La concezione del lavoro (Cinico Engels)

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La divisione del lavoro

È proprio vero che il meglio di sé un intellettuale o un politico lo dà in gioventù, quando il desiderio di cambiare le cose lo fa essere originale e combattivo. Poi, nella maturità, quando le cose non cambiano, ci si rassegna all’evidenza e si assumono atteggiamenti conservativi, a volte dettati dal rancore e sempre dalla disillusione, dal disincanto. E si comincia a dire – come fece Marx quando mise piede a Londra, da profugo politico – che fino a quando i sistemi sociali non hanno esaurito tutte le loro potenzialità produttive, è impossibile fare delle rivoluzioni proletarie.

Tuttavia Marx, vivendo una vita personale e familiare assolutamente disastrosa sul piano finanziario, non poteva permettersi il lusso d’essere pessimista, per cui sino alla fine dei suoi giorni sperò in un colpo di fortuna, conseguente alla pubblicazione dei suoi libri, dai quali però ricavò assai poco. Credette anche nel valore della Comune di Parigi (1871), pur se, in un primo momento, fosse alquanto scettico. Mise in piedi nel 1864 la I Internazionale comunista, esportando all’estero le proprie idee, anche se poi, a causa dei continui dissensi con mazziniani, proudhoniani ed anarchici, fu costretto a trasferire la sede a New York nel 1872, dove poi quattro anni dopo sarebbe stata sciolta. I suoi avversari o non volevano un rapporto privilegiato con la classe operaia, o non volevano una lotta di classe ma solo parlamentare, o non volevano una rivoluzione politica ma semplici riforme sociali, o non volevano alcun rapporto con lo Stato… Insomma fu molto difficile far valere i princìpi fondamentali del socialismo scientifico.

Dopo aver visto che la prima traduzione del Capitale (edito nel 1867) era avvenuta in Russia nel 1872, auspicò che la rivoluzione proletaria potesse avvenire proprio in quel Paese, non senza ovviamente un aiuto significativo da parte dei comunisti euroccidentali. Cosa che effettivamente avverrà oltre 30 anni dopo la sua morte, grazie a Lenin e ai bolscevichi e senza l’appoggio della II Internazionale.

Engels invece, che non ha mai vissuto nelle ristrettezze, essendo figlio di un industriale, assunse nella maturità, pur restando sempre socialista, un atteggiamento piuttosto cinico o, se si preferisce, fatalista. Pochi mesi prima di morire, in una lunga Introduzione a una ristampa di un libro di Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, sembra voler porre le premesse del futuro opportunismo e revisionismo della II Internazionale, cioè della via meramente parlamentare e riformistica della transizione al socialismo.1

Nella III sez. dell’Anti-Dühring si vede bene questo suo atteggiamento anche dalla diversa valutazione che dà della “divisione del lavoro”, rispetto a quanto aveva scritto, insieme a Marx, nell’Ideologia tedesca (1846), ove la consideravano negativamente, essendo la fonte principale della civilizzazione borghese o comunque della separazione in classi contrapposte.

Nell’Anti-Dühring Engels afferma che mentre nel Medioevo la divisione del lavoro (p.es. tra contadino e artigiano) era semplicemente “naturale” o “individuale”, cioè serviva soltanto a soddisfare bisogni elementari, senza necessità di alcun “piano”; sotto il capitalismo invece esiste il “piano” dell’imprenditore, che si preoccupa di “socializzare” la produzione (non la “proprietà”, beninteso) per vendere quanti più prodotti possibili al prezzo più conveniente. Non è curioso che il “socialista” Engels usi la parola “piano” per indicare il puro e semplice “calcolo economico” (come avrebbe fatto suo padre, imprenditore calvinista) e non dica che con tale “piano” il capitalista ha intenzione di realizzare grandi profitti, a spese della produzione diretta e autonoma di artigiani e contadini?

