Le figure retoriche

Il linguaggio figurato è tipico dell’essere umano. Per esempio, se si afferma una frase come questa: «l’interrogazione di grammatica è stata una frana», si è più espressivi di quando ci si limita a dire che «è andata malissimo».

Questi trasferimenti spontanei di significato da un senso proprio a uno figurato di singole parole o di intere espressioni linguistiche astratte o generiche, che diventano più calzanti o più incisive, in modo da ottenere un maggiore effetto emotivo dato dalla presenza di un’immagine di fantasia, si chiamano «traslati», che è participio latineggiante di «trasferire» (in greco l’equivalente è «tropo»).

Gli esseri umani sentono il bisogno innato di aumentare l’efficacia delle loro espressioni linguistiche, orali e scritte, usando per lo più delle immagini, dei simboli, delle metafore o anche semplicemente delle locuzioni idiomatiche, che si risolvono in piacevoli violazioni delle regole grammaticali, comunemente accettate. Dire «mi sento un leone» (tralasciando sintatticamente il paragone «come se fossi») indica qualcosa di più della semplice «forza fisica». Molte espressioni figurate oggi sono considerate forme appropriate, anche se in origine apparivano come «eresie» del lessico (p. es. «un tetto di spesa»).

La differenza fra traslati e figure retoriche sta semplicemente nel fatto che mentre i primi sono per lo più inconsci e appartengono al parlato quotidiano, le seconde sono l’applicazione scritta dei traslati, che può anche presumere degli studi specifici e delle regole (sintattiche) da assimilare. Nel mondo classico le figure retoriche venivano considerate dei modi di esprimersi lontani dalla comunicazione ordinaria e quindi particolarmente adatti alla poesia. Oggi invece preferiamo intenderle, salvo eccezioni appunto di tipo «poetico», in un’accezione più vasta e, se vogliamo, più generica, in quanto ci sentiamo autorizzati ad applicarle a qualunque linguaggio, senza quindi fare più differenza fra traslati e figure retoriche.

Questo linguaggio figurato non serve a dare maggiore significato (ontologico) a ciò che si esprime, proprio in quanto il parlare astratto di per sé non è meno pertinente di quello concreto, anzi a volte è molto più profondo e meno dispersivo. Può servire invece a dare più «colore» al proprio linguaggio, specialmente nei casi in cui la comunicazione presume un rapporto diretto, confidenziale, emotivo o partecipativo, tra emittente e ricevente.

La cultura di un popolo si basa anche sulla capacità di assimilare i molteplici traslati trasmessi per via generazionale o per contaminazione linguistica con culture diverse dalla propria, e ovviamente sulla capacità di produrne di nuovi.

La comprensione di un linguaggio figurato è tanto più facile quanto più la gente vive delle relazioni sociali. Più si accentua l’individualismo e più il linguaggio diventa asettico, schematico, semplificato, anche se può apparire filologicamente preciso, in quanto, temendo l’incomprensione da parte dell’interlocutore, l’emittente cerca di usare simboli, locuzioni, espressioni standardizzate, come quelle che si ascoltano alla televisione o nei film o come quelle che si elaborano nei linguaggi matematici e informatici, mediante cui si pensa che la possibilità di essere fraintesi sia ridotta al minimo.

Nonostante questo, è molto consueto, nelle società fortemente egocentriche, che l’interlocutore arrivi facilmente a chiedere, a chi gli sta parlando, di «definire» meglio i termini usati, cioè di spiegarne precisamente il significato, proprio perché l’uso comune delle espressioni linguistiche si è andato col tempo impoverendo in maniera irreparabile, al punto che persino sui singoli vocaboli si ha spesso bisogno di chiarirne il senso. Nella lunga serie televisiva dell’ispettore Derrick questo era evidentissimo.

In condizioni del genere il linguaggio figurato rischia di apparire come un’inutile perdita di tempo, se non addirittura come un vero e proprio intralcio alla comunicazione, a causa delle sue molteplici ambiguità.

