica. A Galilei non interessavano minimamente i paralogismi della logica aprioristica degli scolastici, né la metafisica coi suoi “perché ultimi”, né la classificazione platonica dei generi empirici, né la matematica platonica fine a se stessa. Tutto questo per lui era solo scienza deduttiva, formalmente sillogistica, basata su un metodo espositivo dogmatico. A lui interessava soltanto dar ragione ai fenomeni, usando una strumentazione ad hoc, cioè il “come” sono fatti, come funzionano.

A suo giudizio non era affatto vero che, data per certa una ipotesi o causa, si producono necessariamente determinati effetti. L’ipotesi è vera solo se i fatti avvengono in maniera meccanica. Sono i fatti sperimentali che “provano” la ragione, negando la verità di altri fatti. Un’affermazione è vera solo se è sperimentalmente verificabile. Il suo fondamentale interesse ruotava attorno alle forze calcolabili e ai corpi misurabili.

La riabilitazione ufficiale avverrà soltanto sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, nel 1992, dopo 359 anni, anche se l’intenzione di Wojtyła di rivedere il processo risaliva al 1979. Si ammise che la condanna fu ingiusta, ma si ribadì anche che Galilei non aveva prove scientifiche sufficienti a permettere l’approvazione delle sue tesi da parte della Chiesa.

Galilei privato

Galilei intrecciò a Padova una relazione alla fine del Cinquecento con Marina Gamba (1570-1612), conosciuta a Venezia e che convisse per molti anni con lui. Dalla relazione nacquero tre figli: Virginia (1600-34), Livia Antonia (1601) e Vincenzio Andrea (1606), dei quali solo quest’ultimo, nel 1619, su richiesta esplicita del Granduca di Toscana, fu riconosciuto legittimo dal padre, assicurandogli così i diritti esclusivi ereditari, benché egli si prendesse cura della convivente e dei figli come appartenenti alla propria famiglia. (31)

In occasione del trasferimento a Firenze nel 1610 Galilei lasciò a Padova la Gamba e il figlio Vincenzio, ancora bisognoso di cure materne (poi, dopo la morte di lei, a una tale Marina Bartoluzzi), mentre affidò la figlia Livia alla nonna paterna, Giulia Ammannati, con cui già conviveva l’altra figlia Virginia. In seguito, resasi difficile la convivenza delle due bambine con la nonna, Galileo fece entrare le figlie nel convento di San Matteo d’Arcetri (Firenze), nel 1613, forzandole a prendere i voti non appena compiuti i rituali sedici anni: Virginia assunse il nome di suor Maria Celeste, e Livia quello di suor Arcangela. Mentre la prima si rassegnò alla sua condizione e rimase in costante contatto epistolare col padre, Livia non accettò mai l’imposizione paterna e soffrì d’isterismo.

Egli in sostanza le aveva chiuse in convento perché, non essendosi sposato legalmente con la Gamba, risultavano illegittime; inoltre a suo carico, se le avesse sposate, sarebbe stata una dote cospicua. Cioè in sostanza preferì una monacazione coatta a un matrimonio non prestigioso. D’altra parte Galilei aveva già offerto una dote generosa a due sorelle, ed ebbe rapporti economici a lui molto sfavorevoli con l’altro fratello Michelangelo (1575-1631), che, pur essendo un quotato compositore e liutista in Baviera e in Polonia, si trovava in gravi difficoltà finanziarie coi suoi otto figli, al punto che glieli spedì a Firenze. Ecco perché Galilei era sempre costretto a dare lezioni private, a chiedere anticipi sullo stipendio e prestiti a Giovanfrancesco Sagredo, un gentiluomo veneziano, che da allievo divenne un suo caro amico. (32)

Scoperte

Galileo Galilei col telescopio è convinto di fornire prove scientifiche alle ipotesi copernicane, che diventano una teoria astronomica e non solo un modello ipotetico matematico da usarsi per semplificare il calcolo delle orbite. Tuttavia a quel tempo molti astronomi ritengono che gli astri da lui scoperti altro non siano che pseudo-immagini create dallo stesso telescopio (le cosiddette “aberrazioni ottiche”).

Grazie al telescopio scopre un numero di stelle almeno dieci volte superiore a quelle che si vedono a occhio nudo, e si accorge che non sono affatto sullo stesso piano, come voleva il cielo aristotelico delle stelle fisse. L’universo però, per Galilei, non è ancora infinito, come invece lo è, sul piano filosofico, per Cusano (33) e Bruno, e come sarà per Newton in campo astronomico, anche se Galilei tende a superare la visione antropocentrica e l’interpretazione teleologica del cosmo.

Scopre anche che la superficie della Luna è irregolare come quella della Terra, contro l’idea aristotelica di una perfezione (immutabilità) del mondo celeste dovuto alla sostanza dell’etere, materia perfetta e incorruttibile…, e che però non esiste. Tutti i corpi celesti non sono materialmente diversi da quelli terrestri (persino il Sole ha delle macchie mobili).(34)

Scopre anche le fasi di Venere, dovute al fatto che il pianeta gira attorno al Sole, e che Giove ha quattro satelliti che gli girano attorno, come se fosse un sistema solare in miniatura (contro la teoria delle sfere cristalline).

Individua il principio d’inerzia dei corpi o di conservazione del movimento. Il moto, una volta impresso, appartiene al corpo (cioè non è determinato dal motore immobile) e si conserva finché non intervengono cause contrarie. Fa l’esempio del sasso lanciato dalla cima di un albero di una nave che si muove sull’oceano verso est. Il sasso cadrà ai piedi dell’albero e non spostato verso ovest, proprio perché viaggia alla stessa velocità della nave. In altre parole, se la Terra ha un moto rotatorio su di sé, tutti i suoi corpi si muovono con essa. Come sulla nave in moto a velocità costante non è possibile riconoscere dalla caduta di un corpo se essa è in movimento o ferma, così è per la Terra. Insomma all’interno di un sistema non è possibile decidere se il sistema è in quiete o in moto uniforme, proprio perché tutte le parti del sistema si muovono. Persino nel vuoto i corpi cadono con la stessa velocità, cioè non cadono a seconda del loro peso quando manca l’aria.

Per misurare la caduta dei gravi inventa un orologio ad acqua molto preciso, al 10º di secondo, e realizza un piano inclinato perfettamente levigato e con sfere molto lisce. Vuole astrarre dall’attrito, cioè dalle variabili che potrebbero influenzare l’accelerazione. Mentre per Aristotele i corpi cadono con una proporzionalità diretta col proprio peso, per Galilei invece il peso, nel vuoto, non c’entra niente con la velocità di caduta dei gravi, in quanto tutti i pesi cadono con la stessa velocità, proporzionale non al peso ma al tempo trascorso da quando il moto è iniziato.

Tuttavia l’osservazione pura e semplice non dà mai ragione a Galilei. D’altronde a lui non interessa l’osservazione casuale, spontanea, istintiva, ma quella controllata in situazioni particolari: a lui interessa un’osservazione ideale, in cui si elimina ciò che disturba, per poter studiare il fenomeno in condizioni di purezza. In altre parole gli interessa l’esperimento, ossia un’esperienza fatta in una situazione misurabile: in particolare egli vuole calcolare la velocità in un determinato tempo. Ad Aristotele interessavano i dati qualitativi – i corpi pesanti vanno verso il basso e ci sono corpi che vanno più velocemente, altri più lentamente –, ma non gli interessavano i dati quantitativi (p.es. quanto ci mette a cadere un oggetto), proprio perché non aveva mezzi adeguati per fare misurazioni complesse e non aveva tali mezzi perché non gli interessava averli. Tuttavia l’esperienza come la vorrebbe Galilei non esiste mai in natura: ecco perché, p. es., fu costretto a escogitare un particolare piano inclinato, calcolando i tempi di caduta di alcune palle di bronzo di peso diverso con un orologio ad acqua di sua invenzione.

Metodo teorico

Vediamo, sinteticamente, gli elementi fondamentali della metodologia scientifica di Galilei.

