Feudalesimo, capitalismo e socialismo (Cinico Engels)

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La comunità locale autogestita

Quando un intellettuale scrive – sia egli socialista o liberista – che nel Medioevo “i mezzi di lavoro, terra, attrezzi agricoli, laboratori, utensili, erano mezzi di lavoro individuali, destinati solo all’uso individuale, quindi necessariamente modesti, minuscoli, limitati”, offre solo l’impressione d’essere un soggetto esclusivamente urbanizzato, cioè totalmente estraneo a una comunità agricola.

Engels, come d’altra parte Marx, era un intellettuale borghese con idee socialiste.1 In Inghilterra non era solo uno sradicato perché profugo dalla Germania, ma lo era anche perché detestava il mondo rurale, la classe contadina, che giudicava del tutto incapace a realizzare la transizione socialista. Di qui il giudizio sprezzante verso i cosiddetti “popoli senza storia” dell’Europa dell’est e di quei continenti oggetto di colonialismo. Di qui il suo giudizio parzialissimo sul Medioevo.

Nella sua visione urbanistica e industrializzata delle cose la comunità locale era asfittica per definizione; la sua produzione economica era inevitabilmente minimalistica, in quanto non-tecnologica e quindi incapace di vero progresso, anzi d’intralcio a quest’ultimo. La comunità di villaggio, col suo autoconsumo, col suo baratto, con la vendita al mercato solo delle eccedenze, col suo primato del valore d’uso, per lui era affetta da “individualismo”. Eppure Marx gli aveva scritto in una lettera del 1869 che l’invasione inglese aveva truffato l’Irlanda di tutto il suo sviluppo, rigettandola indietro di secoli, e l’Irlanda – secondo i canoni di Engels – doveva già essere considerata molto indietro, visto che, a detta dello stesso Marx, fino al 1600 aveva avuto ancora la proprietà comune della terra.

Qual è dunque la differenza tra l’economista borghese e quello socialista? O tra l’intellettuale tedesco e quelli inglesi, che avevano saputo fare della loro isola il fulcro del capitalismo mondiale? La differenza, in ultima istanza, stava nell’idealismo filosofico. Esattamente come Marx, Engels era cresciuto in una nazione che sul piano filosofico poneva gli interessi delle istituzioni, dello Stato, dell’etica sociale al di sopra di quelli individuali, tipicamente borghesi, che non a caso in Inghilterra avevano fatto nascere l’empirismo, che negli Stati Uniti si chiamerà pragmatismo.

Nella mente idealistica di Engels, abituata a guardare le cose secondo la categoria hegeliana della necessità, la Germania sarebbe dovuta diventare il modello perfetto di socialismo per l’intera umanità. Se il proletariato fosse riuscito a espropriare i capitalisti, essa avrebbe addirittura posto le basi per la progressiva estinzione dello Stato politico. Non ci sarebbe stato, beninteso, un ritorno al Medioevo, in cui i mezzi di lavoro “appartenevano, di regola, al produttore stesso”, ma ci sarebbe stato un balzo in avanti, in quanto il proprietario sarebbe stato un collettivo industrializzato, una classe operaia in grado di pianificare razionalmente tutta la propria attività, la quale sarebbe divenuta un modello efficiente di organizzazione produttiva anche per il mondo contadino.

Che cos’è dunque il socialismo nella mente borghese di Engels? È la costruzione di una società in cui dei lavoratori sradicati dalla terra, finiti in agglomerati tecnologici costruiti dalla borghesia, in cui si trovano completamente spersonalizzati, in quanto semplici ingranaggi di macchine imponenti, vengono liberati (o si liberano da soli) della loro schiavitù salariata, cominciando finalmente ad appropriarsi del senso del loro lavoro, ovviamente non senza la guida di intellettuali non meno sradicati di loro, che fanno del lavoro teorico la loro unica occupazione e che naturalmente ambiscono a diventare dei dirigenti politici, dei funzionari amministrativi, degli educatori di masse rozze e ignoranti.

È questo il “socialismo scientifico” che dobbiamo realizzare? Il vero socialismo “democratico”? Davvero una vita vissuta all’interno di una società che da molto tempo è industrializzata (e che addirittura appartiene a una “civiltà borghese” ad essa di molto antecedente) può favorire la nascita di idee alternative al sistema?

Un intellettuale che avesse davvero avuto a cuore la vita dei contadini non avrebbe mai detto che “la funzione storica” del capitalismo (e quindi della borghesia) è stata quella di “concentrare i mezzi di produzione sparpagliati e ristretti [del mondo rurale], estenderli, trasformarli nelle leve potentemente efficienti della produzione attuale”.

Come può un intellettuale democratico accettare l’idea che, in nome del “progresso tecnologico”, si possa far fuori un numero spropositato di individui e di comunità? Valeva la pena rinunciare a tradizioni ancestrali, che avevano fatto vivere per secoli e secoli intere generazioni di lavoratori e di famiglie, in nome di un convulso progresso tecnico-scientifico, in continua trasformazione proprio a causa della concorrenza antagonistica tra gli imprenditori privati, e che, per questa ragione, rende impossibile preventivare tutte le possibili e più gravi conseguenze.

Peraltro quello borghese è stato un progresso vantaggioso per chi? Davvero gli operai industriali fruivano di condizioni di vita migliori di quelle dei servi della gleba? Fino a quando non saranno organizzati sindacalmente, gli operai di fabbrica (uomini, donne e bambini) vivevano in condizioni terribili, assolutamente disumane: erano molto più affamati loro dei contadini, molto più malati e con meno speranza di vita. Lo stesso Engels, quand’era giovane e aveva appena iniziato a lavorare per l’azienda di suo padre a Manchester, aveva scritto un importante libro sulla condizione degli operai inglesi (settembre 1844 – marzo 1845): un libro che aprì gli occhi allo stesso Marx sui problemi economici dell’industrializzazione avanzata.

