Coscienza e Materia. Le leggi fondamentali della dialettica

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Qui prenderemo in esame la sezione dedicata alle leggi fondamentali della dialettica nei due libri di A. Sceptulin, La filosofia marxista-leninista, e di V. Afanasiev, Fondamenti di filosofia marxista-leninista. Sono libri terribilmente datati dopo il crollo del socialismo sovietico, ma qui ci servono sul piano “didattico”, in quanto spiegano per filo e per segno, nella maniera più dettagliata possibile che cosa si deve intendere per “materialismo dialettico” dal punto di vista del marxismo-leninismo. Naturalmente ci limiteremo agli aspetti inerenti ai rapporti tra coscienza e materia.

Che cos’è la materia?

A tutt’oggi sono stati tre, nell’ambito della filosofia, i tentativi compiuti per negare l’oggettività della materia, cioè il fatto che la natura esiste indipendentemente dalla presenza o dalla volontà umana.

1) La materia è stata creata da una divinità, per cui non ha un’origine propria, non è eterna, non è infinita, non è paragonabile a una divinità. Dio è l’unica vera oggettività, di cui la materia costituisce un’espressione. Tra le manifestazioni divine vi è anche l’essere umano, il quale, essendo stato creato a “immagine e somiglianza” della divinità, è più importante della natura.

2) Anche ammettendo che la materia sia eterna e infinita, essa non è più importante dell’essere umano, in quanto se questi, coi propri sensi, non potesse percepirla, essa per noi sarebbe come inesistente. Per noi sono più oggettivi i sensi, coi quali possiamo percepire qualunque oggetto, a prescindere dal fatto che questo sia esistito prima di noi o sia un nostro prodotto. Sta dunque a noi attribuire importanza alle cose.

3) La materia può avere delle proprietà fisico-chimiche che noi riusciamo a individuare coi nostri esperimenti, ma non possiamo dimostrare in alcuna maniera che nell’universo vi sia una finalità che tiene unite tali proprietà. Le leggi che tengono insieme le proprietà della materia possono essersi formate in maniera puramente casuale e in maniera altrettanto casuale potrebbero modificarsi o addirittura scomparire. Non esistono leggi assolute.

Questi son tutti argomenti di derivazione teologica o filosofico-borghese.1

A questi tentativi ha, come noto, opposto le sue tesi il materialismo dialettico, di cui in questo libero abbiamo dato ampiamente conto. Qui però vorremmo aggiungere una nuova considerazione, con cui non ci permettiamo ovviamente di negare l’oggettività della materia (la quale, anzi, andrebbe data per scontata), ma soltanto la pretesa di un’interpretazione esaustiva. Questo perché la materia è sempre in così costante trasformazione e movimento che qualunque definizione, con cui si cerca d’interpretarla, rischia d’essere inadeguata. La materia sembra essere fatta apposta non per essere analizzata scientificamente, ma per essere contemplata. È così oggettiva, così imponente rispetto a noi che qualunque nostra conoscenza delle sue proprietà e delle leggi che tengono unite quelle proprietà, dando loro un “senso”, risulta sempre imperfetta. Anzi, quando pretendiamo di considerarla in maniera “scientifica” (intendendo per “scienza” l’analisi laboratoriale), assumiamo per lo più atteggiamenti unilaterali, condizionati da interessi economici, perdendo di vista l’insieme delle cose.

La materia è così grandiosa, rispetto a noi, che se ci limitassimo a contemplarla, rispetteremmo le sue leggi assai meglio che non cercando di conoscerne analiticamente le singole proprietà. Quel che ci manca, per colpa della scienza moderna (sottomessa per lo più alle logiche del profitto), è l’atteggiamento olistico nei confronti della natura.

Il compito dell’essere umano, almeno su questa Terra, è quello di attenersi scrupolosamente alle leggi della natura, che sono le più idonee a permettere l’esercizio della principale legge che meglio caratterizza la nostra essenza umana: la libertà di coscienza. Ma, per poterlo fare, bisogna vivere un’esistenza secondo natura.

Detto questo, si tratta ora di denunciare il limite di fondo del materialismo dialettico, per il quale la materia è eterna, infinita (cioè spazialmente illimitata), indistruttibile (in quanto un elemento si trasforma perennemente in altro), dotata di automovimento (determinato dall’attrazione degli opposti), assolutamente indipendente dalla coscienza e dalla volontà umana.

Ora, siccome non vogliamo che tutto quanto un tempo si attribuiva alla divinità, venga attribuito alla materia (il che non potrebbe certo impedire che l’essere umano venga considerato come una semplice rotella del mirabile ingranaggio dell’universo), cosa possiamo aggiungere di nuovo? In effetti, non ci serve a niente sapere che la coscienza è “una proprietà della materia a organizzazione superiore”, se tale organizzazione è soggetta – come vuole Engels, in questo abbastanza stoico – a “un processo ininterrotto del divenire e del perire”. Se la coscienza umana non può fare altro che identificarsi coi processi naturali, sarebbe difficile spiegare il motivo per cui la libertà di coscienza abbia il dovere di manifestarsi nel migliore dei modi.