Ma non vogliamo sottilizzare su questo, poiché Engels sapeva benissimo che non può nascere alcun capitalismo se non vengono espropriati i lavoratori diretti dalla proprietà dei loro strumenti produttivi. Il problema, in realtà, è un altro, ed è un problema la cui soluzione comporterà, in futuro, una netta distinzione tra socialismo “scientifico” e socialismo “democratico”.

Engels parlava di anarchia produttiva non tanto o non solo in riferimento alla produzione della singola azienda, ma in riferimento alla produzione delle aziende capitalistiche nel loro insieme. Essendo in concorrenza tra loro, esse, a prescindere dalla realizzazione di trust e cartelli, non avrebbero mai accettato una “pianificazione” che permettesse di soddisfare i bisogni effettivi della popolazione, evitando così i rischi di quelle periodiche e inevitabili sovrapproduzioni che mandano in crisi il sistema.

Due cose, qui, Engels sembra non capire. La prima è che in un’economia naturale, basata sull’autoconsumo, la pianificazione è dettata semplicemente dalle esigenze naturali. È la natura delle cose, vissuta con abitudine, che rende “scientifica” la produzione. Certo, si può fare un calcolo economico, si può risparmiare, fare delle scorte alimentari, pianificare un’attività, distribuire razionalmente i compiti…: si può fare quel che si vuole, ma alla fine è la consuetudine, consolidata nel tempo, che decide cosa, quanto e come produrre. Quando non è il mercato a decidere queste cose, si è più liberi, si è davvero dei produttori autonomi.

Il che non vuol dire che si è indipendenti dalla comunità di appartenenza, ma semplicemente che lo si è da un’entità esterna o estranea, come lo Stato o il Mercato, la quale non può avere il diritto d’intromettersi nelle faccende interne alla singola comunità. Se è giusto che vi siano rapporti tra comunità, questi devono essere improntati alla reciproca libertà di scelta.

Ciò vuol forse dire che qualunque mercato va escluso? che non deve esserci alcuna forma di scambio? Affatto! Piuttosto vuol dire che lo scambio va deciso dalla comunità stessa, sulla base delle proprie esigenze e delle proprie eccedenze da barattare. Il produttore autonomo non deve andare al mercato con l’intenzione di guadagnare soldi, ma con quella di soddisfare bisogni. Sono due cose completamente diverse, anche perché in una comunità locale autogestita non sono i soldi che di per sé permettono di soddisfare i bisogni di sopravvivenza.

Nell’ambito dell’autogestione non si va al mercato per soddisfare “bisogni primari”, altrimenti l’autoconsumo non avrebbe senso. Si soddisfano bisogni secondari o supplementari o complementari, che non possono determinare la crisi della comunità se non vengono soddisfatti. Detto altrimenti, il valore di scambio di un bene deve sottostare al primato del suo valore d’uso.2 Questo valore, che è ancestrale, va deciso da una comunità locale, in grado di conoscere e utilizzare le risorse specifiche del proprio territorio. Gli scambi hanno un senso democratico quando le comunità locali barattano liberamente le risorse specifiche dei loro rispettivi territori. Se c’è occupazione di territori altrui, lo scambio paritetico viene sostituito dall’imposizione di prodotti unilaterali, monocolturali, come sempre avviene quando c’è di mezzo il colonialismo. Le monocolture o i prodotti finalizzati anzitutto all’esportazione sono le principali cause di devastazione degli habitat naturali e umani.

La seconda cosa che Engels non comprende è che la divisione del lavoro, in una comunità autogestita, va considerata in una maniera piuttosto relativa. Per un qualunque lavoratore è psicologicamente frustrante non saper fare ciò che sa fare un altro lavoratore. La divisione del lavoro, inerente alle società classiste, ha comportato una specializzazione delle mansioni e ha fatto nascere privilegi d’ogni sorta. La conoscenza e le abilità manuali (in una parola le competenze teorico-pratiche), quando sono troppo particolari, vengono facilmente usate per acquisire un potere con cui dominare chi non le possiede.

