La camera di Vincent ad Arles

La camera di Vincent ad Arles, di Vincent van Gogh (1888-89), uno dei tre dipinti conservati presso il Museo Van Gogh di Amsterdam, l’Art Institute of Chicago e il Museo d’Orsay di Parigi.

La
cosa che salta subito agli occhi in questo che può essere
considerato uno dei capolavori di van Gogh, è il letto: è vuoto
perché qualcuno s’è alzato, ma non è in disordine. È stato
rifatto, eppure sembra mattino presto, dalla tanta luce che riempie
il dipinto.

Dietro
al letto un cappello e altri indumenti d’uso quotidiano appoggiati a
un attaccapanni: dunque chi li usa non è ancora uscito di casa, e
noi sappiamo che questa è la stanza da letto dell’artista.

La
finestra è semichiusa, come quando, appena alzati, si va ad aprirla
per respirare un po’ d’aria fresca; anche le ante esterne sono
semichiuse. Perché? Forse se fossero state spalancate sarebbe
entrata troppa luce che avrebbe dato fastidio, essendo in linea
diretta allo sguardo del pittore.

È
strana, perché vuota, la sedia rivolta verso il letto: sembra avere
la funzione di un comodino. Qualcosa vi è stato forse appoggiato
prima di dormire e tolto subito dopo il risveglio: un libro? Van Gogh
ha dipinto un’altra sedia in un altro quadro con una pipa sopra. Qui
però non c’è, per cui la sedia ha un che di particolare, come se
qualcuno dovesse sedercisi.

L’artista
ha rifatto il letto e messo tutto in ordine. Anche sul tavolo lo si
vede, dove le cose utili per la toilette personale sono già state
usate e risistemate: la brocca, dentro il catino, non contiene acqua.

Il
quadro è talmente impressionista da sembrare una sequenza filmata.
Pare di vedere il pittore in azione: s’è alzato dal letto, si è
lavato, avrà fatto colazione, ha rifatto il letto, ha ripreso la
pipa che aveva appoggiato sulla sedia prima d’addormentarsi, poi,
siccome non sapeva dove andare o cosa fare, si sarà chiesto,
guardandosi attorno, perché non dipingere la sua stessa stanza.

E
questa, sotto le sue mani creative, si trasforma. Il letto non è un
semplice letto, ma è lo stesso artista con la sua presenza
ingombrante, che riempie di 1/3 l’intero quadro, è un letto che
vuole apparire formalmente composto, ordinato, ma che ha bisogno di
una presenza viva che lo osservi da seduto, sulle due sedie, che
infatti stanno aspettando che qualcuno apra la porta e le usi. È lo
stesso letto, solitario, che lo chiede.

Il
pittore non vuole aprire la finestra per vedere chi c’è fuori della
stanza, ma chiede che qualcuno entri e si metta a sedere, per stargli
vicino. I quadri appesi alle pareti non sono sufficienti allo scopo.
Sono obliqui, disarmonici rispetto alle linee perpendicolari del
muro. I ritratti dell’amico Boch e di Milliet (quest’ultimo
sostituito da un ritratto di donna nella successiva replica) sembra
che stiano quasi per cadere.

Dirà
lo stesso van Gogh nella lettera 554, illudendosi che la forma possa
sublimare la sostanza: “qui il colore deve fare tutto, e poiché
con il suo effetto semplificante conferisce maggiore stile alle cose,
esso dovrà suggerire riposo o sonno in generale. In una parola,
guardare il quadro deve far riposare il cervello, o piuttosto
l’immaginazione […] Questo come una sorta di vendetta per il riposo
forzato al quale sono stato obbligato”.

Esiste
un’evidente prospettiva, che però non rispetta una vera e propria
geometria: il letto infatti è troppo grande rispetto al resto; anzi,
sembra essere visto di fronte, come la sedia in fondo, mentre la
sedia e il tavolino sembrano visti dall’alto. La prospettiva è
stravolta da esigenze soggettive.

“La prospettiva sembra
estrema, ma verso la fine della sua carriera Van Gogh non era solo in
rivolta contro i colori opachi degli artisti olandesi dell’epoca;
egli si stava anche sbarazzando delle regole della prospettiva, che
imponevano un approccio preciso e realistico all’opera da un punto di
vista prospettico. Van Gogh respinse spesso le leggi della
prospettiva convenzionale nell’ultima parte della sua carriera, in
modo particolare in molti dei suoi dipinti di Arles” (cfr
www.vggallery.com)

Il dipinto è attraversato da tre linee fondamentali che s’intersecano nel punto della sedia più vicina al letto. In quel punto sta il significato del quadro, cioè il desiderio di un incontro.

