Spazio Tempo Movimento della materia

La filosofia materialistica dialettica tratta l’argomento spazio-tempo subito dopo quello del movimento della materia, tra le caratteristiche fondamentali di quest’ultima, preliminari allo sviluppo della coscienza, che è sempre una proprietà della materia ma a un livello superiore.

Movimento, spazio e tempo sono forme universali della materia, indipendenti dalla coscienza che ne possiamo avere. Persino la coscienza ci è data in maniera indipendente dalla nostra volontà. Gli animali non hanno coscienza e non avvertono neppure il bisogno di averla. Noi invece non abbiamo neppure il bisogno di desiderarla, poiché l’abbiamo dalla nascita e l’unica cosa che possiamo fare è crescerla o ridurla, ma non annientarla.

Se consideriamo che movimento, spazio e tempo sono eterni e infiniti, vien da pensare che neppure la morte porrà fine alla coscienza: siamo destinati ad averla. Non ci è possibile in alcun modo vivere come animali, per quanto il loro istinto possa farli vivere meglio di come quando noi pensiamo di poter vivere senza coscienza.

La perenne trasformazione delle cose è il movimento della materia; dunque, sotto questo aspetto, la materia può non aver avuto alcun inizio. Essere e Nulla coincidono. Non c’è un prima e un dopo rispetto a qualcosa per il quale entrambi non esistevano.

Come sia potuto avvenire che la materia si sia trasformata in coscienza, ci resta ignoto, anche se non è da escludere che la stessa coscienza non sia mai nata, esattamente come la materia, e che abbia sempre fatto parte di quest’ultima come sua caratteristica interiore.

Noi sappiamo soltanto che non tutta la materia dispone di una coscienza, benché nessun oggetto possa sussistere senza rispettare determinate leggi di vivibilità. Anzi, la stragrande maggioranza della materia sembra essere dotata più di istinto che di coscienza, nel senso che molte caratteristiche ad essa peculiari, la coscienza le riscopre nell’istinto. La riproduzione p.es. è una forma istintiva dell’esistenza, eppure molti esseri umani se la negano volontariamente.

Nell’universo infatti una caratteristica tipica della materia si riesce a riscontrarla soltanto nell’essere umano, ed è la facoltà di scelta tra bene e male. Il libero arbitrio è estraneo al mondo animale e vegetale.

Quindi in natura deve essere esistita una particolare evoluzione della materia, che è arrivata a produrre un elemento, la coscienza, che evidentemente essa già disponeva in fieri, in potenza, e che però, per molti versi, è diventata superiore alla stessa materia. Non solo perché, in negativo, la coscienza ha facoltà di fare ciò che non vuole, ma anche e soprattutto perché, in positivo, quando fa questo ha facoltà di pentirsi.

Quando un animale sbaglia nel fare qualcosa è perché è stato addestrato male; se viene punito per l’errore compiuto, non si pente, semplicemente non ripete l’errore per timore di essere nuovamente punito o per beneficiare di una particolare gratificazione: è soltanto una questione di riaddestramento. Un qualunque animale lasciato in libertà, non sbaglia mai, proprio perché agisce d’istinto, per quanto anch’esso sia soggetto ai condizionamenti che in qualche modo può imporgli l’uomo e che, entro un certo limite, possono anche modificargli il proprio istinto.

La facoltà che noi umani abbiamo di pentirci dei nostri errori è un indizio molto sicuro di quali enormi potenzialità sia dotata la nostra coscienza. Proprio in virtù del ravvedimento noi siamo in grado di dire che il nostro apprendimento è virtualmente illimitato. Sono proprio gli errori che ci permettono di progredire. In tal modo la coscienza può addirittura diventare autocoscienza della materia. Il che significa arrivare a sapere, per esperienza diretta, che la vita è un ciclo in cui l’inizio coincide con la fine, salvo che la fine ha la consapevolezza di essere il punto di partenza di un nuovo inizio (ciò che nessun animale può avere). Infatti, in virtù dell’esperienza, noi arriviamo alla convinzione che al libero arbitrio è superiore la libertà e alla possibilità di scelta la scelta giusta. È straordinario vedere come nell’essere umano gli aspetti fisici s’intrecciano in maniera inestricabile a quelli etici.

La profondità non è solo qualcosa afferente allo spazio fisico, ma è anche una dimensione dello spirito. Una superficie piana, sulla quale viene dipinto uno sguardo intenso, può trasmettere il senso della profondità più che non un oggetto visto in maniera tridimensionale.

