Suggerimenti dall’Anticritica

Il macchinismo

Siccome la suddetta Accumulazione suscitò violente reazioni critiche, Rosa decise di rispondere ad esse in un volumetto, pubblicato nel 1921, Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista. Un’anticritica, passato alla storia col nome di Anticritica. Le tesi che sostiene sono ovviamente le stesse, ma noi ne approfitteremo per allargare il discorso ad alcuni aspetti che non abbiamo ancora trattato.

Per noi il problema più importante non è capire come si possa riprodurre il capitale in presenza o in assenza di commercio estero, ma come si sia arrivati a congegnare un meccanismo di produzione della ricchezza così perverso. E la soluzione del problema sta nel cercare di capire il ruolo del macchinismo.

Secondo noi le macchine non servono – come vuole Rosa – per avere manodopera di riserva, sempre disponibile. L’uso delle macchine è obbligato da due fattori concomitanti, strettamente correlati: 1) l’imprenditore privato non possiede la terra per sfruttare i contadini; 2) non può schiavizzare gli operai nella sua azienda, in quanto è padrone solo della loro “forza-lavoro”. Per questi due motivi ha necessariamente bisogno della macchina. Tuttavia, per convincere il servo della gleba a diventare operaio, deve prima liberarlo dalla dipendenza personale; deve fargli credere che starà meglio come lavoratore giuridicamente libero. Questa cosa deve poi farla credere a tutta la collettività cui lo stesso lavoratore appartiene: attraverso le macchine si possono soddisfare molti più bisogni, sempre più diversificati, in maniera illimitata sul piano sia qualitativo che quantitativo. Cioè deve far credere che la macchina non soddisfa solo bisogni vitali, essenziali all’esistenza, ma qualunque tipo di bisogno, anche quelli che un acquirente pensa di non avere.

Perché il capitalismo funzioni occorre un certo capitale di partenza, ottenuto in qualsivoglia maniera (generalmente in maniera fraudolenta; piuttosto è la terra che si ottiene in maniera violenta, per essere poi trasmessa per via ereditaria). Con questo capitale si devono pagare i salari, comprare materie prima e investire in macchinari, e soprattutto si deve comprare il consenso della gente ad acquistare prodotti ritenuti indispensabili. Il capitale non deve soltanto soddisfare bisogni reali, ma deve anche e soprattutto creare nuovi bisogni, del tutto fittizi, artificiali, facendo credere che siano non meno reali degli altri. Deve far credere che i bisogni indotti siano più importanti di quelli che garantiscono la sopravvivenza fisica. Ci vuole l’apporto dell’ideologia per far trionfare la mentalità borghese. È così che la riproduzione si allarga, diventa illimitata.

A monte di tutto questo vi è un uso peculiare, molto diffuso del denaro. Non può esserci capitalismo là dove esiste autoproduzione, autoconsumo, baratto di eccedenze naturali… L’accumulazione di capitali è il fine della produzione. Senza capitalismo si può al massimo risparmiare, tesaurizzare, fare degli investimenti sulla base delle proprie disponibilità finanziarie, ma l’accumulazione è un’altra cosa: avviene indipendentemente dalla volontà del capitalista, a meno che questi non voglia uscire dal sistema (in tal caso finirà col favorire l’accumulazione altrui). Il sistema infatti è pervasivo: o si elimina con una rivoluzione politica, oppure coinvolge tutti.

Il nesso tra forze e rapporti produttivi

Soffermiamoci ora a precisare la differenza tra forze produttive e rapporti produttivi, poiché il segreto del capitalismo sta proprio in questo nesso squilibrato, in perenne contraddizione.

Le forze produttive sono la capacità di produrre, il potenziale delle macchine e dell’organizzazione imprenditoriale e lavorativa. I rapporti sono invece quelli di proprietà, cioè quelli giuridici e antisociali, in quanto finalizzati al profitto, all’interesse materiale, alla rendita finanziaria. I rapporti non sono finalizzati a risolvere i problemi concreti, relativi alla fame, alla disoccupazione, alla miseria, alle malattie… di chi lavora o non lavora. L’unico problema che tali rapporti devono risolvere è quello di come incrementare il capitale.

