La fine della Scolastica

Premessa

Quando si prendono in esame i
teologi medievali della Scolastica non ci si deve soffermare sul
fatto che, nonostante il loro forte razionalismo, dicessero di
volerlo usare per dimostrare l’esistenza di dio o per combattere le
eresie. Questi aspetti preliminari del loro argomentare filosofico
servivano soltanto per crearsi un ombrello protettivo contro le
inevitabili accuse da parte di alcuni esponenti della teologia
dominante, generalmente basata sul benedettismo e agostinismo, che
nel basso Medioevo verrà ripresa dai movimenti cistercensi e
francescani.

In realtà quel che più conta,
nelle loro argomentazioni, sono i processi mentali che portano a una
sempre più marcata laicizzazione della fede. In particolare i
teologi della Scolastica (che si comportavano più che altro come
filosofi) generalmente non sospettavano che le loro speculazioni
razionalistiche avrebbero potuto portare col tempo, se radicalizzate,
a una piena affermazione di idee ateistiche o quanto meno agnostiche.
Essi avevano posto le basi per un superamento di quella stessa fede
religiosa da cui erano partiti.

D’altra parte neppure i moderni
critici cattolici dell’ateismo (Del Noce, Fabro, ecc.) si rendono ben
conto che le basi dell’ateismo moderno non sono state poste da
Cartesio, bensì dalla Scolastica. Il fatto che questa parli sempre
di dio o comunque non lo escluda mai dalle argomentazioni di tipo
logico, non significa che la Scolastica fosse una teologia vera e
propria (sicuramente erano molto più “teologici” gli
scrittori dell’area bizantina e slava). Tutta la Scolastica, anche
molto tempo prima della sua dissoluzione ad opera di R. Bacone, Duns
Scoto, Ockham e Marsilio da Padova, è orientata, senza volerlo,
verso una progressiva affermazione dell’ateismo.

Nei suddetti quattro autori,
appartenenti al periodo dello sgretolamento di tale teologia, ciò è
molto evidente. Spesso i filosofi cattolici moderni e contemporanei
ritengono che l’accentuazione degli aspetti razionalistici della
teologia latina medievale sia stata una forma di arbitrio, una sorta
di esasperato individualismo, e che se ci si fosse attenuti al
cosiddetto “concordismo” tomistico, non si sarebbe mai
sviluppato alcun ateismo, alcun laicismo borghese indipendente.

Tuttavia queste sono
considerazioni per certi versi speciose. La Scolastica non è nata
casualmente né a motivo delle traduzioni in latino delle opere
aristoteliche da parte di alcuni filosofi islamici. Il suo background
socio-economico era già da tempo quello borghese. L’esigenza
di dare maggior peso alla ragione che non alla fede era già maturata
negli ambienti urbanizzati. E la chiesa, una volta permesso a questa
esigenza di svilupparsi in maniera più o meno autonoma, non avrebbe
certo potuto impedire una sua ulteriore radicalizzazione in senso
ateistico, anche perché la stessa chiesa, nelle sue istanze di
potere, era sempre meno titolata a intervenire, se non appunto
avvalendosi del suo peso politico. Quel peso che però, in occasione
della riforma luterana, riuscirà soltanto a ottenere una spaccatura
irreversibile dell’Europa occidentale in due grandi correnti di
pensiero.

Di fatto, resta proprio questa
chiesa, con le sue sempre manifeste esigenze di potere politico,
inevitabilmente fonte di corruzione morale, la principale
responsabile della formazione di una classe sociale intenzionata a
porre ogni aspetto sovrastrutturale (etico, politico, filosofico,
teologico…) strettamente vincolato a interessi di tipo economico e
finanziario.

Resta comunque curioso che tra i
primi distruttori della Scolastica vi siano ben tre francescani di
origine inglese: R. Bacone, Duns Scoto e Ockham. Evidentemente
l’isola inglese si prestava a essere meno controllata dalla curia
pontificia, anche perché questa, a quel tempo, era sottomessa alla
volontà dei sovrani francesi, avendo la propria sede ad Avignone.

Questi intellettuali francescani
si pongono in antitesi non solo alla corrotta curia pontificia, ma
anche alle astrazioni metafisiche dei loro colleghi domenicani,
prendendosi per così dire la rivincita, visto che il francescanesimo
era stato considerato il parente “intellettualmente povero”
del movimento domenicano, i cui componenti, invece, occupavano
cattedre universitarie o gestivano le Inquisizioni nei processi di
eresia. L’opposizione avviene recuperando alcune tesi del classico
agostinismo, ma in maniera alquanto strumentale, cioè solo per
creare un partito alternativo e per dimostrare che, opponendosi a dei
teologi prevalentemente occupati a disquisire di logica astratta, era
meglio rifarsi a una tradizione religiosa più sicura, meno
speculativa.