Se l’esistenza dell’essere umano è destinata a finire (peraltro in contrasto con le caratteristiche della materia), come ogni altro ente di natura, nel vortice delle cose che nascono e muoiono di continuo, nel frullatore che tutto rende omogeneo, senza permettere di distinguere i singoli elementi, a che pro essere “virtuosi”? Dobbiamo farlo solo per sentirci in pace con la coscienza? Quand’anche infatti sapessimo che le violazioni delle leggi della natura si ritorcerebbero contro di noi, cosa potrebbe impedirci di continuare a violarle, visto che nessuno sarà in grado di giudicarci? Se la morte è una livella per tutti, chi può temere il giudizio di chi è ancora vivo?

Se la causa dell’esistenza della coscienza risiede nella materia, allora abbiamo a che fare con una materia “pensante”, e se nessuno dei suoi attributi può andare perduto, e se ogni ente materiale, incluso l’essere umano, racchiude in sé, nella sua natura, tutte le proprietà della materia, allora dobbiamo considerare l’essenza umana come qualcosa di coeterno alla stessa materia. A questo punto dovremmo avere il coraggio di dire, per deduzione logica, che se siamo in tutto e per tutto “figli della materia” (cioè di una materia eterna), allora noi non siamo mai nati. L’essere umano proviene da un’essenza umana strettamente connessa a un’organizzazione superiore della materia. La coscienza, come particolare proprietà di questa materia, non si contrappone alle altre sue proprietà, ma è un momento dello stesso ordine universale, anche perché la materia, passando da uno stato qualitativo a un altro, in tutti i suoi mutamenti rimane eternamente la stessa.

Detto questo, qual è la cosa che il materialismo dialettico non ha compreso? Gli restava solo un piccolo passo da compiere, ed è questo: la coscienza umana non è un prodotto “esclusivo” della materia; non lo è proprio perché è dotata di una libertà di coscienza con cui può decidere di violare le leggi della stessa materia. Nessun prodotto della materia è in grado di fare una cosa del genere. Quindi se è vero che la materia è “pensante”, non lo è fino al punto da entrare in contraddizione con se stessa. Cioè non ha in sé degli elementi che possono portarla ad avere atteggiamenti autodistruttivi. L’uomo invece li ha, e sono proprio questi elementi che, seppur negativamente, ci indicano che l’essenza umana universale non è esattamente un “prodotto esclusivo” della materia.

Dobbiamo limitarci a dire che l’essenza umana non può prescindere dalla presenza della materia, ma questo, se vale sul piano ontico-fenomenico, estrinseco-formale, normo-legislativo, non vale su quello più propriamente ontologico. L’essenza umana è caratterizzata da una libertà di coscienza che la materia non conosce come la conosciamo noi. In virtù di questa libertà essa può compiere un “bene” che è esclusivamente “umano”, cioè di pertinenza del solo essere umano, l’unico ente di natura in grado di andare oltre gli istinti naturali, l’unico in grado di avere una coscienza della libertà.

Che cos’è il movimento?

Perché quando nasce la filosofia greca si concepisce il movimento della materia come il sorgere di un elemento e la distruzione di un altro? Perché i filosofi vivevano in una società dominata dai rapporti di forza. Chi si eleva o si distingue, è in grado di sottomettere chi è più debole, in un processo che non ha mai fine. E nel mondo greco era forte la lotta tra i ceti agrari e quelli mercantili. Quest’ultimi, 2500 anni fa, cercavano di sottrarre potere agli avversari, la cui ideologia che legittimava l’autorità era la mitologia religiosa, quella secondo cui sono stati gli dèi a dare una forma ordinata al caos iniziale dell’universo; e tra gli dèi il maggiore, ad un certo punto, divenne Zeus, impostosi con la forza, dietro il pretesto che suo padre Kronos era un mostro senza pietà per i suoi figli.

La suddetta filosofia mercantile aveva ampi connotati scientifici e sostanzialmente era atea: infatti si poneva una sostanza materiale (aria, acqua, fuoco, terra) come archè di tutto l’universo. Alcuni filosofi arrivarono a pensare che persino la presenza degli atomi, indivisibili e liberi di muoversi nell’universo, rendesse irrilevante la presenza degli dèi.

Tale filosofia scientifica non poteva piacere ai filosofi più aristocratici e conservatori, poiché il concetto di “movimento” toglieva ai poteri costituiti quella aureola di sacralità di cui essi si vantavano. Costoro infatti preferivano sostenere l’assolutezza della sostanza, fatta coincidere con l’essere, considerando il movimento una pura parvenza, un elemento del tutto inadeguato a mettere in discussione i poteri dominanti. Nella filosofia della natura, quella presocratica, vi sono già tutti gli elementi per capire la differenza tra idealismo e materialismo.