1. Alle intuizioni del senso comune, a ciò che i sensi riescono a percepire istintivamente preferisce l’osservazione basata sull’esperimento, con l’ausilio di una tecnologia costruita ad hoc (bilancia idrostatica, telescopio, piano inclinato, pendolo, compasso proporzionale, termoscopio, pompa idraulica, elioscopio, micrometro, bilancetta). Ovviamente la ricerca parte sempre dall’osservazione empirica di ciò che si vede (in questo è aristotelico, non platonico), ma a lui interessa sapere come quel che si vede si presti a misurazione e possa essere tradotto in rapporti numerici (in questo è pitagorico-euclideo). Osservare non vuol dire abbandonarsi alle sensazioni, ma essere dubbiosi e quindi selettivi: una buona raccolta di dati rende possibile formulare un’ipotesi o una domanda sulla natura di quel che si è osservato. Cioè dall’osservazione di un fenomeno naturale egli pone una prima ipotesi e da questa fa una serie di previsioni (fin qui il procedimento è matematico-deduttivo). Perché poi la natura risponda alla domanda iniziale in modo univoco e decisivo bisogna costruire condizioni artificiali che consentano l’osservazione scrupolosa del fenomeno (in laboratorio) e la prova sperimentale in forma pura, univoca. Nel predisporre condizioni artificiali per l’osservazione e l’esperimento, Galilei usa tutta la sua straordinaria abilità manuale e tecnica. L’esperimento risponde alla domanda formulata alla natura, confermando o meno l’ipotesi. Non basta il procedimento matematico-deduttivo dei Greci: ci vuole il controllo sperimentale delle previsioni al fine di avere una conferma delle ipotesi. Il fenomeno viene scomposto nei suoi elementi semplici o individuali, oppure vengono create delle condizioni artificiali in cui può manifestarsi diversamente. Non vi è solo la registrazione dei fatti o la raccolta dei dati (come in Aristotele e, se vogliamo, anche in Bacone). Quindi alla deduzione logica (quella formatasi da Parmenide sino alla Scolastica) Galilei preferisce l’induzione sperimentale, perché è solo questa che alla fine, dopo aver ricomposto in chiave sintetica gli elementi separati, permette di trarre dall’ipotesi verificata l’elaborazione di una legge scientifica. Le leggi scientifiche hanno senso per gruppi ben precisi di fenomeni, che siano osservabili anche in futuro. Si progettano modelli che obbligano la natura a dirci in modo esplicito se essa obbedisce o no all’ipotesi formulata in partenza. Cioè si dà per scontato che la natura, presa in sé e per sé, non sia sufficiente alla formazione e allo sviluppo dell’identità umana. È l’esperimento di laboratorio, cosa del tutto artificiale, e non la natura che ci dice la verità delle cose (che è sempre una verità calcolabile). Nessuno prima di Galilei aveva avuto una consapevolezza metodologica (epistemologica) così chiara nel definire il nuovo procedimento scientifico. Qui non è tanto la matematica in sé che si sostituisce alla teologia, ma è la scienza sperimentale che lo fa, che è una matematica applicata a una strumentazione tecnologica appositamente costruita. La stessa matematica, grazie a questo particolare utilizzo, subirà rilevanti progressi: geometria analitica, analisi infinitesimale, calcolo delle probabilità, ecc.

2. Quando i filosofi peripatetici e i teologi scolastici insorgevano contro Galilei, si basavano sulla distinzione aristotelico-tomistica di “ipotesi” e “realtà”. Per loro era fondamentale la dimostrazione secondo cui verum scire est scire per causas, cioè un principio si dimostra vero solo risalendo a un altro superiore, finché più in alto non si può più andare. Alle cause materiali, formali, efficienti e finali di Aristotele la Scolastica non aveva fatto altro che aggiungere che la causa prima della dimostrazione cosmologica coincide con Dio. Invece una dimostrazione che spiega la causa con gli effetti era, per loro, soltanto “ipotetica”: le conseguenze non verificano i princìpi, poiché si può sempre supporre che vi siano princìpi sconosciuti. Non avendo una tecnologia adeguata, si sentivano come schiacciati dalla vastità della natura. La rivoluzione scientifica del Seicento invece si concentrò quasi esclusivamente sui concetti di causa materiale e di causa efficiente: in particolare quest’ultima venne fatta coincidere col concetto di legge o connessione causale, dove il rapporto causa-effetto è rappresentato da grandezze misurabili matematicamente. In tale maniera veniva esclusa la causa formale, intesa come “essenza” o “qualità”, ritenendola priva di risvolti oggettivamente significativi per lo studio della natura; e anche la causa finale veniva ridotta a qualcosa di tangibile, priva di qualunque valenza metafisica.(35) D’altra parte secondo questi scienziati moderni anche l’astronomia tolemaica si basava su supposizioni, non esistendo, per essa, una prova dei fatti che non andasse oltre la capacità dei sensi, i quali però possono essere ingannevoli. In tali condizioni, che peraltro riflettevano una società basata sulla servitù economica del contadino e non sulla libertà giuridica del borghese, una qualunque scienza sperimentale, basata su una tecnologia avanzata, non avrebbe potuto esistere. E la Chiesa non avrebbe fatto nulla per favorirla, potendo così continuare a far credere nell’indimostrabilità dei dogmi religiosi. Per la cultura medievale solo la teologia o una filosofia che svolgesse un compito ad essa sussidiario (p.es. in campo logico), potevano decidere che cosa fosse vero o falso. Ecco perché gli scienziati moderni dovevano combattere un sapere fondamentalmente precostituito: il che non voleva dire non logico o non sperimentabile, ma soltanto privo di una strumentazione tecnologica che mostrasse la validità della matematica. I piani cognitivi e sperimentali erano completamente diversi.

3. Galilei è favorevole alla stretta unità di fisica, matematica e astronomia, ma non ama la matematica astratta (come quella platonica), preferendo di gran lunga la fisica, di cui soprattutto la sezione della meccanica. Inoltre tutte le scienze esatte (sperimentali o no) andavano, secondo lui, considerati indipendenti da teologia e filosofia; anzi nelle questioni “naturali”, queste dovevano dipendere dalla fisica e dalla matematica applicata. Infatti per lui nessuna autorità (teologica, filosofica o scientifica) ha valore di per sé, ma solo se dimostra sperimentalmente la verità delle proprie tesi (Aristotele, p.es., ha sbagliato sul geocentrismo, sugli astri incorruttibili, sull’idea che il moto finisce quando finisce la causa che l’ha generato, ecc.). Anche la Bibbia non si sottrae a questo limite: essa è solo un testo religioso, che offre un insegnamento morale; di scientifico non ha nulla, per cui quanto dice sulla natura non va preso alla lettera, anche perché si rivolge a uomini di un determinato periodo storico, privi di conoscenze scientifiche. Se la teologia o la filosofia vogliono pretendere delle verità, non devono intromettersi nella ricerca scientifica.

4. La nuova fisica si basa sull’idea, di origine pitagorica, che l’universo sia scritto in caratteri matematici e che la ricerca scientifica debba, necessariamente, passare per la misurazione dei fenomeni. La scienza deve basarsi sui sensi e sulla ragione, ma soprattutto sugli esperimenti che devono dimostrare la validità delle ipotesi di partenza. Essa analizza le qualità primarie (oggettive), mentre quelle secondarie (colori, sapori, odori, suoni) derivano dei sensi (soggettivi) e non sono oggetto di scienza (p.es. nell’analisi del calore si prendono in esame solo la dilatazione e la pressione). In ciò Galilei si avvale della distinzione democritea fra gli aspetti misurabili della realtà (forma geometrica, dimensioni e movimento) e gli aspetti percepibili solo attraverso i sensi e non misurabili. Ecco perché ritiene del tutto irrilevante conoscere la causa ultima dei fenomeni (quella metafisica). Egli nega che l’esistenza dei fini nelle cose e nel mondo sia alla portata della scienza, la quale deve limitarsi a misurare grandezze e a cercare relazioni costanti tra variabili. Il mondo fisico va visto come una macchina, sulla scia di Democrito. La ricerca della vera essenza delle cose (che ancora affascina Bacone), per lui non appartiene alla nuova scienza fisica. In particolare l’inerzia dei corpi (moto rettilineo uniforme e costante) e la gravità universale spiegano, secondo lui, tutti i fenomeni fisici. Ritiene però che il moto perfetto sia quello circolare e rifiuta quello ellittico dei pianeti, come voleva Keplero. Inoltre, anche se non arriva ad accettare l’infinità dell’universo (come Cusano e Bruno), pone comunque le premesse per il superamento dell’antropocentrismo di marca religiosa. D’altra parte l’universo illimitato nello spazio e nel tempo, come voleva Bruno, era un’idea ateistica agli antipodi dell’universo creato dalla teologia cristiana.