In realtà, e paradossalmente, è
proprio con questi teologi francescani che si pongono le basi
teoriche di un definitivo superamento della Scolastica, e non per
ritornare all’agostinismo tout-court, ma, al contrario, per
portare alle più radicali conseguenze laico-borghesi le tesi
razionalistiche già espresse dalla Scolastica ufficiale. Solo che ci
vorrà la riforma luterana per poterlo fare in maniera davvero
irreversibile. Cioè ci vorrà una critica serrata, politica, alla
corruzione della chiesa romana e del papato in particolare, condotta
dalla classe borghese, unita a quella contadina e operaia, e che, per
questo motivo si ponesse come una critica quanto mai popolare, e non
frutto di mere speculazioni intellettuali e accademiche.

Con la Riforma luterana
l’ateismo si afferma in nome del recupero della religiosità più
autentica (Lutero era un agostiniano): ma naturalmente, essendo
borghesi i protagonisti della rivolta popolare, il recupero resta
solo a livello intenzionale, strumentale a un’opposizione risoluta e
senza soluzione di continuità al temporalismo pontificio, in quanto
nella pratica si realizzerà un netto allontanamento anche dalle
migliori tradizioni ecclesiastiche del cattolicesimo, per quanto il
luteranesimo vada interpretato diversamente dal calvinismo. La vera
confessione protestante borghese è infatti quella calvinista, mentre
il luteranesimo è rimasto borghese solo nell’idealità astratta del
pensiero, limitandosi a cercare, nel concreto, alleanze con la classe
feudale. Resta tuttavia significativo che Lutero, pur pretendendo di
recuperare il cristianesimo primitivo, dirà di essere di scuola
ockhamista (quella meno religiosa e più radicale di tutta la
Scolastica), specie sul tema della imperscrutabilità della grazia.

In un certo senso si può
addirittura sostenere che il luteranesimo sia un prodotto derivato
dell’ultima teologia francescana medievale, giunta, mentre
polemizzava contro quella domenicana, ad affermare delle tesi molto
più ateistiche di quelle che si trovano in filosofi borghesi come F.
Bacone, Cartesio, Leibniz ecc., i quali vengono posti a capo della
filosofia moderna.

Il motivo va ricercato nel fatto
che questi teologi medievali cripto-ateistici emergono in un periodo
di grande corruzione morale e politica del papato, cioè nel bel
mezzo del fallimento di tutte le idee teocratiche e assolutistiche
maturate in seno alla chiesa romana subito dopo il Mille e, per
questa ragione, non vengono immediatamente percepiti come altamente
pericolosi. Viceversa i filosofi borghesi veri e propri, pur non
provenendo da ambienti clericali (se non per gli studi fatti nelle
scuole private), sono costretti a tener conto della Controriforma e
del fatto che nelle nuove monarchie nazionali la chiesa cattolica ha
accettato di lasciarsi strumentalizzare politicamente, ottenendo in
cambio la confessionalizzazione dello Stato. Più che favorevoli
all’ateismo essi sembrano essere deisti o agnostici, anche perché
sanno che, in caso contrario, le ripercussioni su di loro sarebbero
piuttosto gravi, e non tanto da parte della chiesa ma proprio da
parte dello Stato.

Ruggero Bacone

Con Ruggero Bacone (1214 ca –
1292), chiamato doctor mirabilis, si arriva a sostenere:

  1. che il sapere scientifico è
    più importante di quello teologico e filosofico (quest’ultimo, ai
    suoi tempi, inevitabilmente mescolato con quello religioso);

  2. che la scienza deve basarsi
    soltanto su di sé e su nessuna “autorità” indiscussa,
    sia essa Aristotele o Tommaso d’Aquino o i Padri della chiesa o la
    stessa Bibbia;

  3. che quando la scienza si basa
    su se stessa, deve dare più importanza all’esperienza che
    non alla logica astratta e tanto meno ai dogmi della fede;

  4. che l’esperienza, di cui la
    ragione deve servirsi, è quella fisica basata sulle leggi
    della matematica (aritmetica + geometria);

  5. che le verità che si traggono
    da questa esperienza scientifica sono relative al tempo in
    cui vengono formulate: non sono certamente eterne;

  6. che la conferma delle verità
    trovate è data dalla tecnologia (a Bacone p. es. si
    attribuisce l’invenzione degli occhiali da vista).

A lui venne in mente, per la
prima volta, di elaborare una vera e propria enciclopedia del sapere
scientifico. Nel 1277 il generale dell’Ordine dei francescani,
Girolamo d’Ascoli, condannò alcune tesi di Bacone relative
all’astrologia e all’alchimia. Dopo aver bandito i suoi scritti, lo
si imprigionò per 14 anni, vietandogli di scrivere: scomunicato dal
papa Gregorio X, era stato invece protetto dal papa precedente,
Clemente IV.

