Congressi e Conferenze della II Internazionale

(1889-1914)

I Congresso
(costitutivo), a Parigi, nel centenario della presa della Bastiglia
(14-20 luglio 1889). Vi prendono parte 391 delegati provenienti da 22
paesi d’Europa (221 francesi, 81 tedeschi, 22 inglesi, 14 belgi, 8
austriaci, 6 russi, e delegazioni minori da Olanda, Danimarca,
Svezia, Norvegia, Svizzera, Polonia, Romania, Italia, Ungheria,
Spagna, Portogallo, Boemia e Bulgaria) e osservatori dagli Stati
Uniti, Argentina e Finlandia. Fra i principali partiti coinvolti il
Partito Socialdemocratico Operaio austrotedesco, la Sezione Francese
dell’Internazionale Operaia, il Partito Socialista Italiano, il
Partito Operaio Socialdemocratico Russo e il Partito Laburista
inglese, ma il ruolo guida l’ebbe il Partito Socialdemocratico di
Germania. L’Internazionale non aveva un’organizzazione centralizzata,
ma si limitava ad essere la centrale di coordinamento fra i partiti
collegati al movimento operaio nelle diverse nazioni.

Argomenti trattati: legislazione
internazionale del lavoro; giornata lavorativa di 8 ore; divieto del
lavoro dei fanciulli e misure atte a proteggere il lavoro dei ragazzi
e delle donne; viene deciso di organizzare per il 1° maggio 1890 una
manifestazione per la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore, da
tenersi simultaneamente in tutti i paesi. Vi partecipano W.
Liebknecht, A. Bebel, E. Bernstein (non ancora “revisionista”),
K. Zetkin, J. Guesde, E. Vaillant, Ch. Longuet e P. Lafaurge (questi
ultimi due generi di Marx), C. de Paepe e E. Vandervelde (Belgio), V.
Adler (Austria), L. Frankel (Ungheria), P. Iglesias e J. Mesa
(Spagna), G. V. Plechanov (Russia), A. Costa e A. Cipriani (Italia).
(Eleanor Marx, “Tussy”, è presente come delegata per la
Francia.)

La prima fase della II
Internazionale viene individuata nel periodo fra il 1889 e il 1896,
mentre l’economia capitalistica mondiale, ancora in recessione in
conseguenza della crisi del 1873, sembra stia per crollare. In questo
clima Friedrich Engels, Karl Kautsky, Eduard Bernstein, Paul
Lafargue, Georgij V. Plechanov, Antonio Labriola, Otto Bauer, Rudolf
Hilferding e altri, elaborarono il cosiddetto “marxismo ortodosso”,
secondo cui il crollo del capitalismo era inevitabile, ma poteva e
doveva essere accelerato dalla lotta parlamentare (soprattutto per
ottenere il suffragio universale e la giornata lavorativa di 8 ore).
L’atteggiamento di questi socialisti era perciò di attendismo e di
ottimismo.

II Congresso, a
Bruxelles (16-22 agosto 1891). Partecipano 337 delegati di 15 paesi
europei e Stati Uniti. Punti principali: lotta al militarismo;
questione sindacale e lavorativa (centralità dei sindacati e dello
sciopero, abolizione del cottimo); rendere permanente il 1° maggio
come giornata di lotta internazionale per le 8 ore1;
parità diritti civili e politici alle donne.

III Congresso, a Zurigo
(6-12 agosto 1893). Oltre 400 delegati di 20 paesi. Risoluzioni:
preclusione agli anarchici, assolutamente contrari al ruolo dello
Stato (verranno definitivamente espulsi dall’Internazionale al
Congresso di Londra del 1896); uso tattico del parlamento per la
conquista rivoluzionaria del potere politico; lotta al militarismo,
contro i crediti di guerra, per il disarmo e l’abolizione degli
eserciti permanenti. Engels, eletto presidente, chiude il Congresso
(morirà nel 1895).