Tesi teologiche

Le tesi di Galilei in merito al rapporto fede/scienza vengono trattate nelle lettere private, indirizzate a personaggi di rilievo, e si riducono a pochi elementi fondamentali. Egli era convinto che, essendo idee personali e non ufficiali, la Chiesa avrebbe avuto meno motivi a perseguirlo per le sue posizioni scientifiche. In questo sbagliava, in quanto per il papato, nei casi di eresia, non aveva senso distinguere il pubblico dal privato. Inoltre egli era convinto che le verità scientifiche, non riguardando minimamente la morale religiosa, non avrebbero avuto conseguenze sulle idee teologiche. Ma anche su questo sbagliava, proprio perché la Chiesa romana era una struttura totalizzante sul piano ideologico, per cui le sue verità dogmatiche si ponevano anche sul piano scientifico.

1. Natura e Scrittura parlano per bocca di Dio, la prima in maniera oggettiva, secondo leggi necessarie, che non dipendono dalla volontà umana, la seconda per opera dello Spirito Santo, soggetta a interpretazioni umane. Le loro rispettive verità non possono contraddirsi, ma i linguaggi che usano sono diversi: per la prima occorre quello matematico, che si rivolge a persone competenti; per la seconda, essendo il target di riferimento più popolare, si utilizzano metafore, allegorie, simboli di varia natura, che se interpretati sempre alla lettera possono risultare incompatibili con le verità scientifiche. Si tratta, quindi, da parte dei teologi, di saper distinguere l’interpretazione letterale da quella simbolica. In ogni caso è bene ricordare che su medesimi passi biblici non sempre i Padri della Chiesa davano interpretazioni concordi. Nelle questioni che riguardano la natura e che non coinvolgono la fede o la morale, non ci si può ovviamente rifare ai Padri della Chiesa, che unanimemente tenevano separata la fede dalla scienza. In pratica stava dicendo che l’unico linguaggio che andava preso alla lettera era quello matematico-fisico, da lui considerato l’unico oggettivo, i cui contenuti possono essere dimostrati. Il linguaggio religioso veniva retrocesso a linguaggio simbolico-metaforico, non dimostrabile, quindi potenzialmente falso sul piano scientifico. La verità di questo linguaggio dipende dall’interpretazione che si dà di determinati oggetti, eventi, fenomeni, e non può porsi in contraddizione con una verità scientifica, la quale, nell’ambito della verità materiale delle cose, ha un primato oggettivo incontestabile. Galilei stava chiedendo ai teologi di limitarsi a fare teologia e di non interessarsi di tutto il resto, poiché non avevano gli strumenti per dimostrare la verità di ciò che sostenevano. Alle loro idee si poteva credere solo per fede, non secondo ragione. Queste posizioni erano avanzatissime per l’epoca, di gran lunga superiori a quelle della riforma protestante.

2. Molto significativa è la prima delle quattro “Lettere copernicane”, quella indirizzata a don Benedetto Castelli (1613), il più anziano dei discepoli galileiani, che allora teneva cattedra nell’Università pisana. Fu scritta in una settimana, secondo le regole dell’oratoria. Ruota attorno al passo del libro di Giosuè (10,12-14), sempre citato a favore del geocentrismo tolemaico. Galilei parte dal presupposto che secondo la Chiesa la Scrittura non può mentire o sbagliare. Egli conferma tale presupposto, ma aggiunge che a volte possono sbagliare i teologi nell’interpretare certi passi. Sembra non rendersi conto che per la Chiesa romana, dopo 1600 anni di “esegesi biblica”, era impossibile che i teologi si fossero sbagliati nell’interpretare un qualunque passo della Bibbia. In ogni caso per essa non poteva certo essere uno scienziato a spiegare a un teologo come un determinato passo della Bibbia andasse interpretato correttamente. Tuttavia Galilei ha la pretesa di farlo, e concentra la sua attenzione sul fatto che non tutto della Bibbia (qui dà per scontato che ci si riferisca all’Antico Testamento) può essere interpretato in maniera letterale. Non fa però esempi al riguardo. Si limita semplicemente a dire che se ci si basasse sul “nudo senso delle parole”, sarebbe necessario dare a Dio “piedi e mani e occhi”, nonché passioni terrene come “ira, pentimento, odio, dimenticanza delle cose passate e ignoranza di quelle future”. Il che porterebbe a bestemmiare il suo nome. Si noti che Galilei ha qui una concezione di Dio totalmente priva di personalità, come se fosse un’entità imperturbabile, simile al motore immobile di Aristotele (un’immagine, questa, non molto diversa da quella spinoziana). Sicché per Galilei, quando certi passi biblici sono in contrasto con la verità scientifica delle cose, il motivo sta nel fatto che il redattore ha dovuto adattarsi alle capacità limitate della gente comune, spesso del tutto illetterata. Ecco perché il teologo deve sapere andare oltre il significato letterale delle parole, puntando l’attenzione su quello simbolico. In pratica stava dicendo che l’Antico Testamento era stato scritto, “in molti luoghi”, per una plebe ignorante, priva degli strumenti necessari per capire la verità delle cose. Quindi nelle “dispute naturali” (scientifiche) sulle leggi della natura, alla Bibbia dovrebbe essere riservato l’ultimo posto. Questo perché, se si vuole considerare la natura come “opera di Dio”, obbediente alle leggi da lui stabilite, allora bisogna precisare che tali leggi sono assolutamente necessarie. La natura, a differenza della Scrittura, non deve tener conto delle capacità di comprensione degli uomini; essa segue una propria logica rigorosa e immutabile. Sicché i fenomeni naturali – che la “sensata esperienza” e le “necessarie dimostrazioni” (gli esperimenti laboratoriali con strumenti tecnico-scientifici) ci rivelano – non possono essere messi in dubbio a causa di ciò che si legge nella Scrittura, meno che mai quando questa viene interpretata in maniera letterale. Galilei stava in sostanza dicendo che nell’interpretazione dei fenomeni naturali occorrono strumenti del tutto sconosciuti alla teologia cristiana e alla filosofia neoaristotelica, per cui quando la matematica (applicata alla fisica e all’astronomia) arriva a scoprire determinate leggi naturali, che risultano incompatibili con talune situazioni o fenomeni descritti nella Bibbia, è compito del teologo rivedere il significato delle parole, andando oltre quello letterale. Galilei non stava proponendo il modo giusto d’interpretare il famoso passo del libro di Giosuè. Si era semplicemente limitato a dire che non possono esserci due verità opposte, per il principio aristotelico di non-contraddizione. Quando ne viene trovata una sul piano scientifico, è l’interpretazione teologica che, eventualmente, va modificata. La teologia (e la filosofia religiosa) non possono interferire sulle dimostrazioni scientifiche della matematica.

3. Cosa c’è che non va in queste tesi teologiche e scientifiche? Anzitutto l’idea che la natura sia incomprensibile senza una conoscenza della matematica. Questa idea è del tutto intellettualistica e individualistica, proveniente dalla cultura borghese. La correttezza della comprensione della natura è in realtà data da una saggezza ancestrale che si trasmette, per lo più oralmente, attraverso le generazioni. L’importante non è sapere come funzionano tutte le leggi della natura, ma come è possibile vivere un rapporto equilibrato, ecologico con quelle leggi che permettono al genere umano di esistere. E questo è possibile anche senza sapere nulla di matematica.

In secondo luogo non è vero che una scoperta scientifica possa essere fatta senza tener conto del valore dell’etica, cioè senza pensare alle conseguenze ch’essa può avere sulla collettività di appartenenza dello scienziato. È sbagliato separare la scienza dalla morale, o considerare la ricerca separata dalle valutazioni etiche. Il che non vuol dire che la teologia cattolica avesse ragione sull’esigenza di fare sperimentazioni scientifiche. Quella teologia rifletteva interessi aristocratici che si contrapponevano a interessi borghesi che si esprimevano sul piano matematico, fisico, meccanico, ottico, astronomico, anche se la teologia scolastica era venuta incontro a istanze sempre più borghesi, quelle tipiche dei primi Comuni italiani. Era uno scontro ideologico che di per sé non poteva aver nulla di veramente democratico: al massimo poteva raffigurarsi come uno scontro tra la piccola borghesia comunale, che si limitava ai mercati locali, e la grande borghesia dedita ai traffici colonialistici al di là degli oceani.

In terzo luogo appare evidente che Galilei, pur non potendo mettere in discussione, neppure in una lettera privata, il valore della teologia cattolica ai fini della salvezza personale, pretende assoluta autonomia nella conduzione delle proprie ricerche scientifiche, che considera di molto superiori a qualunque speculazione teologica o filosofica. Anzi per lui la nuova filosofia (meccanicistica) deve considerarsi del tutto dipendente dalla teologia scolastica e dalla filosofia peripatetica.

