Coscienza e Materia. Conclusione

La domanda che si poneva Enrico Bellone nel testo di Bellone, Geymonat, Giorello, Tagliagambe, Attualità del materialismo dialettico (Editori Riuniti, Roma 1974), ci pare un buon punto di partenza in questa conclusione: “quali contenuti obiettivi possono essere individuati nella teorie scientifiche, se la natura cui queste ultime credono di rivolgersi è essa stessa un prodotto della prassi umana?” (p. 58).

Sin da quando è nato, il socialismo scientifico ha fatto chiaramente capire ai propri interlocutori (ma questo vale anche per quello utopistico) che la natura va sottomessa all’uomo grazie allo sviluppo della tecnologia. In ciò rifletteva una concezione della vita tipica dello scientismo borghese. Tuttavia come può una natura “subordinata” esprimere se stessa per quello che è? La cosiddetta “cosa in sé”, se diventa solo “cosa per noi”, come può continuare ad essere se stessa? E se non può più esserlo, come si può pensare che una teoria possa adeguatamente riflettere le sue leggi?

Il marxismo parla della materia come qualcosa di “indipendente” dall’essere umano, ma poi la tratta come se la sua esistenza fosse finalizzata unicamente a soddisfare esigenze umane, le quali, per giunta, sono sempre più crescenti e complesse. Se davvero essa possiede questo “finalismo”, che però esercita in maniera del tutto “indipendente”, il rapporto uomo-natura andrebbe completamente reimpostato (rispetto a quanto si è fatto negli ultimi 6000 anni di storia e soprattutto negli ultimi quattro secoli).

Il marxismo vuole una materia eterna, infinita, dotata di automovimento, antecedente alla stessa nascita del genere umano, ma vuole questo solo per negare alle teorie mistiche o metafisiche qualunque attendibilità. Tuttavia, una volta posto, giustamente, l’ateismo, il marxismo si dichiara libero di fare della natura ciò che vuole. Non solo non riesce a spiegarsi come sia stato possibile che un elemento così complesso – la coscienza (dotata di libero arbitrio) – si sia formato in virtù di una materia determinata da leggi necessarie e universali, ma pretende anche di fare di tale coscienza umana il “dio” che pone la natura (vista come ostile, ribelle, matrigna) al proprio esclusivo servizio.

Sulla base di questi presupposti è impossibile creare un socialismo ecologico o ambientalistico. La natura, infatti, potrà anche essere considerata un bene al servizio dell’esistenza umana, ma solo a condizione che se ne rispetti l’identità, che non coincide strettamente con la nostra. La natura è altro da noi, anche se è in noi. Pretendere di “dominarla” è pura follia, è come se ponessimo le basi della nostra autodistruzione. Ch’essa abbia o non abbia qualcosa di “umano”, nulla ci autorizza a sottometterla.

La materia sta di fronte a noi come una imprescindibile alterità. Possiamo sì modificarla, trasformarla, trasmutarla, ma sempre fino a un certo punto. Quando si supera il limite consentito, si pone una seria minaccia alla stessa esistenza umana. E possiamo star sicuri che la natura saprà difendersi, autotutelando la propria diversità.

Il fatto di conoscere sempre meglio le leggi della materia, non ci autorizza ad assumere atteggiamenti prevaricatori, anche perché esse sono le stesse che devono caratterizzare la società umana, salvo in un particolare: soltanto nell’essere umano esse assumono la caratteristica d’essere autoconsapevoli. In tutti gli altri esseri viventi tali leggi vengono vissute secondo l’istinto, come una necessità inderogabile di cui non ci si chiede le ragioni. La natura ha voluto porsi in un atteggiamento pienamente comunicativo solo con l’essere umano, come se fosse una partner alla pari. Non a caso l’ha dotato di un linguaggio incredibilmente complesso, che riflette la profondità della coscienza.

Questo per dire che la natura è la più titolata a porre le condizioni formali, esteriori, che possono permettere all’uomo di comprendere se stesso. Perché la natura si comporti così nei nostri confronti, non possiamo saperlo; persino gran parte delle sue modalità ci sfuggono. Di sicuro sappiamo che la materia non è un prodotto della coscienza, anche se la coscienza è il prodotto più significativo della materia, che rende intellegibile il significato della stessa materia.

Come abbia potuto la materia produrre la coscienza non lo sapremo mai, anche perché sarebbe stato impossibile farlo senza possedere una qualche caratteristica “umana”. Quindi se la materia è eterna nel tempo e infinita nello spazio, lo siamo anche noi, e se è così, non ha alcun senso chiedersi “da dove veniamo” e “dove andiamo”. Qui vale quanto già Marx diceva nei Manoscritti del 1844: “la tua domanda è essa stessa un prodotto dell’astrazione. Domandati come hai fatto ad arrivare a questa domanda; domandati se la tua domanda non proceda da un punto di vista cui non posso rispondere perché assurdo… Quando tu ti poni la domanda intorno alla creazione della natura e dell’uomo, fai astrazione dall’uomo e dalla natura. Tu li poni come non esistenti, eppure vuoi che te li provi come esistenti… se pensi l’uomo e la natura come non esistenti, allora pensa come non esistente anche te stesso, perché tu stesso sei pure natura e uomo”.