Una comunità autogestita, basata sull’autoconsumo, non può essere troppo specializzata nelle proprie attività, o comunque deve saper mettere tutti i propri componenti in grado di sapere e di saper fare qualunque cosa. In tale maniera è più facilmente garantita l’uguaglianza sociale.

Macchinismo e libertà formale

Nell’ambito del marxismo è noto che il plusvalore più significativo il capitalista l’ottiene sfruttando la forza-lavoro. Le macchine però sono obbligatorie, in quanto lo sfruttamento non è più diretto come ai tempi dello schiavismo (quand’era fisico, mediante la forza militare) o ai tempi del servaggio (quand’era personale, mediante la proprietà della terra), ma è indiretto, cioè di tipo contrattuale.

In presenza della libertà giuridica, richiesta dalla borghesia contro la dipendenza personale pretesa dalla nobiltà, l’uso della macchina diventa inevitabile. Un borghese commerciante non sfrutta manodopera altrui a livelli significativi, né in intensità né in ampiezza; anzi, lui stesso è parte in causa del lavoro dei suoi sottoposti, che vanno addestrati e controllati. Anche un mastro artigiano può sì sfruttare il lavoro di uno o più garzoni, ma egli sa che un giorno anche loro diventeranno maestri come lui e si metteranno in proprio.

Il vero, moderno, sfruttamento avviene solo grazie al macchinismo, quando si possono concentrare in un unico luogo molti operai, destinati a rimanere tali, cioè quando gli operai, controllati da un unico sorvegliante, lavorano contemporaneamente attorno a uno stesso prodotto, da replicare all’infinito.3 Che poi la lavorazione in serie avvenga tramite una catena di montaggio o in altre forme, è indifferente dal punto di vista qualitativo. L’aumento quantitativo della produttività per unità lavorativa è solo un ulteriore perfezionamento di un capitalismo industriale già ben consolidato.

Un perfezionamento eccessivo delle macchine, non accompagnato da adeguati incrementi di profitto, rischia di portare quest’ultimo a una caduta tendenziale, poiché tutto il valore delle macchine si trasmette alle merci, senza possibilità ch’esse se lo riproducano da sole: tant’è che gli impianti vengono sfruttati anche di notte, obbligando gli operai a turni onerosi. I loro costi vanno assolutamente ammortizzati nel minor tempo possibile, anche perché la durata delle macchine è sempre limitata; anzi, se la concorrenza è spietata e si avvale di macchine equivalenti, la loro obsolescenza è addirittura precoce, in quanto è relativamente facile, con lo spionaggio industriale, rubare i brevetti o i segreti professionali.

Paradossalmente nelle nostre società altamente tecnologizzate è sempre meglio per un capitalista avere a che fare con una manodopera sufficientemente qualificata a buon mercato piuttosto che con macchinari altamente sofisticati e ovviamente molto costosi (in sé e per sé e come utilizzo e anche come manutenzione). Certo, un lavoratore esperto a basso costo può essere una contraddizione in termini, ma gli imprenditori sanno bene che quanto spendono nella formazione mirata del lavoratore ha una positiva ricaduta in tempi brevi. E sanno anche che ogni operaio specializzato può addestrare molti altri apprendisti.

Le macchine quindi non vengono introdotte anzitutto per licenziare i lavoratori, quanto per timore di produrre di meno rispetto alla concorrenza, tant’è che quando si acquistano o si rinnovano, si cerca di farle funzionare il più possibile, quindi assumendo nuovo personale. Non è un vanto per l’industria sostenere che produce con molte macchine e pochi operai, ma che possa avere filiali in tutto il mondo, dimostrando così la sua indispensabilità al mondo del lavoro. Resta tuttavia il fatto che l’introduzione di macchine molto sofisticate non è di per sé più conveniente che non averle: per poter esprimere un giudizio obiettivo sulla loro opportunità bisogna considerare altri fattori concomitanti, caso per caso, di cui però qui non diremo nulla.