In definitiva bisogna dire che sono quattro secoli che la civiltà borghese è basata su questi presupposti. Il fatto che oggi la scienza proceda in maniera del tutto autonoma da qualunque considerazione etica, al punto che l’etica viene chiamata in causa solo dopo aver visto gli effetti deleteri causati dalla scienza, non va attribuito alla totale emarginazione della teologia (e della filosofia religiosa) dallo scibile della moderna conoscenza umana, ma al fatto che alla civiltà borghese non si è riusciti a trovare una valida alternativa. Non c’era bisogno di contestare la Chiesa partendo dall’astronomia. Essa andava superata sul piano politico, come istituzione che teneva sottomesse le masse contadine agli interessi della classe nobiliare. Nell’ambito cattolico (Copernico e Galilei) si era compiuta una rivoluzione scientifica, cioè un fenomeno intellettuale, proprio perché non si era stati capaci di compiere una rivoluzione popolare sul piano politico. D’altra parte anche Brahe, Keplero e Newton rappresentavano soltanto una mezza rivoluzione, quella protestantica, che, per quanto avesse un contenuto politico più eversivo, non era riuscita a risolvere il problema dello sfruttamento economico, ma soltanto a trasformare l’oggetto di tale sfruttamento, che da proprietà agraria divenne sempre più proprietà manifatturiera, sicché il riferimento alla religione rimase una costante, pur se in forma sempre più laicizzata.

I cattolici fecero sul piano scientifico ciò che non seppero fare né su quello politico (come p.es. il Machiavelli avrebbe voluto, con la sua idea di unificazione nazionale), né su quello teologico-politico, tipico del mondo protestantico. Erano riusciti a porre le basi per il successo della borghesia, ma si erano fermati a metà strada. Quando rinunciarono a compiere la riforma protestante, pensarono di poter recuperare l’occasione perduta con una rivoluzione scientifica, ma la successione degli eventi (che nella guerra dei Trent’anni fu favorevole ai protestanti) non permise loro di rientrare in gioco. La concezione obsoleta del mondo cattolico sopravvisse solo perché Spagna e Portogallo erano diventate due grandi potenze coloniali, intenzionate ad appoggiare il papato. Tuttavia dopo la guerra dei Trent’anni il loro destino era segnato. Altre potenze stavano emergendo: Olanda e Inghilterra sul versante protestante esplicito, e Francia su quello implicito. Il cattolicesimo francese infatti (detto gallicanesimo) non prendeva ordini dal papato, e con la rivoluzione del 1789 porrà addirittura le basi dello Stato laico, separato da ogni religione.

Osservazioni critiche

1. La verità scientifica è data dall’esperienza, che non può certamente essere basata esclusivamente sui sensi: occorre anche una trasmissione delle conoscenze attraverso le generazioni. Con la rivoluzione scientifica del Seicento si mette in discussione tale conoscenza ancestrale, sostituendola con una conoscenza laboratoriale, basata su un sapere matematico e una strumentazione tecnologica, con cui si cerca di riprodurre i fenomeni naturali per quel tanto che basta a formulare leggi oggettive, che possono essere falsificate solo da altrettanti esperimenti. La comunità viene sostituita dallo scienziato: l’autorevolezza è data da un sapere intellettualistico. La scoperta scientifica laboratoriale viene ritenuta così indiscutibilmente vera che qualunque verità non avente le stesse caratteristiche di verificabilità tecnologica viene ritenuta falsa, o quanto meno non pertinente, da tenersi preventivamente separata dalla scienza.

2. La sintesi finale che ha lo scopo di elaborare una legge scientifica non può venir fuori da un’analisi laboratoriale dei singoli elementi del fenomeno. I singoli aspetti di un qualunque fenomeno non possono mai essere affrontati in un laboratorio, né con spiegazioni matematiche. Occorre piuttosto il confronto delle esperienze. Ci si deve confrontare in un dibattito alla pari, sulla base delle proprie conoscenze del fenomeno in generale, preso nel suo complesso. È solo dal confronto di più testimonianze, osservazioni, conoscenze che si può ricavare una valutazione sufficientemente obiettiva dei fatti. Gli esseri umani non hanno bisogno di un sapere imposto, ma della possibilità di ottenere conoscenze dalle esperienze altrui, acquisibili liberamente. Nella concezione scientifica di Galilei la verità prodotta dall’esperimento laboratoriale aveva soltanto lo scopo di rendere più agevole (più facile, più sicura, più comoda) una determinata esperienza (che nella fattispecie era quella borghese). Ma questa verità si riferisce soltanto agli aspetti pratici di tale esperienza, quelli che permettono di soddisfare bisogni crescenti di tipo materiale. Come può una verità del genere pretendere d’essere davvero “scientifica”, quando non ha alcun interesse a tutelare la natura nelle sue esigenze riproduttive? La natura viene concepita esclusivamente come una risorsa da sfruttare.

3. Il criterio per stabilire quando la necessità di soddisfare delle esigenze materiali non contraddice né la naturalità della natura né l’umanità dell’uomo, non può essere dato dalla scienza in sé, poiché questa, per essere davvero “scientifica”, ha bisogno di un elemento non tecnologico, bensì etico, che è componente fondamentale dell’essere umano. A quel tempo l’etica era sottomessa alla teologia, ma, pur nel giusto tentativo di sottrarre la ricerca scientifica all’autorità ecclesiastica, non si trova mai in Galilei la formulazione di un’etica alternativa a quella dominante. L’unica etica visibile è quella dello scienziato borghese che vuole gestire in proprio le ricerche scientifiche, libero da condizionamenti politici e culturali. Quello che mancava al tempo di Galilei era la possibilità di confrontarsi liberamente su tutto. La Chiesa romana svolgeva il ruolo di controllore di verità dogmatiche. Tuttavia lo sviluppo della nuova metodologia scientifica è stata l’effetto del nuovo atteggiamento metafisico nei confronti della natura da parte degli umanisti e rinascimentali.

Anzi, già i Maestri universitari di Parigi e di Oxford (di tradizione aristotelico-scolastica e occamistica) avevano intuito la meccanica moderna, in quanto avevano introdotto lo studio della realtà fisica attraverso metodi quantitativi. Coi nuovi linguaggi di misura ci si proponeva di stabilire i rapporti tra grandezze di vario tipo, p.es. per stabilire la modalità di accrescimento della velocità di un corpo. Si cominciò a pensare che se le variazioni di qualità di un corpo erano il risultato dell’acquisizione o della perdita di identiche “parti” della qualità medesima, allora era possibile misurarle in termini quantitativi, purché tale variazione d’intensità fosse rapportata a un’altra qualità o grandezza invariabile, come il tempo o lo spazio. L’applicazione di tale principio permise di ottenere risultati significativi in fisica, come dimostrano le leggi sul moto locale dei corpi, in particolare sulla velocità. La legge sulla velocità di Thomas Bradwardine si distacca da Aristotele, sostenendo che la velocità cresce aritmeticamente in corrispondenza dell’accrescimento geometrico del rapporto fra forza e resistenza: in questo modo si può rendere conto del fatto intuitivo che, nel caso del tendere all’uguaglianza della resistenza e della forza, la velocità si approssima allo zero. Un’altra significativa scoperta fu quella del teorema della velocità media, esposto da Heytesbury (1335) e ripreso da Dumbleton, Riccardo Swineshead e in seguito da Nicola Oresme (1350), fino a Galilei. Questa legge stabilisce che un corpo che accelera o decelera in modo uniforme percorre, in un intervallo di tempo dato, una distanza uguale a quella che avrebbe percorso se si fosse mosso, nello stesso intervallo di tempo, con velocità pari a quella raggiunta nell’istante di mezzo. Interessante l’opera di Buridano, che sviluppò il concetto di inerzia e considerò la gravità come un moto uniformemente accelerato. La sua teoria del moto dei proiettili segnava il distacco da quella tipica aristotelica (teoria dell’impetus). Gli studi condotti dalla scuola oxoniense sul moto, come l’elaborazione dei linguaggi dell’infinito, del continuo e dei limiti, sull’aumento e la diminuzione delle qualità, risultarono di grande interesse in seguito. Nicolò d’Oresme, precursore dell’economia politica borghese, anticipatore di Cartesio nell’invenzione della geometria analitica, scoprì la formula del moto uniformemente accelerato e sostenne la rotazione della Terra, anticipando in questo anche Galilei.