Lo stesso vale per il tempo, la cui prima legge fisica è quella della irreversibilità, al punto che quando parliamo di reversibilità, attraverso p.es. una macchina del tempo, stiamo in realtà fantasticando, anche se, essendo la vita un ciclo – come già detto -, noi, attraverso la memoria, possiamo ricordare il passato come se fosse presente. Anzi è notorio che, col passare degli anni, ci diventano più familiari i ricordi del passato che non le esperienze del presente. Più ci avviciniamo alla nostra fine e più riviviamo il nostro inizio, come se si chiudesse un cerchio, come se il nostro vissuto fosse assolutamente un bagaglio da non perdere.

Il tempo è irreversibile perché possiamo soltanto crescere e trasformarci. Se il tempo potesse fermarsi o tornare addirittura indietro, lo sviluppo e la trasformazione risulterebbero puramente casuali, arbitrari. Invece così siamo tutti uguali, tutti sottoposti a una medesima necessità: quella di migliorarci, quella di aumentare il livello di consapevolezza della nostra identità.

A volte ci lamentiamo di non poter tornare indietro, di non poter rimediare ai nostri errori (si pensi solo alla consapevolezza di sé che hanno i carcerati). Ma il vero problema è quello di come imparare dagli sbagli compiuti per continuare a crescere. Essendo inevitabili, gli errori non andrebbero considerati come una condanna a morte, come un’esclusione a vita dalla comunità. E poi da quale comunità? Da quella che non commette errori perché i suoi componenti sono tutti conformisti e ignorano che non esiste limite di sorta all’autoconsapevolezza?

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Tempo e spazio, pur essendo eterno l’uno e infinito l’altro, non avendo mai avuto né inizio né fine, sono relativi, non sono concetti assoluti, sempre uguali a se stessi. Se uno vive intensamente una determinata esperienza, essa, nel corso della sua vita, avrà un tempo e uno spazio dilatati. Verranno ricordati più volentieri. E viceversa naturalmente: si tende a dimenticare ciò che ha procurato sofferenza, specie se non si è in grado di metabolizzarla.

Spazio e tempo non sono né uniformi né immutabili, ma anzi relativi alla materia di riferimento. P.es. sulla terra abbiamo la giornata divisa in 24 ore e l’anno diviso in 365 giorni, ma in un qualunque altro pianeta del nostro sistema solare, le cose stanno diversamente, e se abitassimo in un altro pianeta, avremmo inevitabilmente delle percezioni differenti da quelle che abbiamo sulla terra (di notte, p.es. si ha meno percezione del tempo che passa). Persino nei nostri poli, dove per sei mesi è giorno e per altri sei è notte, la concezione del tempo inevitabilmente si deforma, ma si deforma anche quella dello spazio sotterraneo o cosmico, se siamo speleologi o astronauti.

Non c’era bisogno della geometria non euclidea o della teoria della relatività per scoprire un principio così elementare. Si sa che gli spazi ci stanno stretti quando l’esperienza che vi viviamo non ci piace; anche il tempo sembra che non passi mai. Sta in noi nel trovare adeguate forme di adattamento. Nella frustrazione ci s’ingegna a cercare scappatoie e non si capisce perché queste esperienze soggettive non debbano essere prese in considerazione da chi cerca una cognizione oggettiva (scientifica o filosofica) dello spazio e del tempo.

Nel 1972, sulle montagne che dividono il Cile dall’Argenti-na, ci fu un disastro aereo così tragico che ancora oggi tutto il mondo ricorda: i sopravvissuti si mangiarono i deceduti e riuscirono a salvarsi. In quella inedita e disperata situazione spazio-temporale fecero una cosa che in una situazione normale probabilmente non avrebbero fatto per tutto l’oro del mondo. Si adattarono per poter sopravvivere, e dovettero modificare in fretta le risposte che avevano dato, con relativa sicurezza, a certe questioni di coscienza. Ci si misura infatti non nella normalità ma nelle situazioni di emergenza.

Ora non si capisce perché questa cosa non debba valere anche per lo spazio, il tempo e la materia in generale. Cioè non si capisce perché vadano considerate più oggettive le leggi dell’universo che non quelle della coscienza, o perché sia più difficile modificare una legge fisica che non una psichica.