Il carattere sociale dei mezzi produttivi

Che cosa vuol dire “carattere sociale dei mezzi produttivi”? Engels ne parla continuamente, per dimostrare l’assurdità di un’appropriazione privata dei profitti industriali. Lo fa come se si portasse nell’inconscio una vaga idea di “socializzazione”, da contrapporre all’individualismo borghese. Doveva essere un’idea che gli veniva dal suo passato giovanile in territorio tedesco.

Dove la vedeva questa “socializzazione”? Probabilmente nella città di Barmen, ove era nato nel 1820. Barmen era il più importante centro industriale tedesco, nella Renania (terra anche di Marx). Il padre, ricco proprietario di filande di cotone, non gli permise neppure di terminare il liceo, preferendo averlo alle sue dipendenze amministrative e commerciali. D’altra parte quando in una famiglia vi sono nove figli da mantenere, il primogenito doveva darsi da fare quanto prima. E il padre non scherzava, anche perché era un severo pietista (come il padre di Kierkegaard), avverso a ogni forma di vita mondana e attaccatissimo al denaro.

Fu probabilmente a contatto con gli operai di queste aziende che il giovane Engels cominciò a maturare idee di giustizia sociale, tant’è che uno dei suoi primi scritti sono le Lettere dal Wuppertal, in cui descrive le miserabili condizioni di vita dei operai della propria regione, e accusa proprio gli imprenditori calvinisti di non avere nessuna pietà, neanche nei confronti dei bambini (“Solo a Elberfeld – scrive –, su 2.500 bambini in età scolare 1.200 sono privati dell’istruzione e crescono nelle fabbriche a prendere la metà di un operaio”).

Engels non ha mai avuto rapporti coi contadini. L’unica socializzazione che vede è quella degli operai sfruttati, e quindi è in negativo. Detesta il mondo feudale, che in Germania era ancora presente, a quel tempo, nella normativa delle corporazioni artigiane. Gli piacciono gli ambienti intellettuali in cui si plaude alle libertà democratico-borghesi e dove si vuole laicizzare la filosofia hegeliana. E non disprezza affatto quelli militari, che gli paiono più seri o meno corrotti di quelli imprenditoriali e di quelli politici (tanto che Marx lo chiamerà, per le sue competenze tattiche e strategiche, “il generale”).

Quando andò a Manchester, inviato dal padre per occuparsi dell’azienda Ermen & Engels, prese a convivere con un’operaia irlandese, Mary Burns, e a frequentare i circoli cartisti, rappresentanti del proletariato industriale. Collaborava anche al quotidiano di Robert Owen, “The New Moral Word”, scrivendo articoli sui maggiori esponenti europei del socialismo utopistico. Poi nel 1844 inizierà la collaborazione con Marx, che durerà circa 40 anni.

Engels voleva l’emancipazione degli operai industriali, la loro liberazione economica, l’appropriazione collettiva dei loro strumenti produttivi. Bisogna dargli atto che ha lottato per queste cose tutta la vita. Lui e Marx non hanno mai rinunciato all’idea di socializzare la proprietà dei mezzi produttivi. Su questo argomento non sono mai scesi a compromessi: sarebbe stato come un rinnegare se stessi.

Tuttavia il loro punto di riferimento sociologico privilegiato erano soltanto gli operai industrializzati, e soprattutto quelli della grande industria. Non hanno mai visto altri soggetti rivoluzionari. Non hanno mai cercato un rapporto con la classe contadina, giudicata irrimediabilmente piccolo-borghese. Anche quando si rifanno a una storia sociale delle classi subalterne, vedono soprattutto gli operai, marginalizzando politicamente altri soggetti anticapitalistici, che globalmente vengono qualificati come “immaturi”, impossibilitati a essere “rivoluzionari”. Questo perché non hanno mai messo in discussione che la transizione socialista dovesse avere una caratterizzazione spiccatamente industrializzata, in quanto nelle forze produttive industriali vedevano la possibilità di un benessere generalizzato.4