La borghesia del Seicento, adottando nuovi mezzi tecnologici, che col tempo si sarebbero rivelati altamente pericolosi per le esigenze riproduttive della natura, aveva dimostrato che i mezzi non sono neutrali, ma possono generare una nuova cultura, alternativa a quella dominante, in grado di modificare l’oggetto del proprio dominio. È stato così che dalla metafisica si è passati alla fisica, dalla teologia alla matematica. La natura ha smesso di porsi come strumento divino ed è diventata un mero oggetto da sfruttare, come ha sempre pensato Galilei. Grazie allo sviluppo della tecnologia e dei mercati la borghesia, tramite i propri rappresentanti (in questo caso gli scienziati, ma anche i giuristi, i politici, gli economisti…), ha laicizzato la cultura dominante, rendendola apparentemente più democratica.

4. La componente etica dell’agire umano, che permette alla scienza di svilupparsi in maniera scientifica, cioè conformemente al rispetto dell’integrità della natura e dell’identità umana, non può essere data una volta per tutte, in quanto va sempre messa in rapporto a ciò che permette all’uomo di non contraddire se stesso. Dunque come può una scoperta scientifica, che pretende d’essere universale e necessaria, essere davvero scientifica in maniera indipendente da tale componente etica? Se la scienza procede senza porsi il problema di un rapporto con l’etica, di fronte a sé ha due alternative: o diventa inutile (o comunque molto limitata nei suoi risultati), oppure diventa pericolosa. Infatti, per l’essere umano il livello massimo di scientificità delle proprie ricerche si ottiene soltanto quando i risultati ottenuti non contraddicono l’essenza della propria umanità, il che, in sostanza, vuol dire che la ricerca deve porsi in maniera conforme alle esigenze riproduttive della natura. Galilei invece tende a separare l’etica dalla scienza. Risponde all’abuso della Chiesa, di voler imporre politicamente un’etica religiosa, con un atteggiamento non meno arbitrario, quello appunto di eliminare dallo sviluppo della scienza l’influenza dell’etica. Non mette in discussione i fondamenti dell’etica cattolica (quelli più antidemocratici), ma semplicemente li separa in toto dalla ricerca scientifica. In tal modo fa della scienza uno strumento che si può usare non solo contro le pretese totalitarie (integralistiche) della religione, ma anche a favore di una classe sociale antagonistica per sua natura, la borghesia, che si opponeva a un’altra classe sociale antagonistica, l’aristocrazia (laica ed ecclesiastica), al fine di poter trasformare i contadini in operai salariati che, nell’ambito del macchinismo manifatturiero, sfruttano la natura il più possibile, come viene loro comandato. Tutta la controversia tra geocentrismo ed eliocentrismo, ai fini della democrazia sociale, non ha alcun senso, non è di alcuna utilità.

5. Se esistessero criteri oggettivamente quantificabili per stabilire con certezza quando una verità scientifica è davvero tale, bisognerebbe dire che il contenuto di tale verità sarebbe ben poca cosa, cioè di scarso rilievo umano. L’oggettività riguarderebbe aspetti di secondaria importanza, che non incidono sulla qualità della vita. Il fatto di sapere con certezza che 2+2 fa 4 non è molto diverso che dire “poco” in una sequenza di termini che, oltre a “poco”, prevede come risultato “abbastanza” e “molto” per una qualunque somma. Ridurre l’esperienza umana a qualcosa di meramente quantitativo, cioè di calcolabile matematicamente, comporta, sul piano etico, la riduzione di qualunque cosa a un interesse o a un profitto.

6. L’esperienza umana è per sua natura mutevole, cioè soggetta ai condizionamenti dello spazio e del tempo in cui è costretta a esprimersi. Non possono esistere dei criteri oggettivi per stabilire a priori quando una verità etica è astrattamente conforme all’identità umana. L’esperimento di laboratorio invece tende a estrapolare da tale esperienza un aspetto, che riproduce artificialmente al fine di poter trovare una legge costante, basata sull’invarianza dei processi, sulla loro reiterazione. Ha senso fare scienza in questa maniera? Ha senso fare scienza quando, invece di avere una visione olistica del cose, in cui si tiene conto, contemporaneamente, degli aspetti fisici ed etici, si separano gli uni dagli altri e, all’interno di tale separazione, vengono scissi anche gli elementi fisici, nella convinzione che la scientificità sia più facilmente verificabile nella scomposizione degli elementi che non nella conservazione della loro unità? Oggi possiamo descrivere qualunque cosa in maniera asettica e meccanicista, ma non abbiamo neppur un timido modello di comportamento “sociale” dell’acqua, che è sottesa a ogni manifestazione vitale sul nostro pianeta. È assurdo pensare che la scienza possa darsi da sé i limiti etici della propria ricerca. Essa infatti tendenzialmente non se li dà, rischiando continuamente di provocare disastri di incomparabile gravità all’ambiente. La scienza va eticamente regolamentata, ex ante non ex post, cioè preventivamente, non a cose fatte. Il modo di fare ricerca, da parte di Galilei, non aveva nulla di etico, ma solo di intellettualistico a favore dei nuovi poteri borghesi, sempre più forti a motivo delle conquiste coloniali e dello sviluppo della manifattura. Tutta la diatriba tra lui e la Chiesa romana non era entrata neanche lontanamente nella vera essenza dei problemi. Il papato voleva imporre un’etica per difendere un potere aristocratico che la società borghese (sempre più laicizzata o protestantizzata) metteva continuamente in discussione. Galilei invece voleva una liberà assoluta (cioè anarchica) di ricerca, convinto di averne diritto proprio grazie allo sviluppo capitalistico della borghesia, la quale, perfezionando la propria tecnologia, chiedeva non solo di liberarsi del fardello religioso, ma anche di dominare a proprio piacimento le risorse naturali. Oggi la separazione della scienza della teologia viene data per scontata, ma non si riesce ancora a comprendere che la rivendicazione di quella separazione ha comportato anche quella della scienza dall’etica in generale. Questo non perché non fosse giusto considerare sbagliata un’etica i cui fondamenti ontologici erano di natura religiosa, cioè indimostrabili per definizione, quanto perché non si è stati capaci di darsi un’etica umanistica, fondata su valori umani (democratici) e naturali (ecologici). La scienza sperimentale, quella da laboratorio, ha soltanto sostituito una vecchia teologia con una nuova scienza, avente, in un certo senso, una funzione più che altro “teologica”: il possesso della matematica, applicata tecnologicamente alla fisica, trasformava lo scienziato in una sorta di “sacerdote laico”, possessore di una verità particolare, che la plebe ignorante non avrebbe mai potuto mettere in discussione. A partire da questa inversione culturale a sfondo ideologico, per cui dalla metafisica si è passati a una fisica matematizzata, si è cominciato a dire, assurdamente, che è vero solo ciò che è misurabile, quantificabile, riproducibile in laboratorio, verificabile con la tecnologia. Oggi invece possiamo dire, alla luce dei tanti disastri ambientali, che questo modo di concepire la scienza è completamente sbagliato e che Galilei va di nuovo processato, anche se da un tribunale laico, non ecclesiastico.

7. Si è detto che la rivoluzione scientifica del Seicento non avviene per “accumulazione progressiva” ma per “crisi”, per brusche mutazioni, nel senso che, ad un certo punto, non si trovano più dei precedenti nella storia della scienza. Cioè si verifica una rottura qualitativa, epistemologica, nei confronti di una tradizione consolidata di prassi scientifica. Si introduce una nuova prassi, in maniera inaspettata e si reinterpreta tutto il passato. A partire dalle ricerche sulla caduta dei gravi, ogni ripresa o modifica delle nozioni fisiche o cosmologiche aristoteliche e scolastiche è divenuta impossibile. L’elaborazione dei concetti fisici (accelerazione, velocità istantanea) e matematici (calcolo infinitesimale) che l’esposizione degli enunciati dinamici galileiani richiede, è diventata assolutamente imprescindibile. In realtà la rivoluzione scientifica si situa in una rivoluzione teologica compiuta dalla Scolastica a partire dalla riscoperta dell’aristotelismo grazie alle traduzioni in latino da parte degli islamici residenti in Spagna. La Scolastica non fece altro che razionalizzare e quindi laicizzare l’esperienza della fede, facendo p.es. della logica, della dialettica formale, della impostazione metafisica dei problemi una involontaria premessa per lo sviluppo dell’umanesimo laico. Anche la riscoperta del platonismo avvenuta con l’Umanesimo può essere considerata una premessa favorevole allo sviluppo dell’idea moderna di scienza sperimentale. Ovviamente gli umanisti dei secoli XV e XVI si consideravano oppositori dei teologi scolastici e dei filosofi peripatetici, così come gli scienziati del Seicento, ma tutti in realtà erano una sorta di “frutto ribelle” di un albero che aveva le sue radici all’alba del primo millennio. La teologia scolastica era nata in antitesi a quella agostiniana e aveva proseguito l’antitesi a quella bizantina. Questa teologia, che dava grande importanza alla ragione, veniva incontro a esigenze di tipo “borghese”, relative alla nascita dei Comuni.