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Il fatto che lo spazio e il tempo siano indipendenti dalla coscienza non significa che di essi non si possa avere, tra gli umani, una percezione diversa. Non si può negare l’oggettività solo perché esiste una coscienza soggettiva. Anzi, è proprio l’oggettività spazio-temporale che ci permette di avere una rappresentazione oggettiva delle cose. La rappresentazione soggettiva dipende dalla libertà di coscienza, che deve arrivare all’oggettività seguendo un percorso di maturazione, in cui gli aspetti critici e autocritici giocano un ruolo rilevante.

Una rappresentazione o percezione o consapevolezza oggettiva delle cose è sempre una faticosa conquista personale, non un dono di natura. La natura ci dice soltanto che esistono aspetti oggettivi e soggettivi, ma sta all’uomo saper trovare il giusto equilibrio.

Non è facile trovare questo punto d’incontro. Sono state dette molte sciocchezze, nel passato, sulla natura dello spazio e del tempo. Ad es. per Berkeley il tempo è solo una successione di idee nella nostra coscienza; per Kant spazio e tempo sono una forma a priori dell’intuizione; per Pitagora lo spazio è un recipiente che non dipende dalle cose che vi entrano e può esistere anche senza di esse; anche Democrito sosteneva che lo spazio è vuoto, mentre per Newton lo spazio e il tempo sono sì eterni, ma anche invariabili, immobili, indipendenti da tutto. Meglio fece Cartesio che identificò spazio e materia, dicendo che l’estensione era la proprietà più importante di quest’ultima. Sulla sua scia Spinoza arrivò a dire che lo spazio è un attributo della materia, e anche Locke la pensava in termini analoghi.

Se si fosse compreso subito che la materia non è fatta solo di spazio-tempo ma anche di movimento, si sarebbe compreso prima che la legge fondamentale dell’universo è quella della perenne trasformazione delle cose. Spazio e tempo sono anch’essi soggetti a questa legge. La materia è come un fuoco che brucia, in cui nessuna fiamma è uguale all’altra. Non esistono duplicati perfettamente identici all’originale, proprio perché, se anche potessimo astrattamente ipotizzarli all’interno di un medesimo spazio, è di fatto lo scorrere incessante del tempo, la sua irreversibilità, a rendere impossibile la simmetria perfetta.

Nell’universo tutto è asimmetrico. È proprio questo che garantisce le diverse identità. Quando si dice che ogni essere umano è unico e irripetibile, si dice una grande verità. Il che non significa che ognuno di noi sia una monade chiusa in se stessa, ma semplicemente che la natura della materia è così eterna e infinita da essere in grado di produrre incessantemente ogni forma di diversità. E queste forme sono strettamente collegate tra loro. Ogni sostanza si riflette in un’altra e tutte mutano reciprocamente. Niente e nessuno può esser solo nell’universo (l’assoluta uguaglianza di sé, data da un’assoluta indipendenza da identità altrui, è un controsenso), per quanto l’essere umano – unico caso dell’universo – disponga di una libertà di coscienza che può usare proprio per sentirsi solo.

Giustamente quindi gli antichi monaci del deserto dicevano che “l’inferno esiste ma solo per me”. Nessuno può essere “obbligato” ad amare o a sentirsi libero, poiché in ciò il fine verrebbe contraddetto dal mezzo. L’identità e la diversità della materia si condizionano reciprocamente, per il bene di entrambe. Anteporre l’identità alla diversità significa impoverirsi, alienarsi, autodistruggersi.

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Bisognerebbe riflettere di più sull’eternità della materia, non solo perché questa concezione viene a negare qualunque ipotesi creazionista, ma anche perché le stesse teorie scientifiche relative al cosiddetto “big-bang”, all’espansione dell’universo ecc. potrebbero sì essere attendibili, ma solo per la porzione di spazio che riusciamo ad osservare dal nostro punto di vista terreno: non è detto che lo siano in rapporto all’intero universo, che può essere una sorta di “pluriversi”.

P. es. il fatto che esista un’espansione delle galassie non può di per sé voler dire che tutte le galassie lo siano e men che meno che l’universo sia destinato a collassare o che siamo destinati a uscire da questo universo e a sperimentare spazi ancora più immensi. In una parte dell’universo potrebbe esserci un’espansione e in un’altra una contrazione. Le nostre conoscenze della materia cosmica non possono essere così attendibili, visto che ancora non possiamo permetterci il lusso di viaggiare per lo spazio come ci pare. È già molto se riusciamo ad avere delle conoscenze adeguate della natura umana e della materia che ci circonda.

