Per una moderna cosmogonia

Se uno volesse inventarsi una moderna cosmogonia, in cui ovviamente fosse compreso l’essere umano, e avesse soltanto poche fonti da consultare, come p.es. Platone, Aristotele e Agostino, quale sintesi riuscirebbe a fare in sintonia con una visione non tradizionalmente religiosa dell’universo?

Diciamo anzitutto che l’idea aristotelica di una materia eterna, in perenne divenire, i cui singoli elementi si trasformano di continuo (nascendo, morendo e rinascendo), è decisamente quella più moderna. In verità quasi tutta la filosofia greca era ben disposta a credere in questa concezione dell’universo. Per i greci gli dèi non erano “creatori”, ma al massimo “regolatori” di un caos primordiale.

Si può concedere ad Agostino che se il nostro pianeta ha avuto un inizio, può anche avere una fine, ma chiunque sia l’autore di questa bellezza e, insieme, di questa catastrofe, non può certo essere un dio. Nell’universo o al di fuori di esso non esiste alcun dio totalmente diverso dall’uomo. Se esiste, la diversità, rispetto all’uomo, può consistere unicamente nel fatto che noi siamo stati generati, poiché comunque occorre porre un inizio delle cose che ci riguardano da vicino, ma, a questo punto, la differenza tra un dio (o meglio una coppia di dèi) e le loro creature sarebbe del tutto simile a quella che vi è tra una coppia di genitori e i loro figli. Se esiste un dio, i nostri antichi progenitori potevano tranquillamente vederlo “passeggiare” nell’Eden.

Quindi, dovendo scegliere tra Agostino e Aristotele, dovremmo preferire il primo, quando parla di un dio-persona e non di un astratto motore immobile. Tuttavia Agostino considerava gli uomini una “massa dannata”, incapace di compiere il bene a causa del peccato originale, per cui il suo dio aveva caratteristiche tutt’altro che umane. Agostino era un teologo mentalmente disturbato, dalla personalità alienata: non si può fare troppo affidamento su di lui, anche perché si serviva della sua visione pessimistica della vita per indurre gli uomini a sottomettersi docilmente alla chiesa e allo Stato.

Aveva però ragione a dire, contro Platone, che il corpo non è un carcere dal quale l’anima desidera evadere. Anima e corpo, sebbene distinti tra loro, sono inscindibilmente uniti. A dir il vero tutte le considerazioni che ha fatto per dimostrare l’esistenza dell’anima, oggi le riteniamo delle mere sciocchezze, però ci piace pensare, visto che crediamo nell’eternità della materia, che esista una sorta di immortalità dell’essere umano, cioè che esista dentro di noi qualcosa di energetico, di non-materiale, che possa sopravvivere al nostro corpo e che eventualmente possa darsi un’altra forma corporea per far fronte alle nuove condizioni dell’universo (p.es. nell’universo, ove le distanze sono enormi, bisognerà quanto meno viaggiare alla velocità della luce).

In tal senso ci sentiamo di escludere l’idea platonica (ricavata da quelle orfico-pitagoriche) secondo cui l’anima, finché non è del tutto pura, è costretta a reincarnarsi sul nostro pianeta. Se esiste una “reincarnazione” dell’anima, non sarà certamente su questo pianeta, né all’interno di un corpo identico o inferiore al nostro. In natura nulla si ripete mai in maniera identica. L’idea di “purificarsi” in sé non è sbagliata (l’aldilà, anzi, potrebbe essere un gigantesco “purgatorio” per chi ha vissuto sulla Terra una vita indegna), ma non ha davvero alcun senso pensare che uno si possa “purificare” tornando a vivere in un luogo che per tutta la sua vita è stato fonte di tentazioni, di conflitti sociali, di insopportabili antagonismi. Per “purificarsi” ci vuole ascesi, concentrazione, serenità interiore, condizioni ottimali in cui poterlo fare. Una vita indegna può anche essere stata il prodotto di circostanze indipendenti dalla propria volontà.

Quel che è certo è che se tutto è stato creato non da dio ma dall’universo, che è insieme materia e antimateria, luce e oscurità, essere e non-essere, allora dentro di noi c’è qualcosa che va oltre noi stessi, almeno al di là di ciò che all’apparenza noi percepiamo di noi stessi. Su questo aspetto Agostino arrivò a pensarla come Platone, che, con la sua teoria della reminiscenza, aveva detto che nell’anima vi è già tutto l’essenziale, al punto che basta solo uno sforzo per ricordarselo. Platone lo diceva perché detestava il corpo, fonte di passioni; Agostino invece perché detestava l’uomo in quanto tale, sostenendo che l’unico vero oggetto d’amore era dio, che aveva creato anima e corpo in maniera perfetta, ma che nell’uomo l’avevano tradito.

Sbagliavano entrambi. Diciamo che dentro ogni essere umano vi sono tutte le condizioni per apprendere qualunque cosa, ma diciamo anche che il criterio per apprenderle va deciso da qualcosa che appartiene solo allo stesso soggetto che vuole apprendere e che non può essere obbligato da nessuno: è la libertà di coscienza, che è la legge più profonda dell’universo, quella più invisibile, quella i cui effetti più visibili possono essere riscontrati solo nei rapporti tra gli esseri umani.

Questa cosa non fu capita né da Platone né da Aristotele e tanto meno da Agostino, che pur poteva avvalersi di una tradizione culturale ebraico-cristiana. Forse le riflessioni più interessanti Agostino le ha fatte sul tempo, intuendo che la dimensione principale che l’uomo deve vivere è il presente e che in essa si racchiudono, in maniera misteriosa, tutto il passato e tutto il futuro. Il presente non è che l’esperienza di una memoria e di un desiderio che s’incrociano in un punto, che ci è sempre presente. Agostino arrivò persino a dire, con una intuizione geniale, che i veri tempi sono il presente del passato, del presente e del futuro.

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