Nelle società capitalistiche avanzate il linguaggio umano standardizzato tende a trasformarsi sempre più in un linguaggio-macchina, cui si aggiungono o contrappongono vari gerghi di settore, che praticamente marciano su binari paralleli. E le poche figure retoriche che restano, vengono considerate come un retaggio del passato, una forma di ironia dal valore minimale, il cui uso non può andare a disturbare il resto del discorso. Gli stessi proverbi popolari non fanno pensare certo a una saggezza secolare, a una filosofia del buon senso e del senso comune: al massimo suscitano qualche sorrisetto. Lo stesso vale per le figure retoriche usate nel dialetto, ch’erano la vera ricchezza del linguaggio popolare, quella con cui si poteva trovare una risposta a qualunque problema esistenziale.

Ma c’è di più e di peggio. Non è raro sentire ancora oggi i grammatici sostenere che il linguaggio figurato è più istintivo e spontaneo del cosiddetto «parlar proprio», in quanto l’uomo, quanto più è semplice e primitivo, tanto più vive di sentimento e fantasia che di ragione.

Questo modo di «ragionare» purtroppo è alquanto «primitivo», poiché pecca di quella supponenza tipica delle società industrializzate, basate, ingenuamente, su affermazioni «chiare e distinte», che educano all’illusione di credere in una migliore comunicazione là dove la razionalità non è frutto di saggezza popolare plurisecolare, ma la risultante di operazioni formalmente logico-astratte.

Le civiltà dell’artificio intellettuale (a partire dal cogito cartesiano) hanno sostituito, perdendola definitivamente, la razionalità trasmessa oralmente attraverso le generazioni, con la razionalità creata a tavolino da intellettuali privi di radici popolari.

E pensare che la capacità di assimilare le figure retoriche si rivela utilissima persino quando le società (ivi incluse quelle contemporanee) hanno governi dittatoriali. Spesso attraverso l’uso di queste figure, cioè evitando di attaccare direttamente i soggetti interessati, le opposizioni riescono a fare un minimo di contestazione, riuscendo p. es. a eludere le strette maglie della censura. Ovviamente ciò suppone non solo una forte intesa tra le opposizioni, ma anche una certa capacità di astrazione e di elaborazione intellettuale sul piano simbolico. Nei vangeli l’esempio più eloquente è costituito dalle parabole.

Purtroppo le grammatiche ad uso scolastico, quando danno le definizioni delle figure retoriche, non le collegano mai a una storia della comunicazione, mostrando p. es. come esse siano nate e come siano scomparse. Non indicano neppure i limiti dovuti a un loro abuso. I grammatici si limitano semplicemente a dire che le parole o le espressioni linguistiche possono avere due significati: letterale e simbolico, e che le figure retoriche si riferiscono esclusivamente a questo secondo significato.

In realtà le cose non sono proprio così semplici. È vero che le parole possono avere un significato letterale o, come dicono i grammatici, denotativo, ed è altresì vero che le stesse o altre parole possono avere un significato simbolico-figurato o connotativo, ma è anche vero che spesso è solo questione di percezione. Cioè un emittente può usare un’espressione che in teoria andrebbe compresa secondo un significato letterale, e invece il ricevente la percepisce secondo un significato simbolico, o viceversa.

Non esiste una regola precisa che indichi quando un’espressione o anche una semplice parola debba essere univocamente intesa in un senso o nell’altro. La decisione a favore di un significato o dell’altro non dipende dalle parole in sé ma dalla relazione che s’instaura tra due interlocutori (che rappresentano l’unità minima della comunicazione umana).

Se io dico, in un negozio di abbigliamento: «Mi piace quella giacca verde», e ho vicino a me il presidente leghista di una banca, che potrebbe favorirmi per un’assunzione in prova, posso anche pensare che detto presidente sia disposto a interpretare la mia preferenza non solo in senso letterale (mi piace il verde sopra ogni colore oppure rispetto a quelli disponibili nel negozio), ma anche in senso simbolico (voglio fargli capire, indirettamente, che condivido le sue idee o che di me si può fidare).

L’interpretazione figurata della parola «verde» ha qui chiaramente un riferimento alla politica, ma esistono molteplici possibilità di significati ambivalenti anche in riferimento alla sessualità, alla religione e in genere a tutti quei campi della personalità umana in cui giocano un ruolo di primo piano elementi ideologici, spirituali, etici, psicologici ecc.