Ora invece, a distanza di trent’anni, domina il cinismo più subdolo, quello ammantato di idealismo: sull’altare della storia della produzione economica viene sacrificata qualunque considerazione etica, umanitaria, semplicemente in nome del progresso scientifico e tecnologico della specie umana. A differenza di Marx, che non escludeva, nel suo carteggio con la rivoluzionaria Zasulič, una transizione russa che passasse direttamente dal feudalesimo (o comunque dalla comune agricola) al socialismo, Engels invece non aveva dubbi nel sostenere che l’unica transizione possibile dal feudalesimo al socialismo è quella che passa per il capitalismo. Come se i contadini non avessero sostenuto lotte imponenti per liberarsi del servaggio! Come se queste lotte non le avessero fatte con l’intenzione di diventare liberi, padroni della terra che coltivavano! Come se i contadini avessero aiutato la borghesia a eliminare il potere nobiliare perché potessero diventare degli operai salariati! Come se i contadini, nella lotta contro l’aristocrazia fondiaria, non siano stati ingannati dalla borghesia, quando questa prometteva loro che la città li avrebbe resi liberi di arricchirsi in maniera facile e veloce! Come se non potesse esistere un “socialismo agrario” indipendentemente dagli sviluppi dell’industria! Come se tale socialismo, per potersi definire tale, avesse necessariamente bisogno di dotarsi delle più avanzate tecnologie per lavorare la terra nel migliore dei modi!

In realtà Engels ricostruiva i processi storici a proprio uso e consumo; e bisogna stare attenti quando dice che si limitava a dare corpo, sul piano teorico, alla concezione materialistica della storia sviluppata, a grandi linee, da Marx. Indubbiamente egli è stato il primo e principale interprete di Marx, ma anche quello che ha forzato il suo pensiero in una direzione eccessivamente deterministica, di tipo economicistico. Engels guardava la storia col senno del poi: il senno delle ferrovie, delle estrazioni minerarie, delle macchine a vapore, dell’elettricità, dei telegrafi, delle grandi industrie e delle grandi comodità quotidiane (per chi poteva permettersele). Per lui era evidente che il passato, essendo privo di tutte queste cose, non avrebbe potuto sperimentare alcuna transizione al socialismo.

Ecco qual era il progresso borghese che lo affascinava: quello che produceva molto in poco tempo, quello che faceva risparmiare fatica e tempo di lavoro, quello che riduceva le distanze tra gli spazi geografici (si pensi solo alle navigazioni transoceaniche grazie al vapore), quello che garantiva tempo libero per coltivare i propri interessi2 e che faceva del denaro non solo un mezzo di circolazione e uno strumento per equiparare tra loro le merci, per facilitare la compravendita, ma anche un mezzo per fare investimenti d’ogni sorta, allargando così la ricchezza generale di una nazione.

Che cosa c’era di “socialista” in questa concezione economica della vita? Per dirsi “socialisti” era davvero sufficiente perorare la causa della proprietà pubblica dei mezzi produttivi? Qui ci viene in mente il libro che Engels scrisse nel 1850 sulla guerra contadina in Germania contro la nobiltà, in cui aveva sostenuto che i contadini, proprio perché tali, proprio perché vissuti nel XVI secolo, proprio perché guidati da un leader religioso, Thomas Müntzer, non avrebbero mai potuto vincere. Quando scrisse quel libro gli bruciava ancora la sconfitta subita dalla borghesia tedesca nel 1848-49, in cui lui stesso si era lasciato coinvolgere: una borghesia che non aveva saputo liberarsi dell’egemonia aristocratica degli junker, appoggiati politicamente dall’assolutismo della monarchia ereditaria prussiana.

In Germania Engels vedeva sia i contadini che la borghesia come classi politicamente molto deboli, incapaci di interfacciarsi in maniera costruttiva con gli operai industriali, incapaci di compiere qualunque rivoluzione democratica. Era vero, e forse per poter recuperare il tempo perduto, la borghesia tedesca sarà costretta a far scoppiare due guerre mondiali. Ma che cosa avevano fatto gli intellettuali socialisti per avvicinare il proletariato industriale ai contadini e alla piccola-borghesia in vista di una rivoluzione politica? Poco e nulla. Gli intellettuali socialisti si rivolgevano prevalentemente al proletariato industriale e solo secondariamente alla piccola-borghesia, la quale, in ogni caso, al tempo di Engels veniva mal vista, proprio perché incoerente, timorosa di finire tra le fila del proletariato e desiderosa però di arrivare, un giorno, alle vette della grande borghesia. Quanto ai contadini, non venivano neppure presi in considerazione: troppo rozzi e ignoranti, troppo meschini ed egoisti, i peggiori tra la piccola-borghesia. Tutto il contrario di quel che fecero i bolscevichi, assai più duttili e flessibili dei loro colleghi tedeschi, per preparare la loro rivoluzione.

L’esule politico Engels s’illudeva che nei due paesi più avanzati d’Europa (Francia e Inghilterra) la borghesia stesse esaurendo la sua forza propulsiva e che il suo potere fosse soltanto la “sopravvivenza” di un glorioso passato (quel passato che la Germania non aveva potuto avere, pur avendo fatto la Riforma protestante). Era assolutamente convinto che una borghesia troppo forte economicamente non è più grado di gestire il sistema in maniera razionale. Per questo sosteneva, con una frase tanto lapidaria quanto ingenua, che “dietro i grossi borghesi stanno i proletari”, nel senso che quanto più la borghesia imprenditoriale si sviluppa, tanto più aumenta il proletariato che porrà fine alla proprietà privata.