Secondo il marxismo le crisi più acute avvengono quando il contrasto tra forze e rapporti produttivi è massimo. Ma che significa? Significa che ad un certo punto non si capisce perché all’aumento delle forze produttive non aumenta il benessere ma il malessere sociale. Il capitalismo non va in crisi perché esiste questo iato inspiegabile (che sorge con la nascita dello stesso capitale), ma perché i prodotti non riescono ad essere acquistati dai lavoratori, essendo i salari troppo bassi. Le crisi sono sempre di sovrapproduzione: si produce troppo rispetto alle possibilità di consumo. Si produce troppo anche rispetto ai bisogni da soddisfare. Non solo, ma quanto si produce non va anzitutto a soddisfare bisogni reali, vitali, dell’intero pianeta. I bisogni reali sono solo un pretesto per indurre a soddisfare bisogni del tutto superflui, creati dallo stesso consumismo, che sono poi quelli che permettono di guadagnare di più, magari con meno rischi o meno spese. Si crea una discrepanza insostenibile tra produzione e consumo, alla lunga insostenibile.

Come si può superare tale contraddizione? Il modo più semplice è quello di garantire a tutti la possibilità di soddisfare bisogni reali, quelli che permettono di sopravvivere. Riesce il capitalismo a garantire questo? Sì – dice Rosa –, attraverso lo sfruttamento delle colonie, cioè di quei Paesi tecnologicamente più arretrati, il cui sfruttamento di risorse umane e naturali permette a tutti i cittadini dei Paesi avanzati di avere almeno il minimo indispensabile per vivere (il di più dipende dalle capacità individuali). In tale maniera non vi è motivo, nelle metropoli, di fare delle rivoluzioni per abbattere il sistema. Il motivo però subentra quando non ci sono più colonie da sfruttare per i nuovi competitori che entrano in scena. Oppure quando sono le stesse colonie a emanciparsi. Su questo l’analisi di Rosa è ineccepibile.

Ora però viene la domanda cruciale. Se le colonie si emancipano e il minimo vitale non è più garantito nei Paesi avanzati, chi compie la rivoluzione quali standard vitali deve garantire, sapendo che le forze produttive possono creare, grazie al macchinismo, una ricchezza molto elevata? Rosa non ha dato una risposta a questa domanda perché non se l’è neppure posta. Ha dato per scontato che gli standard dovessero essere non inferiori a quelli del capitalismo, in quanto nessuno vuole un “socialismo della miseria”.

Tuttavia le cose non sono così semplici. Il socialismo non è tenuto a garantire un elevato benessere, ma un benessere che permetta a tutti un’esistenza umana e naturale. Bisogna ripensare le forze produttive in rapporto agli effettivi bisogni, quelli reali, compatibili con le esigenze riproduttive della natura. Tutti devono avere il necessario per vivere con dignità, senza essere costretti a vendersi, a umiliarsi. Avere il minimo vitale vuol dire che il resto dipende dalle circostanze, dalle capacità collettive, dall’organizzazione del lavoro, dalla cooperazione, dagli scambi commerciali tra comunità autogestite e possibilmente autosufficienti. Nessuna comunità deve essere ricattata o sedotta da agenti esterni, che promettono lussi e comodità, come appunto fanno i mercati economici e finanziari.

L’uso del denaro

Detto questo, chiediamoci: da dove viene l’uso del denaro? Nel corso della sua formazione come classe sociale, la borghesia vendeva prodotti di lusso acquistati in luoghi esotici, orientali, molto lontani, dei quali si favoleggiavano immense ricchezze. La borghesia pretendeva monete d’oro o d’argento da parte della nobiltà, laica o ecclesiastica. Il denaro serviva per comprare prodotti molto particolari, che pochi si potevano permettere. Non si parlava ancora di sviluppo della tecnologia.

Poi, col passare del tempo, man mano che i prodotti si diversificavano e che i mercati diventavano una realtà abbastanza frequente, la borghesia ha cominciato ad accettare anche monete in bronzo e in rame. Si era tornati all’epoca greco-romana. Stava finendo l’epoca dell’autoconsumo, quella in cui il mercato era in realtà uno scambio di prodotti eccedenti, e la circolazione monetaria quasi non esisteva. Infatti, perché tale circolazione s’imponga con decisione, occorre che la gente avverta una certa “dipendenza” dai mercati.