IV Congresso, a Londra
(27 luglio-1 agosto 1896), con 476 delegati. Si dibatte del diritto
delle nazioni all’autodeterminazione e sulla politica anti-coloniale.
Nella risoluzione finale il Congresso prevede l’ineluttabile
rivoluzione socialista e considera che lo sviluppo economico e
industriale avanza con tale rapidità che una crisi si può
verificare in un tempo relativamente breve. Il Congresso insiste
dunque presso il proletariato di tutti i paesi sull’assoluta
necessità di insegnare ai cittadini coscienti della loro classe ad
amministrare i loro rispettivi paesi, nell’interesse comune. Undici
partiti furono rappresentati da esponenti quali Bebel, Liebknecht,
Singer, Adler, Plechanov ecc. Il 31 luglio si tenne anche una
riunione privata delle delegate socialiste femminili.

V Congresso, a Parigi
(23-27 settembre 1900), forte delegazione russa (23) e polacca, la
quale, con R. Luxemburg animò il dibattito sull’anti-militarismo (e
contro il colonialismo). L’Internazionale era fondamentalmente una
federazione di partiti, cassa di risonanza delle diverse
problematiche nazionali. Per dare un coordinamento ai partiti
nazionali nel 1900 fu costituito un ufficio permanente, il Bureau
Socialiste International (BSI), composto da due delegati per Paese,
convocato periodicamente in riunione plenaria, con sede a Bruxelles:
disponeva di una Segreteria permanente, mentre la delegazione belga
svolgeva la funzione di Comitato esecutivo. Il BSI terrà, dal 1901
al 1914, 16 riunioni plenarie (Lenin vi rappresentò il Posdr dal
1907 al 1914). A esso si aggiunse nel 1904 la Commissione
Interparlamentare Socialista, che avrebbe dovuto coordinare
l’attività parlamentare nei vari Paesi. Questi organi ebbero poca
efficacia, soprattutto in occasione della Grande Guerra.

Intanto una seconda fase
dell’Internazionale socialista si avviò alla fine dell’Ottocento,
quando il capitalismo uscì dalla crisi riorganizzato e vitale:
questo confutava la speranza in una prossima caduta del sistema.
Inoltre si era creato un ceto piccolo-borghese benestante. Il fatto
che il capitalismo non si fosse avviato alla crisi, ma fosse riuscito
a superarla e a evitare il crollo era ritenuto da taluni un errore
nella teoria marxiana. Da ciò nacque in alcuni esponenti socialisti
l’esigenza di una riformulazione di alcune fondamentali teorie
marxiste. Questa corrente, pur sempre minoritaria, fu detta
“revisionismo” ed ebbe il suo maggior esponente in Eduard
Bernstein. Per Bernstein in Marx c’erano ancora residui hegeliani
nella dialettica che lo portavano a generalizzazioni eccessive, che
non tenevano conto della realtà e creavano illusioni quali appunto
il crollo del sistema capitalista, la caduta tendenziale del saggio
di profitto, ecc. Constatata la vitalità del sistema borghese, i
revisionisti sostennero un programma di riforme da attuarsi
attraverso la sola lotta parlamentare.

VI Congresso, ad
Amsterdam (14-20 agosto 1904). Argomenti trattati: 1) tattica
internazionale; 2) politica coloniale; 3) sciopero generale; 4)
politica sociale e assicurazioni sociali per gli operai; 5) i trusts
e la disoccupazione, ecc. Bebel e Kautsky giungono al Congresso
vantando la loro lotta al revisionismo di Bernstein. Jaurès giudica
il suddetto anti-revisionismo più formale che sostanziale, e
rivendica maggior libertà di azione (riformistica) ai singoli
partiti nazionali.2
La “risoluzione di Dresda” (che approvava la linea tedesca
anti-revisionista) passa con 25 voti a favore, 5 contrari e 12
astensioni. Si decise, inoltre, che in ogni paese ci dovesse essere
un solo partito socialdemocratico. Per la questione dello sciopero
generale come arma di lotta del proletariato, fu approvata la
risoluzione olandese proposta da Henriette Roland-Holst con 36 voti
favorevoli, 4 contrari e 3 astensioni. Durante la discussione sulla
questione coloniale, fu approvata una risoluzione a firma di S. G.
Hobson, della società Fabiana inglese, di denuncia del saccheggio
britannico dell’India.