La lotta tra borghesia e aristocrazia portò a un conflitto permanente, in cui non si riuscì mai, neppure dopo la vittoria contro l’impero persiano, a trovare una via d’uscita agli antagonismi sociali, anche perché non si volle mai mettere in discussione l’istituto della schiavitù. Sorsero delle mediazioni filosofiche (di tipo stoico), capaci di valorizzare l’assolutezza della sostanza e l’importanza del movimento dei suoi elementi, ma non servirono a salvare la civiltà greca dal suo inarrestabile declino.

La trasposizione politica delle mediazioni filosofiche non riuscirà mai a fare del movimento la chiave di volta per superare la staticità della sostanza neppure nella civiltà romana, la quale infatti fece della schiavitù la propria ragione di vita. Nell’ambito di questo regime antagonistico il movimento partiva da qualcosa di statico, che però restava intangibile nelle sue caratteristiche di fondo. La stessa conoscenza scientifica aveva pochi motivi per svilupparsi, se non quelli di tipo militare e architettonico, che servivano a confermare i poteri esistenti.

Senza abolire la schiavitù non poteva svilupparsi la scienza e senza lo sviluppo della scienza la materia non poteva essere conosciuta nei dettagli. La svolta sociale avvenne con la borghesia a partire dai Comuni medievali, la quale al posto del rapporto schiavile preferiva quello salariato. La svolta scientifica vera e propria avvenne invece in epoca moderna, quando in campo astronomico si cominciò a dire, usando il telescopio, che l’universo è mosso da leggi autonome, conosciute le quali si può pensare di dominare la natura. Lo sviluppo borghese e scientifico portò a credere inizialmente che la materia non dipende dallo spirito e tanto meno dalla coscienza, e successivamente che il movimento è una proprietà intrinseca della stessa materia (confermata anche dall’uso del microscopio), per cui, se un qualche dio esiste, egli è al massimo un “ordinatore” dell’universo, un “orologiaio” che può dare alla materia una spinta iniziale per farla muovere, ma non costituisce certamente la chiave per interpretare le leggi della natura.

Queste idee furono ereditate da una filosofia materialistica più conseguente sul piano ateistico (prima in forma naturalistica e meccanicistica, poi storica e dialettica). Essa in pratica arrivò a dire che non c’è movimento senza materia e non c’è materia senza movimento. Il movimento della materia, essendo assoluto ed eterno, non può essere né originato né distrutto. L’equivalenza non viene soltanto concepita tra materia e movimento, ma anche, all’interno della materia, tra massa ed energia: ogni massa ha un’energia corrispondente, e non si può parlare di energia senza parlare di una massa, né si può pensare che un mutamento dell’energia non provochi un mutamento della massa. In alcune zone dello spazio cosmico la materia e l’energia si disperdono, ma in altre si concentrano di nuovo, dando origine a nuovi corpi celesti. Non ha neppure senso dire che la materia è destinata a trasformarsi in “pura energia”. Ciò in quanto non esiste energia senza materia, come non esiste materia che non sia energetica. La Luna è forse un pianeta morto? Eppure provoca le maree. Al massimo possiamo parlare di passaggio da un genere di materia a un altro genere. L’energia è piuttosto una misura del movimento, mentre la massa è una misura della materia.

Insomma, la materia non può annullarsi, né interamente né parzialmente, può solo trasformarsi; lo stesso movimento non può sorgere dal nulla né scomparire, può solo entrare in una quiete relativa, temporanea, una sorta di movimento in equilibrio: p.es. l’altezza degli individui, ad un certo punto, si arresta, ma all’intero di un corpo che progressivamente invecchia. Quindi i momenti di equilibrio o di quiete non interessano la materia in generale, ma solo singoli processi o corpi. Un oggetto nasce in movimento e si consolida nella quiete, per poter essere distinto da altri oggetti. Un corpo è in uno stato di quiete solo in rapporto a un altro corpo, ma entrambi partecipano, contemporaneamente, al movimento della materia. P.es. un’abitazione è stabile, ma viene edificata in un pianeta che è in continuo movimento. È proprio il movimento, generato dagli opposti che si attraggono e si respingono, che ci impedisce d’essere schematici, unilaterali, conservatori. La quiete non è che un momento del movimento. Le forme fondamentali di questo movimento sono quella meccanica, fisica, chimica, biologica e sociale, tutte interconnesse e inseparabili.

Quindi, essendo la materia eterna e infinita, è giusto parlare di automovimento, nel senso che sulla base della legge di conservazione e trasformazione della massa energetica, il movimento non può finire mai, né quantitativamente né qualitativamente, e tanto meno può esistere in un’unica forma.

