Socialismo utopistico e scientifico (Cinico Engels)

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L’esigenza di socialismo

Nell’Evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza (Editori Riuniti), rifacimento di tre capitoli dell’Anti-Dühring, Engels sostiene che il moderno socialismo è il risultato di tre elementi: 1) gli antagonismi di classe, dominanti nella società moderna, tra possidenti e non possidenti; 2) l’anarchia della produzione capitalistica; 3) la continuazione dei princìpi sostenuti dai grandi illuministi francesi del XVIII secolo.

In realtà vi è un quarto aspetto da considerare, ed è il fatto che dai tempi di Gesù Cristo gli uomini cercano di realizzare una società avente princìpi di uguaglianza sociale e non vi riescono. Sembra siano soggetti a una maledizione ineludibile. Anzi, quanto più ci si allontana dal tentativo del Cristo, tanto più si perde la memoria di ciò che si era abbandonato al momento della nascita dello schiavismo (e cioè la lunga fase storica del comunismo primitivo), per cui il socialismo moderno è unicamente basato sul desiderio di realizzare una società democratica: il che però non può impedire che si commettano errori macroscopici.

Rispetto ai tentativi di realizzare l’uguaglianza sociale, compiuti nel passato, il socialismo moderno ha questo di caratteristico: deve tener conto del fatto che tra sfruttato e sfruttatore esistono sia la libertà giuridica che il macchinismo. Lo schiavismo (privato o statale) e il servaggio non hanno mai conosciuto uno sviluppo imponente della tecnologia proprio perché non prevedevano che le persone da sfruttare potessero essere giuridicamente libere. Sarebbe parso un assoluto controsenso.

Viceversa, il socialismo moderno deve tener conto di uno sfruttamento altamente sofisticato della manodopera e, nel contempo, non può dare per scontato che per la propria realizzazione siano sufficienti la mera libertà giuridica e un potente macchinismo. Infatti la libertà etica è infinitamente superiore a quella giuridica, essendo basata più sulla sostanza dei rapporti umani che non sulla forma astratta e schematica della legge; e la necessità di rispettare le esigenze riproduttive della natura è parte costitutiva, e non marginale, della necessità di riconoscere all’essere umano una imprescindibile esigenza produttiva. Un macchinismo puramente economico e non anche ecologico sarebbe una minaccia insostenibile per l’ambiente.

Questo per dire che il fatto che l’Illuminismo abbia considerato come “cose irrazionali tutte le antiche idee tradizionali” non va considerato di per sé positivo. Rinunciare a qualunque forma di “memoria storica” in nome della ragione scientifica, può portare a fare della stessa ragione una nuova divinità da adorare (come fece espressamente Robespierre quando andò al potere). Gli uomini non hanno il dovere di prostrarsi davanti alla scienza e alla tecnica come se un qualunque sviluppo della ragione scientifica sia l’unica modalità espressiva o cogente del genere umano, la sola degna di credibilità.

Dai tempi dell’Illuminismo ad oggi la storia ha ampiamente dimostrato che non sempre ciò che è logico è razionale, non sempre ciò che è razionale è utile, non sempre ciò che è utile per il singolo è giusto per tutti, non sempre ciò che è dimostrabile empiricamente può pretendere d’essere assolutamente vero, non sempre le verità della ragione soddisfano quelle dei sentimenti o della coscienza morale, non sempre la libertà di ricerca individuale garantisce maggiore progresso della coesione etica di un collettivo, e così via. Oggi solo gli ingenui pensano che i guasti causati da un uso scriteriato della scienza e della tecnica possano essere risolti sviluppando la scienza o perfezionando la tecnica.

In nome della “razionalità illuministica” l’Europa occidentale e gli Stati Uniti hanno occupato quasi il mondo intero, imponendo rapporti economici basati sul colonialismo e sull’imperialismo (oggi chiamati, astrattamente, “globalismo”); l’occidente ha anche scatenato due catastrofiche guerre mondiali e una infinità di guerre locali e regionali, e ha devastato la natura spesso in maniera irreparabile, trovando, in questo, piena imitazione nelle società che si richiamano alle idee del socialismo scientifico.