8. Se noi prescindessimo dallo sviluppo borghese e capitalistico della scienza, che è sommamente anti-naturalistico, dovremmo dire che al tempo di Galilei e della rivoluzione scientifico-astronomica, i filosofi peripatetici e i teologi scolastici possedevano una metodologia logica e ontologica che trovava la sua ragion d’essere. Certo, dal punto di vista della ricerca scientifica la loro posizione era incredibilmente arretrata; ma se si considera irrilevante tale ricerca, quella posizione va in qualche modo recuperata. Le condizioni per poterla rivalutare sono le seguenti. Bisogna anzitutto depurarla sul piano teologico, in quanto non può esistere alcun dio superiore all’essere umano, né ha senso credere che l’uomo, a causa del peccato originale, non sia in grado di liberarsi da solo della schiavitù che lo opprime. L’ateismo oggi è un presupposto obbligato per qualunque esperienza e riflessione concettuale. Sotto questo aspetto siamo molto più evoluti di tutti gli scienziati del Seicento, da Copernico a Newton, che non hanno mai messo in discussione l’esistenza di Dio. Il concetto di “Dio”, se si prescinde dall’uso strumentale che faceva la Chiesa romana, unicamente preoccupata a difendere i propri privilegi castali, dovrebbe essere riformulato in chiave simbolica. “Dio” è tutto ciò che l’uomo deve scoprire. In tal senso può essere paragonato, come fece p.es. Spinoza, alla Natura, oppure, se si preferisce, alla Materia dell’universo (come fecero Engels e Lenin), di cui la natura terrestre è solo un prodotto. La Materia è il nuovo “dio” che dobbiamo imparare a conoscere. Essa possiede leggi universali e necessarie che noi conosciamo progressivamente, anche se la nostra identità umana non è tanto più vera o autentica quanto più queste leggi vengono conosciute. La formazione dell’identità umana non è data da un processo meramente intellettuale. Ciò che deve aumentare in noi è il grado di consapevolezza di ciò che possiamo fare restando umani. La seconda cosa che bisogna affrontare in maniera critica è la finalità politica della metodologia scolastico-peripatetica. Tutte le argomentazioni usate per smontare le tesi galileiane non hanno alcun valore nella misura in cui difendono i poteri costituiti, siano essi aristocratici o della piccola borghesia comunale.

9. In fondo che cos’è l’ideologia? Per quale motivo anche una teoria scientifica può essere ideologica? L’ideologia, nell’accezione marxista, era un discorso sbagliato che rifletteva una pratica sbagliata, quella borghese. A ciò ovviamente si aggiungeva che il discorso errato può essere fatto in buona o cattiva fede, in maniera indipendente dalle proprie intenzioni. Certo, se fatto in buona fede, i suoi limiti intrinseci possono essere in qualche modo superati. Se invece il discorso riflette consapevolmente determinati interessi di classe, tutto diventa più difficile. Poi col leninismo si dirà che tutti abbiamo un’ideologia e che la differenza tra l’una e l’altra sta nella capacità di risolvere i problemi sociali della gente. Cioè la verità di una ideologia sta solo nella pratica.

Con la scienza sperimentale cosa è accaduto? In che senso è diventata “ideologica”? Questa scienza, lottando contro la teologia scolastica e la filosofia peripatetica, mostrava d’essere “progressista”, in quanto non “dogmatica”. L’ideologia dominante, che rifletteva rapporti sociali vetero-feudali, aveva smesso d’essere “democratica”: non era più adeguata alle esigenze della moderna borghesia. Quando una teoria non riflette un’esperienza in atto, concreta, quando non tiene conto dei bisogni reali, ma è solo frutto di speculazioni astratte, diventa ideologica nell’accezione marxista. La coerenza logica di un discorso non impedisce a quest’ultimo d’essere avulso dalla realtà.

Tuttavia la scienza sperimentale cadde ben presto nello stesso limite. Infatti, quando si ha la pretesa d’essere “oggettivi” solo perché si dispone di mezzi tecnologici o di una conoscenza matematica superiori, quando si fa di un’esperienza particolare (di laboratorio) qualcosa di universale, si cade in una pretesa “dogmatica” non molto diversa da quella della cultura feudale. Si finisce in un’ideologia, nel senso negativo del termine, anche quando la teoria viene espresse in termini scientifici. Si fa ideologia ogni volta che si riduce la realtà a qualcosa di comprensibile intellettualmente, prescindendo dalla sua esperibilità totale. Oggi scienza e oggettività coincidono, ma questa pretesa è illuministica o positivistica. L’oggettività non sta in nessun sapere in sé e nemmeno in un riscontro laboratoriale. L’oggettività sta in un’esperienza collettiva di condivisione del bisogno, sta nell’affronto comune dei problemi sociali, sta nella riflessione partecipata sullo stile di vita che si conduce.

Il livello di conoscenza, nella pretesa oggettività della scienza sperimentale, è del tutto relativo. La pretesa che ha la scienza di estrarre o estrapolare da una esperienza degli elementi, rendendoli accettabili anche da chi non ha fatto quella medesima esperienza, è una procedura del tutto arbitraria. Gli elementi possono essere riconosciuti come veri solo da chi si è lasciato coinvolgere pienamente in quella medesima esperienza. È il coinvolgimento personale che convince della verità oggettiva di un assunto. E non può certo essere il coinvolgimento in una piccola nicchia di persone.

Una teoria non è “ideologica”, cioè schematica, quando la forma corrisponde al suo contenuto, e quando il contenuto riflette un’esperienza di libertà e di giustizia sociale. Semmai si dovrebbe dire che nessuna esperienza di libertà e di giustizia sociale può essere definita a priori, una volta per tutte, a prescindere dal contesto in cui la si può e deve vivere.

Poiché la scienza sperimentale nasce dubitando della realtà percepita coi sensi, negando valore al tradizionale senso comune, e ha avuto la pretesa di fare delle proprie scoperte sperimentali il metro per misurare l’oggettività di ogni altro aspetto della realtà, è bene che chi vuol porre un’alternativa al sistema parta dal medesimo dubbio nei confronti della scienza, soprattutto quando questa pretende d’essere tanto più oggettiva quanto più è settoriale. Il dubbio è indispensabile perché la scienza fa violenza quotidiana. Non vede la natura in sé, come ente indipendente dall’uomo, ma solo come una risorsa da sfruttare; non vede persone umane ma soggetti da circuire, da manipolare, funzioni da utilizzare.

10. Il socialismo scientifico afferma che la conoscenza è un riflesso (attivo e finalizzato) della realtà oggettiva (esterna all’uomo) nella coscienza o nel cervello, una riproduzione consapevole nella forma di sensazioni o percezioni, di immagini ideali (rappresentazioni e concezioni) dell’oggetto d’indagine, delle sue proprietà e dei suoi nessi. Questa teoria del riflesso oggettivo di una realtà esterna, concreta, vuole negare la presenza di un dio che crea l’uomo a propria immagine e somiglianza. Il mondo oggettivo è più importante di qualunque divinità. Quindi è con esso che ci dobbiamo confrontare. Noi dipendiamo da una realtà che ci precede nel tempo, siamo cioè figli del nostro tempo. Ed è a questa realtà che dobbiamo rendere conto.

Questo modo di ragione è molto deterministico. Potrebbe andar bene in una società priva di contraddizioni antagonistiche, a contatto diretto con la natura: solo in quel caso non ci sarebbe alcuna obiezione a considerare la conoscenza come un riflesso della realtà esterna. Essendoci già una stretta identificazione tra uomo e natura, la realtà esterna verrebbe considerata come propria e non come qualcosa di estraneo.

Tuttavia realtà del genere è dai tempi della nascita dello schiavismo che non esistono più. Basare oggi la conoscenza scientifica sul riflesso del capitalismo è assurdo: otterremmo soltanto un’oggettività fittizia, fasulla. Semmai il problema è opposto: cioè come evitare che la conoscenza si ponga come mero riflesso della realtà. Ma se una conoscenza oggettiva non può essere ottenuta dal riflesso di una società antagonistica, dobbiamo pensare che sia impossibile? Allora perché avvertiamo come “contraddittorio” il sistema capitalistico? Perché desideriamo uscirne, visto che la nostra consapevolezza attuale è determinata dal mondo esterno?