A questo punto però il materialismo dialettico fa un’affermazione controversa. Da un lato sostiene che la materia non può trasformarsi in qualcosa di immateriale; dall’altro che la coscienza è un prodotto materiale del cervello, frutto di una lunga evoluzione della materia.

Vediamo come risolvere questa antinomia. Le strade percorribili potrebbero essere una delle due. Se l’essere umano è un “prodotto” della materia, allora la materia deve essere necessariamente “pensante”, cioè deve per forza contenere degli aspetti immateriali, visto che l’essere umano è l’unico ente di natura dotato di “coscienza”. Viceversa, se si vuole escludere la “pensabilità” da parte della materia, allora nell’universo deve per forza esistere un’essenza umana coeterna e coestensiva alla materia, dotata di una libertà di coscienza che la materia non conosce.

Non c’è altra spiegazione che giustifichi la presenza della libertà di coscienza. In entrambi i casi si parla di qualcosa di “umano”, dotato di caratteristiche “umane”, comprensibili perché condivisibili da parte del genere umano. L’essere umano non ha soltanto la facoltà di conoscere la materia, ma anche il compito di conoscere se stesso e di vivere un’esistenza compatibile con le leggi della natura.

Se si vuole considerare la coscienza una forma di sviluppo superiore della materia, allora qui si ha a che fare con una materia “umanizzata”, in grado di contenere aspetti immateriali o spirituali, senza per questo dover negare se stessa. Come ciò sia avvenuto non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che noi, come esseri umani, partecipiamo a questo sviluppo superiore della materia. La dimostrazione più evidente di tale partecipazione risiede nel fatto che solo l’essere umano può finire in condizioni sub-umane e, nonostante questo, avere la capacità di riprendersi. Negli enti di natura gli istinti non permettono un movimento del genere.

In ogni caso quando si arriva a dire che il movimento è il modo di esistere della materia, si è arrivati a formulare una tesi in cui gli uomini primitivi credevano per intuito, avendo una concezione olistica dell’esistenza, in cui tutto appare integrato e interconnesso. Abbiamo sicuramente fatto molti progressi negli ultimi 6000 anni di storia, ma il più deve ancora essere fatto.

Cosa sono lo spazio e il tempo?

Quando si parla di spazio e di tempo il materialismo dialettico afferma che la durata degli enti materiali è temporanea, limitata in uno specifico spazio, per quanto, sulla base di determinate tappe di sviluppo, essi siano soggetti a continue trasformazioni.

A rigor di logica, anche la coscienza, visto che viene considerata un prodotto della materia, dovrebbe fare la stessa fine di un qualunque oggetto, a meno che non si voglia sostenere che un ente immateriale ha il diritto di sfuggire alla legge di Kronos, che divora i propri figli. Ma nessun materialista ammetterebbe una cosa del genere molto volentieri.

Forse sarebbe meglio limitarsi a sostenere che i singoli oggetti, prodotti dalla materia, sono destinati a trasformarsi in altro da ciò che erano in un determinato spazio-tempo. E se questo è possibile agli oggetti, non si vede perché dovrebbe essere negato agli esseri umani, i quali sulla Terra hanno certamente una conformazione fisica non adatta a vivere nello spazio cosmico.

Resta tuttavia il problema di sapere che fine faranno le coscienze individuali, le quali è difficile che riescano a trovare soddisfazione sapendo che soltanto come “specie” sono destinate a esistere, magari evolvendo in altre forme, che riguarderanno le future generazioni. Se compito dell’umanità è quello di credere in una “verità assoluta” – come vuole Lenin –, ci si chiede per quale ragione le generazioni esistite prima di noi non possano beneficiare di tale conoscenza (come noi non ne fruiremo rispetto a quelle future). La successione temporale, di fronte alla coscienza soggettiva, in una questione così importante, ha un significato molto relativo. Chiunque infatti potrebbe chiedersi che senso abbia dover conoscere una verità assoluta quando ci si deve considerare completamente mortali, cioè non destinati a un’esistenza eterna.

Anche qui, per risolvere il problema, le soluzioni sembrano essere due: o qualunque generazione della storia ha avuto la possibilità di accedere alla verità assoluta, oppure qualunque coscienza individuale avrà la possibilità di accedervi in una dimensione cosmica. Le soluzioni, come si può facilmente notare, non sono in antitesi tra loro. Semmai l’antitesi è a un altro livello: negli ultimi 6000 anni di storia, cioè da quando è sorto l’antagonismo sociale tramite l’introduzione dello schiavismo (fisico, tributario e salariale, cui si è aggiunto nel cosiddetto “socialismo reale” quello ideologico2), noi non sappiamo più chi siamo veramente (al massimo possiamo soltanto “desiderare” di diventare “umani e naturali”), quindi si può presumere che l’umanità stia cercando di arrivare a quella stessa “verità assoluta” che già conosceva, in forma olistica (cioè senza l’uso della scienza sperimentale), alle sue origini.