Per distruggere l’autonomia produttiva del contadino-artigiano, occorre non solo un’industria che, a un prezzo molto più basso, fabbrichi le stesse cose che produce il contadino-artigiano (e a una qualità non inferiore, almeno in un primo momento), ma occorre anche che tutta la campagna si senta vincolata alle esigenze del mercato. Si deve produrre ciò che il mercato richiede; e si deve farlo secondo i parametri del mercato.

Anche i contadini, quindi, se vogliono continuare a lavorare la terra, devono farlo come se fossero dei “borghesi”. Devono acquistare macchinari, impiantare monocolture, assumere operai salariati, usare fertilizzanti e insetticidi chimici…, in quanto la produzione deve essere massiccia, regolamentata o comunque finalizzata a uno scopo puramente commerciale. Quando dominano i mercati, la città, in un certo senso, s’impadronisce della campagna.

Senza moneta circolante non si può far nulla. Tutti devono convincersi che la ricchezza è data dai mezzi monetari in circolazione. La terra ha senso solo se viene sfruttata per accumulare capitali. Deve essere distrutta la comunità di appartenenza del contadino, e sostituita con la città, dominata dai mercati e dalla circolazione monetaria. In città si è “liberi”, non vi è “dipendenza personale”. In città si lavora sulla base di un “contratto” stipulato tra persone giuridicamente libere. Lo stesso contadino può sdoppiarsi e diventare soltanto artigiano, che in città (in un’associazione di arti e mestieri) si specializza nel fabbricare prodotti molto particolari, costosi. Oppure, restando in campagna, diventa operaio in un telaio con cui produce beni per il mercato, finché poi andrà a fare l’operaio in città negli opifici e nelle manifatture degli imprenditori privati.

È questa la grande illusione propinata dalla borghesia, quella di far coincidere la libertà giuridica con la libertà sociale,in una visione della vita in cui il denaro è più importante della terra, in quanto può permettere a tutti d’arricchirsi. In realtà il contadino, uscito dal suo feudo, è libero soltanto di diventare un operaio salariato. Passa da uno sfruttatore (il nobile) a un altro (il capitalista), e la sua situazione personale, invece di migliorare, peggiora, poiché lo sfruttamento diventa molto più intenso. E quando gli succede qualcosa (p.es. si ammala o viene licenziato), si sente solo, non ha alcuna protezione, alcuna garanzia, finisce facilmente sul lastrico, nella più nera miseria. E non può più tornare indietro, poiché, mentre lui era in fabbrica, anche il nobile si è trasformato in un’altra persona: è diventato un capitalista agrario, che, con le sue macchine, ha bisogno di pochi operai salariati per guadagnare capitali. Prima lo sfruttamento del contadino, quando esisteva l’autoconsumo, incontrava un limite nella capacità di consumo da parte del nobile. Oltre un certo livello non aveva senso sfruttarlo.

Ora invece, grazie all’uso del denaro, quel limite è stato superato. Il contadino, diventato operaio industriale, può essere sfruttato finché non muore, finché il fisico è in grado di reggere il peso della fatica. E quando muore, viene facilmente sostituito da altri operai, poiché i contadini ora vengono cacciati dalle campagne. Con l’uso delle macchine (trattori, trebbiatori ecc.) l’agrario ha meno bisogno di personale. Se poi l’agrario trasforma gli arativi in prativi per mandrie di pecore che producono lana per le industrie tessili, il personale lavorativo si riduce a un nulla (lo stesso si può dire se si mette a produrre solo mangime per il bestiame, oppure colture che quasi non richiedono manodopera). Il contadino non ha bisogno di scappare dal feudo: ne viene letteralmente espulso. I nobili vogliono sfruttare le loro terre in maniera capitalistica, e se non sanno farlo, le affittano a qualcuno che lo fa al loro posto: così possono campare di rendita, accumulando capitali senza far nulla.

Il ruolo dei contadini nel socialismo

La domanda che ora ci si pone è la seguente: in una situazione del genere ha ancora senso sostenere che il socialismo deve permettere ai contadini di essere proprietari della terra che lavorano? Nei Paesi capitalisti i contadini non esistono più. Gli ultimi sopravvissuti sono già padroni della loro terra: sono dei capitalisti agrari. I braccianti agricoli, quelli privi di terra, sono pochissimi. Il più delle volte i lavori da bracciante vengono svolti dagli immigrati, pagati a giornata. Quando i capitalisti agrari muoiono per cause naturali, spesso non vengono neppure sostituiti dai figli, i quali hanno studiato per fare un lavoro molto diverso da quello dei loro genitori. Le terre vengono vendute: pochi agrari hanno decine, centinaia, migliaia di ettari di terra.