Qui è evidente che la filosofia materialistico-dialettica si scontra con un limite insuperabile. Non riesce, infatti, a spiegarsi da dove ci viene l’esigenza di abbattere un determinato sistema sociale. A dir il vero la motivazione che esibisce è ben nota: sono gli uomini che vivono in uno stato di soggezione, di privazione, di alienazione che desiderano abbattere il sistema, o quanto meno a modificarlo in maniera sostanziale. Questi soggetti emarginati e sfruttati vorrebbero riequilibrare le cose.

Ciò ovviamente è giusto, ma se ci basassimo sulla mera teoria del riflesso, non riusciremmo a spiegarci da dove viene questa esigenza di riequilibrio. È facile infatti rendersi conto che se uno nasce in un sistema conflittuale, può anche non pensare che possa esistere un’alternativa. Per quale motivo non dovremmo considerare naturale (proprio sulla base della teoria del riflesso) che, vivendo una vita da oppressi, la si debba vivere per forza? Al massimo potremmo dire che l’oppresso ha tutto il diritto di diventare, a sua volta, un oppressore. Questo perché, basandosi sul mero riflesso, non vede di fronte a sé che due alternative: o si sfrutta il lavoro altrui o si viene sfruttati.

Dunque che cos’è che ci porta a credere possibile un’alternativa al sistema? Da dove ci viene una conoscenza obiettiva delle cose? Da che cosa è mossa l’esigenza di giustizia e libertà? La risposta a queste domande può essere trovata solo sulla base di questa paradossale affermazione: l’uomo è un ente di natura ma non è un essere naturale. È un ente di natura perché nasce in un determinato contesto spazio-temporale; è condizionato da un mondo esterno a lui antecedente; vive all’intero di usi e costumi precostituiti, indipendenti dalla sua volontà. E tuttavia l’uomo non è assimilabile unicamente al mondo naturale. In lui (nella sua mente o nella sua coscienza) vi è qualcosa di trascendentale, che non dipende dalla materia. Questo particolare “quid” gli è dato dalla nascita, e non c’è modo di eliminarlo senza eliminare l’uomo. Può solo svilupparsi o rimanere a uno stadio infantile. L’uomo è una sorta di contenitore che racchiude un contenuto particolare, sconosciuto alla natura. Infatti sono solo gli animali che vivono di mero riflesso. Essi cercano di adeguarsi, per quanto possono, a un ambiente mutevole, ma non si pongono mai il problema di cambiarlo, se non in maniera irrilevante (p.es. per le esigenze riproduttive o difensive). Non incidono mai sui processi riproduttivi della natura.

Dunque, questa essenza specifica dell’essere umano, in che modo può essere definita? L’elemento che l’uomo possiede in via esclusiva si chiama libertà di coscienza. Questa libertà, per essere se stessi in maniera progressiva, va esercitata continuamente, poiché il suo fine è quello di raggiungere la coscienza della libertà. Ecco quindi spiegato il senso della conoscenza oggettiva delle cose: essa è tale quando è conoscenza della coscienza della libertà. Non basta infatti avere conoscenza della libertà di coscienza. Volendo, tale conoscenza possono averla tutti. È l’altro tipo di conoscenza che non tutti hanno. Qui sta la differenza tra conoscenza soggettiva e oggettiva, tra conoscenza relativa e assoluta.

Se ci si limita a riconoscere la sola libertà di coscienza, si può anche cadere nel relativismo, nell’indifferenza, nel riconoscimento formale o circostanziale di un diritto naturale. Ma la coscienza della libertà è un’altra cosa. Qui il relativismo non è possibile, poiché chi presume d’averla, sarà sempre critico del sistema basato sull’antagonismo sociale. Chi ha coscienza della libertà cerca sempre un’alternativa globale al sistema oppressivo, e si preoccupa di cercare dei consensi, degli appoggi, degli alleati con cui realizzare gli obiettivi che si prefigge. Ecco perché se c’è qualcuno disposto a lottare per la libertà di coscienza, non è detto ch’egli sarebbe anche disposto a morire per veder affermata la coscienza della libertà.

Note

(1) Suo padre, Vincenzo Galilei, era un eccellente liutista e anche un teorico della musica, che, in questo campo, riuscì a porre le basi fondamentali su cui si sviluppò la musica barocca. Fece altresì delle scoperte, nel campo della fisica acustica, sulla vibrazione delle corde e delle colonne d’aria. Tuttavia, avendo avuto sette figli, la situazione economica della sua famiglia era precaria.

(2) Ciò che aveva colpito la sua attenzione era che le oscillazioni di una lampada del Duomo di Pisa, controllate coi battiti del polso, erano tutte di uguale durata, quantunque di continuo diminuissero d’ampiezza. Fu proprio il pendolo lungo e pesante da lui usato nel 1602 a renderlo attento all’importanza dell’accelerazione nel moto verso il basso e alla continuazione del moto una volta iniziato.

(3) La cattedra prevedeva l’insegnamento di geometria, aritmetica, leggi numeriche dell’armonia musicale e astronomia. La retribuzione passò a mille fiorini annui.

(4) A quel tempo il celebre Paolo Sarpi, teologo e storico della Repubblica Veneta, combatteva aspramente contro il card. Bellarmino, dopo che il papato aveva scomunicato Venezia e i gesuiti erano stati espulsi da tutti i territori veneti. La più antica teoria galileiana delle maree è stata trovata nelle carte di Sarpi: a lui scrisse per primo anche sulla caduta dei gravi nel 1604 e sul telescopio nel 1609.

(5) Questioni meccaniche è la più antica opera di meccanica della cultura occidentale. Fu attribuita per molti secoli ad Aristotele, ma già nel Rinascimento, per motivi stilistici e dottrinali, si cominciò a dubitare di tale paternità.

(6) Fu Paolo Sarpi a segnalare a Galilei l’ottico olandese che aveva costruito il cannocchiale.

(7) In effetti il cannocchiale era uno strumento di fattura “artigianale”, in quanto non esisteva ancora una teoria dell’ottica – si dovrà attendere Newton – e le immagini erano alquanto deformate.

(8) L’opera postuma di Scheiner, Prodromus de Sole mobili et stabili Terra contra Galileum de Galilei (pubblicata nel 1651), fu l’ultimo tentativo di sostenere le teorie tolemaiche sull’immobilità della Terra.

(9) Galilei scrisse di vedere Saturno “tricorporeo”, formato cioè da un corpo centrale e da due rigonfiamenti laterali, che suppose fossero satelliti. L’errore fu dovuto non solo al fatto che il telescopio era primitivo ma anche perché quando la Terra si trova sullo stesso piano dell’anello (ogni 15 anni), questo, essendo molto sottile, diventa invisibile per almeno un anno. Neanche Gassendi ebbe l’intuizione dell’anello. Sarà solo Christiaan Huygens che, nel 1655, grazie a un telescopio più potente, osservò per primo gli anelli, fornendone anche un’accurata descrizione nel Systema Saturni pubblicato nel 1659 a L’Aja. Nella definizione della natura degli anelli s’impegnarono anche gli accademici del Cimento. Fra il 1671 e il 1684 Giovanni Domenico Cassini scoprì quattro satelliti di Saturno che andarono ad aggiungersi a quello in precedenza scoperto da Huygens. Cassini osservò e studio anche le divisioni degli anelli. Ai nostri giorni le sonde spaziali Voyager hanno rivelato che i numerosi anelli concentrici di Saturno sono delle fasce sottili costituite da innumerevoli frammenti di roccia e ghiaccio, ruotanti intorno al pianeta, che riflettono la luce solare.

(10) Oltre alle fasi lunari, Galilei non poté osservare nulla di Venere, poiché il pianeta possiede un’atmosfera molto opaca, composta al 96% di anidride carbonica (quasi 100 volte più densa della nostra), che l’avvolge interamente, nascondendone la superficie. E questo benché il pianeta sia il più brillante dopo il Sole e la Luna. Solo nel 1989, quando la navicella “Magellano” della Nasa divenne un satellite di Venere, si poté ottenere una mappa molto particolareggiata della sua superficie. Si scoprì così che ha circa 1500 vulcani medio-grandi spenti da almeno 800 milioni di anni e ha 912 crateri da impatto, causati da asteroidi e meteoriti. La temperatura media può raggiungere i 464 gradi centigradi, quanto basta per fondere piombo e stagno, e le sue piogge sono bollenti di acido solforico. Non ha neanche una goccia d’acqua e nella composizione chimica del suo terreno prevale nettamente il silicio (48,7%). La pressione al suolo è 92 volte maggiore di quella terrestre, pari a quella che da noi si trova a 1000 metri di profondità marina. È l’unico pianeta ad avere il giorno che dura più del suo anno: infatti compie la rotazione su di sé in 243,7 giorni, mentre intorno al Sole in 224,7 giorni. In queste condizioni è totalmente inabitale. Gli scienziati pensano che, come Marte, somigli a quello ch’era la Terra 2-3 miliardi di anni fa.