Se io dico: «gran parte del lavoro in Italia è nero», questo particolare colore andrebbe interpretato quasi più in senso letterale, in riferimento al lavoro irregolare, che non in senso simbolico, proprio perché ormai i due termini: nero e lavoro irregolare, vengono usati indifferentemente. È molto più simbolico usare l’aggettivo nero in riferimento al fatto che gran parte di detto lavoro viene svolto da immigrati provenienti dall’Africa. Cioè oggi è più metaforica l’accezione relativa alla provenienza geografica dei lavoratori clandestini che non quella relativa alla loro funzione sociale. E se poi a questa frase, ambiguamente interpretabile, ne aggiungo un’altra, rischio addirittura di apparire offensivo, facendo dell’ironia fuori luogo: «Da quando è disoccupato vede tutto nero».

Insomma il linguaggio umano non può mai essere come il linguaggio-macchina, dove le combinazioni possibili si possono fare utilizzando solo due elementi: 1 e 0, ma è così ambiguo – e in questo sta la sua infinita ricchezza – che anche su due semplici numeri: 1 e 0, siamo in grado di scriverci una poesia dai significati molto più pregnanti della più complessa operazione matematica. Scrive infatti Trilussa:

Conterò poco, è vero:
– diceva l’Uno ar Zero –
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un coso vuoto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso.

(Nummeri, 1944).

Non dimentichiamo che sui sogni – linguaggio figurato per eccellenza -, messi in rapporto alla sessualità, Freud ha costruito le fondamenta della propria psicanalisi. A volte s’incontrano persone che amano vedere quasi in ogni parola un qualche riferimento alla sessualità: chi deforma le espressioni linguistiche in questi termini sconfina inevitabilmente nel patologico, non meno di chi interpreta ogni frase solo in due sensi: favorevole o contrario al proprio punto di vista ideologico o politico.

È impossibile dire se sia più facile rieducare a un maggiore equilibrio e distacco, a una maggiore concretezza e obiettività il maniaco sessuale o il fanatico religioso o politico. Sicuramente è molto più facile recuperare alla normalità comunicativa quel mafioso che, prima di pentirsi, aveva dovuto usare per tutta la sua vita e soprattutto nei momenti cruciali dell’azione criminosa, un linguaggio figurato che gli permettesse di apparire come una persona normale.

Oggi il linguaggio figurato, utilizzato di proposito in letteratura, appare come un antiquato orpello retorico, tipico dell’antichità classica o controriformistica, allorquando si pensava che il valore artistico di un’espressione letteraria dipendesse anzitutto dall’eleganza formale con cui veniva formulata. Tuttavia alcune figure si usano ancora oggi, soprattutto nella poesia. E se ne incontrano ancora tante là dove si continua a parlare il dialetto e si usano i proverbi popolari, ma anche nella pubblicità e in certe forme del linguaggio giornalistico.

Orientativamente le figure retoriche possono essere suddivise in tre macro categorie: di contenuto (p. es. antitesi, ossimoro, prosopopea, ironia, perifrasi, eufemismo, litote, iperbole ecc.), di forma (p. es. apostrofe, epifonema, preterizione, reticenza, gradazione, chiasmo, iperbato, anafora, epistrofe ecc.) e grammaticali (p. es. prostesi, epentesi, metatesi, epitesi, asindeto, polisindeto, zeugma, ellissi, pleonasmo, enallage, ipallage, anacoluto, sillessi, prolessi ecc.). Quest’ultime sono particolarmente artificiose, inventate dai poeti come mero abbellimento stilistico, al di là dell’autentico atto creativo, usate più che altro per necessità di rima o come licenza poetica.

Altro tipo di suddivisione proposto dai grammatici è il seguente: figure linguistiche e figure stilistiche. Le prime riproducono un rapporto di somiglianza, frutto di una libera scelta espressiva (le due immagini sono esattamente sullo stesso piano logico, come nel caso p. es. della metafora, dell’allegoria, della similitudine ecc.). Le seconde invece, meno importanti, pongono un rapporto spontaneo di dipendenza tra le due immagini, dettato da esigenze di brevità (come nel caso della metonimia, della sineddoche, della antonomasia, della prosopopea ecc.).