Insomma, noi dobbiamo semplicemente vivere un’esistenza conforme a natura. L’essere umano è, da sempre, come essenza, un ente naturale dotato di coscienza, e lo resterà per sempre, non potendo annullare se stesso. Al massimo possiamo ridurre la coscienza a qualcosa di “disumano”, ma non possiamo distruggerla fisicamente, come se non fosse mai esistita. Siamo destinati a esistere, non essendo mai nati.

Ma anche su un’altra cosa Bellone ha ragione: “non è possibile definire una volta per tutte cosa sia il mondo fisico”. Questo perché, siccome “i contenuti del mondo fisico e le categorie con cui esso viene continuamente ristrutturato sono elementi di un processo, mentre questo processo si sviluppa, i contenuti e le categorie non rimangono costanti ma si trasformano”. La fisica contemporanea ha rivoluzionato completamente le categorie di spazio, tempo, oggetto, il rapporto tra cause ed effetti, e ha elaborato nuove concezioni riguardanti i concetti di spiegazione, i modelli, le leggi di natura.

Le leggi di natura non sono univocamente definibili. Più andiamo avanti nelle nostre conoscenze scientifiche, e più ci accorgiamo che la materia è di una complessità eccezionale, di una profondità illimitata. Non per questo però dobbiamo sentirci spaesati o in soggezione. Anche la nostra coscienza ha le medesime caratteristiche. Il nostro stesso corpo sembra essere soltanto una delle manifestazioni della materia. Non è certamente detto che, per quanto ci riguarda, sia l’unica. Possiamo metterci a studiare quanto vogliamo le caratteristiche del corpo umano, ma non arriveremo a comprendere che cosa sia veramente l’essenza umana universale.

Noi siamo ancestrali come la materia. Non sappiamo “in che modo” ciò sia possibile, ma sappiamo che non può che essere così. Nell’universo non esiste alcun dio che non sia umano come noi, e questo dio-umano deve tener conto della materia come altro da sé. Qualunque definizione della coscienza come “prodotto del cervello” appartiene al materialismo meccanicistico. L’intero nostro corpo è il prodotto di una materia umanizzata. Come ciò sia avvenuto non solo non è possibile saperlo, ma non ci deve neppure interessare. Scrive Bellone: “la flessibilità delle nostre categorie è la migliore garanzia per impedire che l’analisi critica si irrigidisca entro strutture dogmatiche”.

L’unica cosa veramente importante per noi è sapere come essere umanizzati in un universo la cui materia energetica è eterna nel tempo e infinita nello spazio. Non è possibile conoscere la materia in tutti i suoi dettagli, così come non siamo in grado di conoscere sino in fondo noi stessi. Però è certamente possibile sapere come dobbiamo essere “umani” in un universo di cui noi rappresentiamo l’aspetto libero e consapevole. La materia è una e indivisibile. Possiamo anche tentare di scomporla nei suoi singoli componenti, ma non è questo il modo migliore di “viverla”. La materia va colta nella sua unità primordiale, che è in fondo una “semplicità insondabile, intoccabile e indicibile”. Anche l’essere umano va colto così.

Dividere troppo le cose nei loro componenti ultimi potrebbe essere il segno di un’alienazione sociale in atto, che potrebbe anche peggiorare proseguendo sulla strada della scomposizione estrema. Noi dobbiamo superare l’approccio fisico-chimico e matematico alla materia. Se la materia è energia, allora vuol dire che il nostro stesso corpo, la nostra coscienza appartengono a qualcosa di “energetico”, devono essi stessi diventare “energia”, “luce”, devono brillare di luce propria ed emanare un calore particolare, che parte dallo spirito e che sia capace di riscaldare il senso di umanità che è in noi. Noi abbiamo bisogno di un’esperienza olistica, che ci valorizzi nella nostra integrità umana e naturale.

Dunque, se vogliamo sintetizzare quanto fin qui detto potremmo scrivere così: in principio vi è una sostanza universale, eterna nel tempo e infinita dello spazio, soggetta a continua trasformazione. Essa ha una connotazione umana e materiale, contemporaneamente. Quella materiale possiede leggi necessarie e universali, assolutamente imprescindibili, di cui la principale è l’unità degli opposti (simmetria imperfetta). Quella umana rappresenta la libertà di coscienza e la coscienza della libertà. La materia produce oggetti e fenomeni naturali. L’essenza umana, divisa per genere, è basata sulla relazione sociale e tende continuamente a riprodursi. Non c’è libertà senza necessità, ma l’umano possiede una libertà che la materia non conosce. Se l’umano rispetta le leggi della libertà, anche le leggi della materia saranno rispettate, poiché l’umano è una sintesi superiore della materia. L’essenza umana non è che essenza materiale divenuta libera, cioè cosciente di sé.