(11) Tra i primi a predicare contro Galilei vi furono anche il francescano Angelo Celestino e il domenicano Raffaello delle Colombe, fratello di Ludovico, autore, quest’ultimo, nel 1611, del Trattato contro il moto della Terra.

(12) Le Lettere copernicane furono inviate a Benedetto Castelli (monaco benedettino, matematico e fisico, discepolo di Galilei), a Pietro Dini (un prelato amico di Galilei, interessato alla sue scoperte scientifiche) e a Cristina di Lorena (moglie del granduca Ferdinando I de’ Medici). La lettera a Cristina fu data alle stampe soltanto tre anni dopo il processo, nel 1636.

(13) Da notare che Galilei non soffriva neppure le divagazioni pitagoriche e platoniche di Keplero, né mai si è sentito attirato verso l’opera di Cartesio, in cui la matematica veniva trattata a prescindere dalla fisica e questa non veniva trattata senza riferimenti alla metafisica (d’altra parte anche Cartesio respinse la scienza galileiana, poiché non era partita con l’indagare le cause del moto e della gravità). Anche di Campanella, pur molto stimato da Galilei, non s’interessò mai, in quanto gli premevano questioni più concrete, su cui potesse dirsi qualcosa di vero in maniera rigorosa, lasciando perdere l’utopia.

(14) Il Caccini era già stato richiamato all’ordine per una sua imprudenza da un pulpito bolognese. Da Roma un domenicano scrisse a Galilei una lettera in cui si scusava per la scorrettezza del confratello.

(15) In latino si firmava come Didacus a Stunica. Fu un acerrimo nemico di Erasmo da Rotterdam. Dopo la sua morte, i suoi Commenti a Giobbe furono sospesi, in attesa di “espurgazione”, dal decreto della Congregazione dell’Indice del 5 marzo 1616,

(16) Da notare che un passo del libro di Giobbe (9,6) era stato citato anche da Galilei, che si intendeva di esegesi biblica!

(17) Furono messi all’Indice anche la Lettera del Foscarini e il Commento di Zúñiga.

(18) Il fatto che Barberini fosse favorevole a Galilei non deve farcelo sembrare più liberale dei papi precedenti o successivi. Durissima, p.es., fu la controversia con la famiglia Farnese, da cui venne fuori papa Paolo III (1468-1549), per la questione del Ducato di Castro e per l’intenzione di estendere lo Stato della Chiesa, con le armi francesi, al Ducato di Parma e Piacenza, anch’esso dei Farnese. La guerra si concluse solo nel 1644 con la restituzione del Ducato di Castro ai legittimi proprietari.

(19) Altro errore nel testo è quello relativo alla natura del calore, di cui Galilei negava fosse una proprietà intrinseca dei corpi. Anzi, egli riteneva che anche i suoni, gli odori, i colori, i sapori non avessero esistenza autonoma ma fossero causati dall’azione di particelle di diversa dimensione, forma e numero che colpiscono i nostri organi di senso.

(20) Il Dialogo fu letto in inglese da Newton solo nel 1661 e fu proprio in virtù di questo libro ch’egli cominciò a pensare, nel 1666, alla possibilità di estendere all’intero universo la gravitazione. Newton trasformò anche il concetto di conservazione del moto nella legge d’inerzia. Tuttavia il principio della relatività del moto fu sviluppato da Huygens.

(21) Di lui restano i commenti alla Fisica, alle Categorie, al De caelo e al De anima di Aristotele e quello al Manuale di Epitteto; sono perduti i commenti alla Metafisica e alle Meteore di Aristotele e al primo libro degli Elementi di Euclide.

(22) Dopo la condanna di Galilei a Ciampoli fu negata la nomina a cardinale, anche perché sosteneva la fazione filospagnola della Curia, guidata dal cardinale Borgia e ostile a Urbano VIII. Fu esiliato nelle Marche nel ruolo di governatore di alcune città. Gran parte delle sue opere furono pubblicate da Pietro Sforza Pallavicino.

(23) Riccardi fu un tomista avverso al dogma dell’Immacolata concezione, nonché all’opera di Paolo Sarpi sul Concilio di Trento e a varie opere di Tommaso Campanella.

(24) De Dominis era vicino alle posizioni di Paolo Sarpi e di Galilei. Poi, quando divenne anglicano, scrisse vari testi contro la monarchia pontificia. Alla fine della sua vita era rientrato nel cattolicesimo-romano, ma i gesuiti non si fidarono mai di lui. Le sue opere scientifiche sulle maree e sull’arcobaleno resteranno reperibili solo nelle terre protestanti, con particolare vantaggio di Isaac Newton.

(25) Poi gli imperiali cattolici si riorganizzarono, sconfiggendo gli svedesi nella battaglia di Nördlingen del 1634 e continuando a combatterli fino al 1648.

(26) Il Dialogo dei Massimi Sistemi fu stampato in traduzione latina a Strasburgo da Mattia Bernegger nel 1635.

(27) Nello stesso anno, 1634, Marino Mersenne, frate minimo, tradusse in francese il manoscritto Trattato sulle meccaniche, dedicato all’esposizione delle macchine semplici.

(28) Di Virginia, che visse in un convento poverissimo, morendovi dopo 34 anni, abbiamo 124 lettere scritte al padre: la prima è del 1623, l’ultima del dicembre 1633. Invece non c’è pervenuta alcuna lettera scritta da Galileo alla figlia, probabilmente perché, alla morte di lei, le lettere furono distrutte, essendo egli un sospettato d’eresia. Maria Celeste Galilei, Lettere al padre, ed. La Rosa, Torino 1983.

(29) Huygens è anche autore della teoria ondulatoria della luce, che è un’applicazione all’ottica della teoria delle onde elettromagnetiche elastiche.

(30) Il cardinale gesuita Bellarmino (1542-1621), responsabile diretto della morte di Giordano Bruno, e indiretto nel processo contro Galilei, è stato proclamato da Pio XI beato nel 1923, santo nel 1930 e dottore della chiesa nel 1931. Una sua opera rischiò di finire all’Indice in quanto si riconosceva alla Santa Sede un potere solo indiretto e non diretto sulle realtà temporali. Nel suo scritto De laicis esprime alcuni princìpi che sono alla base delle istituzioni politiche moderne, come l’uguaglianza (“tutti gli uomini sono uguali”) e la sovranità popolare. Furono inseriti nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America da Thomas Jefferson, che possedeva tale libro.

(31) Quando fu nominato erede universale Vincenzio fu costretto a intentare una causa per ottenere l’eredità paterna, che gli veniva contestata per la sua condizione di figlio illegittimo riconosciuto. Morì comunque in ristrettezze economiche nel 1649. Realizzò i primi modelli di applicazione del pendolo all’orologio secondo l’invenzione del padre e fu un abile inventore e costruttore di strumenti musicali.

(32) Fu lui a perfezionare di molto il termometro, applicato alla medicina, sulla base del termoscopio inventato da Galilei. Ma lo fece anche il medico Santorre Santorio col suo pulsilogio, con cui poteva misurare la frequenza delle pulsazioni nel polso.

(33) Cusano è stato il primo a smontare, seppure solo dal punto di vista metafisico, la cosmologia aristotelica (affermando, p.es., che l’universo è infinito e non possiede un centro e che la Terra non è immobile). Arrivò persino a dire che l’infinità rende Dio incommensurabile per la mente dell’uomo, il che voleva dire aprire le porte all’ateismo, in quanto ciò che è inconcepibile per la mente umana, può anche non esistere.

(34) Etere, al tempo dei Greci, voleva dire “quintessenza”, oltre a aria, acqua, terra e fuoco.

(35) Si noti che questo determinismo meccanicistico durerà sino agli inizi del Novecento, quando la meccanica quantistica ammetterà per la prima volta che in fisica sono possibili eventi o fenomeni intrinsecamente casuali, imprevedibili o prevedibili entro margini molto ristretti. Negli anni Sessanta del Novecento si arriverà a dire che sistemi strutturalmente identici possono manifestare comportamenti del tutto diversi. Categorie come semplicità, ordine, regolarità vengono sostituite da complessità, disordine, caoticità. Tende a dominare la teoria del caos e dei frattali.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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