Volevano costruire una “socializzazione” di lavoratori esasperati, che potessero uscire dalla loro disperazione. Volevano farlo partendo dal nulla, azzerando tutto il passato. Puntavano tutte le loro carte sull’istanza di liberazione, non anche sulla memoria. In fondo loro stessi erano intellettuali sradicati dalla loro terra d’origine. Dopo gli anni 1848-50 non fecero più nulla per ritornare in patria. Non erano in grado di organizzare un partito tedesco davvero rivoluzionario (in Germania neppure Rosa Luxemburg sarà in grado di farlo, che pur era la più radicale di tutti). Davano solo consigli dall’esterno, da lontano, senza avere neanche una grande influenza, tant’è che spesso i militanti preferivano i testi di Kautsky, Bernstein, Lassalle e persino di Dühring. Non avevano le capacità di Lenin, che sapeva interfacciarsi con successo con chiunque, anche col mondo contadino e piccolo-borghese.

Marx ed Engels avevano avuto tradizioni borghesi che intellettualmente avevano rifiutato, essendo diventati favorevoli al socialismo. Tuttavia queste tradizioni, in qualche maniera, si facevano ugualmente sentire. Erano degli individualisti piccolo-borghesi che aspiravano a realizzare il socialismo attraverso il lavoro e la lotta degli operai nelle fabbriche. Vedevano questo lavoro come una forma di “socializzazione”, che sarebbe dovuta diventare sempre più consapevole di sé, della propria importanza. Inevitabilmente furono portati a enfatizzare le capacità emancipative degli operai. Non ebbero mai il coraggio di dire – come invece fece Lenin – che gli operai, lasciati a se stessi, al massimo sviluppano una coscienza sindacale, proprio perché non sono in grado di vedere le contraddizioni del sistema nel loro insieme; sicché, quando le subiscono, anche nelle forme più gravi, non sanno spiegarsene le ragioni ultime. Solo un intellettuale può avere una coscienza del genere, e se queste potenzialità esistono anche in un operaio, è inevitabile ch’egli smetta di lavorare e inizi a fare il politico.

Dopo il fallimento della rivoluzione proletaria nel 1848, confermato da quella della Comune parigina, l’atteggiamento di Marx ed Engels diventò attendista, passivizzante, anche se nei confronti del crollo del capitalismo soffrivano di un certo ottimismo palingenetico: a ogni crisi di sovrapproduzione speravano sempre fosse quella decisiva. Questo per dire che chiunque oggi voglia compiere una transizione a favore del socialismo, non può prescindere in alcun modo da ciò che disse e fece Lenin.

Natura e contesto sociale

La “socializzazione”, cioè il carattere “sociale” dei mezzi produttivi non può essere determinato dagli stessi mezzi o dall’uso che se ne fa. Questa sarebbe un’ingenua forzatura. Il contenuto “sociale” di un qualunque mezzo di lavoro gli viene dato dall’esterno, prima che venga impiegato e dopo che lo si è usato. E la borghesia non è interessata a dare a questi mezzi un contenuto “sociale” più dello stretto necessario. Essa usa il lavoro collettivo degli operai in senso tecnico-economico o produttivo, non esattamente “sociale”. Anzi, quando vede che gli operai “socializzano” tra loro, solidarizzano, decidono insieme come affrontare i problemi della fabbrica, se ne preoccupa alquanto, e se non riesce a capire come mettere a frutto, per i propri interessi mercantili, questa “socializzazione”, comincia a minacciare serrate, licenziamenti, delocalizzazioni, fallimenti… Gli operai vanno tenuti divisi in tutti i modi, soprattutto creando delle gerarchie tra loro, diversificando i salari, i tempi di lavoro, le mansioni, i permessi sindacali, le ferie…

Se gli operai accettano i continui ricatti della borghesia, le sue intimidazioni o le sue lusinghe, la socializzazione tra gli operai perde la sua ragion d’essere. Spesso la perde anche dopo che si è usciti dalla fabbrica, quando si conduce una vita individualistica, o quando ci si lascia condizionare dallo stile di vita borghese, dalla cultura, dalla mentalità, dalla psicologia borghese. Pensare esclusivamente a come comprarsi un appartamento, un’automobile, quali elettrodomestici sostituire, come passare il tempo libero, dove andare in ferie, senza pensare o fare altro, significa aver perduto quell’elemento fondamentale di “socializzazione” che dovrebbe servire per sostituire il sistema borghese con un altro più umano e democratico.

