Premessa al Cristianesimo medievale

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Questo testo va considerato ad uso didattico, quindi non specialistico, non solo perché privo di riferimenti bibliografici e sicuramente molto ripetitivo, ma anche perché ha costantemente di mira l’impostazione metodologica dei manuali scolastici di storia medievale, i quali sono sostanzialmente deficitari in almeno tre aspetti:

1. giudicano il Medioevo con gli occhi del capitalismo, per cui lo ritengono una formazione sociale arretrata, tant’è che preferiscono di gran lunga il basso all’alto Medioevo;

2. quando parlano di Europa feudale, intendono prevalentemente quella dell’area occidentale, avendo scarsa cognizione di quella bizantina, balcanica e slava (in riferimento all’ambito del cristianesimo);

3. generalmente non hanno dubbi nel considerare di molto superiore il cattolicesimo sia al protestantesimo che all’ortodossia.1

Ovviamente di questi tre aspetti, non essendo questo un testo di “storia medievale” ma di “cristianesimo medievale”, l’ultimo sarà quello maggiormente trattato, e quando verranno esaminati aspetti di tipo più sociale e politico, verrà sempre fatto in linea con l’argomento in oggetto.

Va detto inoltre che qui non ci si limita a fare considerazioni di tipo storiografico o analisi di tipo storico, ma ci si azzarda anche a dare elementi per una “filosofia della storia” relativamente agli ultimi duemila anni di cristianesimo, il quale certamente è andato estendendosi ben oltre i limiti geografici dell’Europa. Pertanto non ci si risparmia nel metterlo a confronto con le idee laico-umanistiche e socialistiche.

Il testo fa seguito a quello già pubblicato sul Cristianesimo primitivo, per agganciarsi al quale è sufficiente fare un piccolo riferimento al vescovo Gelasio (492-96), cui, in un certo senso, si può far risalire la prima teorizzazione del potere temporale pontificio.

Infatti, quand’egli scrisse la Famuli uestrae pietatis all’imperatore bizantino Anastasio I, dicendo che il potere sacro dei vescovi era superiore a quello temporale dei re, non lo fece certamente col proposito di ribadire il valore della sacra diarchia (cioè l’equivalenza dei poteri), ma con quello di affermare il primato della chiesa sullo Stato e, in particolare, quello della sede romana su tutte le altre sedi ecclesiastiche.

Gelasio si servì della specifica competenza dei vescovi in materia di fede (cui allora peraltro non erano estranei neppure i responsabili laici delle istituzioni, essendo tutti educati sin da piccoli al cristianesimo), per sostenere che l’imperatore, non avendo uguale competenza, doveva considerarsi subordinato alla chiesa, pur essendo egli costituito nella sua carica per “diritto divino”. E per “chiesa” Gelasio non intendeva un “concilio ecumenico o universale”2, suprema istanza della cristianità, cui tutti dovevano attenersi, anche i vescovi, ma semplicemente un vescovo particolare, quello di Roma, la cui sede era superiore alle altre proprio per la carica che il pontefice ricopriva.

La chiesa romana dunque – stando alla posizione di Gelasio – si sentiva tenuta a rispettare le leggi imperiali solo nella misura in cui l’imperatore ammetteva la propria subordinazione alla volontà pontificia. La religione – qui è già chiarissimo – veniva usata come uno strumento di tipo politico da parte dello stesso vescovo-papa.

La questione per Gelasio non era di merito (nel senso che su talune cose gli imperatori potevano anche essere contestati se manifestavano opinioni eterodosse o discutibili), ma di metodo: qualunque affermazione dell’imperatore acquistava un valore solo s’egli preventivamente riconosceva la propria obbedienza al pontefice.3 Nella concezione teologico-politica di Gelasio non c’è (come invece in quella di tanti teologi bizantini) la convinzione che i due poteri divini fossero equivalenti o paritetici.

In Europa occidentale si comincerà a parlare di tale diarchia solo a partire dall’epoca comunale, quando impero e chiesa romana erano già fortemente in crisi, e ne parleranno solo gli anticlericali (p.es. Marsilio da Padova, Occam, Dante Alighieri…), convinti di aver elaborato un principio innovativo.

Secondo Gelasio l’imperatore non poteva assolutamente intromettersi nelle questioni di fede, cioè doveva rinunciare a priori al suo diritto di cittadino-credente (diremmo oggi) di esprimere pareri e opinioni in campo religioso (lasciando poi la decisione ultima a un concilio cattolico). Egli doveva svolgere unicamente la sua funzione di longa manus della chiesa.

Chiedendo ai credenti di obbedire all’imperatore solo in quanto fiduciario della chiesa, Gelasio poneva le basi dell’uso politico dell’arma della scomunica.

Nel 595 papa Gregorio Magno, in una sua lettera, farà chiaramente capire al basileus Maurizio che la chiesa romana voleva costruire un’Europa diversa da quella bizantina e contrapposta a quella dei barbari, un’Europa in cui il papato si ponesse come garante sia dell’unità civile che di quella religiosa.4

Note

1 Sui limiti dei manuali scolastici di storia si rimanda al volume già pubblicato: Zetesis. Dalle conoscenze e abilità alle competenze nella didattica della storia, lulu.com/spotlight/galarico

2 Le parole “concilio” e “sinodo” sono state messe in maiuscolo soltanto quando si riferiscono a eventi specifici. La parola “dio” è maiuscola soltanto quando dal contesto si comprende che i protagonisti la usavano in riferimento a un’entità non strettamente umana, per quanto la teologia ortodossa parli di “divinizzazione umana”: in tal caso la parola “dio” è mantenuta minuscola. La parola “Verbo” è sempre maiuscola, sia perché usata dai cristiani in riferimento esplicito al Cristo, sia per distinguerla dalla parola comune usata nella grammatica italiana. Anche la parola “Logos” è sempre maiuscola, sia perché usata dai cristiani in riferimento al Cristo, sia per distinguerla dalla generica parola del dizionario greco. Le parole “papa, vescovo, metropolita, cardinale, ecc.”, ma anche “imperatore, re, ecc.” sono sempre minuscole perché equivalenti. Anche la parola “chiesa” è sempre minuscola, per quanto essa, in sé (non ovviamente nel contesto), possa ingenerare confusione tra il nome di un’istituzione e un generico edificio, mentre la parola “Stato” è sempre maiuscola, non solo in omaggio alla sua importanza rispetto a qualunque chiesa, ma anche per distinguerla chiaramente dal participio passato del verbo essere. Viceversa la parola “impero” è sempre minuscola, in quanto la lingua italiana, a differenza di quelle anglosassoni, non sopporta molto l’uso delle parole maiuscole.

3 In verità Gelasio parla di obbedienza ai “vescovi”, ma poiché già vigeva la teoria della superiorità di quello romano, le conseguenze era poi facile tirarle.

4 L’argomento delle crociate baltiche s’è preferito trattarlo, data la sua complessità, in un testo a parte.

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Di Mikos Tarsis

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