Quando poi la figura nasce dalla disposizione delle parole nel discorso, acquistando un aspetto che interessa il colorito della frase, si parla di figure di costrutto (vedi il raddoppiamento, l’anafora, il chiasmo, l’asindeto, il polisindeto ecc.).

Per non apparire cattedratici, ci piace chiudere questa premessa con le riflessioni spiritose, variamente rimaneggiate qua e là, di G. Rajberti, il quale così scriveva:

«Se siamo tardi d’ingegno, ci chiamano buoi; se sudici e corpulenti, porci; se villani e selvatici, orsi; se ignoranti, asini. Chi ripete i discorsi altrui è un pappagallo; chi riproduce le altrui azioni, è una scimmia; chi esercita l’usura è una sanguisuga, mentre l’avido è un pescecane. E che dire di chi versa lacrime di coccodrillo o di chi si sente focoso come un toro?

Patite le distrazioni? Vi dan dell’allocco. Avete un’ottima memoria? Siete un elefante. Siete uomo di tutti i colori? Vi dicono camaleonte. Siete astuto? Oh che volpe! Siete vorace? Oh che lupo! Oh che talpa, se non vedete le cose più chiare! Oh che mulo, se siete testardo! Oh che gufo, se siete poco socievoli. Oh che gazza se siete ciarlieri! Siete un po’ sornioni? Allora somigliate a un gatto. E non sembrate forse una mosca o una zanzara quando vi dicono fastidiosi o insopportabili? E non siete forse serpenti quando apparite infidi e malvagi? E non vi sentite vermi quando non valete nulla o quando gli altri vi considerano abbietti e spregevoli? E quando soffrite di qualche rimorso o pena non avete forse un tarlo dentro di voi?

La donna iraconda e vendicativa è una vipera; la volubile è farfalla; civetta la lusinghiera e quanti cadono sotto le sue smorfie sono merli.

La forza con generosità (e anche senza) ha l’eterno suo modello nel leone. La fedeltà e l’amicizia hanno per tipo il cane. Gli amanti teneri si dicono colombe o piccioncini. Gli ingegni sublimi aquile. I buoni poeti cigni. Chi ha acuto l’occhio della mente, è una lince. L’uomo mansueto è un agnello, e quello senza personalità una pecora, mentre chi digerisce di tutto o fa finta di nulla è uno struzzo. Chi fa risparmi è una formica, chi perde tempo è una cicala. Se siete industriosi come l’ape e sani come un pesce avete l’avvenire assicurato.

Insomma stimo bravo chi mi sa trovare un individuo solo che, in bene o in male, non rassomigli a tre o quattro bestie almeno».

*

ADYNATON. Affermazione di un evento impossibile. Es.: «S’i’ fosse foco arderei ‘l mondo; / s’i’ fosse vento, lo tempesterei; / s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; / s’i’ fosse Dio, manderei ‘l en profondo» (Angiolieri).

ALLEGORIA. S’intende un’espressione con cui si sostituisce un concetto con una rappresentazione simbolica, il cui significato è spesso di natura politica o religiosa. Quindi è una sorta di travestimento di un concetto ottenuto con l’attribuzione alle parole di un senso nascosto, al di là del loro significato apparente, letterale. Serve per dare concretezza e una certa piacevolezza a idee astratte, e può riguardare un intero componimento letterario o un’opera d’arte figurativa. Nell’antichità greco-romana veniva applicata all’interpretazione delle opere di poesia, nel tentativo di scoprire un significato più profondo di quello che si poteva ricavare da un’interpretazione letterale.

Fu molto usata, in chiave religiosa, nel Medioevo (soprattutto nella Divina Commedia: p. es. la lupa per indicare l’avarizia); anche la Bibbia ne è piena. Oggi è rimasta nei proverbi di estrazione popolare.