La schiavitù del lavoro salariato abbruttisce l’animo se non si fa un lavoro etico su di sé e se non si prendono iniziative coi propri compagni di vita, di lotta, di lavoro, di partito, di sindacato… Non si può fare dell’operaio industrializzato un’icona; non si può ipostatizzare la sua natura rivoluzionaria; non si può aspettare ch’egli insorga spontaneamente e in maniera organizzata solo perché è consapevole d’essere sfruttato e che col proprio lavoro crea la maggior parte del prodotto interno lordo. Tutte queste ingenuità del socialismo scientifico verranno superate da Lenin abbondantemente, proprio mostrando una perspicacia, una lungimiranza (tattica e strategica) che non hanno paragoni nella storia umana. E lui proveniva dalla nazione più arretrata d’Europa, l’anello debole del capitalismo mondiale.

Finché Lenin rimase in vita, la rivoluzione ebbe pieno successo. Anche quando il comunismo di guerra creò seri problemi al mondo contadino e quindi all’intera società, egli non si fece scrupolo nel ripristinare un parziale capitalismo nelle campagne, pur trovandosi osteggiato da molti compagni di partito, il cui schematismo ci penserà Stalin a ereditarlo.

Seppe fronteggiare magnificamente non solo la reazione interna della borghesia e degli agrari, ma anche l’intervento esterno, militarizzato, di ben undici nazioni, che ancora non avevano smobilitato gli eserciti dopo la fine della guerra mondiale: una guerra che aveva procurato alla Russia ben 3,5 milioni di morti. Tutto il mondo voleva la fine della rivoluzione bolscevica, come più di un secolo prima le forze nobiliari e monarchiche avevano voluto la fine di quella francese (borghese e repubblicana). Ma, nonostante la Russia fosse debolissima sul piano economico, non vi riuscirono: il proletariato industriale, insieme alle forze contadine e all’esercito, sembrava imbattibile.

Ancora oggi si stenta a credere come abbia fatto la Russia contadina a vincere potenze capitalistiche industriali molto più forti. Non aveva forse perduto clamorosamente la guerra contro il Giappone nel 1905? Dunque cos’era cambiato in 15 anni? Una cosa molto importante: la percezione che si doveva difendere qualcosa di proprio, costruito da sé e per sé, ottenuto dopo tantissime lotte e tantissimi sacrifici. Il Decreto sulla terra, con cui Lenin assegnava gratuitamente la terra ai contadini (un fatto senza precedenti nella storia dell’umanità divisa in classi opposte) fu la chiave di volta per assicurare alla Russia la vittoria contro i nemici interni ed esterni.

Non basta quindi cercare una “armonia” – come dice Engels – tra il modo di produzione, appropriazione e scambio e il carattere “sociale” dei mezzi produttivi; bisogna cercarla anche tra il lavoro e la collettività di riferimento, la quale va al di là del lavoro stesso, in quanto vede l’uomo non solo come “lavoratore” ma appunto come “essere umano”. Anzi, bisogna fare in modo che il tempo da dedicare al lavoro, che serve per sostentarsi fisicamente, sia ridotto al minimo, e che il resto della giornata possa essere dedicato all’elevazione dello spirito, alla coltivazione della mente, al gusto per l’arte, all’interesse per la cultura, allo sviluppo dei sentimenti e delle buone azioni. A meno che uno non trovi piena soddisfazione proprio nel lavoro che fa, nella sua artigianalità o nella sua gestione collettiva.