VII Congresso, a
Stoccarda (18-24 agosto 1907). Presenti 884 delegati di 25 nazioni,
incluse Argentina, Australia, Austria, Belgio, Bulgaria, Danimarca,
Inghilterra, Germania, Italia, India, Giappone, Norvegia, Polonia,
Russia, USA e un delegato dal Sud Africa. Furono approvati gli
statuti e i regolamenti dei Congressi e del BSI.

La terza e ultima fase della
Seconda Internazionale viene individuata nel periodo successivo alla
rivoluzione russa del 1905. Questo evento rilanciò la prospettiva
rivoluzionaria, che non negava l’utilità delle riforme, ma affermava
ch’esse non erano sufficienti a ottenere l’emancipazione del
proletariato. I gruppi rivoluzionari erano piccoli e molto divisi fra
loro: si andava dalla sinistra radicale tedesca di Rosa Luxemburg ai
bolscevichi di Lenin, dai tribunisti olandesi di Anton Pannekoek ai
guesdisti francesi.

La corrente rivoluzionaria
guidata da Rosa Luxemburg, Lenin e Martov, contrari a ogni
patriottismo, si scontrò coi moderati, i quali, in caso di guerra,
si proclamavano decisi, a determinate condizioni, a difendere il
proprio paese. Questo era un punto chiave. Infatti lo scoppio della
prima guerra mondiale comportò la fine della II Internazionale,
poiché prevalsero, nella maggior parte dei partiti socialisti
aderenti, l’istinto patriottico su quello internazionalista e la
necessità di accorrere a difendere i rispettivi paesi impegnati nel
conflitto.

Le mozioni sul tema della guerra
furono quattro (Bebel, Guesde, Hervé e Vaillant-Jaurès): quella
approvata fu una sorta di compromesso che impegnava i partiti
aderenti a fare del loro meglio per impedire la guerra, ma, qualora
questa fosse scoppiata, a fare il possibile per concluderla al più
presto, approfittando dell’occasione per provocare la caduta del
capitalismo.

Vennero discusse anche la
questione coloniale; i rapporti tra i partiti socialisti e i
sindacati; l’emigrazione e la questione femminile (voto alle donne).
Si tenne anche una Conferenza internazionale delle donne socialiste,
con 58 delegate di 13 paesi e numerose osservatrici, nella quale fu
deciso di creare un Ufficio di informazione internazionale delle
donne socialiste. Clara Zetkin fu eletta segretaria, e la rivista
“Die Gleichhit” da lei redatta e edita a Stoccarda fu designata
organo del movimento internazionale delle donne socialiste.

VIII Congresso, a
Copenhagen (28 agosto-3 settembre 1910). I paesi rappresentati sono
336, i delegati 896 (tra cui Lenin, mancava Bebel per malattia).
Viene ripreso il dibattito sullo sciopero generale contro la guerra
(che era stato taciuto nella risoluzione di Stoccarda), ma nella
risoluzione finale ci fu solo la conferma delle tesi di Stoccarda,
con in più uno slittamento a destra verso il pacifismo borghese e
l’azione parlamentare (quest’ultima considerata come fulcro della
propaganda contro la guerra). Si dibatterono, inoltre, i rapporti tra
i partiti socialisti e il movimento cooperativo, nonché la
legislazione industriale e sociale, ivi comprese delle misure a
favore dei disoccupati. La risoluzione su quest’ultimo punto formulò
una piattaforma rivendicativa che comprendeva: giornata di 8 ore;
proibizione del lavoro dei minori di 14 anni e abolizione del lavoro
notturno, salvo casi speciali; riposo settimanale continuato di
almeno 36 ore; abolizione del truck-system; diritto di coalizione;
ispezioni nei luoghi di lavoro insieme ai rappresentanti dei
lavoratori; un sistema generale di assicurazione obbligatoria, la cui
amministrazione dovrebbe essere affidata alle organizzazioni operaie
e la cui spesa doveva essere a carico del padronato; ecc. Si tenne
anche la seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste,
composta da 100 delegate di 17 paesi, la quale elesse ancora Clara
Zetkin quale sua segretaria. Vennero discussi gli aspetti
organizzativi, politici (suffragio universale femminile) e sociali
(lotte per il miglioramento della donna lavoratrice).