ALLITTERAZIONE. È una figura di suono che consiste nella ripetizione di una stessa vocale o consonante o sillaba (o comunque lettere tra loro affini per suono) all’inizio o all’interno di parole contigue. Quando è ripetizione della «erre» ha il nome di «rotacismo» e contribuisce a creare un senso di solennità quasi scenografica, tanto che nei poemi epici evoca gli echi della battaglia. Viceversa la ripetizione della «elle», chiamata «lambdacismo», produce effetti dolcemente avvolgenti, ipnotici… Es.: … immane pe’ l buio / gitta il fischio che sfida lo spazio (Carducci); qui il suono delle parole esprime quello che le parole già esprimono con il loro significato, cioè il fischio improvviso di una locomotiva a vapore.

ANACOLUTO. Violazione volontaria di una norma sintattica, usata per lo più per riprodurre i modi della lingua parlata o per caratterizzare un personaggio. Es.: «noi altre monache, ci piace sentir le storie per minuto»; «cose che le più gran dame, nelle loro sale, non c’eran potute arrivare», «Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro» (Manzoni, Promessi sposi).

ANAFORA. Consiste nella ripetizione della stessa parola o di un gruppo di parole all’inizio di più versi o di frasi consecutive, allo scopo di sottolineare in modo enfatico un determinato concetto. Es.: «Per me si va nella città dolente, / per me si va nell’eterno dolore, / per me si va tra la perduta gente» (Dante, Inferno).

ANALOGIA. Istituisce un rapporto originale, inedito, tra due elementi molto distanti tra loro sul piano del contenuto o comunque all’apparenza prive di qualsiasi legame logico. L’abuso può generare incomprensione semantica o puro effetto espressivo senza particolare significato. Es.: «balaustrata di brezza» (Ungaretti).

ANASTROFE. Inversione dell’ordine logico e/o sintattico di due parole per motivi di carattere ritmico o per valorizzare il termine a cui tocca il primo posto nel nuovo ordine sintattico. Es.: «di me più degno» invece di «più degno di me».

ANTIFRASI. Consiste nell’esprimere ironicamente l’opposto di quanto si vuole in realtà dire. Es.: «Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande, / che per mare e per terra batti l’ali, / e per lo ’nferno tuo nome si spande!» (Dante, Inferno).

ANTITESI. Consiste nel mettere a palese contrasto idee opposte, allo scopo di far rilevare, attraverso il suo contrario, la qualità di una cosa o una determinata situazione psicologica. È più incisiva nella struttura simmetrica della frase. Questa figura, praticamente ignota nella letteratura antica, fu usata molto nel Medioevo, soprattutto dal Petrarca. Es.: «Non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti; /non pomi v’eran ma stecchi con tosco» (Dante, Inferno).

ANTONOMASIA. Consiste nell’indicare una persona o una cosa indirettamente, evidenziando anzitutto una sua qualità conosciuta che le dia spicco e che renda pertanto impossibile l’incertezza nell’identificazione.
Si può anche usare un nome proprio come nome comune, se il nome si riferisce a un oggetto o a un personaggio talmente celebre da indicare un’intera categoria riconoscibile nelle stesse caratteristiche (p.es. un giuda, una venere, un mecenate). Oggi si usa nelle locuzioni «per antonomasia», col significato di «per eccellenza». Es.: «Il sommo poeta» sta per Dante Alighieri.

APOSTROFE. Consiste nel rivolgere il discorso, per lo più improvvisamente, a persone assenti o morte, oppure a cose inanimate, chiamandole direttamente in causa. Serve per dar maggior rilievo a un fatto in circostanze particolari. Es.: «Ahi, dura terra, perché non t’apristi?» (Dante, Inferno).

ASINDETO. È una giustapposizione di parole o frasi senza l’uso di congiunzioni coordinative o disgiuntive. È efficace per conferire all’insieme una forte carica espressiva. Es.: «Dicevi: morte silenzio solitudine» (S. Quasimodo).