Ai suoi occhi tutto doveva apparire semplice e lineare. Vedeva già la borghesia più avanzata costretta a cercare intese con gli operai, onde evitare derive autoritarie di tipo militare, mentre disprezzava quella tedesca, ancora molto debole, che, per sopravvivere, preferiva allearsi con le forze più reazionarie, cioè con la monarchia, l’esercito, la burocrazia, la grande nobiltà, i piccoli nobili rurali, persino la Chiesa. Non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stato proprio il grande imperialismo anglo-francese a scongiurare, nelle loro rispettive nazioni, la deriva autoritaria e a permettere una grande intesa opportunistica (avallata proprio dalla socialdemocrazia), secondo cui per evitare la transizione socialista sarebbe stato sufficiente aumentare i salari degli operai industriali. L’autoritarismo militare caratterizzerà invece nel Novecento molte altre nazioni europee con scarsa rilevanza imperialistica: Spagna, Portogallo, Italia, Germania, Belgio… Gran parte dei governi “fascisti” si svilupparono persino nell’Europa agricola dell’est (Bulgaria, Romania, Ungheria, Grecia…), ancora a digiuno di una vera e propria rivoluzione borghese. Per non parlare dell’America Latina, ove quasi tutti i Paesi conobbero il fascismo negli anni Trenta.

Engels non era un politico “socialista”; era solo un intellettuale che, mentre sponsorizzava la causa del proletariato, si rivolgeva alla classe borghese più avanzata, chiedendole di prendere atto che il suo ruolo politico era al capolinea, e che se voleva continuare ad aumentare, migliorandola, la produzione, doveva accettare l’idea di pianificarla razionalmente, rinunciando all’anarchia conseguente alla proprietà privata dei mezzi produttivi. Il socialismo, per lui, non era che uno sforzo moralistico, di tipo kantiano, che doveva compiere una classe egoista in direzione del bene comune, nella consapevolezza, questa volta tutta hegeliana, che i processi storici sono assolutamente oggettivi e non possono essere impediti dalla volontà umana: o ci si adegua, più o meno velocemente, o si viene travolti. Come già Darwin aveva detto nel campo delle scienze naturali.

La funzione storica della borghesia

Sarebbe sciocco non ammettere che se la borghesia ha avuto una “funzione storica” positiva, è stata quella di aver abbattuto i privilegi di un ceto aristocratico (laico ed ecclesiastico) che non voleva riconoscere ai contadini alcun diritto e che guardava dall’alto i benestanti privi di ascendenze nobiliari. Il possesso della terra dava ai concetti di “razza e sangue” il loro notevole peso.

E la borghesia riuscì nell’impresa di togliere alla nobiltà il potere politico, ridimensionando di molto quello economico, proprio grazie all’aiuto dei contadini. La sua funzione positiva non è certo stata quella di aver trasformato i contadini in operai salariati o in capitalisti agrari.

D’altra parte anche la nobiltà, che in origine proveniva dalle orde barbariche, aveva svolto una funzione storica progressiva, quella di trasformare lo schiavismo, che per sua natura era ripugnante, in servaggio, servendosi della maggiore eticità del cristianesimo, che riconosceva alla persona un certo valore. Quando i barbari, già cristianizzati (seppur solo nella forma ariana), penetrarono nell’impero romano, furono considerati dei “liberatori” da parte degli schiavi, ma anche da parte delle persone libere che, a causa dei debiti e delle vessazioni statali, si stavano proletarizzando.

I barbari non riuscirono a distruggere le fondamenta della parte orientale dell’impero, perché qui, a partire da Costantino, si cominciò a capire che il cristianesimo era migliore del paganesimo e la servitù migliore dello schiavismo. Gli stessi proprietari terrieri dovevano sottostare alle direttive dello Stato, ovvero dell’imperatore, che aveva tutto l’appoggio della Chiesa. Nell’impero bizantino i barbari furono progressivamente assorbiti, culturalizzati, senza particolari traumi, in quanto si riconobbe il loro giusto peso. Bisanzio non ebbe nei loro confronti un atteggiamento egemonico. La Chiesa ortodossa non ebbe mai le ambizioni di una giurisdizione universale, come quelle della Chiesa romana.

Gli imperatori bizantini avevano capito che se i confini del loro impero non fossero stati difesi dagli stessi contadini, non ce l’avrebbero mai fatta contro i barbari, gli arabi, i turchi… Per questo furono costretti a riconoscere ai contadini molti più diritti di quelli che avevano i loro colleghi nell’area occidentale occupata dai barbari di religione ariana o, in misura minore, pagana.

Quando i Franchi, una volta accettato il compromesso ideologico-politico col papato, vollero imporsi su tutta l’Europa non bizantina, rivaleggiando col basileus, i rapporti agrari cominciarono ad assumere quella caratteristica di “dipendenza personale” che in occidente resterà immutata fino alle rivoluzioni borghesi. Il feudalesimo dell’Europa occidentale prevedeva che su un territorio locale il nobile, proprietario terriero, potesse comportarsi come un sovrano. I contadini diventavano strumenti a sua completa disposizione.

È stato forse un caso che proprio in Europa occidentale sia nata la cultura borghese? Cioè quella cultura che non riconosce alcuna autorità politica che non sia la propria? Una cosa del genere sarebbe stata impensabile nell’impero bizantino. Qui si aveva molto di più la concezione dello Stato e, almeno tendenzialmente, non si permetteva alle classi sociali di comportarsi come volevano. Tale concezione fu ereditata dall’impero zarista, quando Bisanzio crollò sotto il peso delle occupazioni latine, arabe e turche, anche se, al tempo degli zar, la nobiltà terriera aveva molto più potere di quello che aveva la sua collega nei territori bizantini (un potere così grande che, a causa della propria frammentazione, determinerà il successo dell’invasione mongola, la cui direzione era invece molto centralizzata).