Congresso straordinario a
Basilea
(24-25 novembre 1912). Era stato convocato per discutere
come affrontare la lotta contro il pericolo incombente di una guerra
mondiale, la cui minaccia si era ancor più aggravata dopo l’inizio
della prima guerra balcanica. Presenti 555 delegati (di cui 6 russi
del Posdr). Nella seduta del 25 fu approvato un manifesto contro la
guerra, in quanto guerra fra capitalisti, nel quale si raccomandava
ai socialisti di sfruttare la crisi economica e politica provocata
dalla guerra per battersi per la rivoluzione socialista. Promotori di
questa posizione erano figure di riferimento della II Internazionale
come Jean Jaurès, Édouard Vaillant, Karl Kautsky e August Bebel.
Questa scelta si tradusse in pratica in Italia nelle manifestazioni
contro la guerra di Libia organizzate nel 1911 a Forlì dall’allora
esponente del socialismo massimalista Benito Mussolini.

Tuttavia emersero posizioni
divergenti, sebbene minoritarie. Da un lato si ponevano quanti
solidarizzavano con le ragioni che i propri Paesi portavano avanti
sul tavolo diplomatico e che furono poi all’origine dell’esplosione
del conflitto nel 1914. Si trattava dei revisionisti tedeschi (Gustav
Noske e Georg von Vollmar) e austriaci, i cui partiti erano ormai
inseriti nel sistema parlamentare, ma anche dei socialisti
rivoluzionari italiani come p.es. Arturo Labriola, che aveva
caldeggiato la conquista della Libia. Dall’altro lato vi erano coloro
che ritenevano che la guerra avrebbe accelerato la crisi del sistema
capitalistico, avvalorando la teoria di Marx e spianando la strada
alla rivoluzione. Questa posizione era forte soprattutto fra i
delegati russi e polacchi, i quali avevano verificato come la guerra
russo-giapponese avesse portato alla rivoluzione russa del 1905. Fra
i principali fautori vi erano perciò Rosa Luxemburg e Lenin, i quali
ritenevano che i socialisti dovessero utilizzare la crisi economica
indotta dalla guerra per agitare gli strati popolari e far crollare
il capitalismo.

– 1914, nell’agosto a Vienna si
sarebbe dovuto tenere il IX Congresso (X se si include quello
straordinario di Basilea), che però non si tenne per lo scoppio
della guerra (28 luglio). I partiti socialisti scelsero a maggioranza
d’attuare una politica di tregua parlamentare e sindacale chiamata
Union sacrée in Francia e Burgfrieden in Germania. Il
culmine di questa politica si ebbe il 4 agosto 1914 quando quasi
tutti i deputati socialisti ai parlamenti tedesco, austriaco,
francese e inglese votarono i rispettivi crediti di guerra, cioè
l’emissione di titoli di debito pubblico per finanziare le spese
militari. Questo atto di fedeltà di ciascun partito socialista alla
propria nazione contraddiceva alla radice l’esistenza
dell’Internazionale Socialista, che perciò cessò di fatto di
esistere.