Duns Scoto

Duns Scoto (1265-1308), detto
doctor subtilis,
è arrivato all’ateismo partendo da considerazioni opposte, in un
certo senso, a quelle di R. Bacone. È vero, infatti, che entrambi
partono dal rifiuto della Scolastica, debitrice nei confronti di
Aristotele, ma, mentre Bacone vuole assegnare alla ragione
tecnico-scientifica una netta prevalenza sulla logica, la metafisica
e la teologia, Duns Scoto invece torna alle posizioni di Scoto
Eriugena e quindi alla teologia negativa dello Pseudo-Areopagita.1
Questo a dimostrazione che all’ateismo ci si poteva arrivare sia per
via apofatica che per via catafatica.

In particolare Duns Scoto:

  1. sostiene che la nozione di
    “dio” è successiva a quella di “essere”, nel
    senso che istintivamente l’uomo è portato a pensare a
    qualcosa di perfetto, senza che a ciò corrisponda qualcosa
    di effettivamente esistente nella realtà terrena. La relazione tra
    dio e mondo non è basata sull’analogia, come voleva Tommaso
    d’Aquino, in quanto l’essere è assolutamente univoco e
    totalmente diverso dal mondo.

  2. Tuttavia, proprio perché
    viviamo in un mondo imperfetto, basato non sulla necessità assoluta
    bensì sulla contingenza, è logicamente impossibile
    “dimostrare” che al di fuori di questo mondo esista
    qualcosa di perfetto chiamato “dio”. Lo si può
    “desiderare” ma non “provare”, così come si può
    soltanto dedurre, stando di fronte a una piramide, che, oltre alla
    base, esiste una cima che non si riesce a vedere. Pertanto tutte le
    prove tomiste dell’esistenza di dio non servono a nulla.

  3. La controprova di questo
    ragionamento è che noi umani non possiamo sapere con sicurezza che
    il nostro mondo sia l’unico possibile. La Terra è solo una
    realtà possibile, certamente non l’unica, anche perché noi
    non possiamo sapere se nella mente di dio non ve ne potesse essere
    un’altra (non a caso si ipotizza l’esistenza di un “regno dei
    cieli” o di una “Gerusalemme celeste”). Sicché è
    impossibile argomentare che quanto di perfetto possa esistere al di
    fuori di noi, sussista effettivamente così come noi lo pensiamo.

  4. L’unico vero dio per l’uomo può
    essere soltanto quello “rivelato” da Cristo, non
    certamente quello argomentato dai filosofi e dai teologi
    razionalisti. Tutte le questioni dibattute dalla Scolastica sono
    indimostrabili, proprio perché confondono il campo della fede con
    quello della ragione.

  5. Se il mondo in cui viviamo
    dovesse essere considerato come una “necessità divina”,
    non ci sarebbe stato bisogno di ricevere una “rivelazione”,
    né di cercar prove per “dimostrare” l’esistenza di dio. E
    se, per converso, l’uomo può conoscere solo ciò che è necessario,
    non potrebbe certamente capire, per via dimostrativa, ciò che dio
    ha deciso liberamente.

  6. Quindi l’uomo può certamente
    arrivare a capire, tramite la ragione, ciò che nel mondo è
    necessario, ma non può, con la stessa ragione, “dimostrare”
    qualcosa di “necessario” al di fuori di esso. Per
    l’esperienza della fede occorrono non argomenti logici ma
    persuasivi, esperienziali. La teologia dovrebbe essere
    una scienza pratica, cioè etica, per la quale non
    serve a nulla né la scienza né la metafisica, né la logica né la
    filosofia.

Duns Scoto verrà espulso da
tutte le Università della Francia perché, quando gli fu chiesto di
porre sotto accusa l’operato di papa Bonifacio VIII, prendendo le
difese del re Filippo il Bello, rifiutò di farlo.

Guglielmo di Ockham

Con Guglielmo di Ockham
(latinizzato in Occam) (1288-1349) la Scolastica, in un certo senso,
ha termine, poiché egli porta alle più logiche conseguenze il
pensiero laicista di Ruggero Bacone, in nome dell’empirismo
scientifico. Non a caso il Cancelliere dell’Università di Oxford non
gli concesse il titolo di magister, anzi lo denunciò al papa
per alcune tesi sospette del suo Commentario alle Sentenze
di Pietro Lombardo.