Nell’Europa orientale la borghesia non si formò come nell’area occidentale, proprio perché essa era tenuta sotto controllo da parte dell’autorità statale. Lo stesso avvenne in Cina o in India e nel mondo islamico. Viceversa, quando nell’Europa cattolica si impose un papato che voleva sottrarsi a qualunque controllo imperiale, e che anzi, esso stesso, voleva trasformarsi in uno Stato a tutti gli effetti, fu evidente che l’autorità politica imperiale aveva perduto la propria totale sovranità, e la conclusione della lotta per le investiture ecclesiastiche stava lì a dimostrarlo.

La Chiesa romana si servì sia della nobiltà rurale che della borghesia urbana per vincere la propria battaglia contro gli imperatori e per diventare essa stessa un potente Stato, tale da rendere difficilissima l’unificazione nazionale della penisola italica. Il papato permise alla stessa borghesia di opporsi alla nobiltà, perché, in cambio, nelle città riceveva grandi favori, e soprattutto perché, grazie ai capitali della borghesia, poteva pagare gli eserciti mercenari con cui opporsi con efficacia alle ambizioni egemoniche di qualunque sovrano, almeno fino a quando non accettò di patteggiare coi reali di Spagna l’imposizione della Controriforma. Solo i contadini dovevano stare sempre sottomessi.

Senonché la borghesia, per sua natura, non tollera, alla lunga, padroni che la possano dominare, per cui inevitabilmente finì col ribellarsi alla stessa Chiesa. Nel nord Europa il conflitto produsse la Riforma protestante e quindi la libertà borghese di agire indisturbati (salvo che in Germania, dove gli stessi sovrani e la nobiltà divennero protestanti, continuando a dominare come prima). In Italia invece, ove pur era nata la borghesia come classe sociale autonoma, la Chiesa romana, fortemente politicizzata, reagì scatenando la Controriforma, con cui, grazie al decisivo appoggio spagnolo, reso fortissimo dalla colonizzazione americana, si pose fine allo sviluppo borghese.

Olanda, Francia e Inghilterra furono i motori dello sviluppo mondiale del moderno capitalismo. In tutte e tre le nazioni fu il calvinismo ad avere la meglio: in Olanda unendosi virtualmente all’ebraismo e dedicandosi prevalentemente ai commerci transoceanici, senza sviluppare una forte ed estesa industria; in Francia unendosi al cattolicesimo secondo la formula della Chiesa gallicana, ch’era cattolica sul piano politico e calvinista su quello socio-economico, e mirando a conquistare anzitutto l’Europa continentale; in Inghilterra trasformandosi in anglicanesimo, un ibrido tra cattolicesimo formale e calvinismo sostanziale, e puntando decisamente alla produzione industriale e, dopo aver perso la guerra dei Cent’anni, alla conquista degli oceani e relative colonie.

La cultura borghese, la prassi economica tipicamente individualistica della borghesia è un prodotto dell’Europa occidentale, che riuscì a trovare nel Nordamerica il terreno più fertile ove svilupparsi, proprio perché qui non doveva combattere né la nobiltà feudale, né i sovrani cattolici, né la Chiesa romana, ma solo le tribù indiane, tecnologicamente molto arretrate rispetto agli standard europei.

Dunque che “funzione storica” ha avuto la borghesia? È forse stato un caso che nell’Europa dell’est si sia passati dal feudalesimo al socialismo? Per eliminare i privilegi della nobiltà era davvero così importante lo sviluppo di una borghesia individualistica? Il fatto che anche nell’Europa dell’est la cultura borghese abbia avuto la meglio sul socialismo statalizzato, dobbiamo vederlo come un progresso dell’umanità? Davvero non c’era altra alternativa? Davvero i contadini, ribellandosi al loro servaggio, non avrebbero potuto costruire un socialismo agrario, saltando la fase del capitalismo? Perché dobbiamo vedere la storia come un susseguirsi inevitabile di formazioni sociali secondo lo schema del cosiddetto “socialismo scientifico”? Non è forse giunto il momento di chiedersi che tipo di socialismo vogliamo edificare, visto che quello statalizzato è fallito clamorosamente?

Hosea Jaffe, grande economista marxista, alla fine della sua vita si chiese se era davvero necessario il capitalismo per realizzare il socialismo.3 Forse sarebbe il caso di ripartire da qui.

La socializzazione nel capitalismo

Engels considerava la socializzazione vissuta dagli operai nelle fabbriche infinitamente superiore all’individualismo agrario dei contadini. Questo non solo perché, grazie al macchinismo, si potevano produrre moltissime merci in poco tempo, ma anche perché, dovendo lavorare tutti insieme nello stesso momento, era molto più facile organizzarsi sindacalmente, acquisire una coscienza di classe e combattere il padronato al fine di realizzare la proprietà comune dei mezzi produttivi.

È assai curioso, in questa sua analisi, ch’egli vedesse i contadini come degli individui isolati. Un’osservazione del genere avrebbe avuto senso in riferimento ai grandi latifondisti o ai capitalisti agrari o anche ai fittavoli, i quali comunque utilizzavano i servi della gleba o i salariati agricoli. Ma i contadini non sono mai stati isolati, neppure quando nacque la borghesia, che infatti prima di affermarsi, introducendo il capitalismo nelle campagne, ci mise non pochi secoli.