La ragione illuministica ha assunto le fattezze della fede medievale; e i nuovi sacerdoti sono i politici che ragionano solo in termini di schieramento; gli scienziati sono i nuovi rabbini che credono nelle loro teorie e nelle loro scoperte come fossero dei dogmi indiscutibili; le industrie e i centri commerciali sono i templi in cui si coltiva la fede nel “dio progresso”; e tutte le merci capitalistiche svolgono la funzione di oggetti simbolici, sacramentali. Lo shopping è un rito laico. Tutto è stato secolarizzato. La potenza delle macchine, con cui ci illudiamo di poter “dominare” la natura, ci ha reso tutti atei, o almeno agnostici, e se non sempre lo siamo nelle convinzioni, di sicuro lo siamo nei comportamenti. Siamo infatti costantemente abituati a tenere separata la fede dalla ragione. La Chiesa si è trasformata in uno Stato aconfessionale, dove il diritto e l’economia hanno sostituito la teologia, dove la democrazia parlamentare ha sostituito sinodi e concili, e dove però l’esigenza di vivere di rendita, sfruttando il lavoro altrui, è rimasta assolutamente immutata.

Davvero quindi il socialismo moderno, sia esso utopistico o scientifico, ha il compito di ereditare acriticamente tutto ciò, limitandosi a porre in essere soltanto la proprietà pubblica dei mezzi produttivi? Davvero il socialismo può guardare retrospettivamente all’Illuminismo dicendo che “i grandi pensatori del secolo XVIII non potevano oltrepassare i limiti [borghesi] imposti loro dalla loro epoca”? Davvero ci si può sentire migliori di questi pensatori solo perché si è vissuti nel periodo della “grande industria”? Davvero si è più lungimiranti di loro a causa del fatto che le contraddizioni capitalistiche si sono acutizzate?

Una qualunque epoca storica può imporre dei limiti scientifici o tecnologici a chi la vive, ma non può imporre limiti etici al senso di giustizia. Leibniz pose le basi di un linguaggio informatico che, per trovare una qualche applicazione pratica, dovette prima attendere la creazione del computer. Ma la sua idea ottimistica, che vedeva nella società borghese il migliore dei mondi possibili, è stata una forma d’ingenuità simile a quella di chi ha osteggiato le riforme di M. Gorbačëv pensando che con esse si sarebbe, inevitabilmente, reintrodotto il capitalismo in Russia. L’ingenuità stava nel fatto di credere appunto il socialismo statale il migliore dei mondi possibili. E invece di chiedere a lui d’essere più radicale nella sua idea di “socialismo democratico”, si preferì contrapporgli qualcosa di superato dalla storia: cosa che poi scatenerà la reazione scriteriata di B. El’cin a favore del capitalismo, che porterà la Russia alla bancarotta.

Se negli esseri umani, di qualunque epoca storica, non ci fossero elementi comuni, che prescindono completamente dalle forme in cui vengono vissuti, passato, presente e futuro sarebbero tre dimensioni temporali completamente staccate tra loro; e non potrebbero certamente stare insieme solo perché il presente viene “dopo” del passato e si sente autorizzato a giudicarlo. Il tribunale della storia giudicherà gli uomini per quello che sono sin dall’inizio della loro comparsa su questo travagliato pianeta, sulla base di ciò che essi hanno di più profondo, e cioè la libertà di coscienza, e nessun giudice potrà usare un’epoca storica come criterio di misura per giudicare tutte le altre; e se anche dovesse farlo, dovrebbe prendere come parametro quella in cui gli esseri umani vivevano dei rapporti “naturali”, privi di alienazione: quella del comunismo primordiale dell’uomo preistorico.

È infatti a questo tipo di comunismo che si rifanno, a volte senza neppure saperlo, in quanto raramente lo dicono in maniera esplicita, i soggetti che lo stesso Engels cita: Thomas More, Campanella, gli Anabattisti guidati da Thomas Müntzer, i Livellatori nella rivoluzione inglese, gli abati Morelly1 e Mably e gli antesignani del socialismo, Babeuf e Buonarroti, nel Settecento francese (e perché non mettere anche Rousseau?), i tre più importanti socialisti utopistici, Saint-Simon, Fourier e Owen, e tanti altri ancora non ricordati: p.es. i fratelli Gracchi e i tanti profeti del mondo ebraico.

Tracce di comunismo primitivo si trovano ancora oggi nelle ultime comunità indigene sparse nei luoghi più impervi del pianeta, in attesa d’essere eliminate dallo sviluppo delle forze più distruttive della storia: il capitalismo privato e statale, lo stesso socialismo statale o di mercato. Se al tempo di Engels le contraddizioni di questi sistemi antagonistici o non esistevano o non erano ancora così sviluppate come oggi, non avendo raggiunto quella acutezza e profondità su scala globale (per cui si poteva pensare a una transizione socialista abbastanza indolore, che di quei sistemi avrebbe potuto conservare gli aspetti più tecnico-scientifici), oggi invece va rimessa in discussione ogni cosa. Tuttavia, e paradossalmente, se tutti questi sistemi conflittuali crolleranno e la vita sarà ancora possibile in un piccolo luogo del pianeta, i sopravvissuti potranno dire di aver “chiuso il cerchio”: il loro stile di vita non sarà molto diverso da quello “primordiale”.