Il punto principale non è solo
quello di fuga ma anche quello di vista, cioè pur sembrando
arretrato sullo sfondo, in realtà emerge in primo piano e coinvolge
direttamente lo spettatore, che però non può che ammirare
un’assenza, un campo vuoto, uno spazio d’attesa, un evento che non
c’è.

Lo
spettatore alla fine ha l’impressione che debba essere lui stesso a
mettersi a sedere su una delle due sedie, perché nel quadro è
evidente lo sforzo di farsi accettare, che resta però “forzoso”,
a causa dell’eccessiva preminenza del letto, fisica e prospettica.

Van Gogh considerava questo
dipinto uno dei suoi più riusciti, tant’è che ne fece altre due
versioni su tela, mentre si trovava volontariamente confinato nel
manicomio di Saint-Rémy.1
“Mi sembra – disse in proposito – che l’abilità tecnica sia più
semplice ed energica. Niente più puntini, niente più tratteggi,
niente, solo colori uniformi in armonia”.

È incredibile che un capolavoro
del genere sia stato fatto con una tavolozza che aveva solo nove
colori, qui sapientemente mescolati in tre coppie fondamentali: rosso
e verde, giallo e viola, blu e arancio.

Ad
Arles van Gogh aveva scoperto la luce, la potenza del sole,
l’importanza del giallo e questo quadro pare voglia esprimere il
desiderio di comunicarlo a qualcuno. Anche dalla lettera al fratello
si comprende bene con quanto entusiasmo avesse preso ad abitare in
questa stanzetta. E quel “qualcuno”, il 22 ottobre dello
stesso anno, sarà Paul Gauguin, il cui rapporto avrà un tragico
epilogo due mesi dopo.

“Alcuni
hanno argomentato che il dipinto originale della camera da letto di
Vincent incapsula tutti i sogni e le aspirazioni dei suoi primi mesi
ad Arles. Van Gogh aveva sperato di fondare una colonia di artisti
nel Sud della Francia – una comunità in cooperativa nella quale i
pittori avrebbero potuto imparare ciascuno dall’altro e sostenere i
loro obiettivi comuni. Affittando la Casa Gialla, Vincent fece il
primo passo verso la realizzazione di questo obiettivo. Il dipinto
della camera da letto suggerisce l’idea della domesticità e un senso
di benessere dentro la propria casa. Quando dipinse le due copie a
Saint-Rémy, forse Van Gogh stava riflettendo su tutto quanto aveva
perso ad Arles e su ciò di cui era stato privato tra le mura del
manicomio: una casa e uno scopo nella vita” (cfr
www.vggallery.com).

Sulla Camera da letto di
Vincent
, scrisse van Gogh a Gauguin:

“Ho fatto, sempre per uso
mio, un quadro largo 30 della mia camera da letto, con i mobili di
legno che conoscete. Ebbene, mi ha enormemente divertito fare questo
interno senza nulla, con una semplicità alla Seurat. A tinte piatte
ma stese grossolanamente, a pieno impasto, i muri di un lilla
pallido, il pavimento di un rosso spezzato e stinto, le sedie e il
letto giallo cromo, i cuscini e il lenzuolo di un verde limone molto
pallido, la coperta rosso sangue, la toeletta arancione, il catino
blu, la finestra verde. Avrei voluto esprimere un assoluto riposo con
tutti questi toni così diversi, lo vedete, e in cui di bianco non
c’è che la piccola nota data dallo specchio con la cornice nera
…”.

E al fratello Théo:

“Il colore qui deve creare
la cosa e, dando, con la sua semplificazione, un più alto stile alle
cose, suggerire il riposo o il sonno in generale.

Insomma, la vista del quadro
deve riposare la testa o piuttosto l’immaginazione. (…) vedi come è
semplice la concezione. Ombre e ombre proiettate sono soppresse, è
colorato a tinte piatte e decise come le stoffe dipinte”.

Il breve soggiorno ad Arles,
segnato da tanti avvenimenti sconvolgenti, è il periodo più fecondo
dell’attività pittorica di van Gogh, quello in cui la sua opera
raggiunge l’apice della perfezione.

Nota

1
Le altre due versioni, entrambe del 1889, si trovano una a Parigi,
l’altra a Chicago (quest’ultima in cattive condizioni poiché
rovinata da una pessima essiccazione).



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