Le comunità di villaggio sono sempre state molto diffuse: basterebbe leggersi i tre volumi curati da M. Guidetti e P. H. Stahl per convincersene.4 Semmai erano gli aristocratici agrari che cercavano di sottomettere tali comunità, di ridurre i loro diritti, d’imporre loro varie forme di tributi o di corvées. In Europa orientale addirittura le comunità di villaggio sono esistite sino alla fine dell’Ottocento, cioè sino a quando non è cominciato a essere introdotto il capitalismo proveniente dall’Europa occidentale. Esse riuscirono a difendersi egregiamente per molto tempo dalle pretese dei nobili.

In ogni caso, anche quando lavorano la terra, i contadini non sono mai isolati: i lavori agricoli, sempre molto faticosi, non possono essere condotti individualmente. Le loro stesse famiglie, essendo patriarcali, erano molto numerose, allargate, in quanto i figli, una volta sposati, non si allontanavano dal villaggio, anzi, continuavano a fare i lavori di sempre. Semmai erano le famiglie ristrette, monogamiche, degli operai a incontrare un’infinità di problemi dovuti al carovita, all’esiguità dei salari, all’esosità degli affitti.

La vita dell’operaio, agli albori del capitalismo, era assolutamente disperata, ai limiti della sopravvivenza, non molto diversa da quella degli schiavi al tempo dei Romani. Lo stesso Engels l’aveva documentato nella sua splendida opera giovanile sulla Situazione della classe operaia in Inghilterra. La vita del contadino era solo molto faticosa, e cominciò a diventare davvero insopportabile quando, con la nascita dei mercati borghesi, i nobili pretendevano molto denaro per soddisfare le loro esigenze di lusso, le loro comodità, i loro vizi. I contadini cominciarono a star peggio proprio nel basso Medioevo, quando lo sviluppo della borghesia imponeva alle campagne la trasformazione della rendita feudale da naturale a monetaria, nonché la rinuncia all’autoconsumo e al baratto in favore della produzione agraria mercantile.

Pur di giustificare i successi materiali della produzione capitalistica, Engels si è inventato l’isolamento sociale dei contadini. Così facendo, si è comportato come un classico economista borghese. Eppure doveva sapere che senza l’aiuto collettivo dei contadini, le rivoluzioni borghesi non avrebbero mai potuto avere la meglio sulla nobiltà terriera, sugli eserciti mercenari che questa aristocrazia guerriera poteva permettersi, e sulle monarchie assolutistiche, che non avevano il coraggio di opporsi decisamente alla nobiltà anarcoide, pur cercando di realizzare un assolutismo moderno, su scala nazionale, ben disposto all’espansione coloniale del capitale.

Engels doveva sapere che, una volta realizzate le proprie rivoluzioni, la borghesia, immancabilmente, finiva col tradire i contadini, rimangiandosi tutte le proprie promesse relative alla socializzazione delle terre nobiliari. Quando queste venivano espropriate con la forza, al massimo erano messe all’incanto, in aste pubbliche, dove venivano ricomprate dagli stessi nobili o dalla borghesia rurale, non certo dai contadini. Oppure assegnavano a quest’ultimi le terre meno fertili o quelle su cui dovevano pagare un indennizzo talmente oneroso che continuava a renderli servi a vita. Tutte le forme di abolizione del servaggio compiute dalla borghesia furono un puro e semplice inganno per i contadini più poveri.

D’altra parte la borghesia ha sempre avuto bisogno di manodopera a buon mercato per allestire le proprie fabbriche. Non poteva permettere che tutti i contadini diventassero padroni della terra su cui lavoravano. Per questo cercò sempre dei compromessi con gli aristocratici, anche per reprimere le stesse rivolte contadine. La borghesia aveva soltanto bisogno di togliere alla nobiltà un’ampia fetta del potere politico; aveva bisogno di dimostrare che la ricchezza ottenuta coi commerci era più importante di quella ottenuta con la terra; e che tale ricchezza mobiliare, per essere investita liberamente nell’industria, aveva bisogno di rivoluzionare l’intera società, al punto che anche la nobiltà sarebbe stata costretta a trasformarsi in una classe capitalistica agraria, bisognosa di poca manodopera e unicamente dedita a soddisfare le esigenze del mercato: una classe indotta ad acquistare i macchinari che la stessa borghesia produceva nelle proprie fabbriche. L’importante per la borghesia industriale era di avere molto contadini costretti a diventare operai salariati: contadini giuridicamente liberi, liberi di morire di fame se non avessero accettato la schiavitù salariata. E la nobiltà, sopravvissuta alle rivoluzioni, si piegò a queste esigenze, e con essa anche i sovrani. Persino la Chiesa, che pur aveva sfruttato i contadini, giudicati ignoranti e superstiziosi, per diffondere la propria ideologia falsa e bugiarda, finì col tradirli.

Socializzazione borghese, operaia e contadina

Cerchiamo ora di capire meglio cosa intende Engels per “socializzazione operaia nella produzione industriale capitalistica”.

A ben guardare la socializzazione, dal punto di vista borghese, avviene soltanto al momento dello scambio, sul mercato, che non è solo un mercato di beni materiali, ma anche di manodopera salariata (manuale e intellettuale), di titoli e valori, e persino di beni immateriali (in genere quelli culturali). Lo scambio avviene tra chi offre e chi acquista, ed è completamente mediato dal denaro. Lo scambio serve per far guadagnare, nell’immediato, chi vende, poiché ottiene del denaro e, secondariamente, chi compra, che può ottenere dalla merce un qualche vantaggio e, virtualmente, riutilizzarla per ottenere, a sua volta, del denaro. L’acquirente deve naturalmente difendersi da una possibile truffa, che è sempre dietro l’angolo. Il fine della compravendita è sempre determinato dal profitto o dall’interesse, poiché si tende ad accumulare capitali generalmente per poterli reinvestire, ma anche semplicemente per poterli risparmiare, ricavandoci sempre un qualche vantaggio. Non si fa mai niente per niente.