I mercati si sono estesi così tanto che le derrate agricole provengono da tutto il mondo. Se da qualche parte esistono i contadini, non è certamente in occidente. Da noi esistono solo capitalisti agrari che producono per il mercato, locale, regionale, nazionale, europeo, mondiale. Al massimo possono esistere delle cooperative, in cui gli agrari si associano tra loro per vendere meglio, per avere un monopolio o una esclusività in qualche prodotto, dividendosi equamente i profitti.

Tutti questi coltivatori diretti devono produrre secondo le esigenze del mercato, che spesso li penalizza, in quando sotto il capitalismo è più importante il mercante che vende del produttore agricolo. Gli agrari sono p.es. costretti ad avvelenare la terra per ottenere dei frutti che rispecchiano certe caratteristiche estetiche. Nelle campagne non sono penetrate soltanto le macchine, ma anche la chimica, che ha avvelenato tutto, persino gli uomini che producono e quelli che consumano.

La terra è talmente sfruttata che sta invecchiando precocemente, si isterilisce, tende a desertificarsi. E i nostri rimedi “scientifici” a questo progressivo degrado, non fanno che peggiorare la situazione. Ora anche la biologia molecolare, la genetica han fatto il loro ingresso in agricoltura. Possiamo mangiare qualunque cosa in qualunque momento dell’anno. Sono tutte cose prodotte artificialmente, con sapori e odori fittizi, i cui effetti sui nostri organi si faranno sentire col tempo, inevitabilmente.

Ecco perché non ha più senso sostenere che la terra venga data in proprietà ai contadini. Anzi, va tolta anche a quelli che già la possiedono. Bisogna rifare completamente tutto. Dobbiamo tornare al modello delle rotazioni colturali, lasciando una porzione di terra periodicamente a riposo. Dobbiamo tornare a consumare solo frutta e verdura di stagione, che acquistiamo nel territorio locale, da produttori fidati, che si attengono a regole ecologiche. I concimi per fertilizzare la terra non devono essere chimici, ma naturali. Per combattere gli insetti nocivi non si possono più utilizzare i veleni, ma vanno utilizzati metodi naturali. Bisogna diversificare al massimo le colture e reimpiantare i boschi.

Dobbiamo tornare all’autoconsumo, ma, per farlo, ci vorrà molto tempo. Dobbiamo recuperare delle metodiche che non conosciamo più. L’unica speranza che abbiamo sta nelle terre che nel passato sono state abbandonate, perché difficili da mettere a frutto, o perché troppo lontane dalle città, o perché non abbastanza convenienti per il mercato… Ecco, dobbiamo recuperare ciò che si era inselvatichito, in quanto non rientrava nei nostri criteri di business. I terreni abbandonati saranno di sicuro i meno rovinati dalla nostra cupidigia, a meno che non li abbiamo abbandonati proprio per questo.

Il socialismo statale

Perché i contadini sono sempre stati visti dai bolscevichi come dei piccolo-borghesi? Per il semplice motivo che, a differenza degli operai nullatenenti, volevano essere “padroni” del lotto di terra su cui lavoravano. Per i marxisti gli operai privi di tutto rappresentavano la “purezza” degli ideali rivoluzionari. I contadini invece avrebbero accettato la rivoluzione proletaria solo per un fine “egoistico”: quello appunto di avere una proprietà privata sufficiente a mantenere una famiglia e a vendere dei prodotti sul mercato. Per i bolscevichi tale atteggiamento veniva considerato “piccolo-borghese”, cioè non “comunista”. I contadini, proprio per questa ragione, non avrebbero mai accettato la socializzazione o la collettivizzazione della proprietà terriera, a meno che questi contadini non fossero stati dei salariati agricoli, padroni solo della loro forza lavorativa: in tal caso però sarebbe intervenuto lo Stato ad assegnare loro la terra.