Dal socialismo utopistico a quello scientifico

Quando nell’Anti-Dühring Engels parla dei tre socialisti utopistici (Saint-Simon, Fourier e Owen), sembra essere convinto che sul piano teorico il socialismo avesse già detto quasi tutto (bisogna infatti escludere l’analisi economica compiuta da Marx), e che la vera differenza da quello scientifico stava soltanto nel fatto che quest’ultimo non si illudeva di poter costruire “isole di giustizia sociale” all’interno di un sistema altamente oppressivo come quello borghese (isole che lo stesso Engels definisce di “pura fantasia”). Pertanto la vera differenza era tutta racchiusa nell’organizzazione delle forme di lotta per la conquista del potere politico. Il socialismo di Marx ed Engels appare come una sorta di disincantamento del socialismo dei loro padri. E non dimentichiamo che in mezzo vi è il fallimento delle rivoluzioni degli anni 1848-50, ovvero il fallimento del progetto del Manifesto del partito comunista.

A proposito di Saint-Simon, Engels dice che aveva già capito che nella rivoluzione francese le classi antagonistiche non erano due: nobiltà e borghesia, bensì tre: vi erano anche i nullatenenti. Non solo, ma nel 1816 egli aveva dichiarato che il destino della politica era quello di diventare “scienza della produzione”2, in quanto si sarebbe completamente dissolta nell’economia. Aveva cioè previsto “la trasformazione del governo politico, esercitato su uomini, in un’amministrazione di cose e in una direzione di processi produttivi”, in cui era inclusa “l’abolizione dello Stato”. Engels ne parla come se condividesse pienamente queste idee, e non a caso cita Saint-Simon per primo. In lui – dice ancora – “sono contenute in germe quasi tutte le idee non rigorosamente economiche dei socialisti venuti più tardi”, incluso evidentemente il Marx ideologo, visto che qui non lo esclude espressamente.

Quando parla di Fourier, lo considera inferiore a Saint-Simon sul piano dei princìpi teorici, anche se gli riconosce d’aver detto, per la prima volta, che “il grado di emancipazione della donna è la misura naturale dell’emancipazione generale”.3 Fourier aveva capito che la società borghese “raggiunge sempre il contrario di ciò che vuole raggiungere”, proprio perché è ambigua o ipocrita per definizione e, a causa di queste sue contraddizioni insolubili, porterà l’umanità alla catastrofe.

Poi è la volta di Robert Owen, un imprenditore borghese che, di fronte ai disastri sociali del capitalismo britannico, aveva saputo creare condizioni di vita dignitose per i propri operai. Nelle sue imprese, nei suoi esperimenti sociali “totalizzanti”, in cui non si trattava soltanto di lavorare ma anche di vivere un’esistenza sociale a misura d’uomo, Owen aveva posto le condizioni perché non vi fossero ubriachezza, polizia, processi penali, assistenza ai poveri… Inventò gli asili d’infanzia nel 1817. Faceva lavorare gli operai per dieci ore e mezza, contro le 13-14 ore della concorrenza. Era in grado di dare ai proprietari dello stabilimento scozzese di New Lanark il 5% d’interesse sul capitale investito.4 Tutte le fabbriche che gestiva erano in attivo.5

Poi improvvisamente nella vita di Owen cambiò tutto, e ciò avvenne quando cominciò a nutrire idee comuniste, mettendole anche in pratica nella colonia di Harmony Hall nello Hampshire, fondata nel 1839. Prese ad attaccare il principio della proprietà privata, la religione e il matrimonio borghese: inevitabilmente perse tutti i consensi da parte della borghesia più illuminata. Di qui la sua decisione di rivolgersi unicamente al miglioramento della classe operaia. S’impegnò così tanto – scrive Engels – che “tutti i movimenti sociali, tutti i veri progressi che in Inghilterra sono stati realizzati nell’interesse degli operai, sono legati al nome di Owen”. P.es. nel 1819 “riuscì a far approvare la prima legge per la limitazione del lavoro delle donne e dei fanciulli nelle fabbriche”; “presiedette il primo congresso in cui le Trade Unions di tutta l’Inghilterra si unirono in un’unica grande organizzazione sindacale”; “introdusse le società cooperative (di consumo e di produzione)”, fornendo la prova che “tanto il mercante quanto il fabbricante [cioè l’imprenditore privato] sono persone di cui si può benissimo fare a meno”6; istituì i magazzini di lavoro, in cui lo scambio dei prodotti del lavoro (beni e servizi) avveniva “per mezzo di una carta-moneta-lavoro la cui unità era costituita dall’ora lavorativa”7.