Nel 1324 viene convocato ad
Avignone dal papa Giovanni XXII, il quale, dopo tre anni
d’istruttoria, lo condanna come eretico. Fatti quattro anni di
clausura conventuale, riesce a fuggire il giorno prima del processo,
insieme a Michele da Cesena, generale dell’Ordine francescano. Essi
trovano rifugio presso l’imperatore Lodovico il Bavaro a Pisa; poi lo
seguiranno fino a Monaco di Baviera, dove Ockham morirà. Gli ultimi
suoi testi sono tutti polemici nei confronti del papato: in uno
addirittura si suggerisce l’idea di poterlo deporre nel caso in cui
manifesti idee ereticali.

Ockham attribuisce soltanto ai
cinque sensi, e quindi all’esperienza empirica, la fonte della
conoscenza sicura, la discriminante tra scienza e non-scienza. Ecco
perché i suoi critici parlano di “rasoio di Ockham”: per
lui tutto quello che andava considerato inutile ai fini della
conoscenza scientifica, non doveva neppure essere discusso.2

Egli respinge tutti i problemi
della Scolastica inerenti ai rapporti tra ragione e fede. Con questo
non nega il processo di astrazione dell’intelletto, che può arrivare
a elaborare concetti che prescindono dalla realtà effettiva degli
oggetti. Quel che per lui non esiste è l’illuminazione interiore
dovuta alla grazia divina, in quanto gli pare sufficiente parlare di
intuizione intellettuale. È attraverso questa intuizione che
gli uomini elaborano delle categorie convenzionali per dare un senso
a quegli oggetti che tra loro possono avere degli aspetti comuni: gli
“Universali” esistono solo nei discorsi, non nella realtà.
E anche quando si parla di “Universali”, bisogna eliminare
tutte quelle nozioni empiricamente non dimostrabili, cioè quelle di
cui si può affermare o negare l’esistenza senza che nulla cambi
nella realtà verificabile (quindi non è importante “dimostrare”
che dio esiste o non esiste, ma soltanto dire che una parola come
“dio” non ha alcun senso nell’ambito della scienza).

Bisogna trovare sempre la
spiegazione più semplice possibile. Quindi non solo va eliminato,
nell’ambito della scienza, il concetto di “dio”, ma anche
quello di “sostanza” (secondo la terminologia
aristotelica), in quanto noi conosciamo soltanto le qualità o le
particolarità delle cose. Persino il concetto di “causa”
non ci autorizza a postulare un nesso causale necessario tra un
fenomeno e l’altro, che trovi la sua spiegazione ultima in qualcosa
di metafisico. Non solo, ma quando sono in gioco delle cause e degli
effetti, è bene non fare troppe generalizzazioni, pensando di poter
applicare quel legame a fenomeni del tutto diversi. Ogni evento o
fenomeno o oggetto va interpretato individualmente.

Ockham non salva alcuna prova
dell’esistenza di dio: il mondo, semplicemente, si spiega da solo. E
la fede non è la conseguenza di un ragionamento, ma un atto di
volontà
. Per un credente dio dovrebbe essere il “totalmente
altro”, non obbligato a nulla, libero di concedere la grazia a
chicchessia, persino ai non-credenti o ai ricercatori scientifici.

Per la prima volta Ockham parla
anche di un universo pluricentrico, accogliendo la tesi di Duns
Scoto, secondo cui non è dimostrato né dimostrabile che il nostro
mondo sia l’unico possibile.

Le idee politiche elaborate da
Ockham nell’ultimo periodo della sua vita, insieme a Marsilio da
Padova e Michele da Cesena, porteranno a negare l’assolutismo papale,
ovvero il carattere dogmatico dei decreti pontifici, privi di
consenso ecclesiale. Essi saranno favorevoli alle idee di tipo
conciliarista, già presenti nell’area bizantina e slava, e
quindi a un ruolo esclusivamente spirituale della chiesa, che deve
restare separata dallo Stato.

Ockham sostiene anche la
relatività di ogni forma di governo, ognuna delle quali dipende da
specifiche condizioni storiche.

Note

1
Lo farà anche il domenicano tedesco, Giovanni Eckhart (1260-1327),
il quale sosteneva che nei confronti della realtà divina ogni
speculazione filosofica è vana: “Dio va amato – diceva – in
quanto non-Dio, non-Persona, non-Intelletto, non-Immagine”.
Eckhart tuttavia predicava un misticismo del tutto individualistico,
che svalutava non solo l’importanza delle opere, ma anche tutta la
ritualità religiosa e il liturgismo ecclesiastico. Anche lui verrà
sottoposto a un processo per eresia: denunciato dall’arcivescovo di
Colonia, Enrico di Virneburg, verrà condannato post-mortem
dal papa Giovanni XXII.

2
Il primo Wittgenstein rimarrà talmente compiaciuto di questa
posizione che concluderà il suo Trattato dicendo che “di
ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere”.



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