I materialisti criticano gli idealisti quando questi non credono in una oggettività del tempo e dello spazio. Ma se davvero spazio e tempo fossero solo categorie mentali, chi sarebbe più ateo: l’idealista o il materialista? A nostra consolazione non è forse meglio credere che questi due elementi della materia (lo spazio e il tempo), esistendo indipendentemente da noi, forse hanno il potere di “ospitarci” dopo la nostra morte terrena? Non torna forse a nostro vantaggio sapere che se la materia è eterna, così come l’energia e il movimento che la caratterizzano, nonché lo spazio e il tempo che la contengono, nulla ci impedisce di credere che anche noi beneficiamo degli stessi privilegi, visto che siamo un prodotto della materia a organizzazione superiore? Non sarebbe forse triste vedere un materialista credere nell’eternità della materia e contemporaneamente nella temporalità dell’essere umano? A che ci servirebbe credere in qualcosa di cui non potremmo beneficiare nella sua interezza o completezza?

Insomma, se consideriamo eterno il tempo (che è anche irreversibile) e infinito lo spazio (che è tridimensionale), non si capisce perché queste caratteristiche non debbano appartenere anche all’essenza umana universale. Se dopo morti non avremo più la stessa complessione fisica che ci caratterizza su questa Terra, dov’è il problema? Le forme cambiano, la sostanza resta. L’importante è essere se stessi, conformi a natura, umanamente integri, rispettosi delle leggi universali della materia, di cui la principale riguarda proprio noi: la libertà di coscienza. L’unica possibile distruzione della coscienza è quella che l’essere umano può compiere nella propria libertà, rifiutandosi di essere quel che deve essere. La vera morte, la vera “malattia mortale” (come direbbe Kierkegaard) è la disperazione, cioè la volontà di non voler essere stessi, secondo natura, o la volontà di voler essere se stessi contro la natura: in entrambi i casi il rifiuto di trasformarsi sulla base di leggi naturali.

Dobbiamo immaginarci nell’universo con un corpo che può viaggiare alla velocità della luce (cosa che già sperimentiamo col pensiero), un corpo che può emanare energia (cosa che possiamo fare anche adesso in varie maniere), un corpo che può superare la forza di gravità (come sperimentano gli astronauti), un corpo libero di amare chi vuole (nel rispetto della libertà di coscienza), un corpo che si sente a proprio agio quando è immerso nelle forze della natura, capace di produrre i propri beni nel rispetto delle leggi della materia (come facevano i primitivi). Di fronte a una prospettiva del genere chi sarebbe così stupido da vivere nella disperazione? Chi continuerebbe a restare vincolato agli errori compiuti sulla Terra? Chi non approfitterebbe del fatto che il tempo non è in grado di fermarsi e che il fatto di procedere solo in avanti è la più grande opportunità per cambiare in meglio?

Un’ultima osservazione. Anche se può apparire strano, in quanto un materialista è abituato a ragionare in termini deterministici, è stata proprio l’importanza attribuita alla coscienza che ha permesso all’uomo di considerare lo spazio e il tempo, così come la materia, qualcosa di eterno e di infinito. Cioè quanto più ci siamo liberati dalla religione (medievale), grazie allo sviluppo della tecnoscienza, applicata all’industria, tanto più abbiamo estromesso l’idea di Dio dalla nostra coscienza, sostituendolo con un nuovo contenuto autonomo, la materia, che si muove in due contenitori non meno autonomi, lo spazio infinito e il tempo eterno. Che poi questa nostra autoconsapevolezza si sia sviluppata togliendo alla natura la propria autonomia, è un altro discorso. Resta comunque un fatto che la nostra liberazione dalla dipendenza religiosa sia avvenuta tramite la rivoluzione industriale, supportata da quella tecnico-scientifica.

In futuro, sul nostro pianeta, visto che con queste rivoluzioni abbiamo letteralmente devastato l’ambiente, compromettendo la nostra stessa esistenza, le alternative che avremo saranno soltanto due: tornare a credere in Dio, ripetendo in pratica il passaggio dallo schiavismo greco-romano al servaggio feudale (che è poi il passaggio dall’urbanizzazione alla ruralizzazione); oppure sviluppare una forma di ateismo simile a quella dell’uomo primitivo, la cui tecnologia era rispettosa dell’esigenza riproduttiva della natura. In tal caso però lo faremmo con la consapevolezza dei limiti della scienza e quindi con l’esigenza di tornare a uno stile di vita molto più a contatto con la natura.

Comunque sia, noi dobbiamo sviluppare la legge più importante dell’universo, quella che le riassume tutte: la libertà di coscienza, che può essere realizzata solo rispettando la diversità. E quando si parla di “diversità”, si deve per forza intendere qualcosa di autenticamente umano e di integralmente naturale, qualcosa che non può certamente essere definito a priori.