Perché tutte queste forme di socialismo vengono definite “utopistiche”, visto che Engels le apprezzava in modo così entusiastico? Semplicemente perché pretendevano di cambiare il sistema senza voler compiere alcuna rivoluzione politica. Sono tutte forme che esistono ancora oggi, in tutti i paesi capitalistici del mondo, senza avere alcuna denominazione di tipo “socialistico”. Vengono accettate come forme di esperienza sociale ed economica collaterale a quella più propriamente capitalistica. Nessuno si sogna di considerarle come un’alternativa significativa al sistema. Il socialismo scientifico le ha fatte proprie, ma senza dare ad esse particolare importanza; a volte, anzi, le ha snobbate, ritenendo che con esse si distoglieva il proletariato dal compiere la cosa più importante, cioè la conquista del potere politico.

Il socialismo scientifico ha sempre considerato quello utopistico come una forma di illusione che, in ultima istanza, faceva gli interessi della borghesia, in quanto attutiva il peso delle contraddizioni, senza portare l’antagonismo sociale alle sue conseguenze più radicali. Tutto ciò che di utile il socialismo utopistico aveva fatto, poteva essere riprodotto a rivoluzione compiuta. In questa maniera la definizione stessa di “socialismo scientifico” metteva nel dimenticatoio tutte le teorie e le esperienze del socialismo non marxista.

La storia però dimostrò che, una volta compiuta la rivoluzione, era lo Stato socialista a gestire tutto. E questo fu un errore. Si mortificò l’iniziativa sociale, popolare, inclusa quella privata. Si era convinti che lo Stato avrebbe rappresentato, meglio di qualunque altra associazione o istituzione, tutte le esigenze di tutti i cittadini. Si fece dello Stato una sorta di deus ex machina, un totem da adorare, la panacea per tutti i mali.

Forse i due grandi teorici del socialismo scientifico avrebbero fatto fatica a riconoscersi nelle esperienze totalitarie del cosiddetto “socialismo reale”, a meno che non le avessero sostenute come una forma provvisoria di resistenza al capitalismo mondiale, prescindendo dal loro effettivo tasso di democraticità. Una posizione, quest’ultima, ch’era poi quella dello stalinismo, secondo cui quanto più aumenta il socialismo, tanto più il capitalismo lo vuole distruggere; sicché – e questa era la logica conseguenza di quella tesi – è impossibile pensare di estinguere progressivamente lo Stato, anzi, bisogna rafforzarlo sempre più, almeno finché esiste il capitalismo. Il che, in pratica, voleva dire che quando si costruisce un’isola di socialismo, circondata dagli squali del capitale, gli abusi che il potere può compiere sui cittadini vanno considerati come il male minore, come una sorta di effetto collaterale, che non intacca la giustezza della posizione di fondo.

Oggi una considerazione del genere, molto machiavellica, appare inaccettabile. La ragion di stato non giustifica un bel nulla. E con questo non vogliamo affatto accusare M. Gorbačëv di aver prodotto l’implosione dell’Urss. Che gli effetti delle sue riforme non siano stati coerenti con le sue intenzioni non è cosa che può essere addebitata a lui e ai suoi collaboratori. Diciamo soltanto che il popolo russo non è stato capace di approfittare del momento per assumersi delle responsabilità a favore del socialismo democratico. A questo punto sarà la storia che s’incaricherà di far capire gli errori compiuti. Di sicuro non si poteva continuare a fingere che quella esperienza di socialismo statale fosse il miglior socialismo possibile al cospetto di un capitalismo guerrafondaio. Non ha alcun senso costruire il socialismo per prendere continuamente ordini dall’alto, né ha senso rinunciare alla libertà personale per avere la cosiddetta “giustizia sociale”.8

Le possibilità del socialismo

La critica del socialismo utopistico, svolta da Engels per mettere alla berlina lo stesso Dühring, giudicato scarso sul piano teorico e del tutto inconsistente su quello pratico, è, tutto sommato, molto amara e, in fondo, ingiustificata. A suo parere gli utopisti andavano superati perché erano stati “obbligati a costruire gli elementi di una nuova società traendoli dal proprio cervello…; furono ridotti a fare appello alla ragione, precisamente perché non potevano ancora fare appello alla storia del loro tempo”. E cosa diceva la storia al tempo di Marx ed Engels? Diceva che la “grande industria ha sviluppato le contraddizioni ch’erano latenti nel modo di produzione capitalistico, facendole diventare antagonismi così stridenti che l’imminente crollo di questo modo di produzione si può per così dire toccare con mano”.