In ogni caso nell’ambito del socialismo non dovrà essere tanto il lavoro a dare la misura del valore delle cose (il tempo di lavoro socialmente necessario o altri indici quantitativi), ma sarà piuttosto la comunità locale autogestita a dare il giusto valore sia al lavoro che alle cose. E questo non potrà avvenire soltanto quando la comunità s’impadronirà delle proprie forze produttive, ma anche quando lo farà usando queste stesse forze in armonia con le esigenze riproduttive della natura. Infatti, o la natura viene rispettata per quello che è, o è meglio che la presenza umana sul pianeta si riduca a qualcosa del tutto insignificante.

La natura non può essere “dominata” più di quanto non vada “rispettata”. Se la Terra è “madre” – come si diceva un tempo – bisogna darle modo di riprodursi agevolmente, e il principio “maschile” presente nel pianeta dovrà saper convivere pacificamente con quello “femminile”. Sotto questo aspetto è dubbio che possa venire fuori qualcosa di buono dal socialismo di chi – come Engels – ritiene che le forze naturali agiscano “in maniera cieca, violenta e distruttiva”. Difficile che Marx avrebbe detto lo stesso. Nella Critica al Programma di Gotha (1875) sostiene anzi che la natura è fonte del valore delle cose. Proprio in questa Critica Marx s’immagina un comunismo in cui la distribuzione delle risorse avvenga non tanto o non solo sulla base del lavoro, quanto piuttosto sulla base dei bisogni: ciò al fine di eliminare completamente l’idea borghese, meramente quantitativa, di “valore”, che è poi strettamente connesso al concetto di “scarsità”.

La natura non è un nemico che dobbiamo sottomettere, e il fatto che Engels abbia detto nella sua Dialettica della natura (dal sapore molto metafisico) che nella natura vi sono leggi la cui dialettica è simile a quella che si trova nelle società umane, non è che ci rassicura di più.5 La natura va semplicemente “gestita” o “amministrata”, e questo non può essere fatto da un uomo nemico di se stesso, che ha bisogno di “dominare” per affermarsi come tale. Non abbiamo bisogno di creare un socialismo che “assoggetti” la natura: non ha senso sostituire la modalità individualistica di farlo, tipica del capitalismo, con una collettivistica, solo perché si diventa proprietari dei mezzi produttivi. Tutti abbiamo visto i clamorosi disastri ambientali causati dal cosiddetto “socialismo reale”.

Note

1 In questo testamento politico Engels, pressato da alcuni leader socialdemocratici tedeschi in lotta contro i radicali di sinistra, rinuncia espressamente alla lotta armata, in considerazione del fatto che gli eserciti della borghesia erano diventati troppo sofisticati per poter essere sconfitti dal proletariato (al Congresso di Erfurt del 1891 si approfittò proprio della sua Prefazione per redigere un programma, scritto da Kautsky, Bernstein e approvato dallo stesso Engels, in cui si prevedeva per il socialismo la sola lotta parlamentare). Engels sosteneva che forse nel 1848 gli operai potevano ancora vincere, benché le modalità combattive non fossero molto diverse da quelle della rivoluzione francese, ma non vi riuscirono perché le masse popolari, nel complesso, erano troppo immature e non appoggiarono i comunisti come avrebbero dovuto. Le rivoluzioni – diceva – non sono state altro, prima della nascita del socialismo scientifico, che tentativi insurrezionali di esigue minoranze, “alla testa di masse incoscienti”. Egli non nutriva dubbi nel ritenere che persino le forme di lotta intraprese dal socialismo (scioperi e barricate in piazza) furono qualcosa d’illusorio. Sicché l’unica tattica possibile che si può adottare è quella parlamentare. Grazie a questa opposizione legale il socialismo in Germania è diventato molto potente, e non è importante che lo sia diventato anche il capitalismo, poiché quanto più questo si sviluppa, tanto più rende necessaria la transizione. Il socialismo assomiglia al cristianesimo al tempo di Diocleziano: può essere perseguitato quanto si vuole, ma alla fine il potere sarà costretto a riconoscerlo come ideologia dominante. Questo, in sintesi, il contenuto dell’Introduzione. Engels non si rendeva conto che il socialismo, anche nel caso in cui fosse riuscito ad andare al potere “legalmente”, non avrebbe avuto più nulla di “rivoluzionario”: sarebbe stato soltanto una maschera della borghesia, un suo travestimento per ingannare i lavoratori. Il socialismo tedesco, infatti, non solo eliminò fisicamente i migliori leader rivoluzionari al proprio interno (tra cui Liebknecht e la Luxemburg), non solo appoggiò senza discutere l’imperialismo della propria borghesia e votò i crediti per scatenare la guerra mondiale, ma si oppose anche strenuamente alla rivoluzione d’Ottobre.