*

Noi abbiamo assolutamente bisogno che il tempo non sia unidirezionale. Per poter risolvere i problemi della coscienza, il tempo deve permetterci di tornare indietro e di farci rivivere il passato come se fosse presente. Non deve essere obbligatorio farlo, ma deve esserci data la possibilità di farlo.

Il tempo deve andare avanti come forza oggettiva, come una costante determinazione, ma dal punto di vista della nostra soggettività esso deve risultare indeterminato, nel senso che, a nostra discrezione, esso può anche risultare reversibile. Altrimenti è impossibile capire la complessità delle scelte di campo, cioè l’uso del libero arbitrio. Guardando le cose a ritroso, senza poterle rivivere, si ha sempre l’impressione che siano state dettate dalla categoria della necessità.

Ciò ovviamente non significa che il passato possa essere modificato, ma semplicemente che la coscienza deve poter ritrovare in un passato integrale, non limitato da se stesso, quindi in un passato-sempre-presente, le cause delle proprie scelte di campo, quelle esistenziali, sociali, culturali, politiche. Non deve andare perduto neanche un capello della nostra testa, se quel capello è decisivo per capire chi siamo e cosa siamo diventati. Noi dobbiamo essere messi in condizione di poterci riconciliare con noi stessi, conformemente alla verità assoluta, che non può certo essere stabilita soggettivamente, nel chiuso della propria coscienza.

In fisica si dice che l’evento-causa non può essere posteriore all’evento-effetto. Ma nell’universo noi abbiamo bisogno di poter constatare tutte le cause che hanno prodotto un determinato effetto, e ne abbiamo bisogno come se fossero presenti, senza le deformazioni inevitabili legate alla percezione del passato. Queste deformazioni possono essere dovute ai difetti della memoria, ma anche alle interpretazioni che col tempo abbiamo dato agli eventi del passato. A forza di dare interpretazioni non suscettibili di modifiche (e quindi sostanzialmente univoche), noi tendiamo a deformare il passato: non lo vediamo più per quello che è stato, obiettivamente, ma lo vediamo così come lo vogliamo vedere.

Ora, se il passato viene deformato da pregiudizi o false interpretazioni, la soluzione ai nostri problemi di coscienza sarà impossibile. Noi abbiamo bisogno che il passato, pur restando tale, si presenti a noi come se ci fosse contemporaneo. Il passato non può essere modificato, ma possono essere modificati i suoi effetti nel presente. Noi abbiamo bisogno di sottoporre a verifica la nostra coscienza, che ha il diritto di cambiare se stessa in qualunque momento.

Ovviamente nell’universo non esisteranno un tempo e uno spazio analoghi a quelli che viviamo sulla Terra. E tuttavia, se è vero che l’inferiore è incluso nel superiore, noi dobbiamo avere la possibilità di riprodurre, almeno come forma di rappresentazione realistica, ciò che abbiamo vissuto nel passato. Dobbiamo avere la possibilità di farlo, soprattutto perché la nostra coscienza inquieta ha bisogno di trovare il proprio equilibrio. Dobbiamo poterci rivedere (come se in un film fossimo noi gli attori principali) nel momento esatto in cui abbiamo compiuto delle scelte sbagliate.

In fondo anche la psicanalisi ambisce a farci tornare indietro, verso ciò che abbiamo rimosso con la coscienza e che permane però a livello inconscio. Noi abbiamo bisogno che tutto il rimosso torni in superficie, ma perché tale operazione sia davvero oggettiva (e quindi utile), le categorie di spazio e tempo devono essere completamente diverse. Dobbiamo poter percepire la fisicità degli eventi del passato come se fosse rivissuta integralmente (interiormente).

La riconciliazione con la nostra identità umana non può essere solo un’azione della coscienza da farsi hic et nunc. Abbiamo bisogno del contribuito della fisica. Sono le teorie in campo fisico e astronomico che ci devono assicurare che nell’universo non andrà perduto nulla di quanto abbiamo vissuto sulla Terra. In fisica deve valere il principio secondo cui il rapporto tra semplice e complesso è bidirezionale. Non solo, ma anche l’idea secondo cui in natura non c’è nulla che sia così semplice da non essere anche profondamente complesso, e nulla di così complesso da non poter essere conosciuto e persino vissuto in maniera semplice. L’uomo ha bisogno di semplicità, poiché ciò da sicurezza. Ma, allo stesso tempo, non vuole negarsi la possibilità di trasformare il semplice in una profonda complessità.