L’altra forma di socializzazione che ha la borghesia è tutta interna alla propria classe, ed è quella che serve per ottenere clienti fidelizzati e per vincere la concorrenza. Sono sempre forme di scambio sociale finalizzate a un unico obiettivo: come incrementare i capitali investiti nella fase della partenza (una volta si usava il termine take off, oggi si preferisce start up).

In un certo senso è il capitale stesso che decide come comportarsi, cioè come stare sul mercato da vincenti e non da perdenti. La fede nella potenza del capitale è, in forma laicizzata, la fede che nel Medioevo si aveva nei confronti della divinità. Si tratta soltanto di metterla a frutto guadagnandosi un paradiso su questa Terra invece che nei Cieli. In tal senso è giusto parlare di “teologia del mercato”. I nuovi templi da frequentare solo gli ipermarket o le borse di titoli e valori. I nuovi sinodi le assemblee dei G8 o del FMI. I mass-media, con la loro pubblicità, si sono sostituiti ai sermoni dei sacerdoti. Le facoltà di diritto ed economia hanno rimpiazzato quelle di teologia e dogmatica. Le leggi hanno eliminato i trattati canonistici e i catechismi ad usum populi. La socializzazione borghese passa sempre attraverso la mediazione amorale del denaro. Per essere all’altezza di questo stile di vita, per fruire di una certa considerazione sociale, bisogna disporre di un reddito annuale che rientri in una media statistica nazionale, altrimenti non si è nessuno.

Questo tipo di “socializzazione borghese” ci ha messo dei secoli prima di abbattere quella contadina. Se i lavoratori rurali fossero stati dei soggetti isolati – come dice Engels –, ci avrebbe messo sicuramente molto meno. E il fatto che i processi d’imborghesimento generale siano stati in Europa occidentale molto più veloci che in Europa orientale, lascia capire che le rispettive forme di “socializzazione rurale” siano state piuttosto diverse e che tale diversità sia dipesa sostanzialmente dal tipo di “cultura religiosa”, che nel Medioevo costituiva l’ideologia dominante (e che è rimasta in alcune aree europee almeno sino alla seconda metà dell’Ottocento).

Probabilmente l’immagine di agricoltore che aveva Engels era quella già caratterizzata da un certo imborghesimento, in riferimento ai contadini tedeschi protestantizzati, i quali però non avevano appoggiato la borghesia negli anni in cui la Germania sarebbe potuta passare dalla monarchia (prima assoluta, poi costituzionale) alla repubblica democratica. Se fosse stato lui, e non Marx, a rispondere alle lettere della Zasulič, le avrebbe sicuramente detto che la comune agricola russa non aveva scampo; anzi, i socialisti avrebbero dovuto favorirne la dissoluzione, al fine di puntare tutte le loro aspirazioni sul proletariato industriale, poiché senza borghesia è impossibile parlare di “rivoluzione socialista”. D’altra parte a P. N. Tkačëv non aveva proprio detto questo?5 La proprietà comune della terra andava considerata un indice del basso livello di sviluppo economico della Russia, e questa avrebbe potuto evitare il proprio sfacelo solo se in Europa occidentale fosse avvenuta una transizione socialista che avesse permesso alla stessa Russia di svilupparsi in tutta tranquillità secondo i crismi borghesi della rivoluzione tecnico-scientifica.

Era un ragionamento davvero curioso. A suo parere se non ci fosse stato non solo in Russia ma in qualunque altro paese al mondo un grado di sviluppo avanzato delle forze produttive, la realizzazione del socialismo avrebbe rischiato di soffocare nella culla la stessa industrializzazione. Si sarebbe realizzato una specie di “socialismo della miseria”, mettendo in discussione il valore della rivoluzione borghese compiuta sul terreno tecnico-scientifico. Abolire le differenze di classe quando tutte le classi sono a un livello produttivo assai modesto e il capitalismo è ancora in fasce, significava, per lui, portare la nazione ancora più indietro di quello che era.

Poste le cose in questi termini, sembra che almeno cinque cose non le avesse proprio capite:

  1. uno sviluppo elevato del capitalismo può non avvicinare bensì allontanare dalla “necessità” del socialismo, in quanto la borghesia ha molte più armi ideologiche per corrompere le menti e infondere illusioni; cioè non può essere considerato automatico né che un maggiore sviluppo del capitale determini una maggiore acutezza delle proprie contraddizioni, né che l’aumento degli antagonismi sociali comporti di per sé una maggiore coscienza di classe:
  2. se anche uno sviluppo elevato del capitalismo può far aumentare le sue contraddizioni antagonistiche, resta il fatto che, in virtù dell’imperialismo, il peso maggiore di tali contraddizioni viene scaricato sulle colonie, per cui nelle madrepatrie occidentali vi sono meno motivi per pretendere una transizione socialista;
  3. finché le colonie vengono tenute in uno stato di soggezione, obbligandole a produrre ciò di cui le madrepatrie hanno bisogno, l’esigenza di passare al socialismo può nascere soltanto in queste aree del pianeta, che, di regola, sono tra le più depresse del capitalismo mondiale;
  4. se la sottomissione delle colonie diminuisce ed esse pretendono di diventare nazioni capitalistiche come le loro madrepatrie, le contraddizioni si pongono immediatamente a livello mondiale e non è detto che per risolverle si cerchi una soluzione socialista; è anzi più facile ricorrere alla guerra interimperialistica. Con sicurezza si sa soltanto che nell’ambito del capitalismo mondiale vi sono nazioni che vogliono dominare e altre che devono subire: non può esserci “imperialismo” se tutte vogliono dominare;
  5. quando il livello di sviluppo del capitale è molto elevato, ed esiste il rischio concreto che altre nazioni vogliano diventare capitalistiche allo stesso livello di quelle occidentali, o che, al contrario, scelgano la strada del socialismo, è il capitale stesso che scatena conflitti mondiali, ed esso, coi mezzi sofisticati di cui dispone, è in grado di bloccare lo sviluppo di qualunque paese. In altre parole, uno sviluppo eccessivo delle forze produttive può permettere al capitale di difendersi dalla concorrenza economica o dalla rivalità ideologica e politica in maniera apocalittica.