CHIASMO. Dal nome della lettera X dell’alfabeto greco, che si pronuncia chi. È una disposizione in versi a forma incrociata, come quella della lettera X, secondo lo schema ABBA. Serve per mettere in evidenza gruppi di parole. Es.: «Quell’uno e due e tre che sempre vive / e regna sempre in tre e ‘n due e ‘n uno» (Dante, Paradiso)

CLIMAX. È un accostamento ritmato di parole dal significato simile, ordinate in senso crescente per intensità (gradazione ascendente). Il contrario è detto anticlimax o gradazione discendente. Es.: «La terra ansante, livida, in sussulto; / il cielo ingombro, tragico, disfatto (G. Pascoli, Il lampo)

EPITETO. È una forma attributiva che sostituisce un nome allo scopo di meglio caratterizzarlo, ma oggi è solo sinonimo di ingiuria o di titolo offensivo.

ENALLAGE. Sostituzione di un elemento morfologico con un altro elemento o forma impropria, ad esempio un aggettivo con un avverbio o una forma verbale con un’altra, un sostantivo con un verbo. Es.: «Cammina silenzioso» (silenziosamente); «Viene domani» (verrà).

ENDIADI. Consiste nell’esprimere un concetto mediante due termini complementari (sostantivi o aggettivi), tra loro coordinati. Es.: «O delli altri poeti onore e lume» (Dante, Inferno).

EUFEMISMO. S’intende un’attenuazione operata nella crudezza di un’espressione per ragioni artistiche o di convenienza sociale. In genere si usano parole o espressioni sinonimiche o metaforiche in luogo di termini volgari o sgradevoli o troppo realistici o crudi o dolorosi. Quando l’attenuazione si esprime mediante una negazione, l’eufemismo viene detto LITOTE (es. «non bene» invece che «male»). Il suo abuso fa cadere nel ridicolo, in quanto dà l’impressione che si voglia edulcorare la realtà (es. «i meno abbienti»).

INTERROGAZIONE RETORICA. Consistere nell’esprimere il proprio pensiero non in forma di normale affermazione o negazione più o meno ragionata, bensì sotto forma di una interrogazione che non attende risposta, ma col suo tono asserisce o nega essa stessa in modo concitato. Quindi è una domanda che contiene già in sé una risposta, positiva o negativa, e serve soltanto per sottolineare con forza il proprio discorso. L’abuso la rende odiosa, in quanto suscita l’impressione che chi la formula sia un arrogante.

IPALLAGE. Consiste nell’attribuire a una parola qualcosa che si riferisce a un’altra parola della stessa frase. Es.: «E ora, in queste mattine / così stanche» (è il poeta stanco, non le mattine)(V. Cardarelli, Estiva).

IPERBATO. Consiste in una trasposizione o rovesciamento della disposizione ritenuta normale degli elementi di una frase, generalmente uniti tra loro, cioè si separano due parole che dovrebbero stare insieme, interponendovi altri elementi. Es.: «O, tinta d’un lieve rossore, / casina che sorridi al sole! (G. Pascoli, In viaggio).

IPERBOLE. È l’intensificazione di un’espressione oltre i limiti del credibile, nel senso che quando si sostituisce una parola con un’altra, lo si fa per ingrandirla all’inverosimile o per rimpicciolirla. Praticamente è il contrario dell’eufemismo. Spesso la si usa per risultare più simpatici, nelle barzellette o per favorire la conversazione nella fase iniziale, o anche come forma di ironia o di sarcasmo. Nel Seicento fu molta usata in letteratura. L’abuso determina banalità, assuefazione da parte di chi ascolta, che finisce col non credere in alcuna cosa detta dal proprio interlocutore, come avviene appunto nel caso della pubblicità, dove l’iperbole è figura centrale. Es.: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino» (E. Montale, Xenia II).

IPOTIPOSI. Rappresentazione vivace ed immediata di una situazione. Es.: «Come lion di tori entro una mandra / or salta a quello in tergo e sì gli scava / con le zanne la schiena / or questo fianco addenta or quella coscia» (Leopardi).