Già il solo fatto di sapere che la galassie stanno allontanandosi le une dalle altre a una velocità di 120-170 mila km/s è motivo di grande sconcerto, poiché non ci agevola nel compito di conoscere l’universo che ci contiene.

In un certo senso siamo come “prigionieri” del nostro sistema solare. Se la consideriamo da un punto di vista meramente fisico, la legge della gravitazione universale è come un cordone ombelicale, che coi viaggi cosmici abbiamo solo in parte reciso e sicuramente non in maniera adeguata, visto che, dopo un certo periodo di tempo, gli astronauti debbono tornare sulla terra. Nella nostra dimensione terrena noi non potremo mai prescindere dalla gravitazione dei pianeti, quindi i tentativi di colonizzare la galassia sono destinati a fallire. Prima dobbiamo uscire dalle coordinate di spazio e tempo che caratterizzano la nostra esistenza. E non sarà certo con la scienza che supereremo questo limite, quanto piuttosto con la coscienza.

L’essere umano ha il compito di rendere l’universo cosciente di sé. Tutte le sue leggi (fisiche, chimiche ecc.) attendono di trovare nell’essere umano la loro ragione di sé. Gli opposti che si attraggono e si respingono, l’azione che determina una reazione uguale e contraria, il riflesso condizionato, la stessa legge della gravitazione universale e tante altre leggi (p.es. quelle importantissime della termodinamica) attendono d’essere motivate anche sul piano ontologico-spirituale, cosa che è appunto possibile fare solo alla coscienza, lo stadio superiore della materia.

Qualunque legge fisica va reinterpretata in chiave meta-fisica. Facciamo un ultimo esempio. Se applicassimo in maniera schematica alla realtà sociale la terza legge della dinamica di Newton, secondo cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, potremmo ottenere che alla dittatura segue la democrazia, ma – poiché siamo umani e disponiamo di libertà di coscienza – potremmo anche ottenere che alla dittatura segue la passività e la rassegnazione.

Quando c’è di mezzo la libertà di coscienza, non esiste una connessione logica, necessaria, degli eventi. L’essere umano non è un oggetto meccanico e neppure un semplice animale. Le sue reazioni possono essere anche imprevedibili: persino quando piange e si commuove è lecito dubitare dei suoi sentimenti. Spesso infatti i dittatori non riescono a capacitarsi di come, dopo tanto tempo di rassegnata passività, il popolo improvvisamente possa insorgere e pretendere di fare una rivoluzione.

La morte come liberazione dall’invecchiamento

“Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo”. E gli furono accorciati gli anni a 120. Così dice la Bibbia. A partire dal momento in cui l’antagonismo sociale prende piede, l’uomo avverte la morte come una liberazione.

Tempo e spazio per un feto coincidono. Non si capisce perché questa cosa non dovrebbe valere anche per un adulto. Non lo è solo perché noi abbiamo consapevolezza della loro differenza?

Il feto si accorge che è giunto il momento di diventare neonato quando lo spazio glielo impone. Il suo tempo è strettamente correlato allo spazio che lo contiene, il quale, oltre a una certa misura, non può andare. Quando lo spazio raggiunge la massima capacità di espansione, iniziano a farsi sentire le contrazioni. Improvvisamente lo spazio – come se la donna avesse un orologio interno – smette di dilatarsi e fa capire al neonato che è ora di cambiare vita, di cambiare le condizioni ambientali in cui vivere.

Il feto diventa, in maniera irreversibile, un’altra cosa. Appena nato non si può dire che inizi subito a invecchiare, ma certamente non si sviluppa in maniera indefinita. L’essere umano ad un certo punto s’accorge di aver raggiunto un livello di sviluppo oltre il quale esiste solo un progressivo invecchiamento.

L’essere umano misura il tempo guardandosi allo specchio, percependo il proprio corpo come un peso sempre più ingombrante, incapace di rispondere agli stimoli esterni come un tempo, e soprattutto non più adeguato ai desideri, alle sollecitazioni interne, alla volontà della mente.

Il tempo invece di dilatarsi, si restringe, proprio perché avvertiamo lo spazio, il contenitore della nostra mente, sempre più stretto e insufficiente. Quanto più lo spazio è inadeguato, tanto minore è il tempo disponibile per vivere nelle forme e nelle circostanze che lo spazio permette.

