Scoto Eriugena e la separazione di ragione e fede

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In occidente il primo vero continuatore medievale del pensiero areopagitico è stato Scoto Eriugena (810 ca – 877ca), il quale propose (per la prima volta in ambito cristiano) di separare metodologicamente la teologia dalla filosofia: la prima, di derivazione areopagitica (inclusa l’esperienza origeniana e di altri Padri ortodossi), doveva servirsi della fede, della rivelazione e di altre teorie; la seconda invece doveva servirsi esclusivamente della ragione.

Religione e filosofia avevano in Scoto un obiettivo comune: giungere alla verità, ma la ragione della filosofia non aveva l’obbligo di rispettare l’autorità della tradizione. Persino la fede che venisse smentita dalle verità della ragione, avrebbe dovuto rivedere se stessa – diceva Scoto. Egli cercò di applicare alla natura, attraverso la filosofia, ciò che la religione cristiana aveva applicato alla divinità.

Il suo modo di fare è diverso da quello di Plotino, il quale si era servito di alcuni elementi della dottrina cristiana per creare una nuova filosofia pagana. Scoto invece assume tutta la teologia cristiana (di derivazione ortodossa), cioè la conserva integralmente (a parte l’assunzione di qualche tesi eterodossa di Origene) nell’ambito che le è proprio, e poi si sforza di laicizzarla sul piano filosofico, conseguendo però risultati assai modesti (come d’altra parte era inevitabile: uno sviluppo veramente autonomo della filosofia implica di necessità il superamento delle posizioni religiose).

Questo tentativo, nato nell’Irlanda soggetta all’influenza dell’ortodossia (caso più unico che raro allora), non poteva avere molto successo in un contesto socio-politico dominato dalla teologia cattolico-romana.

Carlo Magno si servì della sua teologia in funzione anti-cattolica e anti-ortodossa (perché Scoto predicava il primato delle Scritture sull’autorità e sulla tradizione, anticipando, in questo, un’idea protestante), ma la fortuna di Scoto declinò in misura inversamente proporzionale al crescere del legame ufficiale, politico-religioso, tra chiesa di Roma e impero carolingio.

Come già detto, il risultato del lavoro filosofico di Scoto è carente: egli ha saputo porre il problema, ma non ha saputo svolgerlo. La sua filosofia resta troppo teologica per poter aspirare a una vera autonomia. Più che laicizzare la teologia, Scoto ha trasferito sul terreno della filosofia (neoplatonica) molti concetti della teologia ortodossa, i quali, essendo più rispettosi della dignità umana, hanno dato l’impressione ch’egli avesse elaborato una nuova filosofia.

In realtà, Scoto non è andato al di là della teologia ortodossa, né ha saputo creare una filosofia laica. E, in ogni caso, il vero teorico della teologia occidentale resterà Agostino d’Ippona, almeno fino a quando non gli subentrerà Tommaso d’Aquino.

Per il resto le sue idee s’intrecciano con quelle di Gotescalco, per cui ne parleremo parlando di quest’ultimo.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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