Nell’universo, a causa delle mutate caratteristiche dello spazio e del tempo (che tali saranno anche in rapporto alla gravità, alla velocità della luce, alla densità della materia, ecc.), noi avremo una percezione delle cose completamente diversa da quella attuale, ma la coscienza deve poter restare sempre “umana” e “naturale” come adesso (quando ovviamente è conforme a ragione). Ebbene, tale coscienza, pur vivendo in un corpo diverso da quello attuale (un corpo probabilmente più energetico che materico), avrà comunque il compito di acquisire la verità assoluta della realtà. Di questa realtà la stessa coscienza è parte costitutiva. La scienza dovrà aiutare la coscienza a ritrovare se stessa, cioè ad essere quel che deve essere. Non serve a niente acquisire sempre maggiori verità scientifiche se la coscienza resta inadeguata, lacerata tra l’essere e il dover essere. Noi abbiamo bisogno di disalienare una coscienza condizionata da 6000 anni di rapporti sociali fortemente conflittuali.

Che cos’è la coscienza?

Se la coscienza fosse davvero soltanto una proprietà del cervello, sarebbe impossibile spiegare da dove venga il senso della libertà di coscienza, poiché non vi è alcuna area del cervello che la possa indicare. Quando in biologia si parla di “stato di coscienza”, s’intende qualcosa di esclusivamente “fisico”. P.es. nel cervelletto, una struttura situata alla base del cranio, i 70 miliardi di neuroni che possiede (molti di più che nel resto del cervello) non ci permettono neppure di poter sperimentare qui e ora l’ambiente attorno a noi, cioè di percepire sentimenti, odori, sapori, di sentire il dolore o di essere felici. È come se il cervelletto fosse costituito da una serie di moduli ognuno dei quali opera in parallelo: una caratteristica che evidentemente non gli consente di contribuire a una funzione così complessa come lo sviluppo della coscienza. Prendiamo un altro esempio: la zona della corteccia pre-frontale è quella più “associativa”, quella in cui gli esseri umani fanno le loro rappresentazioni del mondo e di se stessi. Eppure essa si limita a elaborare i dati, senza trasformarli in azioni specifiche: la maggior parte delle nostre decisioni non avviene con un pensiero cosciente verbalizzato, ma in modo “automatico”. Il fatto è che si sa ancora pochissimo della coscienza, intesa come la capacità di fare esperienza del mondo e comunicarla agli altri.

Il cervello esiste in tantissimi animali, ma per nessuno di essi si può parlare di qualcosa che vada al di là dell’istinto, e tra gli istinti non vi è certamente quello della facoltà di scelta, ovvero quello dell’autoconsapevolezza. L’animale ha indubbiamente il senso della libertà, in quanto per fargli perdere questo senso bisogna addomesticarlo, e non tutti si lasciano domare con la forza. Tuttavia in loro il senso della libertà è una semplice sensazione. L’animale non sa assolutamente quale sia la differenza tra il bene e il male, proprio perché il “bene” lo vive in forma istintiva, irriflessa, come la natura gli impone. Se compie qualcosa che noi giudichiamo negativamente è perché siamo noi che trasferiamo in lui le nostre frustrazioni o alienazioni, oppure perché soffre di qualche pesante condizionamento che noi gli abbiamo imposto. Se un animale avesse davvero “coscienza” della libertà, farebbe del “bene” al di là dei propri istinti e persino al di là dell’addestramento ricevuto.

Ecco perché tra noi e gli animali non si può parlare di “relazione sociale”, come non è possibile farlo tra noi e un computer o un robot. Ci può essere affettività o riconoscimento di una certa capacità intellettiva, ma non ci sarà mai un rapporto alla pari. Il fatto stesso che nell’uomo il linguaggio sia incredibilmente sviluppato, mentre nell’animale si riduce a pochi versi, attesta che, sul piano della coscienza, un abisso ci separa. La coscienza infatti è il luogo ove il linguaggio può assumere le sfumature interpretative più disparate. Apparentemente sembriamo fatti apposta, noi umani, per non capirci. Siamo capaci, in effetti, di equivocare il significato di ogni singola parola. Ma è proprio l’ambiguità del nostro linguaggio che ci rende unici. Sono proprio le sottigliezze, i doppi sensi, le ironie… che ci rendono estremamente diversi non solo dal mondo animale, ma anche tra di noi. La varietà delle parole, dei segni e dei simboli, ovvero dei significati che attribuiamo a parole, segni e simboli è qualcosa di una ricchezza sconfinata, assolutamente incommensurabile, non paragonabile con alcunché.

Come può il materialismo dialettico spiegare il motivo per cui un’unica specie, tra le infinite che si sono formate sulla Terra, abbia potuto beneficiare in via esclusiva di una ricchezza del genere? Se tutto ciò fosse stato determinato dal caso, perché parlare di “verità oggettiva” e persino di “verità assoluta”? Se nell’ambito della materia esistono leggi universalmente necessarie e una verità assoluta che noi dobbiamo conoscere, cosa c’entra il caso nell’evoluzione della specie umana? Se la materia è “pensante” (cosa che anche il materialismo ammette), per quale motivo dovremmo considerare la coscienza il risultato di uno sviluppo relativamente recente, e non una caratteristica ancestrale e strutturale della stessa materia?