Sembra quasi che, insieme, spazio e tempo debbano raggiungere un unico punto, oltre il quale le condizioni dell’esistenza devono cambiare in maniera sostanziale.

È come se l’essere umano venisse indotto dalla natura a prendere consapevolezza che in lui essere e nulla possono anche coincidere e che quando ciò avviene, è perché le condizioni di vivibilità dell’essere sono in procinto di mutare in maniera irreversibile.

È lo spazio che determina il tempo o è il tempo che determina lo spazio? Oppure vi è un condizionamento reciproco? Il tempo per lo spazio pare una necessità; lo spazio per il tempo pare invece una possibilità. L’incontro delle due dimensioni determina la realtà.

Di certo ognuno di noi ha il suo tempo, che viene scandito da una serie di spazi. Di ogni spazio non possiamo dire di esserci dentro se nel contempo non possiamo uscirne.

Gli spazi sembrano uno dentro l’altro, come d’altra parte le frazioni del tempo: secondi, minuti, ore… E tuttavia il fatto che ognuno di noi abbia un determinato tempo da vivere non implica che debba viverlo in un determinato spazio. La vivibilità del tempo nello spazio è abbastanza fortuita, in quanto soggetta alla libertà di coscienza, che viene esercitata nelle circostanze della vita.

Ognuno di noi dispone di una certa quantità di tempo, che può vivere in qualsivoglia dimensione spaziale, ovviamente entro certi limiti.

Il tempo l’abbiamo dentro, perché quando ci sovvengono esperienze importanti del passato, queste ci commuovono ancora, ci suscitano sentimenti analoghi a quelli vissuti nel passato e ci fanno sentire migliori (Dostoevskij raccontava d’essere riuscito così a superare i drammatici quattro anni del suo carcere siberiano).

Il tempo l’abbiamo nella memoria e questa è ben di più di quello che riusciamo a ricordare. Ci sovvengono infatti alla mente cose che non ricordiamo esattamente. Ci sovvengono perché qualcosa di emotivo ce le suscita. Siamo fatti più di emozioni, di sensibilità che di concetti. E qualunque cosa può accendere un fuoco quasi spento sotto un mucchio di cenere.

Che il movimento sia il fondamento della nostra esistenza è dimostrato anche dal fatto che ogni cosa che mangiamo o beviamo viene costantemente trasformata. Abbiamo un corpo che necessariamente va nutrito e la digestione dei cibi esprime in un certo senso materiale la filosofia della vita.

Il fatto stesso che costantemente, nonostante questa quotidiana alimentazione, il corpo invecchi, è indice che il movimento ha le sue proprie leggi, indipendenti dalla nostra volontà. Che si mangi o no, si è comunque destinati a morire, e quindi a essere trasformati.

Sia il culto del cibo che il culto del digiuno esprimono due posizioni ideologiche, che, come tutte le ideologie, contraddicono la legge della trasformazione della materia, e questo benché buio, silenzio e digiuno possano servire per “purificarsi”.

Ma se noi umani siamo l’autoconsapevolezza dell’universo e il mutamento assoluto ci caratterizza, noi in realtà non siamo mai nati. Se l’universo è eterno e infinito, nello spazio e nel tempo, e all’origine dell’universo vi è l’essenza umana, allora anche l’essere umano è eterno e infinito, dunque solo individualmente possiamo essere nati ma non come essenza dell’universo.

In che senso trasformazione della materia?

Bisogna distinguere tra tempo cosmico o universale, che è eterno, e tempo storico o umano, che è limitato. Sulla Terra il tempo ci è dato, cioè ogni cosa sembra avere un inizio e una fine e nessuno può mettere in discussione questo processo. Semmai si dice che la fine non è una morte, bensì una trasformazione (metabolé).

La religione cristiana aveva capito questa cosa in maniera mistica, parlando di trasmutazione degli elementi (i cattolici romani inventarono nel Medioevo la parola “transustanziazione”) del pane e del vino in corpo e sangue del Cristo, oppure parlando di resurrezione del corpo in maniera “gloriosa”, nel senso che la corruzione della morte non era in grado di decomporlo.