Chi era più utopista? Engels o i tre suddetti socialisti riformisti? E se anche volessimo vedere Engels come un anticipatore della I guerra mondiale9, in che modo possiamo davvero considerare “scientifica” la strategia politica per la conquista del potere da lui elaborata e dal suo compagno di lotta, Karl Marx? Non è stato forse Lenin il vero organizzatore “scientifico” della rivoluzione? E Lenin non proveniva forse dal paese capitalistico più arretrato d’Europa? Non era forse stato Lenin a dire che la rivoluzione socialista si poteva realizzare più facilmente in un paese arretrato che non in un qualunque paese avanzato dell’Europa occidentale? Non era forse stato lui a dire che in Europa occidentale la corruzione era al 100%? E che i partiti socialisti erano stati dei traditori quando avevano votato i crediti di guerra con cui la borghesia poté scatenare il primo conflitto mondiale? E non era forse stato lui a dire che i dirigenti della II Internazionale socialista, con Kautsky e Bernstein10 in testa, non avevano capito nulla della rivoluzione bolscevica? Davvero il fondamentale limite dei socialisti utopistici è stato quello di aver vissuto in un periodo in cui l’assenza della “grande industria” permetteva ancora di farsi delle illusioni sulla capacità del capitalismo di autoriformarsi in senso democratico? Davvero occorreva la “grande industria” per togliersi dalla testa delle false speranze?

E se invece i limiti dei socialisti utopistici dipendevano proprio dalla presenza di una cultura borghese che nell’Europa occidentale aveva cominciato a formarsi sin dal Mille di epoca feudale? E se volessimo considerare anche il socialismo scientifico una forma di pensiero che ha subìto pesanti condizionamenti da parte di quella stessa cultura, seppure in forme diverse? E se il socialismo di Marx ed Engels poteva dirsi “scientifico” solo perché si era sviluppato parallelamente alla formazione della “grande industria”? cioè perché aveva potuto vedere le cose col senno del poi, stando seduto sulle spalle dei giganti? E pensare ch’era stato proprio Marx a dire che, a parità di condizioni economiche, possono svilupparsi delle formazioni sociali molto diverse: p.es. lo schiavismo in epoca romana e il capitalismo in epoca moderna. Il motivo per cui non riuscì a spiegarsene la ragione, a dispetto dei vantaggi offerti dal capitalismo della “grande industria”, fu semplicemente quello di non aver preso in considerazione che anche la cultura può avere un peso “strutturale”. Nel mondo romano la schiavitù fisica era dipesa proprio dal fatto che mancava una cultura in difesa della persona. Solo quando iniziò a diffondersi il cristianesimo, s’intuì che lo schiavo, disposto a farsi ammazzare per difendere una propria idea religiosa, poteva essere trasformato da “res parlante” a servo dotato di una certa libertà personale.11 In presenza di questa confessione si preferì parlare di “dipendenza personale” in luogo della “schiavitù fisica” stricto sensu. E a partire dal Mille si poté parlare addirittura di “libertà giuridica” (comunale): l’ideale per trasformare la dipendenza personale in una dipendenza contrattuale (salariale).12

E se dicessimo che il leninismo superò molti limiti del socialismo scientifico proprio perché, provenendo dalla Russia feudale, di religione ortodossa, era stato meno influenzato dalla cultura borghese (nata in ambito cattolico, poi sviluppatasi in quello protestantico)? Sono legittime queste domande, oppure ci direbbero subito che non sono abbastanza “scientifiche” per uno che pretende di rifarsi al socialismo?

Dopo aver scritto l’Ideologia tedesca (1846), Marx ed Engels dissero che non si preoccuparono di pubblicarla, poiché per loro era stato sufficiente fare i conti con la filosofia tedesca da cui provenivano (in primis l’hegelismo e la sinistra hegeliana, la quale pensava di combattere l’hegelismo e lo Stato prussiano limitandosi a perorare la causa dell’ateismo e del repubblicanesimo). Tuttavia, quella filosofia idealistica aveva influenzato solo una piccola parte della società tedesca: quella intellettuale. I conti, quelli veri, Marx ed Engels dovevano farli con la mentalità, con la cultura, coi valori dell’intera società tedesca, che non erano certamente filosofici, bensì religiosi, quelli individualistici del protestantesimo borghese.