Insomma, noi possiamo anche considerare esatta l’affermazione secondo cui la borghesia, per poter realizzare un profitto privato, ha comunque dovuto provvedere a creare una sorta di “socializzazione” tra gli operai (peraltro indotta dall’alternativa della fame). Ma bisogna stare attenti all’uso delle parole.

Quando Engels, riferendosi alla produzione capitalistica, scrive che nessun operaio, individualmente, può dire: “Questo l’ho fatto io, è il mio prodotto”, lo dice in polemica a quello che, per lui, era l’individualismo dei contadini. Ma in realtà sta facendo solo del moralismo kantiano. Infatti la socializzazione degli operai non è, per il borghese, che una mera conseguenza indiretta, derivante dall’uso degli strumenti lavorativi. Cioè non vi è prima la socializzazione e poi la decisione comune su come utilizzare questi strumenti. La partenza di tutto il processo produttivo è data dai capitali privati (che storicamente furono ottenuti mediante i rischiosi e difficili commerci sulle lunghe distanze); poi vi è la proprietà privata acquistata tramite questi capitali. Quindi sia l’accumulazione dei capitali che la decisione d’investirli in determinati macchinari e procedure di lavorazione sono assolutamente individuali. Lo è anche il contratto che l’imprenditore fa con l’operaio, nel senso che non si viene assunti come “membri di un collettivo”. Solo nelle carceri si trovano dei “lavoratori collettivi”, oppure in certe comunità di recupero o terapeutiche, dove, volendo, è possibile sfruttare il lavoro dei tossicodipendenti, degli alcolisti, ecc., offrendo in cambio, e nel migliore dei casi, un salario puramente simbolico, oltre naturalmente a tutto ciò che serve alla riproduzione fisica o materiale della manodopera.

Semmai si può essere licenziati in massa, come quando p.es. l’azienda chiude perché si trasferisce all’estero, dove sono migliori le condizioni per il capitale, o perché viene accorpata da un’altra, la quale, per ripagarsi delle spese sostenute, non trova di meglio che fare tagli sul personale.

È vero, oggi si fanno contratti “collettivi” di lavoro, ma riguardano determinate categorie di lavoratori, oppure determinati comparti produttivi. Questa è stata un’esigenza egualitaria dei sindacati o un’esigenza specifica di taluni lavoratori, convinti d’aver diritto a un particolare salario o stipendio. Ma gli imprenditori fanno sempre di tutto per dividere i lavoratori, per metterli in antagonismo tra loro, diversificando le mansioni, le forme di responsabilità, la tipologia dei salari o degli stipendi (si pensi solo alla giungla delle singole gratifiche). Gli imprenditori non vogliono che i loro dipendenti socializzino troppo tra loro. Quando chiedono di farlo (il cosiddetto “lavoro di squadra” o in équipe), il fine è sempre quello privatistico di aumentare la redditività dell’impresa o la sua pubblica visibilità. E chi gestisce il team è sempre il proprietario dell’impresa o chi detiene la maggioranza delle quote azionarie, oppure il manager o il funzionario pagato profumatamente dai proprietari effettivi.

I lavoratori si devono costruire da soli la loro socializzazione, per poi farla valere al momento della contrattazione sindacale. In caso contrario finiscono per svolgere un mero ruolo ausiliario al funzionamento delle macchine o dell’apparato (amministrativo, burocratico ecc.). A dir il vero l’operaio è sempre una rotella dell’ingranaggio, anche quando è sindacalizzato. Lo è proprio perché non è padrone di ciò che produce. È padrone solo della propria forza-lavoro, manuale e/o intellettuale, che cede, in maniera giuridicamente, cioè formalmente libera, a chi gli propone un contratto di lavoro. Generalmente l’operaio non prova alcuna soddisfazione a produrre cose che non gli appartengono, cose che, se hanno un alto valore, potrebbe anche non acquistare mai. L’unica soddisfazione che può avere è relativa alla remunerazione, con cui può permettersi di acquistare determinate cose prodotte dal capitalismo in generale, a loro volta frutto di altre forme specifiche di “alienazione” o di “estraneazione”.

L’operaio (o l’impiegato) è un alienato a prescindere dal lavoro che svolge e anche a prescindere dal salario che percepisce: lo è oggettivamente, proprio in quanto non è padrone di ciò che produce o realizza. Nessun operaio sarebbe mai orgoglioso di dire: “Questo l’abbiamo fatto insieme”. Se lo dicesse, sarebbe un ingenuo o passerebbe per un venduto, per uno totalmente privo di coscienza di classe. Peraltro nel capitalismo tutti i meriti vanno sempre agli imprenditori o ai loro manager: non vengono mai ricordati gli operai, come non lo erano nelle società schiavistiche, quando edificavano i monumenti che dovevano esaltare la grandezza dei sovrani.