Ma questa spiegazione oggi non ha alcun senso, e non solo sul piano del linguaggio, ma anche e soprattutto su quello della laicità, proprio perché nei vangeli la trasmutazione venne attribuita a un individuo che si riteneva particolare, il Cristo uomo-dio, e non all’essere umano in generale. Si fece del Cristo un dio per “disfarlo” come uomo, invece di fare di ogni essere umano un “dio”, ateo per convinzione.

In tale processo di naturale trasformazione della materia, di cui conosciamo soltanto la dinamica fisica o biologica, basandoci su una conoscenza ancora molto limitata dell’intera composizione della materia universale, molti fenomeni si ripetono in maniera ciclica, a intervalli più o meno regolari, che danno un certo senso di stabilità e di sicurezza.

Attraverso la riproduzione sessuale, tutti gli esseri viventi hanno facoltà di prolungare all’infinito la loro esistenza come specie. Si muore come individui ma simbolicamente si rinasce nei propri figli, naturali o virtuali che siano (anche i propri “discepoli” sono “figli”: “Chi è mia madre e chi è mio padre? e chi sono i miei fratelli e le mie sorelle?”).

E quando si è nati e cresciuti, la più grande soddisfazione che possiamo avere è quella di lasciare qualcosa ai nostri figli o comunque alle generazioni che verranno dopo di noi, nella speranza che le nostre fatiche, i nostri sacrifici non siano stati vani.

Produrre o creare qualcosa che pensiamo possa servire a qualcuno ci riempie di soddisfazione. Noi sembriamo essere fatti per produrre qualcosa e per riprodurci. C’è chi fa queste cose come individuo, chi come appartenente a un collettivo.

Dire – come faceva Aristotele – che l’essere umano è “un animale sociale”, è dire una banalità sconcertante, che va però ribadita nelle società antagonistiche, di cui la sua è stata una delle prime nel Mediterraneo.

Solo per il fatto che ci si riproduce, si è per forza socializzati; a meno che non ci si autoriproduca, ma questo succede solo negli animali con una massa cerebrale prossima allo zero. Semmai è vero che nell’ambito di una stessa specie (p.es. i felini) hanno più probabilità di sopravvivere gli animali che presentano maggiori capacità aggregative. È evidente infatti che i momenti dell’attacco e della difesa sono maggiormente garantiti là dove i gruppi sono più solidi.

Ora, perché tutto questo, che sicuramente rientra nella naturalità delle cose, ci sembra non bastare? Cos’è che non riusciamo ad accettare in questo processo storico e naturale? Qui le risposte possono essere solo due:

  1. c’è qualcosa che c’impedisce d’essere veramente soddisfatti,
  2. oppure c’è qualcosa che va al di là di ogni soddisfazione.

Nel primo caso dovremmo dire che non può esserci alcuna soddisfazione personale se non appartiene a tutti. E qui possiamo aprire una parentesi.

[Il fatto che un gruppo sia socializzato non dà alcuna informazione sulla tipologia di questa socializzazione. Un gruppo non è necessariamente tanto più forte quanto più si configura come una monarchia ove si rispettano determinate gerarchie. I gruppi ove esistono forti gerarchie sociali, possono anche essere caratterizzati da forti contraddizioni interne. Le migliori società sono quelle in cui ognuno ha la percezione di poter risolvere le contraddizioni interne grazie al suo personale contributo.

Se non si coltiva la responsabilità personale, che non può tradursi in una esecuzione alla lettera di ordini altrui; se il soggetto non è convinto che il destino della propria comunità dipende anche dalla sua volontà personale, accadrà che nei momenti di crisi (dovuti a guerre, carestie, epidemie, catastrofi naturali…) tenderà ad emergere l’egoismo personale, la scarsa disponibilità a tutelare la sopravvivenza della propria comunità.

Il miglior gruppo è quello democratico, la cui uguaglianza ovviamente non può essere solo politica, ma anche sociale ed economica. E una democrazia del genere non può essere vissuta che su scala ridotta, proprio perché si deve aver modo di rispettare la libertà di espressione di tutti.

Una democrazia sociale e non solo politica non può essere vissuta all’interno di uno Stato o di una nazione. Una democrazia politica statuale è inevitabilmente formale, fittizia, è la democrazia parlamentare della classe borghese, come sono “borghesi” i concetti di “Nazione” e di “Stato”.