Da ingenui hegeliani quali erano, essi pensavano che la filosofia idealistica avesse assorbito, laicizzandoli, tutti i contenuti della Riforma luterana e calvinistica. Ma la religione, purtroppo, ha ben altra presa sulle masse: penetra in profondità, deforma le menti. A loro sembrava sufficiente portare alle estreme conseguenze l’idealismo hegeliano, dichiarandosi apertamente atei e, contro la stessa sinistra hegeliana, spostare il centro dell’attenzione dall’ateismo all’economia, e quindi dalla critica filosofica alla prassi politica rivoluzionaria, ma, di fatto, non riuscirono mai ad approfondire gli strettissimi legami tra religione ed economia borghese (ci vorrà l’ideologo borghese Max Weber per iniziare a farlo). Marx ed Engels han sempre sostenuto che la religione è una semplice sovrastruttura alienata di un’economia alienante: lo dicevano come se secoli e secoli di cultura religiosa potessero essere spazzati via da una semplice dichiarazione di ateismo e dalla volontà di ribaltare politicamente il sistema.

I limiti del socialismo scientifico

L’idea che avevano i classici del marxismo, secondo cui “le forze produttive [quelle che Engels nell’Anti-Dühring individua nella nascita della “grande industria”] possono essere mantenute e ulteriormente sviluppate solo mediante l’introduzione di un nuovo modo di produzione, adeguato al grado di sviluppo che al presente hanno raggiunto”, è un’idea superata, o almeno è un’idea molto limitata.

In pratica che concezione aveva Engels del socialismo? Abbacinato dalle conquiste tecnico-scientifiche della borghesia, per lui il socialismo non poteva fare altro, se voleva ottenere consensi significativi, che porsi come “erede materiale” del capitalismo, salvo che in un aspetto: la proprietà dei mezzi produttivi, che andava socializzata, proprio per garantire un migliore sviluppo delle forze produttive. Se il socialismo si fosse limitato a predicare la giustizia sociale, senza garantire un diffuso benessere economico, non avrebbe mai vinto. Questa era la sua idea.

Ora, nel cosiddetto “socialismo reale” il benessere economico non era neanche lontanamente paragonabile a quello di livello medio dei Paesi occidentali, benché i servizi sociali fossero quasi gratuiti. Non avendo colonie da sfruttare, gli Stati socialisti imponevano ai loro cittadini di accontentarsi del minimo vitale, e i dirigenti comunisti sostenevano, non senza ragione, che in occidente il benessere era frutto dell’oppressione e dello sfruttamento dei lavoratori, residenti sia nelle madrepatrie occidentali che nelle colonie terzomondiali.

Tale posizione, finché l’occidente era in guerra aperta contro il socialismo, riuscì a mantenersi in vita. Subì invece un progressivo indebolimento nel periodo post-staliniano, quando alcuni Paesi socialisti cominciarono a simpatizzare per le libertà e i diritti dell’Europa occidentale, e a vedere di buon occhio il livello del loro benessere economico: l’Ungheria nel 1956, la Cecoslovacchia nel 1968, la Polonia nel 1980.13

Ad un certo punto anche in Russia si disse, con Gorbačëv, nel 1985, che era ora di finirla con la stagnazione economica, col socialismo amministrato dall’alto, coi privilegi dei funzionari di stato (la nomenklatura), con l’autoritarismo del partito ideologico e delle forze dell’ordine… Si voleva un socialismo più democratico, più autogestito e cooperativistico. I risultati furono catastrofici per l’idea stessa di socialismo: come se nulla fosse, le popolazioni approfittarono delle profonde crepe che s’intravvedevano nella diga dell’autoritarismo per abbracciare in toto il capitalismo. Si voleva più benessere economico, più libertà individuale; si voleva la possibilità di gestire una proprietà privata. E così, mentre pochissimi si arricchirono smisuratamente, molti diventarono assai più poveri di prima; e nel frattempo i capitali occidentali penetrarono in questi Paesi ex-socialisti approfittando del basso tenore di vita, che comportava anzitutto la possibilità di ottenere molta manodopera poco esigente sul piano salariale e sindacale. Per il capitalismo occidentale fu una fortuna inaspettata: poteva addirittura mettersi a sfruttare delle risorse naturali che fino a poco tempo prima gli erano del tutto interdette. L’idea e la pratica del socialismo venivano praticamente azzerate, e chi pensava di poterle rilanciare partendo dalle posizioni del passato, non aveva alcuna chance. Oggi è assodato che o il socialismo rinasce su basi completamente nuove, o il capitalismo è destinato a durare ancora per molto tempo.

Dunque chi o cosa aveva vinto? Aveva vinto la rivoluzione tecnico-scientifica, che per imporsi anche nel cosiddetto “socialismo reale” non aveva avuto bisogno di sparare neanche un colpo di cannone. Alle popolazioni socialiste impressionava la ricchezza dell’occidente e non interessava affatto che, per ottenerla, si dovesse sfruttare selvaggiamente il Terzo Mondo. A loro premeva di poter associare il benessere economico all’iniziativa privata. Erano convinti di potersi improvvisare tutti “borghesi”.