Il desiderio di possedere un terreno in proprietà privata era considerato di tipo “borghese”. Un socialismo agrario vero e proprio, in presenza di una situazione del genere, sarebbe stato impossibile. Questo atteggiamento piccolo-borghese avrebbe inevitabilmente fatto rinascere il capitalismo o comunque non avrebbe potuto impedire la sconfitta della rivoluzione operaia, in quanto la classe contadina, detenendo le leve delle derrate alimentari, avrebbe potuto usarle in chiave controrivoluzionaria. Una volta ottenuta la terra in proprietà privata, i contadini sarebbero stati considerati un alleato inaffidabile agli occhi degli operai. Gli unici contadini su cui si può fare affidamento sono quelli che non posseggono nulla e che quindi ricevono dallo Stato, unico proprietario della terra, tutto ciò che occorre per lavorarla.

I contadini proprietari privati o si adeguano alla volontà dello Stato o vanno eliminati. Il leninismo, almeno fino a Bucharin, accettò l’idea di permettere uno sviluppo borghese della proprietà privata contadina; lo stalinismo invece preferì la collettivizzazione forzata. Il socialismo statale, che aveva già espropriato la borghesia urbana di tutti i suoi poteri, vide nei contadini proprietari il suo peggior nemico. Non sopportava l’idea che dei contadini privati, individuali, potessero arricchirsi quando invece gli operai, che lavoravano nelle industrie nazionalizzate, non avrebbero mai potuto farlo.

Il socialismo statale non permise mai agli operai di considerarsi “padroni” della loro azienda. Essi dovevano limitarsi a eseguire direttive imposte dall’alto: la pianificazione era statale, governativa, ministeriale. Se si fosse permesso anche agli operai di arricchirsi, il ritorno al capitalismo sarebbe stato inevitabile. Per impedire ciò, gli stessi contadini avrebbero dovuto consegnare allo Stato quasi tutto il loro raccolto: solo le briciole avrebbero potuto vendere sul mercato.

Per quale motivo tutto ciò è fallito clamorosamente? Il motivo principale sta nel fatto che il socialismo statale considerava l’industria nettamente superiore all’agricoltura. Invece di incentivare il ritorno degli operai all’agricoltura, preferì subordinare completamente la campagna alle esigenze delle città. Si voleva uno sviluppo industriale e urbano accelerato, che permettesse alla nazione di arricchirsi, senza dover sottostare alle forche caudine del capitalismo. L’agricoltura doveva semplicemente essere meccanizzata e organizzata come un tutto omogeneo gestito da cooperative che dovevano sottostare a direttive statali.

Si temeva che senza un forte sviluppo industriale, che avrebbe permesso la realizzazione di un potente apparato militare, le nazioni capitalistiche, in un’eventuale guerra, avrebbero sicuramente avuto la meglio sulla Russia. Il socialismo statale, in cui la dittatura del partito unico giocò un ruolo di primo piano, fu dettato dal sentimento della paura. Si vedevano nemici ovunque, all’interno e all’esterno della nazione. Si tolse ai cittadini la facoltà di pensare autonomamente. Gli intellettuali venivano visti come dei soggetti molto pericolosi.

Il marxismo o il socialismo scientifico, nella sua versione statalistica (o stalinistica), era profondamente influenzato dalle conquiste tecnologiche della borghesia occidentale (europea, americana, ma anche nipponica), per cui non avrebbe mai accettato un ritorno degli operai alla terra, da cui originariamente provenivano (tutti gli operai sono in genere ex-contadini). Una società prevalentemente rurale avrebbe realizzato soltanto un “socialismo della miseria”.

Il socialismo statale non eliminò soltanto i contadini imborghesiti e gli intellettuali non conformisti, ma devastò anche completamente la natura e ridusse a un nulla tutte le esperienze comunitarie pre-capitalistiche. Massiccio doveva essere lo sfruttamento delle risorse naturali, anche perché il socialismo statale non disponeva di colonie al di fuori dei propri confini nazionali. Al capitalismo si era opposta un’alternativa che, dal punto di vista del socialismo democratico, non aveva alcun senso. Oggi bisogna ricominciare tutto da capo. E non sarà facile, poiché proprio nei Paesi che hanno sperimentato il socialismo statale si è voluti tornare decisamente al capitalismo. L’atteggiamento è quello di chi pensa d’aver perduto del tempo prezioso.

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