Il fatto che sulla Terra l’uomo sia apparso dopo la formazione della natura e del regno animale, sta forse a indicare che fino a quel momento la materia non era “pensante”? Cioè essa sarebbe divenuta “pensante” o avrebbe acquisito la proprietà della “coscienza” soltanto in seguito alla comparsa dell’uomo sulla Terra? E che motivo avrebbe avuto di compiere un salto qualitativo del genere quando per miliardi di anni non ne aveva avvertito alcun bisogno? La porzione di universo in cui noi viviamo ha circa 14 miliardi di anni; il nostro pianeta circa 4,5 miliardi… Stiamo parlando di enti materiali che avrebbero potuto continuare a vivere senza coscienza per altri infiniti miliardi di anni. Niente e nessuno avrebbe potuto indurli a prendere coscienza di sé.

Il fatto che sulla Terra sia avvenuta un’evoluzione dagli stadi inferiori della natura verso quelli superiori, non sta necessariamente a indicare che la stessa evoluzione sia avvenuta anche a livello cosmico. L’evoluzione terrena doveva probabilmente far capire a noi umani l’esistenza di una materia “pensante”, cioè di una sostanza che rende impossibile pensare a una nostra presenza casuale sulla Terra. Su questo pianeta è infatti sorto un ente di natura cui è stata concessa la facoltà di prendere consapevolezza dell’esistenza di una materia “pensante”.

Ora (ed è proprio qui il punto il cui il materialismo deve emendarsi), se tale consapevolezza si trova a formarsi in un corpo così particolare come quello umano, diviso per genere, nulla ci impedisce di credere che la conformazione della materia pensante sia straordinariamente somigliante a quella che abbiamo noi. Cioè la materia pensante non può assomigliare a nessun particolare animale, benché ogni specie abbia ereditato qualche particolarità della materia, sviluppandola in forme e modi che caratterizzano proprio quella specie e non un’altra.

Tutto ciò per dire che la “pensabilità” della materia è una caratteristica della materia stessa, la quale, sul piano cosmico, si manifesta come “essenza umana”. Noi, in quanto esseri umani del pianeta Terra, partecipiamo a pieno titolo a tale “essenza umana”, avendone ereditate le caratteristiche salienti, di cui la principale è proprio quella della libertà di coscienza. Quando la materia prende consapevolezza dell’esistenza di tale libertà, assume il nome e la forma di “essenza umana”. La capacità di riflettere il mondo materiale, in maniera tale che si formi una “coscienza”, non appartiene a nessun essere vivente che non sia “umano”.

Se questo processo viene considerato “casuale”, la si deve smettere di parlare di “verità assoluta”, indipendente dalla coscienza umana, e ci si deve limitare a parlare di “verità relativa” o soggettiva, che l’uomo di volta in volta elabora, senza alcuna pretesa di oggettività. Di conseguenza, se la coscienza fosse soltanto il frutto di un’interazione tra cervello e ambiente, saremmo inevitabilmente costretti ad ammettere che nel futuro la coscienza, grazie allo sviluppo della conoscenza scientifica, sarà più evoluta di quella attuale. Ma una congettura del genere sarebbe profondamente ingiusta nei confronti di tutte le generazioni del passato, le quali, evidentemente, non avevano le nostre medesime cognizioni. La coscienza umana è una facoltà del tutto indipendente dalle cognizioni scientifiche. Appartiene all’essenza umana in quanto tale, cui ogni essere umano partecipa da quando la specie umana è venuta al mondo. Quel che cambiano sono le interpretazioni che diamo alle leggi della natura e della società in cui viviamo.

Note

1 Ci si permetta il seguente appunto. Nel Medioevo la filosofia era nettamente sottomessa alla teologia, per cui era impossibile uscire dalla mistificazione; e non se ne uscì neppure quando la filosofia, a partire da Cartesio, volle emanciparsi dalla teologia. Infatti la filosofia borghese non è altro che un modo di pensare individualistico e, per questa ragione, non sufficientemente determinato sul piano ateistico. Tuttavia con lo sviluppo della scienza sperimentale, a partire da Bacone e Galilei, il passo avanti che si volle compiere, nei confronti sia della teologia che della filosofia, ha portato l’umanità verso il baratro, pur essendo la scienza più determinata verso l’ateismo (questo a testimonianza che né l’ateismo né la religione possono in sé spiegare e tanto meno superare l’irrazionalismo della società basata sull’antagonismo sociale). Si è preteso infatti di conoscere la natura separandola nei suoi elementi più semplici e ponendo tale conoscenza analitica al servizio della produzione industriale capitalistica. L’idea di voler conoscere la natura per meglio “dominarla” non ha fatto altro che creare una catastrofica devastazione ambientale.

2 “Ideologico” nel senso che al potere vi era un partito unico che dirigeva uno Stato totalitario, sommamente burocratico e basato su una ideologia di sistema.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

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