– 1915 (5-8 settembre). I
Conferenza
Internazionale Socialista a Zimmerwald (vicino Berna),
su iniziativa di Angelica Balabanoff, del socialista svizzero Robert
Grimm e del socialista italiano Oddino Morgari, Erano presenti vari
partiti socialisti con delegazioni ufficiali: il partito socialista
italiano (Costantino Lazzari e Giacinto Menotti Serrati), il partito
operaio socialdemocratico russo, il partito socialista rivoluzionario
russo, il partito socialista rumeno, il partito socialista di
Bulgaria, delegazioni ufficiali dalla Svezia e dalla Norvegia,
dall’Olanda (il piccolo ma coraggioso partito legato alla rivista “De
Internationale”), poi delegazioni dalla Polonia e dai Paesi
Baltici. Dalla Francia poche presenze poiché sia il partito
socialista che la CGT appoggiavano il governo belligerante. Dalla
Germania due deputati socialisti rappresentanti la debole opposizione
alla socialdemocrazia tedesca. Non poterono partecipare delegati
dell’Indipendent Labourt Party e del British Socialist Party, poiché
non avevano potuto ottenere i passaporti. Clara Zetkin e Rosa
Luxemburg erano in carcere, e anche Karl Liebknecht, che nel dicembre
del 1915 fu l’unico deputato al Reichstag a votare contro i nuovi
crediti di guerra chiesti dal governo.

Secondo Liebknecht gli obiettivi
di quella Conferenza dovevano essere tre: 1) denucia del fallimento
definitivo della II Internazionale, 2) necessità di fondare al più
presto la III Internazionale, 3) la nuova Internazionale avrebbe
dovuto lavorare per la rivoluzione comunista mondiale.

L’appello di Liebknecht fu
sottoscritto subito da Lenin, Trockij, Zinoviev e pochi altri. La
maggioranza kautskiana (francesi, tedeschi, italiani…), capeggiata
dal tedesco G. Ledebour, ebbe la meglio: la parola d’ordine di Lenin,
“trasformare la guerra imperialista in guerra civile”, non
fu approvata (voti favorevoli 8, contrari 20). Prevalse, invece, la
mozione di orientamento pacifista dei centristi: “né aderire né
sabotare”. Alla fine fu approvato un “Manifesto” elaborato
da Trockij e firmato da tutti i congressisti. Lenin lo firmò senza
essere convinto della sua efficacia operativa, anche perché la
Commissione eletta a Zimmerwald non si poneva come compito la
creazione di una nuova Internazionale.

– 1916 (24-30 aprile). II
Conferenza
Internazionale Socialista, a Kienthal. Presenti 7
delegati tedeschi, 7 italiani, 8 russi (tra cui Lenin e Inessa
Armand), 5 polacchi, 4 francesi, 5 svizzeri (in tutto 43, di cui 12
appartenenti alla sinistra rivoluzionaria). Su proposta di Lenin, la
Conferenza approvò una risoluzione di critica del socialpacifismo
del BSI.

– 1917 (luglio-agosto 1917). III
Conferenza
Internazionale Socialista, a Stoccolma. Proposta dal
comitato olandese-scandinavo, ma ben presto l’iniziativa passò nelle
mani del Soviet di Pietrogrado, dove i bolscevichi, che si opponevano
a una riunione di partiti favorevoli alla guerra, si trovavano ancora
in minoranza. La conferenza avrebbe dovuto riunire tutte le
componenti del socialismo e mirava alla ricostruzione
dell’Internazionale ma non venne mai convocata, poiché molti partiti
erano impegnati nella guerra ed esistevano già grandi divisioni tra
le varie correnti della sinistra, che non sembravano risolvibili in
quel periodo. Si decise pertanto di riproporre la conferenza alla
fine del conflitto per inserire nelle condizioni di pace anche le
richieste dei lavoratori.

In ogni caso la corrente
zimmerwaldiana, avendo assunto fin da principio nella sua maggioranza
una posizione esitante, centrista, era praticamente crollata, sul
piano sia ideologico che politico. I possenti scioperi contro la
guerra imperialista nei principali paesi capitalistici, le due
rivoluzioni del febbraio e dell’ottobre 1917 in Russia, la
rivoluzione tedesca del 1918, l’assassinio in Germania di Karl
Liebknecht e di Rosa Luxemburg mentre era al potere un governo di
socialpatrioti, che rivelava fino in fondo la sostanza classista
della repubblica borghese, anche la più democratica, furono gli
avvenimenti di portata storica attraverso i quali si giungerà
infine, nel marzo 1919, al Congresso di fondazione della III
Internazionale.