All’interno di uno Stato esistono le “istituzioni”, che rendono inevitabile l’esercizio della delega del potere e delle funzioni. La democrazia o è diretta o non è, e se è diretta, deve esserlo a tutti i livelli: politico sociale culturale, e nella pienezza di tutti i poteri. È dunque evidente che una democrazia del genere implica che sul piano socioeconomico viga l’autoconsumo, che è l’unica modalità che garantisce piena autonomia a qualunque comunità.

Insomma il socialismo democratico è l’unica alternativa possibile alle civiltà basate sull’antagonismo tra ceti e classi. Chiusa la parentesi.]

Detto questo però siamo punto e a capo. Infatti se la seconda ipotesi, citata sopra, è vera, dovremmo dire che anche nell’eventualità in cui il socialismo superasse gli antagonismi irriducibili tra uomo e uomo, tra uomo e donna e tra uomo e natura, resterebbe ancora un problema da affrontare: l’immortalità personale, la cui istanza non può essere appagata da una dimensione sociale culturale e politica quale quella del socialismo democratico, né è possibile sostenere che tale istanza sarà eventualmente un problema da affrontare solo dopo aver realizzato detto socialismo.

Le due cose (ateismo e socialismo) devono marciare in parallelo, poiché non è meno sentita l’esigenza di come rendere eterno il proprio tempo storico, o forse – sarebbe meglio dire – di come vedere eternizzata la propria identità.

Da dove provenga tale esigenza (sentita come individualità) non ci è dato sapere, anche se possiamo supporre che, esistendo un tempo illimitato dell’universo, questo, in un certo qual modo, ci appartenga, essendo la coscienza umana l’autocoscienza dell’universo.

Tale istanza è rinvenibile persino nei più grandi criminali della storia, i quali, dando per scontato che per i loro crimini non vi possa essere alcun pentimento adeguato, preferiscono il suicidio o una sentenza capitale. Essi ritengono materialmente impossibile il fatto di poter ricominciare ad essere “umani”, cioè di poter azzerare la loro storia.

Ci si può chiedere, in tal senso, se si comporterebbero nella stessa maniera nel caso in cui avessero piena consapevolezza della loro eternità. Se si sapesse di non poter sfuggire alla propria eternità, il pentimento non sarebbe forse più facile? Anzi, se tutti sapessero che all’eternità nessuno può sfuggire, non saremmo forse più disposti al perdono?

Nascita e morte

In ogni essere umano c’è un momento per nascere e uno per morire e di entrambi i momenti non ci rendiamo molto conto. Non ci ricordiamo quando siamo nati, anche se sappiamo con certezza che un momento c’è stato e non solo perché qualcuno ce l’ha detto. Noi siamo soliti dare per scontato che non possa esserci esistenza senza nascita.

La cosa strana di questa evidenza, però, è che quando si muore non ci si rende conto che si sta per rinascere. Dunque, perché non possiamo sapere nei dettagli cosa vuol dire “trasformazione della materia”? Relativamente alla nascita e alla morte c’è qualcosa che ci sfugge, e questo fa pensare che i due eventi siano in un certo senso simili o equivalenti. Come se in realtà la natura volesse farci capire che non è tanto importante nascere o morire quanto piuttosto vivere.

L’ignoranza sui momenti della nascita e della morte non sembra essere un problema, non ci condiziona più di tanto, non ci impedisce di vivere pienamente la nostra identità umana. È stato un errore aver attribuito a questi due momenti un significato religioso: così facendo infatti si è tolta la necessità di vivere l’esistenza con responsabilità, impegnandosi umanamente, in maniera conforme alle leggi della natura. Lo scetticismo nei confronti del valore dell’esistenza ha indotto l’uomo a inventarsi dei valori assurdi, innaturali, per la nascita e la morte, soprattutto per la morte, poiché viene vista come il momento di passaggio alla rinascita. Si ringrazia dio di essere nati e di nuovo lo si ringrazia di averci fatti morire, nella convinzione di poter ricevere un premio nell’aldilà.

Questo modo di vivere la vita sarebbe infantile se non appartenesse a un adulto: e invece è indegno. I credenti non si rendono conto, paradossalmente, che noi siamo destinati a esistere, e la natura ci ha fatti in modo che noi si abbia la percezione d’essere sempre esistiti. La verità dell’essere umano sta soltanto nella sua esistenza, che è eterna, da viversi in forme e modi diversi. Dio non ha davvero alcun senso, proprio perché il senso di questa esistenza non ha bisogno di alcun dio, ma solo dell’essere umano, che deve essere se stesso ovunque si trovi.

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