2 Paradossalmente arrivarono alla stessa conclusione sul primato del valore d’uso tre famosi economisti marxisti, Amin – Frank – Jaffe, in un dibattito riportato dalla Jaca Book nel libro Quale 1984?, del 1975. Ma si consiglia anche la lettura di R. Massari, Le teorie dell’autogestione, ed. Jaca Book, Milano 1974. Inutile qui dire che l’unico modo di realizzare la “democrazia diretta” è quello di favorire l’autogestione produttiva e quindi il valore d’uso. Cfr La democrazia diretta, a cura di S. Schiavone, ed. Dedalo, Bari 1997.

3 Anche i minatori lavorano insieme attorno a uno stesso prodotto e non hanno bisogno di macchinari sofisticati, ma non è dall’industria estrattiva che può nascere il capitalismo, poiché qualunque cava o filone o vena non ha vita molto lunga.

4 Qui si può far notare che Marx ed Engels impiantarono le loro idee socialiste su un terreno già abbondantemente dissodato. Dalle origini del socialismo rivoluzionario di Babeuf, Darthé e Buonarroti alla stesura del Manifesto era già passato mezzo secolo. Quando Engels, nel 1842, si convertì al socialismo, lo fece attraverso Hess, che aveva stabilito forti legami tra i radicali francesi (Babeuf e Proudhon) e quelli tedeschi. Lo stesso Marx, quando nel 1844 scrive i Manoscritti economico-filosofici, mentre era in Francia, aveva preso tutte le sue idee dal socialismo utopistico. In Francia il socialismo si poneva in maniera eversiva proprio perché le contraddizioni erano molto più acute che in Inghilterra, che già fruiva della possibilità di arricchirsi con un colonialismo molto potente e che già aveva tolto di mezzo idee socialiste molto avanzate espresse da Livellatori e Sterratori durante la rivoluzione di Cromwell. Semmai si può dire che sono stati proprio Marx ed Engels a dare al socialismo, dopo lo smacco degli anni 1848-49, una direzione più “riformistica”, dietro l’esigenza di un’analisi scientifica delle contraddizioni economiche del capitalismo. D’altra parte lo stesso Manifesto, pur essendo stato scritto per compiere una rivoluzione proletaria, non contiene alcun aspetto tattico e strategico utile a realizzarla. Una vera influenza delle idee marxiste sul proletariato francese si avrà soltanto dopo la Comune di Parigi, quando Marx ed Engels furono contattati da Paul Lafargue (cognato di Marx nel 1880) e da Jules Guesde per realizzare un partito operaio francese: cosa che venne fatta negli anni 1880-82, cioè nello stesso periodo in cui anche in Inghilterra gli operai cominciarono a pensare ch’era ora di darsi un proprio partito e non soltanto un proprio sindacato. Engels disse, peraltro giustamente, che ciò fu dovuto al fatto che agli inglesi strapparono il monopolio del commercio mondiale Paesi come Stati Uniti, Francia e Germania.

5 In Storia e coscienza di classe (1923) G. Lukács s’era accorto che la trasposizione engelsiana del metodo (hegeliano) della dialettica alla conoscenza della natura era una forzatura, in quanto se in natura vi sono leggi imprescindibili, nella realtà umana le cose non sono mai così meccaniche. Le tre leggi sono note: trasformazione della quantità in qualità, compenetrazione degli opposti e negazione della negazione, tutte determinate dalla categoria della “necessità”, di derivazione “stoica”.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

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