Si dovettero però scontrare con la dura realtà dei fatti. L’Europa orientale era passata, al tempo di Lenin, dal feudalesimo al socialismo, salvo un certo sviluppo industriale in qualche grande città, spesso alle dipendenze dei capitali stranieri: non possedeva affatto la millenaria cultura borghese dell’Europa occidentale. Accettare, in quattro e quattr’otto, una cultura del genere poteva voler dire soltanto una cosa: diventare delle “colonie” dell’occidente. Oggi, Paesi come l’Ungheria, la Polonia, l’Ucraina, la Cekia e la Slovacchia, la Romania, la Bulgaria, l’Albania, i tre Stati Baltici e tutti gli Stati nati dallo smembramento della Jugoslavia (preteso dall’occidente per ridurre al minimo il potere della Serbia) sono economicamente alle dipendenze dell’Unione Europea. La Russia non lo è semplicemente perché dispone in Siberia di immense riserve energetiche, le quali però non le impedirono di andare in default al tempo di Eltsin.

Perché tutto questo discorso? Semplicemente per dire una cosa: la rivoluzione tecnico-scientifica, compiuta dalla borghesia, non può essere presa così com’è. Non è possibile pensare di svilupparla ulteriormente, una volta intrapresa la strada del socialismo, senza porsi alcuna domanda sul suo significato “ontologico”. Anche perché non è detto che il socialismo si debba sentire in una condizione d’inferiorità se non dispone degli stessi strumenti scientifici e tecnologici del capitalismo. Bisogna avere assolutamente chiaro che il benessere economico connesso a quella rivoluzione tecno-scientifica non dipende solo da questa rivoluzione, ma anche dallo sfruttamento del Terzo Mondo. Ed è assolutamente sbagliato sostenere che il Terzo Mondo potrà svilupparsi soltanto quando avrà fatto una propria rivoluzione tecnologica. Questa rivoluzione, storicamente, è stata frutto di una cultura borghese nata nell’Italia comunale e sviluppatasi nelle nazioni protestantiche; una cultura sommamente individualistica, cioè non interessata a un benessere davvero collettivo e, ancor meno, al rispetto della natura. Quella fu una rivoluzione che doveva anzitutto favorire chi disponeva già di capitali o di proprietà privata. Sono stati i mercanti, arricchitisi in maniera fraudolenta, a favorire lo sviluppo tecnologico, proprio perché questo doveva servire ad aumentare i capitali con più facilità e meno rischi (rispetto ai lunghi e faticosi e imprevedibili viaggi in oriente, alla ricerca di merci introvabili in Europa).

Questa cultura borghese è nata nei Comuni italiani e si sviluppò enormemente grazie all’Umanesimo, al Rinascimento, alla Riforma protestante e alle Rivoluzioni borghesi (olandese, inglese, americana e francese). Sono occorsi molti secoli prima ch’essa entrasse nella mentalità dell’uomo comune. Si sono dovute fare molte guerre contro l’aristocrazia feudale, appoggiata dalla Chiesa romana, che vedeva nel possesso della terra e dei servi della gleba la fonte principale del benessere economico. E soprattutto si sono dovute sottomettere con la forza militare un’infinità di popolazioni che vivevano al di fuori dell’Europa occidentale.

Ora, pensare di creare il socialismo acquisendo, sic et simpliciter, le conquiste tecno-scientifiche della borghesia, non ha senso. È una posizione superficiale, positivistica, che non tiene neppure conto del fatto che l’industrializzazione in sé costituisce, a prescindere dall’uso dei mezzi produttivi, la minaccia più grande per la sopravvivenza della natura. La Russia “socialista” devastò in maniera irreparabile gran parte delle proprie risorse ambientali, e non solo in forza dei propri esperimenti nucleari, ma anche semplicemente sulla base dello sfruttamento economico.14 Il disastro di Chernobyl, nel 1986, ha avuto conseguenze che ancora oggi si fanno sentire e che dureranno per molto tempo ancora.

Oggi è assolutamente da irresponsabili non chiedersi quali conseguenze, anche solo ipotetiche, può avere sui ritmi riproduttivi della natura una qualunque invenzione tecnologica. Nessun socialismo democratico sarà mai possibile se a livello locale la collettività non sarà in grado di gestire con oculatezza e parsimonia le risorse offerte dall’ambiente naturale. Non ha alcun senso usare qualcosa di cui non si sappia con esattezza la provenienza geografica e le modalità di produzione. Le idee di Marx ed Engels, sotto questo aspetto, non servono a nulla.