Solo nell’ambito del socialismo un gruppo di operai potrebbe dire con orgoglio di aver compiuto un’opera comune progettata insieme. Ma il socialismo non dovrebbe essere statalizzato, poiché sostituire un proprietario concreto, individuale, o una società anonima (a responsabilità limitata o per azioni) con un ente totalmente astratto, gestito da un partito al governo, non servirebbe minimamente a risolvere il problema dell’alienazione. Un qualunque lavoratore, comandato dall’alto, perde d’interesse, prima o poi, ai risultati del proprio lavoro, si demotiva, lavora controvoglia, anche quando la remunerazione è alta; anzi, quanto più questa lo è, tanto più non vede l’ora di smettere di lavorare per godersi quanto ha guadagnato.

Quindi se davvero vogliamo parlare di socializzazione del lavoro (o nel lavoro), bisogna farlo prima ancora di mettersi a lavorare. Il lavoro è un’attività pratica che non ha in sé il proprio significato, tant’è che molte mansioni possono essere fatte tranquillamente dalle macchine; spesso anzi i robot lavorano anche meglio degli operai, perché non si stancano mai (pur essendo soggetti a usura), non sono mai distratti, producono le cose in serie senza alcuna discontinuità. Solo la fantasia non hanno.6

Il significato del lavoro sta nel collettivo che glielo dà. Cioè il lavoro ha un senso se questo gli viene dato collettivamente da una comunità che lo precede nel tempo o che è comunque in grado d’impostarlo, di stabilirne tutte le caratteristiche, nessuna esclusa. La socializzazione del lavoro (e nel lavoro) non può essere qualcosa di meccanico, ma deve essere qualcosa di assiologico. Il lavoro ha un valore che non dipende dal lavoro in sé, in senso stretto o economico (come appare oggi), né dal tempo medio, socialmente necessario, per produrre un determinato bene. Il significato del lavoro non sta tanto nella misura del valore delle merci o dei beni di consumo, ma nel valore del collettivo che lo pratica, cioè che lo imposta, lo organizza, lo stabilisce in tutti i suoi particolari.

Sotto questo aspetto il collettivo (composto sia dagli operai che andranno a lavorare in un’azienda, la cui proprietà sarà socializzata, sia da quanti acquisteranno i loro prodotti) potrebbe anche orientarsi verso una produzione non standardizzata, o comunque preposta a soddisfare specifici bisogni, prestabiliti da una comunità locale. Se il valore d’uso deve prevalere su quello di scambio, è assurdo pensare a una produzione in serie per il mercato. Il collettivo deve decidere prima, sulla base delle proprie esigenze effettive, calcolate con realistica approssimazione, come produrre un determinato bene di consumo. Deve per forza esserci un organo locale di controllo. Infatti solo una comunità locale ha un potere decisionale autonomo. E qualunque operaio, prima ancora di mettersi al lavoro, deve sentirsi parte di questa comunità, altrimenti si troverà sempre a eseguire decisioni prese dall’alto. La socializzazione del o nel lavoro è possibile, senza alcuna forma di alienazione, se è preceduta o almeno contestuale a una socializzazione comunitaria che decide per sé il significato della propria vita. Non deve esistere alcuna entità esterna che stabilisca tale significato, né lo Stato né il Mercato, e tanto meno un imprenditore privato o collettivo. Se il socialismo democratico non capisce l’importanza di queste condizioni, la differenza dal capitalismo è quasi inesistente.

Note

1 Bisogna anche dire che il tasso di eticità di entrambi era in rapporto esclusivo a una giustizia di tipo economico. Nessuno dei due ha mai attribuito all’etica un valore autonomo, né scritto qualcosa su questo argomento.

2 Non dimentichiamo che Engels poté fare il teorico del socialismo e mantenere la famiglia di Marx lavorando per vent’anni presso l’azienda cotoniera Ermen & Engels di Manchester, che aveva permesso a suo padre (pietista e calvinista), comproprietario sin dal 1838, di raddoppiare il proprio capitale in dodici anni. Dal 1850 al 1870 Engels condusse un’esistenza, mentre era impiegato nella ditta, da perfetto “borghese”, ancorché soffrisse in coscienza di questa curiosa contraddizione. Nel 1864, dopo la morte del padre, egli divenne socio dell’azienda, beneficiando di un 5% su tutti i profitti.

3 Era necessario il capitalismo?, ed. Jaca Book, Milano 2010. Ma di lui bisogna leggersi anche La liberazione permanente e la guerra dei mondi e Abbandonare l’imperialismo, tutti della medesima casa editrice.

4 Il sangue e la terra; Le radici dell’Europa; Un’Italia sconosciuta, ed. Jaca Book. Sembra che Engels non sappia nulla delle lotte sostenute dai contadini contro la nobiltà. Cfr., a titolo puramente esemplificativo, B. P. Porchnev, Lotte contadine e urbane nel grand siècle, ed. Jaca Book, Milano 1976.

5 K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, ed. Il Saggiatore, Milano 1976.

6 Indubbiamente il capitale tende a sostituire la forza-lavoro umana con le macchine, ma proprio questa continua sostituzione porta a una caduta tendenziale del saggio di profitto, come già Marx aveva dimostrato. Bisogna dire che se oggi, nonostante le periodiche crisi, non abbiamo assistito ad alcuna vera minaccia per la stabilità del capitalismo, è perché siamo in presenza di una rivoluzione informatica che ha rimodellato completamente i processi produttivi, i quali, peraltro, hanno contribuito non poco al successo mondiale dell’attuale Cina, che non ha avuto bisogno di ripercorre tutte le fasi capitalistiche tipiche dell’area occidentale.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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