IRONIA. Consiste nell’affermare il contrario di ciò che si pensa e si vuole far intendere, con un’intenzione scherzosa o polemica (in tal senso è affine all’umorismo, con cui si mescola il serio al faceto). Essa quindi si fonda sull’associazione di due idee tra loro opposte. Spesso si esplica esprimendo un pensiero di biasimo a un significato di lode, e può anche assumere un carattere di particolare veemenza, dettato da sdegno o rancore (sarcasmo). Può anche esprimersi, semplicemente, in un particolare tono attribuito alle parole per effetto del quale queste vengono a significare il contrario di ciò che apparentemente dicono. Fu molto usata da Dante, Parini, Carlo Porta, Giuseppe Giusti, G. Gioacchino Belli, Manzoni… La reiterazione denuncia una difficoltà notevole nella comunicazione, in quanto può essere usata per celare la propria identità. Es.: «Vieni a veder la gente quanto s’ama!» (Dante, Purgatorio).

LITOTE. È l’affermazione attenuata di un concetto mediante la negazione del suo contrario, che si ottiene sostituendo un vocabolo col suo opposto, facendolo precedere da una particella negativa. Dal punto di vista delle strutture espressive è il contrario dell’iperbole, in quanto attenua il concetto anziché esagerarlo, ma per contenuto le è analoga, perché in effetti rinforza il concetto (es. «non è un ragazzo molto sveglio»).

METAFORA. S’intende una similitudine in cui non appaiono i due termini di paragone: uno astratto, l’altro concreto, ma una fusione di entrambi, privata dei nessi sintattici. Quindi è una sorta di paragone abbreviato o sottinteso, in cui il trasporto di una parola da un campo semantico all’altro fa acquistare all’altra parola un significato figurato (es. «Incontro spesso in discoteca quello stecco», dove «ragazza» è il primo termine e «stecco» il secondo, mentre la «magrezza» è il terreno comune). È la più importante delle figure retoriche negli scritti letterari, soprattutto poetici. Viene considerata all’origine del linguaggio stesso. Infatti le parole astratte si riferiscono a qualcosa di concreto cui un tempo furono associate. Storicamente all’abuso di questa figura s’è dato il nome di «seicentismo», in riferimento all’età barocca, quando la ricercatezza forzosa delle immagini simboliche portava facilmente alla banalità.

METONIMIA. Indica un personaggio, un oggetto o un fatto non direttamente, cioè con il suo proprio nome, ma mediante un’altra cosa che sia in un certo rapporto significativo (logico o di contiguità, non necessariamente di somiglianza) con quel personaggio, oggetto o fatto. Si può usare la materia per l’oggetto («ferro» per «spada»); il contenente per un’azione («bere un bicchiere di vino»); la causa per l’effetto («il temporale m’ha allagato la casa»); l’autore per la sua opera («ho letto il Leopardi»); la divinità per la sfera cui essa presiede («marte» per la «guerra»). La metonimia è stata una delle cause fondamentali del cambiamento di significato delle parole, dettato da esigenze di brevità più che da una libera scelta espressiva. Un caso particolare di metonimia è la SINEDDOCHE, con cui si nomina la parte per il tutto o il tutto per la parte. Es.: «Nel mare si cullavano quattro vele» (vele = barche).

ONOMATOPEA. È la riproduzione di suoni naturali attraverso la sonorità della lingua. Il Pascoli in questo fu maestro, ma anche il Futurismo. Es.:«… il tuono rimbombò di schianto: / rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo» (Pascoli, Tuono).

OSSIMORO. È una forma di antitesi in cui l’accostamento di due situazioni psicologiche diverse viene fatto con parole che all’apparenza sono contrarie (es. «un silenzio eloquente»). Fu molto usata nella letteratura classica, ma anche in Metastasio.

PARADOSSO. Affermazione di una realtà che sfida l’opinione comune. Es.: «Vergine madre, figlia del tuo figlio» (Dante, Paradiso).

PARONOMASIA. Accostamento di parole molto somiglianti per forma e sonorità, ma diverse per significato. Può essere un invito a giocare con le parole ma l’abuso determina banalità. Es.: «Tu, placido e pallido ulivo, / non dare a noi nulla» (Pascoli, La canzone dell’ulivo).

PERIFRASI. Detta anche circonlocuzione. Consiste nel collocare un giro di parole al posto di una precisa e secca annotazione. Si usa anche per evitare delle ripetizioni. Es.: «il bel paese là dove il sì sona» (Dante, Inferno).