Note

1 Sua è la formula economica, adottata da Marx: “Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo il suo bisogno”.

2 La stessa cosa verrà detta dal suo principale discepolo, A. Comte, fondatore del positivismo, che però si poneva in antitesi al socialismo. Con Saint-Simon, Fourier e Owen le parole “socialismo” e “scienza sociale” (o “scienza della società”) sono praticamente equivalenti.

3 Da notare però che Engels parteggiava per Fourier anche perché questi rifiutava il matrimonio monogamico, che nella società borghese veniva inteso come proprietà della donna da parte dell’uomo. Fourier era a favore del libero amore e della reciproca infedeltà e quindi della necessità di educare i figli non nella famiglia nucleare, che favoriva l’atomizzazione sociale, bensì nel “falansterio”.

4 Da notare che i cotonifici di New Lanark, acquistati nel 1800 dal consorzio di cui Owen era socio, sono stati in funzione fino al 1968. Oggi la maggior parte degli edifici è stata restaurata e il villaggio è divenuto un’importante attrazione turistica. Dal 2001 è diventato uno dei quattro siti in Scozia definiti Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

5 A dir il vero molti dei soci di Owen ritenevano eccessive le spese necessarie a sostenere il livello di vita dei lavoratori e delle loro famiglie, per cui egli si vide costretto a istituire una nuova compagnia (1813), di cui faceva parte anche il filosofo J. Bentham, e fu solo in questa che si poté garantire un ritorno del 5% sul capitale investito.

6 Cosa che oggi può essere paragonata ai “Gruppi di acquisto solidale”, i quali prevedono un contatto diretto tra produttori e consumatori, senza intermediari, a chilometro zero, e con la garanzia di un prodotto ecologicamente sano.

7 Cosa che, in un certo senso, può essere equiparata a quella che oggi viene chiamata, anche in Italia, “Banca del Tempo”.

8 Su queste problematiche cfr Galarico Homolaicus, Io, Gorbaciov e la Cina, ed. Diderotiana.

9 Già nel 1886, a proposito dei contrasti tra potenze europee, egli scrisse che in Europa ci sarebbe stato sicuramente un massacro di massa di un’ampiezza sinora mai vista, e che, se si voleva vedere il crollo del capitalismo, la cosa migliore sarebbe stata una rivoluzione russa contro lo zarismo. Due anni prima di morire stilò un progetto di disarmo.

10 Da notare che Dühring era apprezzato sia da Bernstein che da Bebel, due massimi dirigenti della socialdemocrazia tedesca. Spesso, quando si accetta l’idea marxiana secondo cui dopo la Comune di Parigi la forza del movimento operaio europeo fu ereditata da quello tedesco, si tende a considerare questo passaggio di testimone come una cosa positiva. Invece la vera eredità fu assunta unicamente dal proletariato russo, che dal 1905 al 1917 fu in grado di realizzare ben tre rivoluzioni.

11 Attenzione però: è vero che il cristianesimo pre-teodosiano, pur non chiedendo allo schiavo di ribellarsi alla sua condizione sociale, in quanto di fronte a Dio si può essere liberi interiormente (e tutti saranno giudicati alla fine dei tempi), esigeva che difendesse tenacemente la propria fede contro le pretese totalitarie dello Stato romano e dei suoi imperatori divinizzati. Ma è anche vero che con la nascita dello Stato cristiano o della Chiesa di stato, si tolse al servo della gleba il diritto di ribellarsi, concedendogli soltanto il dovere di cristianizzare, con le crociate, chi la pensava diversamente. Sul ruolo del cristianesimo primitivo cfr E. M. Staerman e M. K. Trofimova, La schiavitù nell’Italia imperiale (Editori Riuniti, Roma 1975).

12 La schiavitù che i cristiani vollero praticare in epoca moderna non contraddice quanto detto, poiché con essa i cristiani, di mentalità già imborghesita (e quindi “anticristiana”), affermavano di voler sottomettere dei lavoratori che, essendo sostanzialmente di religione pagana, non venivano neppure considerati delle persone. Gli amerindi e gli africani furono brutalmente schiavizzati almeno fino a quando, nell’ambito dello stesso cristianesimo (cattolico per gli uni, protestante per gli altri), non si cominciò a parlare di indegnità morale, ma, per arrivare a dirlo, gli schiavi dovettero prima essere convertiti al cristianesimo.

13 A dir il vero già al tempo di Stalin l’Urss ostacolava il cosiddetto “socialismo autogestito” promosso nella Jugoslavia di Tito.

14 Si pensi p.es. alla devastazione del Lago Bajkal, o al poligono di Tockoe, ove vennero condotti test militari nucleari molto pericolosi per gli abitanti della zona, o alla provincia di Čeljabinsk, a ridosso degli Urali meridionali, nonché al Mar Glaciale Artico, fortemente contaminati da depositi di scorie radioattive.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

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