Al termine del conflitto si
ripropose il problema della Conferenza; fu scelta Berna come luogo
dove tenere la riunione, poiché si trovava in un paese neutrale. Gli
inviti furono mandati a tutti i partiti di ispirazione socialista che
non avessero tendenze estremiste, furono quindi esclusi i bolscevichi
e tutte le formazioni comuniste. La Conferenza pertanto assumeva
l’aspetto di una riunione di socialisti moderati, non comprendente
tutte le correnti della sinistra che dovevano formare la nuova
Internazionale. Dodici paesi inviarono le proprie delegazioni
complete, mentre altri, tra cui l’Italia e la Russia, mandarono solo
alcuni esponenti. Per prima cosa la Conferenza dovette stabilire a
chi spettava la colpa di aver scatenato la guerra. Fu incolpato il
vecchio regime tedesco e fu invece riconosciuto innocente il partito
socialista tedesco, che non aveva avuto un ruolo attivo nel conflitto
e pertanto poté partecipare alla riunione in piena eguaglianza con
le altre formazioni.

La Conferenza di Berna si occupò
poi del problema della democrazia e della dittatura. Una commissione
elaborò due teorie: la prima, quella di Branting, sosteneva
l’inseparabilità tra socialismo e democrazia, condannava in modo
esplicito le dittature del proletariato e i bolscevichi e dichiarava
ch’era necessaria la libertà di stampa; promuoveva, inoltre, la
creazione di una commissione che andasse a verificare l’operato del
governo in Russia.

La seconda risoluzione, quella
di Adler-Longuet, invece, non si associava alla condanna dei
bolscevichi, sostenendo che non esistevano elementi di valutazione
dell’azione dei russi; proponeva poi un maggior dialogo con i partiti
comunisti, che non erano rappresentati alla Conferenza, sostenendo
ch’era necessaria l’unione della sinistra contro il sopravanzare del
capitalismo.

La maggioranza dei delegati votò
la prima delle risoluzioni, e ciò segnerà una rottura incolmabile
tra socialisti e comunisti.

La Conferenza formulò poi le
richieste da proporre durante le trattative di pace: istituire una
Società delle Nazioni con grande potere e creare uno Statuto
internazionale per i lavoratori. Fu stabilito, infine, che non era
ancora il momento per fare una nuova Internazionale, poiché si
dovevano ancora discutere i trattati di pace. La Conferenza si
sarebbe rivista a Ginevra: cosa che avvenne nel luglio 1920. La sede
definitiva fu stabilita a Londra, sotto l’egemonia dei laburisti
inglesi.

Intanto nel luglio 1920 si tenne
a Pietrogrado una nuova riunione dell’Internazionale Comunista. La
partecipazione fu massiccia: centinaia di delegati che
rappresentavano 37 paesi di tutto il mondo, dall’Africa all’Asia,
anche se per lo più erano europei. Il partito comunista russo aveva
quasi sconfitto le forze controrivoluzionarie e perciò si trovava in
una buona situazione e cercava di espandere la rete dei partiti
comunisti. Il Congresso della III Internazionale formulò i 21 punti,
la cui totale accettazione era condizione necessaria per essere
ammessi alla nuova organizzazione. All’interno dei punti vi era una
forte critica al socialismo moderato e a tutti i partiti che non si
schieravano apertamente con l’Internazionale Comunista. Si indicava
la necessità di compiere azioni legali e illegali per dare il potere
al proletariato e di allontanare dalla dirigenza dei partiti tutti i
socialisti riformisti, accusati di tradire la causa dei lavoratori.