PERSONIFICAZIONE. Consiste nell’attribuire figure o atti umani a cose astratte o animate. Es. «fu baciato dalla vittoria».

PRETERIZIONE. Si ha quando dopo aver dichiarato di non voler dire una cosa (specie un nuovo argomento polemico), la si esprime poi quasi di sorpresa. In sostanza si finge di voler tacere ciò che in realtà si dice. Quindi è un rafforzativo nell’apparente attenuazione. Es. «taccio il fatto ch’eri stato avvisato».

PROSOPOPEA. Consiste nell’attribuire vita e aspetto umano a cose astratte o inanimate, ovvero presenta persone assenti o morte come presenti e vive. L’uso è evidente nelle espressioni di tipo religioso o mistico. È detta anche PERSONIFICAZIONE. È una figura tipica della letteratura classica. Nel linguaggio parlato è invece usata in senso dispregiativo, come sinonimo di presunzione da parte di chi si dà arie di importanza. Es. «non capisce niente ma è piena di prosopopea».

RETICENZA. Consiste nel troncare un discorso avviato attribuendogli efficacia proprio con questa sospensione, che dà a pensare cose d’indeterminata gravità. È quindi un rafforzativo nella sua apparente attenuazione. L’uso eccessivo può dare l’impressione di una certa supponenza da parte dell’emittente. Es.: «La sventurata rispose» (Manzoni, Promessi sposi).

RIPETIZIONE. Consiste nel ripetere parole uguali, collocate in posizioni evidenti (di regola al principio o alla fine di versi o frasi) per dare efficacia all’insieme del discorso o per riaffermare la validità di un concetto in particolare. È molto usata nel linguaggio politico, ma anche in quello pedagogico. Es.: «Sia destin ciò ch’io voglio: altri disperso / sen vada errando, altri rimanga ucciso, / altri, in cure d’amor lascive immerso, / idol si faccia un dolce sguardo e un riso» (Tasso, Gerusalemme liberata).

SIMILITUDINE. È un raffronto nel quale i due termini di paragone (tra cose, persone o situazioni ritenute simili) sono entrambi evidenti e si svolgono in genere con una certa ampiezza. Per tale evidenza e tale ampiezza la similitudine si distingue dalla metafora. Il paragone può individuare una somiglianza (se introdotto da «come»), ma anche una differenza (se introdotto da «più di» o «meno di»), e in genere viene usato per chiarire qualcosa di oscuro o che potrebbe essere equivocato. La similitudine classica (tipica in Omero) era costruita sintatticamente sui nessi «come… così», «come… tal», «quale… tale». Quella della poesia moderna tende invece a eliminare uno dei due nessi o addirittura entrambi, creando puri e semplici raccordi allusivi, cioè puntando soprattutto sul significato simbolico del paragone. L’uso eccessivo può portare a banalità. Es.: «L’Isonzo scorrendo / mi levigava / come un suo sasso» (Ungaretti).

SINEDDOCHE. S’intende una forma di metonimia, in cui, invece di un oggetto o di un fatto, se ne indica un altro che abbia con esso un rapporto di quantità più limitato o più esteso. Si indica:
– la parte per il tutto (o viceversa): es. «I senzatetto» (tetto è parte di casa, per indicare chi vive all’aperto);
– il singolare per il plurale (o viceversa): es. «I diritti della donna»;
– la materia per ciò di cui essa è composta: es. «I ferri del chirurgo»;
– il genere per la specie (o viceversa): es. «Domandare del pane» (pane=cibo);
– una quantità determinata per una indeterminata: es. «Vorrei dirti due parole».

SINESTESIA. Associazione, all’interno di un’unica immagine, di due sensazioni diverse: uditive, visive, olfattive, gustative, tattili, con effetto inaspettato. Es. «profumi verdi», «melodia blu», «urlo nero». È stata molto usata dai poeti simbolisti, ermetici, decadenti.

ZEUGMA. Consiste nel far reggere da un unico verbo più enunciati che richiederebbero verbi diversi. Es.: «Poi ch’ella in sé tornò, deserto e muto, / quanto mirar poté, d’intorno scorse» (Tasso, Gerusalemme liberata).

Print Friendly, PDF & Email