Nel febbraio 1921 i partiti che
non avevano aderito a nessuna delle due Internazionali diedero vita
alla cosiddetta “Unione di Vienna” o “Internazionale due e
mezzo”, come la chiamavano spregiativamente i comunisti, a causa
della sua posizione a metà strada tra quella socialista di Londra e
il Komintern di Mosca. Protagonisti ne furono Friedrich Adler, Karl
Kautsky, Otto Bauer, Jean Longuet, Robert Grimm e altri esponenti
socialisti dell’area centrista. Questa unione aveva lo scopo di
preparare la via a una nuova organizzazione sufficientemente ampia da
comprendere tutte le componenti della sinistra, capace di ristabilire
l’unità del proletariato sulla base della discriminante
anticapitalista. Vi aderirono partiti di molte nazioni europee, molti
dei quali erano ancora soggetti a lotte interne tra fazioni per la
direzione da prendere; è il caso del Partito Socialista Francese,
che si era trasformato nel 1920 in Partito Comunista e si era unito
al Komintern: ciò aveva provocato la reazione dei minoritari, che se
ne erano andati e avevano ricostruito la vecchia Comune socialista
che ora aderiva all’Unione di Vienna.

La Conferenza di Vienna, che
condannava la dittatura del proletariato, ripudiava la violenza e
promuoveva la repubblica parlamentare come forma di governo, nonché
lo sviluppo di cooperative di lavoratori, sosteneva che la proprietà
privata poteva essere abolita solo riconoscendo un indennizzo ai
proprietari. Inoltre si poneva solo come federazione dei vari partiti
socialisti, rifiutandosi di dare indicazioni generali vincolanti.
Tuttavia l’abisso tra comunisti rivoluzionari e socialisti riformisti
era troppo profondo per essere colmato, per cui il tentativo
dell’Unione di ricomporre le due Internazionali fallì.

La riunificazione delle varie
tendenze socialiste (esclusi i comunisti) si ebbe nel congresso di
Amburgo (1923). Furono eletti due segretari generali: l’inglese Tom
Shaw e l’austriaco F. Adler. Questa Internazionale operaia
socialista, con le sue diverse correnti socialiste, si proponeva come
alternativa democratica al comunismo e al fascismo. La sede del
segretariato si trasferì da Londra a Zurigo (1926-35) e quindi a
Bruxelles. Solo una minoranza dei membri sosteneva l’idea del fronte
popolare contro il nazifascismo. In difesa della pace
l’Internazionale operaia socialista s’impegnò per un sistema di
sicurezza collettiva, per il disarmo e in favore del tribunale
arbitrale. Lo scoppio della guerra (1940) segnò la sua fine.

Dopo la seconda guerra mondiale
i socialisti si limitarono dapprima a istituire un Comitato per la
conferenza socialista internazionale (Cernisco), poi, nel 1951, venne
costituita a Francoforte sul Meno l’Internazionale socialista,
chiaramente ispirata alla cultura del riformismo socialdemocratico
della II Internazionale, il cui primo presidente fu Willy Brandt.

Congressi dell’Internazionale
Comunista

I: Mosca, 2–6 marzo 1919

II: Pietrogrado, 19 luglio e
Mosca, 23 luglio–7 agosto 1920

III: Mosca, 22 giugno–12
luglio 1921

IV: Mosca, 5 novembre–5
dicembre 1922

V: Mosca, 17 giugno–8 luglio
1924

VI: Mosca, 17 luglio–10
settembre 1928

VII: Mosca, 25 luglio–20 agosto 1935

(Lenin e la guerra imperialista)

1
La ricorrenza periodica del 1° maggio fu dettata dal fatto che in
quella data, nel 1886, 400.000 operai avevano scioperato in tutti
gli Stati Uniti, e 80.000 nella sola Chicago, che diventò il centro
della protesta. Qui lo sciopero e le manifestazioni si protrassero
fino al 4 maggio, quando scontri tra polizia e manifestanti
causarono morti da entrambe le parti. Tra gli organizzatori della
manifestazione del 4 maggio vi erano anche molti anarchici, alcuni
dei quali furono addirittura condannati a morte.

2
I “socialisti indipendenti” di Jean Jaurès, insieme ad altre
componenti socialiste, fondarono il partito socialista francese nel
1902, il quale rappresentava le correnti moderate del socialismo
francese, disposte a collaborare con i partiti borghesi.